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Scheda
di lettura
Jean-Luc
Marion, Sur le prisme métaphysique de Descartes. Constitution
et limites de l’onto-théo-logie dans la pensée cartésienne,
Puf, Paris 1986 ; tr. it., Il prisma metafisico di Descartes. Costituzione
e limiti dell’onto-teo-logia nel pensiero cartesiano, a c.
di Felice Ciro Papparo, Guerini & Associati, Milano 1998.
Il
prisma metafisico di Descartes è il tassello decisivo di un
duplice trittico cartesiano. L’indagine di Marion ruota attorno
al corpus metafisico di Cartesio, concentrandosi inizialmente,
in Sur l’ontologie grise de Descartes [1],
sull’analisi dettagliata delle Regulae ad directionem ingenii,
con lo scopo di mettere in luce come l’ingresso cartesiano nel panorama
filosofico del suo tempo sia caratterizzato dalla radicale presa di distanza
dal costrutto teorico aristotelico; giacché è proprio Aristotele
l’interlocutore mai espressamente nominato ma sempre presente nel
tentativo di Cartesio di edificare un’ontologia libera dall’epistemologia
greca [2], in virtù dell’abbandono dell’ousia
classica.
Il lavoro successivo dello studioso francese, Sur la théologie
blanche de Descartes [3], è dedicato alla
questione del fondamento della teologia cartesiana. Con riferimento ad
alcune lettere a Mersenne del 1630, Marion trova nel pensiero di Cartesio
l’opportunità di riproporre la questione dell’analogia
entis, di contro a quella tendenza, teologica e scientifica, di pensare
l’accesso all’ente attraverso una relazione di assoluta univocità:
la creazione delle verità eterne, comportando «une transgression
du fini par l’infini», rende possibile una lettura dell’opera
cartesiana che, pur ancorandola alla tradizione metafisica precedente,
possa consentire, al contempo, di porre le condizioni per trasgredirla
[4].
E’ all’interno di questo contesto teorico che si deve collocare
l’opera di cui ora ci occuperemo. Affinché sia possibile
verificare le condizioni che permettono alla filosofia cartesiana di non
vedersi astrattamente circoscritta all’interno di una tradizione
metafisica a essa precedente, è necessario delineare le linee guida
che consentano di determinare i criteri per cui un costrutto teorico è
nelle condizioni di essere definito “metafisico”. Utilizzando
l’analisi di Heidegger [5] circa la costituzione
onto-teo-logica della metafisica, Marion, attraverso una discussione
puntuale dei testi cartesiani, valuta e circoscrive la possibile partecipazione
del filosofo francese a tale orizzonte di pensiero [6]:
«La difficoltà di assegnare uno statuto metafisico al
pensiero cartesiano, lungi dal provenire da una scomparsa della dottrina
dell’ens in generale, dipende dall’ambivalenza di un’onto-teo-logia
raddoppiata»(p. 352). Cartesio definisce le condizioni di possibilità
del pensiero metafisico complicando, ante litteram, la costituzione
onto-teo-logica della metafisica e dischiudendo, attraverso una
subordinazione raddoppiata, l’univocità dell’orizzonte
assiale formulato da Heidegger. All’indiscussa originarietà
della metaphysica generalis, quale criterio di accesso privilegiato
all’essere dell’ente, si affianca il primato dell’ego
[7], che fonda e contiene in sé le figure concettuali
della metafisica precedente.
La duplicità dell’onto-teo-logia cartesiana si ricava, nella
sua compiutezza formale, all’interno delle Meditationes.
Il primo guadagno del testo concerne la conquista del primato dell’ego,
che è in grado di poter rappresentare l’universalità
dell’ente quale ens ut cogitatum: in tal modo l’ontologia
grigia formulata nelle Regulae trova la propria giustificazione
in quel fondamento – l’ego – capace di ripiegare
su se stessa la cogitatio, fino a cogliere se stesso quale ente
per eccellenza (cogitatio sui). La seconda figura dell’onto-teo-logia
cartesiana è presente, come accennato in precedenza, all’interno
dello stesso testo, in particolare nella Meditatio III: alla
costituzione metafisica secondo la cogitatio si aggiunge quella
seconda la causa. L’impossibilità, da parte dell’ego,
di costituirsi quale causa sui, di costituire, in altri termini,
la condizione di possibilità della totalità del reale in
quanto compiuta causa efficiens, apre all’ammissione d’impotenza
da parte dell’ego (manifesta, dunque, la non esaustività
del proprio orizzonte causativo). L’ego diviene consapevole
della propria finitezza in virtù della dubitatio: se l’esercizio
metodico del dubbio garantisce la sua eccellenza ontica - « Nel
dubbio, l’ego conferma il suo primato ontico in quanto
cogitatio, ma infirma ogni pretesa all’eccellenza ontica
in quanto causa»(p. 133) -, l’apparire stesso del
contenuto del dubbio attesta l’impossibilità, per l’ego,
di istituire un rapporto immediato di causa-effetto con la totalità
dei propri pensieri. In breve:
L’arretramento
dell’onto-teo-logia della cogitatio davanti all’onto-teo-logia
della causa si compie proprio a causa dell’ego, che, esaminandosi,
constata di non poter soddisfare l’eccellenza causale, anche
se può sempre chiarire l’eccellenza cogitativa (p. 132).
