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Giornale Critico di Storia delle Idee
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“Essere necessitati moralmente
dalla saggezza, essere obbligati dalla considerazione del bene, significa
essere liberi, non essere necessitati metafisicamente. E solo la necessità
metafisica, come abbiamo osservato tante volte, è opposta alla libertà[1]”.
Con queste parole, collocate alla fine della seconda parte dei suoi Essais de Théodicée, Leibniz riassume il
significato complessivo della propria operazione teoretica: presentando una
distinzione intrinseca all’operare di Dio, diviso fra la ‘felice necessità’ (heureuse necessité) di natura morale che
ne vincola l’epifania, e la necessità metafisica che coordina la regione dei possibili
in cui dimora
L’atto creatore con cui Dio
stabilisce l’attualità dei possibili, quindi, lungi dall’essere
‘geometricamente’ necessario, ovvero a tal punto imperscrutabile da sembrare
privo di proporzione e ragionevolezza, appare il risultato di una mediazione
riflessiva guidata, in mente Dei,
dalla compartecipazione della bontà e saggezza divine. In quest’ottica, la
configurazione mondana di cui facciamo esperienza è il prodotto non necessario
di una libera opzione, e l’attualità dei possibili presenti al nostro sguardo,
ivi compresi quei futuri contingenti già preordinati
nel mondo che Dio ha giudicato opportuno preferire, sono null’altro che il
frutto di una libera de-cisione, direttamente correlata alla necessità morale
che ne ha guidato la manifestazione.
Tuttavia, sebbene sia possibile
affermare, rimanendo all’interno del paradigma leibniziano, che la necessità
morale in nulla limiti la potentia Dei,
essendo sempre possibile, in quanto non contraddittoria, una scelta differente[7],
è importante sottolineare, in linea con le problematiche emerse dal fitto
carteggio con Arnauld, che il risultato delle scelte operate da Dio non è più
libero, una volta portato alla presenza, di essere differente da com’è
attualmente, lo status complessivo
del mondo essendo univocamente determinato circa la struttura essenziale che lo
costituisce[8].
Il problema, dunque, come indica il filosofo francese, è di sapere se il legame
esistente fra il contenuto della scelta divina e le future peripezie che
andranno a riguardarlo sia “tale per se stesso, indipendentemente da tutti i
liberi decreti di Dio o se, al contrario, ne dipenda[9]”.
Ciò che Arnauld propriamente vorrebbe sapere è se i possibili, in Leibniz,
siano tali “anteriormente a tutti i liberi decreti di Dio[10]”,
ovvero se la loro natura dipenda direttamente dalla creatio divina. Nel primo caso, come abbiamo sopra preannunciato,
lo spettro di possibilità in cui la voluntas
divina potrà esercitare la propria mediazione creatrice[11]
sarà con-segnato a Dio, non essendo
in Suo potere de-cidere alcunché circa il contenuto dei possibili; nel secondo
caso, al contrario, la potentia Dei,
essendo la condizione di possibilità delle verità eterne, non sarà re-legata ad alcuna originaria
correlazione,
La risposta che il filosofo
tedesco fornirà in questa sede rimarrà immutata nel prosieguo della sua
teoresi: “Io rimango d’accordo con voi e contro
i cartesiani che i possibili siano tali prima
dei decreti attuali di Dio[12]”.
Ora, tacendo sull’errata identificazione che Leibniz compie fra le proprie
posizioni e quelle di Arnauld, ben lontane, su questo tema, dalle
considerazioni che gli vengono erroneamente attribuite[13],
ciò su cui è opportuno soffermarsi è la scelta compiuta da Leibniz. Prendendo
partito per la prima delle due opzioni, il filosofo di Lipsia uniforma la
condotta divina ad una struttura formale – le verità eterne – ad essa
co-originaria, un dominio archetipale inevitabilmente coinvolto nella struttura
intrinseca delle sue decisioni. Non è un caso, dunque, che sia la natura morale
del divino a consentire al filosofo di procedere in mente Dei, nei Suoi labirinti, nelle pieghe del Suo edificio
intellettuale, nella pienezza delle Sue manifestazioni naturali, divenendo così
specchio vivente di quell’armonia che circonda ‘quella’ città felice,
governata dal migliore Architetto e Monarca possibile. Se è questa correlazione
che guida la condotta di Dio, consegnando al viator le chiavi della propria intelligibilità, non sorprende che
vi debba essere una ragion sufficiente
per queste scelte, una ragione a tal punto cogente da non poter essere
smentita, pena l’impossibilità di esibire un farmaco per l’esistenza del male,
un ragionamento chiaro e distinto sulla luce del misterium Dei, un discorso su quel brulicare monadico che rifiuta
l’esistenza del vuoto.
Potrà allora Dio modificare
qualcosa nel mondo?: “Di sicuro non potrebbe cambiarlo senza venir meno alla sua saggezza, dato che ha previsto
l’esistenza di questo mondo e di quel che contiene, e anche perché ha preso la
risoluzione di farlo esistere (…) Essendo ogni cosa regolata fin dal principio,
è soltanto questa necessità ipotetica
a far sì che, dopo la previsione di Dio, o dopo la sua risoluzione, niente
possa esser cambiato: e tuttavia gli
eventi restano in se stessi contingenti[14]”.
Questo assunto verrà confermato, nel celebre carteggio con Samuel Clarke, al
termine dell’avventura intellettuale leibniziana: “Dopo che le cose, insieme
con i loro rapporti, sono state decise, non
v’è più scelta né nel tempo né nel luogo, che in sé stessi non hanno nulla
di reale e nulla di determinante[15]”.
La necessità morale che guida
l’operare divino, se non elimina la contingenza radicale della sua condotta,
che avrebbe potuto dare luogo a diverse configurazioni mondane, ne circoscrive
tuttavia i risultati, non più liberi, una volta creati, di essere differenti.
La de-cisione prodotto da Dio, quindi, finisce per stabilire nella sua
immutabile fissità la restante totalità di quei possibili che non sono stati
condotti all’esistenza. Certo, il Creator
mundi ha scelto liberamente; avrebbe potuto compiere, sostando sul dominio
della necessità assoluta, scelte affatto differenti, senza dare luogo ad alcuna
intrinseca contraddizione; tuttavia, per rimanere fedele alla propria struttura
morale, per dare corpo e forma alla propria saggezza, si trova ora costretto a
non poter più modificare alcunché della propria disposizione creatrice. Se
agisse così, infatti, scompaginando il piano originario della creatio, e ricercando nell’attualità
dell’esistente la memoria della passata virtualità che lo riguardava, verrebbe
meno, non alla bontà delle sue disposizioni, ma a quell’ordine ‘sapiente’ che
ne ha guidato le riflessioni. Intervenendo nuovamente nel mondo, Dio violerebbe
quel principio “in virtù del quale consideriamo che nessun fatto può essere
vero o esistente e nessuna proposizione vera, senza che vi sia una ragione sufficiente perché sia così e
non altrimenti[16]”.