La prima onto-teo-logia dell’ens ut cogitatum – il
cui vertice è l’ego quale cogitatio sui
- si raddoppia, dunque, in una seconda figura, all’interno della
quale l’ens ut causatum trova la propria condizione di
possibilità attraverso il riferimento all’ente per eccellenza,
pensato come causa sui: «Essendo ormai acquisita la dignità
propriamente metafisica del pensiero cartesiano, resta da confermare il
gioco delle due onto-teo-logie attraverso l’esame successivo dei
due enti privilegiati che vengono a esser messi in gioco: l’ego
e Dio»(p. 143). Se la filosofia cartesiana appartiene alla metafisica
e, in virtù di tale partecipazione, pone al tempo stesso le condizioni
per trasgredirla, è necessario verificare un simile assunto con
il primo dei due enti privilegiati di cui abbiamo discusso in precedenza:
l’ego. Dopo un’accurata analisi dei testi cartesiani,
Marion giunge a esplicitare due funzioni in cui l’esercizio della
cogitatio rileva il proprio carattere fondativo: si parla di
una deduzione egologica della sostanza e di una deduzione
egologica del tempo. La prima delle due accezioni fissa l’ego
quale luogo della sostanzialità: l’azione della cogitatio,
rendendo possibile i caratteri stessi dell’ousia, li rende
pensabili a partire dal proprio stesso pensiero; nella seconda delle due
accezioni, diversamente, si ritrova, applicata alla duratio,
la medesima struttura argomentativa adoperata circa la substantia:
la durata dell’ego genera la temporalità della cogitatio.
Se la temporalità è generata dall’ego in
virtù della durata dell’ego stesso, il pensiero
cartesiano sul tempo non potrà che privilegiare l’immediata
presenzialità del presente. A questo punto, si tratta
di verificare se, prendendo in considerazione la temporalità del
passato e del futuro, non sia possibile rilevare delle eccezioni al primato
della presenza al presente [8]. La persistenza dell’evidenza
presente, se domina l’apprensione attuale della mente, non può,
tuttavia, imporsi alla mente se non fin quando quest’ultima vi presta
attenzione. La disattenzione della mente, quindi, sospende la perentorietà
della presenza. Se, come scrive Cartesio in una celebre lettera, «non
possiamo essere continuamente attenti alla stessa cosa, per quanto chiare
ed evidenti siano state le ragioni che ci hanno persuaso in precedenza
di qualche verità»( A Elisabetta, 15 Settembre 1645)[9],
l’evidenza del presente non perviene all’attualità
della cogitatio se non in virtù della memoria
(memoria che potrebbe sempre rivelarsi mendax). In breve: la
disattenzione, sospendendo l’imperio dell’effettività
presente, richiede la mediazione della memoria, che, sottraendosi alla
presenza a sé del presente, dischiude la possibilità del
passato. Sospendendo l’evidenza presente, il passato trova l’orizzonte
del possibile [10]. Se il passato si accorda con la
categoria modale della possibilità, e il presente con
la realtà, il futuro, a dispetto dell’evidenza contraria,
sembra potersi definire alla luce della necessità: l’opportunità
dell’avvenire si lascia pensare – quindi: rappresentare –
solamente in vista dell’attualità della presenza effettiva
del presente. Pensare la libertà a partire dalla rappresentazione
presente, quindi, significa non pensare la libertà; ma la libertà
non si rappresenta, della libertà si fa esperienza. «La
libertà diventa possibile – accede al possibile come al suo
campo proprio – solo oltrepassando la rappresentazione presente»(p.