Se in Leibniz l’in-stans
della libertà divina si accompagna – già da sempre – alla possibilità della
propria negazione, è altresì vero che la necessità di ogni esistente serba in
sé la memoria della contingenza che ha perduto, quasi fosse una traccia, appena
accennata e tuttavia percepibile, della bontà che ne ha accompagnato
l’epifania. Ma se tutto ciò è vero per gli esistenti presenti al nostro
sguardo, cosa rimane da dire di quei contingenti il cui futuro negato è
un’esistenza andata per sempre sfiorendo? Il futuro che i contingenti si sono visti negare è un futuro perduto: la compossibilità finita degli esistenti, richiesta per la
non contraddittorietà dell’atto creatore, e l’immutabilità della de-cisione
divina, funzionale alla necessità morale delle proprie scelte, infatti, non
ammettono né possono ammettere repliche, linee di fuga, tracce minute di una
possibilità contraria. La potentia Dei,
disponendo del miglior piano possibile, sapientemente selezionato dal proprio intellectus, in-forma la sua ‘creatura’
della propria bellezza, relegando i restanti contingenti – incompossibili con
il progetto portato alla presenza – in una virtualità oramai definita, che continua a ricevere lo status di ‘contingente-possibile’ solo
in virtù della propria – perfecta – non
contraddittorietà.
I possibili esclusi dal piano
della creazione divina, in conclusione, pur rimanendo contingenti absolute, conservano un’attualità
negata. In tal modo, se l’enfasi leibniziana sulla contingenza delle
determinazioni future è funzionale a conservare la libertà di Dio nei riguardi
della propria creatio – respingendo, ante litteram, le ben note accuse di
costringere in un legame univoco i progetti della voluntas Dei –, la continua sottolineatura dell’impotenza divina circa l’immutabilità
dei risultati sopraggiunti in seguito alla creazione, è invece necessaria per
salvaguardare la leggibilità di un mondo che, pur essendo creato da un Dio
infinitamente onnipotente, deve poter conservare – alla luce di una proportio inclusiva – dei margini
stabili, ovvero dei punti archimedici su cui l’episteme umana possa far leva per conquistare il pieno possesso
delle proprie fatiche intellettuali[17].
A questo proposito, in un
passaggio degli Essais de Théodicée
poco discusso dai suoi interpreti, Leibniz fa riferimento ad alcuni autori che
ritiene opportuno identificare criticamente: “Sono ben lontano dalle opinioni
di Bradwardine, di Wyclif, di Hobbes
e di Spinoza i quali, a quanto pare,
insegnano questa necessità del tutto matematica[18]”.
In verità, a dispetto della ricostruzione fornita dal filosofo tedesco, Thomas
Bradwardine, fervido agostiniano oxfordiense[19],
figura imprescindibile per comprendere quella “metamorfosi del discorso
scolastico[20]” che
prese piede fra le due condanne parigine a cavallo del XIV secolo[21],
non si riconoscerebbe affatto nella descrizione sopra riportata. Il Doctor Profundus, infatti, lungi
dall’essere il fautore di una rigida concatenazione necessaria del reale,
sembra riproporre, in una quaestio
sui futuri contingenti[22],
le medesime dinamiche che saranno proprie del più maturo discorso leibniziano.
Se, come suggerisce Eugenio Randi, “il dibattito sui futuri contingenti in
Inghilterra, durante gli anni Trenta e Quaranta del Trecento, nasconde e
implica uno scontro fra due diversi concetti di Dio e della potentia Dei absoluta[23]”,
porteremo alla luce, attraverso un’indagine sulla potenza divina, una
filiazione – tematica e lessicale – presente nel dibattito consumatosi fra le
pagine serotine della tardo-scolastica e la speculazione di Leibniz. Dato che
il miglior modo per farsi largo nell’imponente costruzione del magister agostiniano è quello di
rileggere la problematica dei futuri contingenti attraverso il dibattito sulla potentia Dei, occorrerà prendere spunto
dall’analisi che Bradwardine compie della distinzione absoluta-ordinata. Il Doctor
Profundus, riproponendo i
risultati emersi dalla teoresi ockhamiana[24],
insiste sull’unicità del potere divino: “Potentia
absoluta est illa potentia ordinata, sed tamen est potentia absoluta ut indeterminata
est ad utramque partem contradictionis; et potentia ordinata est illa eadem ut
est determinata ad alteram partem contradictionis tantum[25]”.
La distinzione absoluta-ordinata,
dunque, lontana dal costituirsi come una diade reale nelle pieghe della voluntas Dei, è il risultato di un modus loquendi frutto della creaturalità
dell’intelletto umano, un espediente euristico funzionale a non risolvere, nel
suo aspetto formale, lo stra-potere divino nell’orizzonte univocamente
determinato dell’universo mondano. Lontana dalla visione ‘operativa’ della
distinzione, patrimonio della tradizione scotista, l’indagine portata avanti da
Bradwardine accoglie le modifiche strutturali[26]
che il Venerabilis Inceptor aveva
apportato alla fragilità epistemica introdotta dal Doctor Subtilis. Se in Scoto, infatti, la potentia absoluta eccedeva infinitamente l’attualità dell’ordo in-formato de potentia ordinata[27],
in Ockham, al contrario, la relazione fra le due potenze veniva a trovarsi
temporalmente determinata: fermo restando l’onnipotenza, la potentia Dei absoluta era ciò che,
‘prima’ della creazione del mondo, aveva determinato originariamente le sue
condizioni, consegnando al proprio agire ‘ordinato’ la futura supervisione
della creatura.
Thomas Bradwardine presenta la
soluzione al problema dei futuri contingenti rimanendo fedele alla distinzione
‘logica’[28]
fra le due potenze presentata da Ockham: sebbene gli eventi futuri siano
contingenti se considerati in forza della
potentia
Dei absoluta[29],
lo scenario cambia radicalmente non
appena si affronti la medesima questione alla luce della potenza ordinata, l’unica a cui l’homo viator possa fare concretamente riferimento. Sostando
nell’infinito spettro di possibilità formalmente
dischiuso prima della creatio,
possiamo infatti immaginare come possibile un serie di eventi che non si sono
storicamente realizzati; tuttavia, non appena si abbandoni questo costrutto
ipotetico, e si scelga di giudicare l’unico dominio di esperienza possibile, si
giungerà a comprendere che l’intero creato non è altro che un’individuazione
(de)terminata di quella
compossibilità originaria disponibile alla voluntas
Dei. All’interno di quest’ottica, la totalità degli eventi preordinati da
Dio non è libera di presentarsi altrimenti, e l’intero piano della ordinato andrà svolgendosi secondo il
progetto stabilito ab origine dalla
sapienza divina[30].
L’enfasi di Bradwardine sulla non necessità degli eventi passati e
futuri, alla luce di ciò che è possibile a Dio – id est: a ciò che ‘sarebbe stato possibile’ de potentia absoluta –, si trasforma così in un plesso
argomentativo necessario per difendersi dall’accusa di costringere l’operare
divino in uno schematismo a tal punto vincolante da metterne in dubbio
l’onnipotenza[31]. Le
considerazioni svolte dal Doctor
Profundus saranno, in tal modo, perfettamente funzionali alla polemica
anti-pelagiana contro quei teologi, di matrice scotista, a cui sarà consacrata
la sua opera più importante (De Causa Dei
contra Pelagium[32]):
“Sostenendo la necessità sub conditione
degli eventi futuri, la concezione che Bradwardine ha della potentia Dei absoluta per un verso
certifica la ‘leggibilità’ dell’universo effettivamente creato (…), per l’altro
serve al suo ‘antipelagianesimo nella misura in cui finisce col presentare la
predestinazione come un dato di fatto in sé contingente ma ora necessario[33]”.