212): sebbene la rappresentazione giunga sempre ad affermare la necessità
dell’essere presente, pensando, quindi, l’essere del futuro
in virtù della sua già compiuta attualità, non per
questo la libertà è costretta a definirsi attraverso la
propria immediata negazione. La libertà de-cide della propria possibilità
affermando l’esperienza indiscutibile (quindi: non rappresentabile)
delle proprie scelte - arbitrarie ed in-differenti -, di contro all’evidenza
presente che la cogitatio pone in-forma [11].
Per poter trasgredire la presenza dell’evidenza attuale, e dis-chiudere,
in tal modo, l’orizzonte del possibile, l’ego si
decide a sospendere l’ordinario esercizio rappresentativo della
cogitatio; facendo esperienza della possibilità
a venire, apre così la circolarità conchiusa della propria
attuale rappresentazione a un’alterità a esso indeducibile.
La duplicità dell’ego fa segno al raddoppiamento
proprio dell’onto-teo-logia cartesiana: da una parte, l’ego
realizza appieno la propria funzione metafisica determinandosi quale ente
per eccellenza, e imponendo il proprio modo d’essere alla totalità
degli enti (deduzione egologica della sostanza e del tempo);
dall’altra, tuttavia, l’ego abbandona il suo ruolo
di sostanza privilegiata, basato sull’imperio dell’evidenza
presente fondata sulla cogitatio, per guadagnare la propria libertà.
L’ego, in altri termini, non si esaurisce nello statuto
metafisico da lui edificato, ma si apre all’esperienza incomprensibile
della propria libertà.
Dopo aver analizzato l’essere dell’ego, e aver rilevato
l’impossibilità di relegarlo all’interno di quelle
coordinate onto-teo-logiche che pur istituisce, è necessario ora
soffermarsi sull’altro ente privilegiato: Dio.
La
decisione teorica che istituisce metafisicamente l’ego intronizza
anche metafisicamente Dio. Di conseguenza, allo stesso modo in cui
condividono un simile statuto metafisico, essi potrebbero similmente
sistematizzarlo, e, eventualmente, trasgredirlo (p. 217).
Marion
analizza la possibile partecipazione divina all’orizzonte onto-teo-logico,
pensando una correlazione fra l’analisi metafisica degli attributi
di Dio e l’analisi teologica dei nomi divini. Non potendo riproporre
i singoli passaggi dell’argomentazione, ci soffermeremo sui suoi
esiti, per poi porli in relazione con la questione da cui abbiamo preso
le mosse. La teologia cartesiana si raccoglie intorno a tre nomi divini:
al nome divino di infinitum fanno riferimento gli attributi di
sostanza, infinità, indipendenza, immensità e incomprensibilità,
secondo una via negativa; da quello di potentia derivano
gli attributi di creazione e potenza suprema, regolati dall’eminenza
divina; infine, al nome di ens summe perfectum, secondo una via
affermativa, si riferisce l’attributo di suprema intelligenza.
Ora, sia i nomi divini, sia gli attributi che sembrano competergli, se
raccolti attorno ad una compiuta definizione di Dio, si escludono reciprocamente,
dando luogo ad un sistema di contraddizioni [12].
A rigor di termini, non si dovrebbe parlare di semplice esclusione, ma
di una relazione di subordinazione: solo il nome divino di infinitum,
infatti, è in grado di verificare tutti i criteri (incomprensibilità
- non causabilità - non metodicità) che permettevano, in
via ipotetica, di avanzare una possibile distinzione circa i nomi divini
e gli attributi ad essi congeneri. A questo punto, si tratta di relazionare
l’insieme triadico dei nomi divini a quel meccanismo di sdoppiamento
che Marion ritiene essere operante nell’onto-teo-logia cartesiana,
per verificare se, anche in questo caso, tanto nell’analisi di Dio
quanto in quella dell’ego, il pensiero cartesiano si possa
legittimamente definire metafisico solo in virtù di un’istanza
che lo trascende.
L’ens summe perfectum, implicando l’intelligibilità
della totalità del reale, e definendo l’essenza di Dio mediante
la sua suprema intelligenza, sembra corrispondere appieno a quella onto-teo-logia
della cogitatio [13] da noi descritta in precedenza;
diversamente, se pensiamo alla definizione di Dio secondo la potentia
(definizione che porta a pensare Dio come suprema causa sui, ragione ultima
di quell’esistenza cui dobbiamo, secondo la ratio umana, corrispondere),
l’onto-teo-logia della causa sembra essere quella maggiormente indicata
per definirla. L’idea di infinitum non trova posto nel
raddoppiamento cartesiano dell’onto-teo-logia. Questo dato, anziché
indicare una qualche incompletezza nella filosofia cartesiana, manifesta
l’impossibilità di relegarla astrattamente in quell’ambito
metafisico che pur contribuisce a istituire: Dio quale infinitum
è un pensiero non metafisico della metafisica cartesiana su Dio.