Nonostante i suoi sforzi,
Bradwardine non è in grado, al pari di Leibniz, di assegnare allo contingenza
altro status che quello di una
possibilità che dice stessa disdicendosi, cioè negando, in actu exercito, le condizioni della propria stessa possibilità.
L’accadere degli eventi, infatti, essendo predisposto ad abitare una porzione
circoscritta di esistenza, non potrà che ribadire l’ordinatio divina, dandole il ‘corpo’ necessario per confermarne la previsione. In un mondo che non può più
essere stravolto dalla potentia Dei, la contingenza degli accadimenti si
trasforma in un fantasma intellettuale, un sistema di segni che non serba più traccia alcuna della propria possibilità
inaudita.
L’itinerario intellettuale di Gregorio da Rimini è
un perfetto esempio per confermare le nostre considerazioni. Prendendo
posizione nella diatriba sui futuri contingenti, e sostenendo la non neutralità
del loro valore logico – data l’immutabilità divina, l’accadere dell’evento
implica, già da sempre, un determinato fattore di verità[34]
– , il ‘tortor infantium’ si
interroga sul rapporto che sussiste fra l’onnipotenza di Dio e il corso
temporale degli accadimenti mondani. De
potentia Dei absoluta, è certo possibile che una cosa passata non sia
passata, come è legittimo che un determinato futuro non verrà ad essere[35].
Nel presente eterno di Dio, infatti, l’esistenza di Adamo non è alcunché di
passato, dunque potrebbe non far parte del mondo che la potenza divina ha
deciso di creare senza dare vita ad alcuna contraddizione; tuttavia,
analizzando la questione alla luce dell’attuale corso temporale, l’unico
disponibile all’intelligenza delle creature, l’atto con cui Dio ha scelto di
creare Adamo, essendo il risultato di un’autentica de-cisione, viene
immediatamente a costituirsi come un dato non più altrimenti questionabile. I
due ipotetici corsi temporali – X è stato passato/ X non è stato passato – non possono attualizzarsi simultaneamente in
una diade priva di contraddizione; in caso contrario, qualora si realizzassero,
finirebbero per introdurre nell’intellectus
divino una differenziazione che verrebbe a minarne l’immutabilità. In questo
modo, pensando la potentia Dei come
impotente di fronte alla contraddizione, lo stesso Gregorio è costretto a
circoscrivere la sovrana libertà della volontà divina in un presente eterno che
non può essere significato discorsivamente se non per il tramite della propria
negazione. Anche se lo spazio che ci troviamo ad occupare avrebbe potuto, de potentia
absoluta, essere affatto differente – nulla costringeva in termini assoluti
la voluntas Dei a scegliere questo determinato corso temporale –, il fatto
che Adamo sia passato comporta che egli lo sia stato da tutta l’eternità[36].
L’esser passato di Adamo, quindi, essendo già da sempre consegnato alla
supervisione della potenza ordinata di Dio, esclude di principio l’opportunità
che i plessi temporali che ne definiscono le condizioni possano in qualche modo
cambiare. Unico è il corso temporale che ci troviamo attualmente a vivere, ed
unica è la scelta divina che ha deciso di porlo in-forma: la contingenza che i
‘possibili’ sembrano poter rivendicare alla luce della potenza assoluta di Dio,
dunque, altro non è che un espediente formale necessario per non circoscrivere
il dominio di azione del Creator mundi
in uno spazio a tal punto vincolante da mettere in discussione il libero
spettro della Sua potentia. Qui è Ockham a dominare la scena[37].
È l’irrevocabilità della scelta divina a costituire la cartina al tornasole per
farsi largo nella selva di quaestiones
interessate a chiarificare le trame intelligibili dell’ordinatio; ed è la distinzione di natura meramente formale fra le
‘due’ potenze a giustificare l’immutabilità dell’universo creato, lasciando
così in dote all’uomo le chiavi del suo segreto. Non è allora degna di sorpresa
la reazione di quei ‘cantori’ radicali dell’onnipotenza divina cresciuti
nell’ombra di Duns Scoto: richiamandosi all’esegesi ‘giuridica’ proposta dal
Dottor Sottile, tanto Robert Holcot[38]
quanto Adam Wodeham[39]
e Thomas Buckingham[40],
con esiti diversi e con un differente bagaglio dottrinale[41],
si rifanno criticamente alla traditio ockhamiana,
con l’intenzione di non ridurre, attraverso l’identificazione del potere
divino, ad un passato remoto il libero esercizio della Sua voluntas.
L’esempio più chiaro per dare forza a questa
visione alternativa è quello di Robert Holcot. In una delle Quaestiones quodlibetales dedicate al
problema dei futuri contingenti, prima di formulare la propria risposta al
quesito in esame, il domenicano ripercorre, con piena consapevolezza storica,
le due modalità con cui è possibile descrivere l’operare divino[42]:
allontanandosi dalla responsio ockhamiana
– Dio non agisce se non in virtù della propria potentia ordinata –, Holcot interpreta la potentia Dei absoluta, non come una forza propulsiva consegnata
all’eterno passato del mondo, ma come
un dispositivo universalmente disponibile alla volontà divina. Seguendo
un’analogia di stampo scotista[43],
il domenicano descrive il dominio di azione dell’onnipotenza di Dio attraverso
una metafora ‘regale’: “Sicut princeps qui est supra legem potest aliquem actum facere sine peccato vel
malitia qualem existens sub lege nullo modo potest facere sine peccato, ita Deus non perficiendo quod promisit
facit sine malitia falsitatis vel periurii, quod tamen existens sub lege nullo
modo potest facere. Et sic decendum est quod Deus potest facere oppositum illius quod se promisit facturum vel omittere
quod se iuravit facturum[44]”.
Su questa linea si pone lo stesso Buckingham, quando, sempre in una quaestio sui futuri contingenti,
rifiutando la solutio offerta da
Bradwardine[45] [45],
si richiama a Duns Scoto, allontanandosi in tal modo dall’esegesi offerta dal Doctor Profundus[46].
Il positivo riferimento al Dottor Sottile, quindi,
proprio in un plesso concettuale a tal punto decisivo, sottolinea come la
reazione agli esiti necessitaristici conseguiti dalla tradizione ockhamiana
possa essere articolata, nel dominio storico e teoretico disponibile a quegli
autori, proprio facendo riferimento alla concezione ‘operativa’
dell’onnipotenza di Dio. La potentia Dei,
in-formando di sé la totalità del creato, e non trovandosi, parimenti, in alcun
modo vincolata ai risultati del proprio ‘aver voluto’, di-segna nuovi scenari intellettuali, ovvero differenti forme di episteme non riducibili ad un costrutto
intelligibile interpretabile nell’ottico di un perpetuo possesso. Il viator, consapevole di abitare la
fragilità di un universo mai univocamente de/terminato, ‘conosce’ la contingenza del futuro e la possibilità dei
suoi molteplici accadimenti; mai, dunque, potrebbe porre in dubbio la
‘regalità’ del potere divino senza la certezza di negarne la potentia. L’onnipotenza di Dio, infatti,
all’interno dell’ottica scotista, non è in alcun modo limitata dal risultato
della propria voluntas: se ha
stabilito, ab origine, di dare vita
ad una configurazione mondana, non per questo è attualmente impotente di fronte
all’esito che ha deciso di porre in essere. Dio è dunque tanto libero di
uniformare le proprie azioni future alla porzione mondana che ha stabilito di
creare, quanto è ancora nelle condizioni, grazie alla propria potentia absoluta, di modificare le
proporzioni conoscitive attualmente vigenti. Questo significa che la totalità
dei contingenti che non sono stati condotti all’esistenza, potrebbero, se Dio
solo lo volesse, far parte di quel mondo che si erano originariamente visti
negare. Nell’interpretazione di Scoto, il rapporto Creatura-creatura non è
infatti articolato secondo una relazione biunivoca: è tanto necessario che l’intellectus di Dio conosca perfettamente
I risultati appena conseguiti dimostrato quanto la
prospettiva di Leibniz sia lontana da questa traditio scotista, lasciando presagire una vicinanza, tutt’altro
che marginale, con alcuni plessi della teoresi ockhamiana, sia per quanto
concerne il ruolo della distinctio all’interno
della ‘dialettica’ dei poteri divini, sia per quanto riguarda il problema dei
futuri contingenti. Certo, alcuni passaggi presenti nel corpus leibniziano sembrano condurre altrove: una delle
dimostrazioni dell’esistenza di Dio, ad esempio, così come viene discussa nella
Monadologia[49],
pare vicina a quella ‘coloritura’ dell’argomento anselmiano proposta da Scoto
nel suo
Tractatus de primo principio[50]
(affinché sia possibile dare prova dell’esistenza di Dio, è prima necessario
dimostrare la possibilità del suo concetto, dunque la sua non immediata
contraddittorietà); tuttavia, a dispetto di questa consonanza, sono altre le
tracce che permettono di rinvenire un diretto rapporto di filiazione fra il
filosofo tedesco e la tradizione, lato
sensu, ockhamiana. Non potendo in questa sede ripercorrere le svariate
occorrenze in cui il nostro assunto di partenza possa trovare le condizioni per
essere corroborato, ci limiteremo ad alcuni rinvii testuali particolarmente
significativi e paradigmatici.
Nel Discours
de métaphysique, ad esempio, tanto la modalità con cui vengono distinte le
azioni divine, quanto la descrizione dell’esperienza del miracolo, sono
perfettamente congruenti con la nostra interpretazione: “Le volontà o azioni di
Dio vengono comunemente distinte in ordinarie
e straordinarie. Ma è bene
riflettere che Dio non fa nulla fuori
dell’ordine[51]”.
Nel capitolo successivo, a proposito del ruolo ricoperto dal miracolo: “Ora, poiché nulla può accadere che non rientri
nell’ordine, si può dire che anche i
miracoli rientrano nell’ordine, come tutte le operazioni naturali[52]”.
I passaggi citati avrebbero potuto trovare collocazione in una delle quaestiones del Venerabilis Inceptor senza destare la benché minima sorpresa:
anziché essere ‘segno’ della potentia Dei,
frutto stra-ordinario di una volontà sovrana, il miracolo è qui un evento
naturale, perfettamente integrato nell’ordine stabilito ab aeterno dall’ordinatio
divina; lontano dal costituirsi come un’improvvisa manifestazione della voluntas Dei, l’accadere del miracolo è
così in pieno accordo con l’agire ‘ordinario’
di Dio, non potendo Egli dare prova di sé se non all’interno di quell’ordine
che ha de-ciso – originariamente – di preferire.
Questi esempi confermano quanto la speculazione
leibniziana dipenda, nei suoi plessi concettuali, da quel bagaglio metafisico
formulato dalla traditio ockhamiana.
Il richiamo ‘formale’ alla potentia Dei
absoluta, dunque, come l’opportunità di intendere un agire ‘straordinario’
di Dio da porre accanto alle Sue azioni ‘ordinarie’, non fa riferimento ad
alcuna possibilità concretamente attualizzabile. Sostenere che l’universo
mondano avrebbe potuto essere differente, è così funzionale a richiamare,
declinandola al passato, una diversa opportunità creatrice; tuttavia, questo
mondo, ovvero lo spazio finito che è lasciato in dote all’uomo costretto a
transitare nel ‘secolo’, non è più libero di essere differente, la struttura
che lo costituisce essendo da sempre determinata. L’insieme degli universi possibili, disposti ab origine nell’intelletto divino, e
l’umana consapevolezza di questa originaria possibilità, non sono altro che
semplici tracce di un’indifferenza
creatrice invero mai costituitasi come tale.
La totalità di ciò che è non può vedersi
modificare il proprio status; ma ciò
che attualmente esiste, avrebbe potuto essere differente: fare riferimento a questa
possibilità negata non ha quindi altro scopo che quello di differire
l’identificazione, di matrice abelardinana[53],
fra l’ordine attualmente esistente e l’impotenza divina a volere il contrario,
in una congiuntura storica vicina alla condanna parigina comminata da Tempier[54].
È all’interno di quest’ottica, ad esempio, che andrebbero collocati i rilievi
ockhamiani sull’opportunità che Dio possa dare vita ad un mondo migliore (Utrum Deus possit facere mundum meliorem
isto mundo[55]):
il Venerabilis Inceptor, decostruendo
la struttura archetipale che innervava la ratio
tomista, e sostenendosi sull’autorità di Agostino, può benissimo sostenere,
senza dare adito ad alcuno scandalo, che Dio potrebbe creare un mondo migliore
sotto il profilo della bontà essenziale, specificamente distinto da quello
attuale[56].
La realizzazione di una simile possibilità, infatti, non è in alcun modo
contraddittoria; tuttavia, in linea con i rilievi svolti in precedenza, è
importante sottolineare come una simile concreta eventualità, disponendosi
verticalmente rispetto alla linearità dell’ordinatio
divina, sia ben lungi dal costituirsi come una possibilità effettuale, una
sfera di azione stra-ordinaria sempre disponibile alla potentia Dei[57].
È questo stesso costrutto concettuale ad accompagnare
l’indagine leibniziana, collegando come una corda tesa gli esordi metafisici
alle pagine serotine dei suoi Essais de
Théodicée. Scrive Leibniz nel Discours:
“Ogni connessione o derivazione è di due tipi, la prima è assolutamente
necessaria e di essa il contrario implica contraddizione, e questa deduzione si
verifica nelle verità eterne, quali sono quelle della geometria; l’altra,
invece, non è necessaria che ex hypothesi,
e, per così dire, per accidente, ma in se stessa è contingente, perché il suo contrario
non implica contraddizione. Questa conclusione è fondata non già sulle idee
pure di Dio o sul suo intelletto puro e semplice, ma sulle sue libere decisioni[58]”.