L’idea di infinitum eccede l’orizzonte metafisico
nell’istante stesso in cui istituisce le condizioni che lo rendono
possibile.
In sintesi: nella costituzione onto-teo-logica della metafisica cartesiana
vi sono due elementi che non possono essere inscritti all’interno
di quelle coordinate concettuali che, tuttavia, contribuiscono a rendere
pensabili. Ci stiamo riferendo, ovviamente, alla libertà
dell’ego e all’infinità di Dio.
L’ego riusciva a sottrarsi all’imperio dell’evidenza
presente e a conquistare il proprio orizzonte di possibilità solo
decidendosi per una libertà non rappresentabile secondo le categorie
a disposizione della cogitatio; parimenti, l’idea di Dio
quale infinitum è divenuta pensabile nella sua stessa
possibilità solamente eccedendo le formulazioni metafisiche –
ens ut cogitatum, ens ut causatum - messe a disposizione dall’onto-teo-logia.
Il pensiero cartesiano, quindi, istituendo le condizioni
di possibilità dell’onto-teo-logia, contribuisce a fissarne
i limiti: la prima figura dell’onto-teo-logia – l’ego
– si libera dalla metafisica de-cidendosi per l’esperienza
non rappresentabile della propria libertà; la seconda figura, diversamente,
dicendo se stessa con il nome di inifnitum, trasgredisce ed eccede
la totalità di quell’orizzonte metafisico da lei stessa istituito.
La filosofia successiva a Cartesio sembra dimenticare l’eccedenza
- tanto dell’ego-libero quanto del Dio-infinito
- inscritta nella metafisica cartesiana, interpretando se stessa alla
luce di quelle coordinate filosofiche rese disponibili dall’ens
ut cogitatum e dall’ens ut causatum. In tal modo,
la filosofia moderna, prendendo partito per l’una o per l’altra
alternativa, decide di se stessa e delle condizioni della propria legittimità.
Concludiamo con le seguenti parole di Marion:
Chi si collega all’onto-teo-logia dell’ens
ut cogitatum, e secondo quali sistemazioni? Chi dipende dall’onto-teo-logia
dell’ens ut causatum, e secondo quali variazioni? Chi non si
ricollega a nessuno di essi e non accede quindi alla dignità
metafisica? Al prisma dell’onto-teo-logia raddoppiata di Descartes
potrebbe così rivelarsi la vera posterità metafisica
del cartesianesimo (p. 354).
NOTE
[1]
J-L. Marion, Sur l’ontologie grise de Descartes, Vrin, Paris 1975.
[2] «Le Regulae, du fait méme de leur rapport
à la penée aristotélicienne, énoncent les
thèses fondamentales d’une ontologie premièrement
négative. Ou mieux, négatrice des quatre sens de l’Etre
[…] Ces remarques permettent de conclure à une dénégation
de l’ontologie aristotélicienne, mais aussi à une
reprise transposée de ses thèmes: il faut envisager de préciser
ce qui pourrait bien apparaitre comme une ontologie implicitement substituée
– sans élaboration métaphysique – à une
autre: l’ontologie à demi-teintes, l’ontologie grise.
Ontologie grise, parce qu’elle ne se déclare point, et se
dissimule dans un discours épistémologique» (] J-L.
Marion, Sur l’ontologie grise de Descartes, cit., pp. 185-186).
[3] J.-L. Marion, Sur la théologie blanche de Descartes,
Puf, Paris 1981.
[4] «Descartes dèploie donc une théologie,
pour satisfaire à l’instance théiologique de sa métaphysique,
bref pour assurer un fondement à l’ontologie grise. Cette
théologie nous la qualifierons de théologie blanche. Blanche
parce que anonyme et indéterminée, comme un blanc-seing,
qui qualifie son bénéficiaire sans spécifier pour
quelle entreprise […]. La théologie devient blanche parce
que l’ontologie reste grise. L’anonymat du bénéficiaire
renvoie donc à l’indétermination de la fondation que
le fondament devrait assurer» (J.-L. Marion, Sur la théologie
blanche de Descartes, cit., pp. 450-451).
[5] M. Heidegger, Identitat und Differenz, Neske, Pfullingen
1957; tr. it., Identità e differenza, a c. di U. M. Ugazio, in
«Aut-Aut», nn. 187-188, (1982), pp. 2-37.