A questo proposito, è importante sottolineare che il secondo termine della
connessione, a dispetto dello stesso Leibniz, pur essendo contingente in
termini assoluti – il suo contrario non essendo immediatamente contraddittorio
–, è destinato, non appena si disponga in opera il volere divino, a vedersi
negare quello status di ‘possibile’
che era legittimo attribuirgli prima
della creazione. Ora, certamente il filosofo tedesco continua ad insistere
sulla contingenza dell’evento creato, ma, in verità, la ‘fragilità’ epistemica
che sembra poterlo caratterizzare non è altro che la traccia di quella libertà
divina che, nel momento atemporale precedente alla creatio, ‘avrebbe potuto’ scegliere altrimenti. Tuttavia, non
appena la voluntas Dei si determini, dando forma al miglior mondo
possibile, l’accadimento mondano – venendo meno l’opportunità di poter esser
diversamente – divine necessario, ma di una necessità ‘geometrica’. Da questo
momento in poi, allora, il contingente, necessario ex hypothesi, non potrà più cambiare; se accadesse il contrario,
infatti, la necessità ipotetico-morale di Dio, che ne ha ‘inclinato senza
necessitare’ la scelta, verrebbe smentita, minando alla radice l’intera
teodicea.
La de-cisione divina, dunque, spoglia l’evento di
ogni possibile contingenza. In questo modo, la totalità degli accadimenti pre-ordinati nella creazione non potrà
presentarsi se non all’interno di quell’unico
orizzonte che Dio ha stabilito potesse rispecchiare
È questa stessa indistinzione della potentia
Dei, che comporta l’impossibilità di intervenire nuovamente nel mondo per
sconvolgerne le proporzioni, a guidare la prosecuzione del dialogo fra Valla e
Boezio con cui Leibniz chiude i suoi Essais
de Théodicée. Nell’appartamento più bello, situato al vertice della
piramide, è possibile vedere il miglior mondo possibile, quello che Giove non
poteva non scegliere (il ne pouvoit
manquer de choisir), data l’immensa saggezza che l’ha determinato all’azione. Il più terribile degli eventi, se posto al
vertice di questo edificio, è necessario alla sua perfezione. Tuttavia, ogni
attore di questo teatro, prima della creatio divina, è in se stesso
contingente, libero, cioè, di non essere condotto all’esistenza
dall’onnipotenza di Dio. Ma non appena Egli si decida a dare forma alla propria
‘creatura’, la contingenza di cui ogni maschera è partecipe, individuandosi,
quindi prendendo posto nella cavità del teatro, è ora/mai perduta. Se tutto ciò è vero, allora la contingenza che
Leibniz continua ad attribuire agli enti mondani è una contingenza che continua
a caratterizzarli solo alla luce di quell’in-stans in cui l’Architetto, soppesando le
vite degli attori all’opera nella Sua rappresentazione, ha de-ciso quali
maschere avrebbero occupato la scena.
È dunque contingente il nostro dolore, solamente
poiché la volontà di Dio avrebbe potuto dare luogo ad un’altra commedia. Ma il
nostro alter/ego – il dominio infinito delle maschere compossibili a cui stata
negata l’esistenza –, non appena prenda corpo
la de-cisione divina, è costretto a ripiegare nell’ombra di un futuro perduto. ________________________________ Note:
[1] G.W. Leibniz, Essais de Théodicée sur la bonté de Dieu, la
liberté de l’homme et l’origine du mal (1710), trad. it., Saggi di Teodicea sulla bontà di Dio, la
libertà dell’uomo e l’origine del male, a c. di S. Cariati, Bompiani,
Milano 2005, p. 603.
[2] G.W. Leibniz, Discours de métaphysique (1686), trad.
it., Discorso di metafisica, in Scritti filosofici, a c. di D.O. Bianca,
Utet, Torino 1967 (Vol. I).
[3] “Bisogna distinguere fra il certo
e il necessario: tutti infatti sono d’accordo nell’ammettere che i futuri
contingenti sono certi perché Dio li prevede, ma non per questo si ammette che
siano necessari (…) Dirò che ogni connessione o derivazione è di due tipi, la
prima è assolutamente necessaria e di essa il contrario implica contraddizione,
e questa deduzione si verifica nelle verità eterne, quali sono quelle della
geometria; l’altra, invece, non è necessaria che ex hypothesi, e, per così dire, per accidente, ma in sé stessa
contingente, perché il suo contrario non implica contraddizione”, Ibid., p. 76.
[4] Che la distinzione fra le verità
di ragione, il cui opposto è impossibile comportando contraddizione, e le
verità di fatto, in se stesse contingenti, a sua volta articolata secondo i “due
grandi principi”, quello di non contraddizione e di ragion sufficiente,
rappresenti un nodo fondamentale per affrontare le questioni chiamate in causa
dalla teoresi leibniziana, è ampiamente documentabile a partire dalla continua
e metodica riproposizione di questo plesso concettuale nell’opera omnia di Leibniz. Limitandoci alle
più note opere di carattere eminentemente metafisico, oltre ai passaggi testé
citati del Discours, possiamo vedere
all’opera questa unità discorsiva tanto nel De
rerum originatione radicali (1697), trad. it., Sull’origine radicale delle cose, in Scritti filosofici, cit.,
pp. 217-225 e nei Les principes de la
philosophie ou
[5] Operare una simile
identificazione, infatti, significa “confondere ciò che è necessario di
necessità morale, vale a dire in base al principio della saggezza e della
bontà, con ciò che è necessario di necessità metafisica e assoluta, che si ha
quando il contrario implichi contraddizione. Perciò Spinoza cercava una
necessità metafisica negli eventi: credeva che Dio fosse determinato non dalla
propria bontà e della propria perfezione (…) bensì dalla necessità della
propria natura – così come il semicerchio è necessitato a contenere soltanto
angoli retti, senza averne né la conoscenza né la volontà”, G. W. Leibniz, Saggi di Teodicea, cit., p. 501.
[6] Questi autori, infatti, “col
pretesto di liberare la natura divina dal giogo della necessità, hanno voluto
renderla del tutto indifferente, di un’indifferenza di equilibrio, senza
considerare che, quanto la necessità metafisica è assurda rispetto alle azioni
di Dio ad extra, altrettanto la
necessità morale è degna di lui. È una felice necessità quella che obbliga il
saggio a ben fare, mentre l’indifferenza rispetto al bene e al male sarebbe
segno di un difetto o di bontà o di saggezza”, Ibid., p. 503.
[7] “Rispondo che è la bontà a
spingere Dio a creare, affinché possa comunicare il proprio essere; e questa
stessa bontà, unita alla saggezza, lo porta a creare il meglio: ciò comprende
tutta la serie, l’effetto e le vie per realizzarlo. Ve lo porta senza
necessitarlo, perché non rende impossibile ciò che ha escluso la scelta.
Chiamare ciò fatum significa
intendere il fato in un senso buono, che non è affatto contrario alla libertà”,
Ibid., pp. 589-591.
[8] Scrive Arnauld: “Ho creduto di
poter inferire che Dio era sì libero di creare o di non creare Adamo, ma che,
supposto che l’avesse voluto creare, tutto ciò che in seguito è accaduto al
genere umano ha dovuto e deve accadere per una necessità fatale; o almeno che
Dio, una volta creato Adamo, non abbia libertà rispetto al tutto che ne è
derivato, più di quanto abbia di non creare una creatura capace di pensare, una
volta che abbia creato me”, G. W. Leibniz, Dal
carteggio con A. Arnauld (1686-1687), in Scritti filosofici, cit.,
p. 112.
[9] Ibid., p. 113 (la citazione è lievemente modificata).
[10] Ibid., p. 114.
[11] Che si tratti di un’autentica
‘mediazione’, è ammesso dallo stesso Leibniz quando, riconoscendo la “suprema
necessità delle verità eterne “ (supreme
necessité des verités eternelles), descrive il ‘processo’ (atemporale) che
ha portato all’attuale configurazione mondana: “Bisogna concludere che Dio
vuole tutto il bene in sé antecedentemente, che vuole il meglio
conseguentemente come fine, che talvolta vuole l’indifferente e il male fisico
come mezzo, ma che non vuole permettere il male morale se non a titolo di sine quo non, o di necessità ipotetica,
che lo lega al meglio”, G. W. Leibniz, Saggi
di Teodicea, cit., pp. 241-243.
[12] G. W. Leibniz, Dal carteggio con A. Arnauld, cit., p. 122 (corsivo nostro).
[13] A prescindere dalla personale
posizione di Arnauld circa la libera creazione delle verità eterne (è
importante sottolineare, infatti, come, nel corso del carteggio, Leibniz prenda
le distanze da tale dottrina senza che Arnauld si richiami criticamente, nel
corso della sua risposta successiva, ad un tale assunto: “le nozioni più
astratte contengono solo le verità necessarie od eterne, che non dipendono per
nulla dai decreti di Dio – checché ne pensiono i cartesiani, dei quali, su
questo punto, voi non vi siete occupato”, Ibid.,
p. 119), è ampiamente documentabile il rifiuto del filosofo francese di
qualunque posizione tesa a sostenere la necessità e immutabilità dell’ordine
mondano attualmente esistente, a scapito
di quell’onnipotenza divina che dovrebbe dirsi libera, in ogni istante, di
modificare le strutture formali della propria creazione. Sulla relazione fra
Arnauld e le verità eterne, G. Rodis-Lewis, Polémiques sur la création des possibles et sur l’impossible dans
l’école cartèsienne, “Studia Cartesiana” 2, 1981, pp. 105-123, e G.
Gasparri, Le grande paradoxe de M.
Descartes. La teoria cartesiana delle verità eterne nell’Europa del XVII secolo,
Leo S. Olschki, Roma 2007 (in part., pp. 1-60). Sul ruolo dell’onnipotenza
divina all’interno della teologia di Arnauld, V. Carraud, Arnauld théologien cartésien? Toute-puissance, liberté d’indifférence et création
des vérités éternelles, “XVIIème siècle” 2, 1996, pp.
259-276, trad. ingl. in Interpreting
Arnauld, a c. di E. Kremer, University of Toronto Press, Toronto 1996, pp.
91-110; S. Nadler, The Best of All
Possible World. A Story of Philosopher, God, and Evil, trad. it., Il migliore dei mondi possibili. Una storia di filosofi, di Dio e del Male, a c. di F. Piro, Einaudi,
Torino 2009 (in part., pp. 161-209).
[14] G. W. Leibniz, Saggi di Teodicea, cit., p. 279 (corsivo nostro).
[15] G. W. Leibniz, Carteggio Leibniz-Clarke (1715-1716), in
Scritti filosofici, cit., p. 356 (corsivo nostro).
[16] G. W. Leibniz, I Principi della Filosofia o Monadologia,
cit., p. 288 (corsivo nostro).
[17]
In questo contesto, non è certo casuale il riferimento continuo,
presente in tutta l’opera leibniziana, alla posizione cartesiana, duramente
criticata per aver sostenuto la dipendenza della verità eterne dall’arbitrio
insondabile della potentia Dei. Già
nell’incipit del suo Discours, ad esempio, citando
implicitamente il filosofo francese, Leibniz rifiuta la sottile pericolosità di
una simile posizione teoretica: “Dicendo che le cose non sono buone per una
qualche regola di bontà, ma solo per la volontà di Dio, si distrugge, mi
sembra, senza pensarvi, tutto l’amore di Dio e tutta la sua gloria. Perché,
infatti, lodarlo di ciò che ha fatto, se fosse egualmente lodevole nel caso che
avesse fatto tutto il contrario? (…) Perciò io trovo molto strana l’espressione
di certi filosofi, che le verità eterne della metafisica e della geometria, e,
di conseguenza, anche le regole della bontà, della giustizia e della
perfezione, sono effetti della volontà di Dio, mentre, secondo me, non sono che
conseguenze del suo intelletto, che certo non dipende affatto dalla sua
volontà, più che non ne dipenda la sua essenza”, G. W. Leibniz, Discorso di Metafisica, cit., pp. 64-
[18] G. W. Leibniz, Saggi di Teodicea, cit., p. 301 (corsivo nostro).
[19] Un’esaustiva presentazione della
teologia del ‘Doctor Profundus’ è
fornita da H. A. Oberman, Archbishop Thomas
Bradwardine: A Fourteenth Century Augustinian. A Study of His Theology in its Historical Context,
Kemink & Zorn,
[20]
G. Leff, William of Ockham. The
Metamorphosis of the Scolastic Discourse,
[21] Ci stiamo riferendo a quel
periodo che intercorre fra il movimento anti-necessitarista che prese corpo
nella condanna comminata dal vescovo parigino Stefano Tempier nel 1277 e la
reazione avignonese contro gli esiti critici della teologia ockhamiana che portò
alle condanne di Nicola di Autrecourt e Giovanni di Mirecourt. Su questo tema,
R. Hisette, Enquete sur le 219 articles
condamnés à Paris le 7 Mars 1277, Publications Universitaire Vander-Oyez,
Paris-Louvain 1977; E. Grant, The
Condemnation of 1277, God’s Absolute Power and Physical Thought in the Late
Middle Ages, “Viator” 10, 1979, pp. 211-244; L. Bianchi, Onnipotenza divina e ordine del mondo fra
XIII e XIV secolo, “Medioevo” 10, 1984, pp. 105-153; L. Bianchi, Il Vescovo e i Filosofi. La condanna parigina
e l’evoluzione dell’aristotelismo scolastico, Lubrina, Bergamo 1990; L. Bianchi, Censure et liberté intellectuelle à l’Université de Paris (XIIIe-XIVe
siècles), Les Belles Lettres, Paris 1999.
[22]
J.-G. Genest, Le ‘De futuris
contingentibus’ de Thomas Bradwardine, “Recherches Augustiniennes” 14,
1979, pp. 249-336.
[23] E. Randi, Onnipotenza divina e futuri contingenti nel XIV secolo, in Documenti e studi sulla tradizione
filosofica medievale , Vol. I , fasc. 2 (1990), p. 623.
[24] È in una quaestio dei suoi Quodlibet che il Venerabilis
Inceptor presenta la propria responsio
al problema in esame: “Quaedam potest Deus facere de potentia ordinata et
aliqua de potentia absoluta. Haec distinctio non est sic intelligenda quod in
Deo sint realiter duae potentiae quarum una sit ordinata et alia absoluta, quia
unica potentia est in Dei ad extra, quae omni modo est ipse Deus. Nec sic est intelligenda quod aliqua potest Deus ordinata facere, et aliqua
potest absolute et non ordinate, quia Deus nihil potest facere inordinate”, Guglielmo di Ockham, Quodlibet VI, q. unica, in Quodlibeta Septem, Opera Theologica (Vol.
IX), a c. di J.C. Wey, St.
Bonaventure, New York 1980 (pp. 585-589).
[25] J.-G. Genest, Le ‘De futuris contingentibus’ de Thomas
Bradwardine, cit., p. 311
(corsivo nostro).