[6] «Si tratta di comprendere, verificare e quindi
anche falsificare la tesi, proposta da Heidegger, di una costituzione
essenzialmente onto-teo-logica della metafisica […]. Se la costituzione
onto-teo-logica, infatti, delimita rigorosamente la costituzione cartesiana
della metafisica, essa ne fissa i limiti; definendola, quindi, apre la
possibilità del suo superamento»(pp. 28-29). Una ri-definizione
dei caratteri dell’onto-teo-logia heideggeriana è fornita
da Marion nella sua discussione critica circa l’impossibilità
di circoscrivere il pensiero di San Tommaso all’interno di un così
angusto habitus metafisico, cfr. J-L. Marion, Dieu sans l’etre,
Puf, Paris 1991; tr. it., Dio senza l’essere, a c. di A. Dell’Asta
e C. Canullo, Jaca Book, Milano 2008.
[7] «Non giustappongo qui due costituzioni onto-teo-logiche,
duplico una prima costituzione con una seconda, l’una svolgendo
autonomamente, ma in modo completo, una tesi sull’ens in quantum
ens (o ens ut cogitatum, oppure ens ut causatum) e l’altra una tesi
sull’ente per eccellenza (rispettivamente, cogitatio sui e causa
sui). Si tratta dunque di un raddoppiamento e non di uno sdoppiamento
incoerente o conflittuale, perché tutta la prima costituzione viene,
in aggiunta alla sua articolazione, ripresa all’interno della seconda
costituzione come ragione dell’ente in generale»(p. 137).
[8] «Prendendo in considerazione la temporalità
del passato e del futuro secondo Descartes, tenterò certamente
di misurare eventuali eccezioni al primato della presenza al presente,
dunque alla sussistenza persistente come maniera d’essere privilegiata
dell’ente; ma chiederò anche, a contrario, a queste altre
temporalizzazioni di confermare che la questione del tempo decideva, di
primo acchito, la maniera d’essere dell’ente»(p. 204).
[9] R. Descartes, Tutte le lettere: 1619-1650, testo francese
a fronte, a c. di G. Belgioioso, Bompiani, Milano 2005.
[10] «Qui non è il passato a esigere e rendere possibile
la memoria, ma proprio la memoria che, come dissoluzione dell’evidenza
presente che la disattenzione ha appena strappato alla sua effettività,
dischiude il passato: dunque in questo modo essa apre, sospendendo l’effettività
della presenza necessaria, il campo del possibile»(p. 206).
[11] «Descartes, precisamente, decide senza tentare
una conciliazione probabilmente impossibile per la rappresentazione cogitativa;
decide che può decidere (in favore della libertà), anche
se non può comprendere come possa farlo; si decide a prendere una
decisione che non può comprendere, e di cui può rappresentarsi
la possibilità, in quanto la sperimenta al di là della cogitatio
presente all’effettività»(p. 212).
[12] Forniamo alcuni esempi: assumendo l’infinito
quale nome divino, e facendo riferimento agli attributi che gli si riferiscono,
ci si troverebbe nella situazione di dover escludere, fra gli attributi
volti a circoscrivere l’essenza divina, quelli coinvolti nella definizione
di Dio quale ens summe perfectum: l’immensità e l’incomprensibilità
escludono, o al limite subordinano, l’attributo di suprema intelligenza,
incentrato maggiormente sulla relazione fra Dio e le creature. Ancora:
se pensiamo al rapporto che il divino intrattiene con la causalità
efficiente, Dio quale infinitum esercita la causalità, e, esercitandola,
la trascende, in perfetta continuità con le metafisiche medievali
precedenti; diversamente, pensando Dio come potentia, Dio si esercita
alla causalità, «poiché tocca alla mente umana esercitare
su di sé la ricerca di una causa, che ne giustifichi l’esistenza;
Dio soddisfa una causalità che in primo luogo subisce» (p.
274). In merito alla relazione fra Dio quale infinitum e Dio quale potentia,
relazione che subordina la potentia alla causalità e quest’ultima
all’infinità di Dio, riportiamo fedelmente l’analisi
di Marion, analisi che, in questo particolare frangente, noi non condividiamo
affatto.
[13] «La somma di perfezioni offre alla cogitatio
una somma (infinita) di oggetti da pensare, e Dio manifesta tanto più
la sua eccellenza quanto più le sue perfezioni pensabili vi si
trovano effettivamente compiute, dimodoché la perfezione suprema
di Dio porta anche al suo compimento la ricerca del più perfetto
dei cogitata» (p. 278).
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