[26] A questo proposito, sono
molteplici le linee interpretative sulla reale novitas introdotta nel panorama teologico dall’analisi ockhamiana
della potentia Dei. Per una tesi
‘continuista’, interessata a sottolineare la comunanza di intenti fra la tradizione
tomista e il nominalismo di Ockham, pur nella consapevolezza della distinzione
di natura gnoseologica presente in queste due grandi testimonianze della
filosofia medievale, M. A. Pernoud, The
Theory of the Potentia Dei according to Aquinas, Scotus and Ockham,
“Antonianum” XLII, 1972, pp. 69-95 e W.J. Courtenay, Nominalism and Late Medieval Religion, in The Pursuit of Holiness in Late Medieval and Renaissance Religion, a c. di Oberman e Trinkhaus, Leiden, Brill
1974, pp. 28-59; al contrario, un’nterpretazione che pone in rilievo la
frattura ockhamiana è quella di D. W. Clark, Ockham on Human and Divine Freedom, Franciscan Studies XXXVIII,
1978, pp. 122-160.
[27] “In omni agente per intellectum
et voluntatem, potente conformiter agere legi rectae et tamen non necessario
conformiter agere legi rectae, est distinguere potentiam ordinatam a potentia
absoluta; et ratio huius est, quia potest agere conformiter illi legi rectae,
et tunc secundum potentiam ordinatam (…), et potest agere praeter illam legem
vel contra eam, et in hoc est potentia absoluta, excedens potentiam ordinatam”,
Duns Scoto, 1, dist. 44, q. unica, in Opera Omnia, Ordinatio, Liber Primus (A
distinctione vigesima sexta ad quadragesimam octavam), a c. di P. Pacifici
e M. Perentori, Civitas Vaticana, Typis Polyglottis Vaticanis MCML (pp.
363-364).
[28] Stiamo facendo implicitamente
riferimento a quella duplice tradizione interpretativa che ha attraversato il
dibattito post-scolastico: vi sarebbe una corrente teologica, di stampo
ockhamiano, sostenitrice di una visione ‘logico-tradizionale’ della potenza
divina, secondo cui la potentia absoluta “descrive
il complesso delle possibilità inizialmente
aperte a Dio, il quale peraltro agisce esclusivamente de potentia ordinata”, ed una ‘via scotista’, fautrice di una
concezione ‘operativa e giuridico-politica’ della distinzione, “secondo la
quale la potentia absoluta di Dio (ma
anche di ogni agente umano) rappresenta un effettivo modus agendi, che consente di stravolgere occasionalmente o in modo
definitivo l’esistente stato di cose”, E. Randi, Onnipotenza divina e futuri contingenti nel XIV secolo, cit., p. 606. Su questo stesso tema, E.
Randi, A Scotist Way of Distinguish
between God’s Absolute and Ordained Powers, in From Ockham to Wyclif, a c. di A. Hudson e M. Wilks, Oxford 1987,
pp. 43-50.
[29] Il testo di Bradwardine è
assolutamente chiaro a proposito: “Respondetur consequenciam negando et
conclusionem quoad omnes partes ejus. Et cum arguitur contra sic: A est aliquod
futurum contingens ad utrumlibet quod Deus in illo instanti presenti prescit
fore, et arguitur sic: A non erit et Deus prescit A fore, igitur Deus prescit
aliquod fore futurum quod non erit, et per consequens quod non est futurum , et
per consequens Deus errat illa presciencia, et per consequens decipitur et sua
sciencia fallitur: antecedens est possibile et consequencia est bona, igitur et
consequens est possibile – respondetur negando antecedens”, J.-G. Genest, Le ‘De futuris contingentibus’ de Thomas
Bradwardine, cit., p. 311.
[30]
Come sottolinea giustamente William Courtenay, “De potentia absoluta, future events could happen in a different way
than God foreknows, just as the past and present could have been different de potentia absoluta had God determined
them otherwise. De potentia ordinata,
however, events can only happen as God foreordains and foreknoes. Otherwise,
God’s will mght be frustrated, his knowledge in error, and his revelations of
future events false and mendacious”, W. J. Courtenay, Capacity and Volition. A History
of the Distinction of Absolute and Ordained Power, Lubrina,
[31] Se la scansione temporale, in
termini assoluti, può infatti dirsi contingente, una volta posti i decreti
divini tutto diviene necessario in forza del loro contenuto. Come suggerisce
Verdú Berganza, “Bradwardine puede afirmar que tanto el pasado, como el
presente y el futuro, en términos absolutos, son contingentes. Todo debe
necesariamente ser contingente por virtud de la infinita libertad que reside en
la causa primera, es decir, en Dios y en el ejercicio de su voluntad. Ahora
bien, siendo contingentes, hay que significar que, puesto que los decretos
divines, libremente queridos por Dios, son irrevocables, tanto el pasado come
el presente y el futuro han de considerarse necesarios, sometidos a la voluntad
de Dios, la necesidad antecedente”, I. V. Berganza, Introducción
al problema de la libertad en la obra de Thomas Bradwardine, Anales del
seminario de la filosofia, ISSN 0211-2337, 1, 1996, p. 116.
[32] Su questo tema, G. Leff, Bradwardine and the Pelagians. A Study of His ‘De Causa Dei’ and
Its Opponents,
[33] E. Randi, Onnipotenza divina e futuri contingenti nel XIV secolo, cit., p. 613.
[34] Su questa particolare tematica,
si veda la prima parte dell’attento lavoro di Francesco Fiorentino, Gregorio da Rimini, Contingenza, futuro e
scienza nel pensiero tardo-medievale, Antonianum, Roma 2004 (in part. pp.
17 –109).
[35] “Hanc probo primo sic: quamlibet
rem praeteritam non fuisse non implicat contradictionem; igitur quamlibet
praeteritam rem potest Deus facere non fuisse. Consequentia patet supra.
Antecedens probo, quia Adam non fuisse et similiter Evam et Abel et sic de
singulis non implicat contrafictionem. Non enim dicens quod Adam non fuit,
dicit Adam fuisse et non fuisse, aut aliqua alia contradictoria sequuntur
dictum suum non plus, quam sequantur, si dicatur quod Antichristus aut aliquod
aliud, quod secundum veritatem est futurum, non erit”, Gregorius Ariminensis, Lectura supra primum et secundum librum
Sententiarum, a c. di A. D. Trapp et alii, Berlin-New York 1979-1984, I,
dist. 42-44, q. 1, art. 2, n. 4-11.
[36] “Posto che Dio dall’eternità
abbia voluto produrre Adamo e che Egli abbia potuto non produrlo così da non
averlo realmente prodotto, non si formano due corsi temporali, l’uno in cui
Adamo è passato, e l’altro in cui Adamo non è passato, oppure non si crea un
unico corso temporale in cui Adamo improvvisamente scompare e da passato
diviene non-passato. Ma l’unica e identica volontà divina disegna un corso
temporale, in cui Adamo è sempre stato passato”, F. Fiorentino, Gregorio da Rimini, Contingenza, futuro e
scienza nel pensiero tardo-medievale, cit.,
p. 276.
[37] Quest’ultima affermazione non
vuole certo negare alcune importanti differenze operanti nella teologia dell’Ariminense: rispetto alla traditio ockhamiana, infatti, Gregorio, in virtù della mediazione
operata dagli accenti agostiniani sulla natura dell’intelligibile, dà vita ad
alcune posizioni in parte non conciliabili con lo statuto epistemico presente
nell’opera di Ockham. Tuttavia, a dispetto di questi dati storiografici, è
importante sottolineare come le posizioni del ‘tortor infantium’ sulla potentia
Dei, e sulla distinzione funzionale a descriverne l’utilizzo, diano
formalmente gli stessi risultati conseguiti dalle considerazioni del Venerabilis Inceptor: sia l’accento
posto sull’immutabilità divina, sia i rilievi critici formulati contro la
tradizione scotista – rea, a suo dire, di liberare il divino dalla componente
morale che ne dovrebbe caratterizzare l’epifania – sono infatti dei chiari
esempi di una comunanza di intenti e obbiettivi tutt’altro che marginale. Un
valido studio per approfondire le problematiche appena descritte è quello di G.
Leff. Gregory
of
[38]
Sull’onnipotenza divina quale pietra angolare dell’intero itinerario
intellettuale di Holcot, L. A. Kennedy, The
Philosophy of Robert Holcot: Fourteenth-Century Skeptic, Edwin Mellon
Press, New York 1993; sul problema dei futuri contingenti nell’esegesi del
domenicano inglese, P. Streveler, K. Tachau, Seeing the Future Clearly: Questions on Future Contingents by Robert
Holcot, Toronto, 1995 e H. G. Gelber, It
Could Have Been Otherwise: Contingency and Necessity in Dominican Theology at
Oxford, 1300–1350, Brill Academic Publishers, Leiden 2004.
[39] Un’ottima introduzione all’opera
di Wodeham è quella di W. J. Courtenay, Adam
Wodeham. An
Introduction to His Life and Writings,
[40]
Sul problema dei futuri contingenti nell’opera di Buckingham il riferimento è
B. R. De
[41] Accomunando questi autori alla
‘tradizione’ scotista circa il corretto modo di intendere ed interpretare le
problematiche relative alla distinzione absoluta-ordinata, non si sta cercando di
appiattire, in modo semplicistico e gratuito, alcune posizioni che, a dispetto
di questa comunanza di intenti, sono semmai più affini, in ambito gnoseologico
e metafisico, ai risultati della teoresi ockhamina. L’orizzonte in cui ci
muoviamo è ben diverso: infatti, pensando che la radicalità di questi autori
possa acquisire una pregnanza ed un interesse teoretico irriducibile al
semplice dibattito, di natura storiografica, relativo ad una storia degli
effetti, solo prendendo congedo dall’orizzontalità di una visione
‘continuista’, interessata a ribadire la linearità di un percorso concettuale
unitario, riteniamo più opportuno portare alla luce della fratture, degli
slittamenti interni al dibattito, degli scarti incomponibili con l’usuale
tassonomia. Ad ogni modo, quello che ci interessa sottolineare – e che
descriveremo in queste pagine – è l’esistenza di una concezione della potentia Dei non riducibile alla natura
meramente formale e terminologica della distinzione ockhamiana, una concezione
del potere divino, dunque, che non disponga il creato alla sicura e mansueta
supervisione della creatura, ma che possa implicare, ponendo a tema la
fragilità dell’umana episteme, una
differente modalità di accesso al mondo ed una diversa consapevolezza della
certezza conseguita.
[42] Scrive infatti Holcot: “Quando
tamen dicitur quod Deus de potentia sua absoluta potest facere oppositum, dicit
quod haec propositio dupliciter potest
intelligi. Unus (sensus) est secundum communiter intelligentes quod Deus
potest dimittere ordinationem factam et facere oppositum, ita quod haec sit
vera simpliciter et absolute: Deus potest facere oppositum. Secundus sensus est
iste: nisi Deus sic ordinasset, Deus posset facere oppositum, ita quod absolute
considerando potentiam Dei ut potentia est sine eius ordinatione, non repugnat
potentiae eius oppositum facere, nec in ea est defectus ad hoc. Primus sensus falsus et secundus
sensus verus”, pass. cit. in W. J. Courtenay, Capacity and Volition. A History of the Distinction of Absolute and
Ordained Power, cit., p. 143
(corsivo nostro).
[43] Nella distinctio 44 prima citata, Scoto prosegue, in un passo subito
successivo, la sua analisi intorno alla distinzione absoluta-ordinata, e lo
fa servendosi di una metafora ‘giuridica’: “Et ideo non tantum in Deo, sed in
omni agente libere – qui potest agere secundum dictamen legis recte et praeter
talem legem vel contra eam – est distinguere inter potentiam ordinatam et
absolutam; ideo dicunt iuristae quod aliquis hoc potest facere de facto, hoc est de potentia sua
absoluta – vel de iure, hoc est de
potentia ordinata secundum iura”, Duns Scoto, Ordinatio, 1, dist. 44, q. unica, cit., p. 364 (corsivo nostro).
[44]
Pass. cit. in W. J. Courtenay, Capacity
and Volition. A History of the
Distinction of Absolute and Ordained Power, cit., p. 145 (corsivo nostro).
[45] Come ha mostrato adeguatamente
Randi, “la principale preoccupazione di Buckingham sembra essere di salvare e
difendere la libertà umana; ed egli ritiene perciò necessario dimostrare che
gli eventi futuri restano contingenti anche rispetto a Dio. Tuttavia,
Buckingham non si unisce ai sostenitori della tesi estrema della contingenza
del passato, e dunque, a differenza di Bradwardine, deve distinguere fra eventi
passati e futuri anche rispetto a Dio. Con ciò, egli finisce per presentare un
Dio che in certo modo viene toccato dal passare del tempo: per distinguere tra
eventi passati, presenti e futuri, egli deve sostenere che gli eventi passati
sono tali anche per Dio, ed ammettere dunque non poi tanto implicitamente che
anche Dio ha un suo passato”, E. Randi, Onnipotenza
divina e futuri contingenti nel XIV secolo, cit., p. 618.
[46]
“Unde vult (Scotus) quod, quia volutio Dei et divina ordinatio est in potestate
Dei, potest Deus aliter facere quam vult facere et quam ordinavit facere et
tamen recte semper facere quia ordinare aliam legem penes quam est recte
agendum”, pass. cit. in B. R. De
[47]
E. Gilson, Jean Duns Scot. Introduction à ses positions
fondamentales, Librairie
Philosophique, Vrin, Paris 1952, trad. it., Giovanni
Duns Scoto. Introduzione alle sue posizioni
fondamentali, a
c. di C. Marabelli e D. Riserbato, Jaca Book, Milano 2008 (p. 331).
[48] Ibid., p. 347 (corsivo nostro).
[49] “Soltanto Dio (l’essere
necessario) ha questo privilegio, che se è possibile bisogna che esista. E
poiché nulla può impedire la possibilità di ciò che non implica alcun limite,
alcuna negazione, alcuna contraddizione, questo soltanto basta a conoscere a priori l’esistenza di Dio”, G. W.
Leibniz, I Principi della Filosofia o
Monadologia, cit., p. 290.
[50] “E con ciò si può colorare (potest colorari) anche l’argomento di
Anselmo relativo al sommo pensabile. La descrizione che egli dà si deve
intendere così: «Dio è ciò di cui», pensato senza contraddizione, «non si può
pensare qualcosa di più grande», senza contraddizione. Infatti, ciò il cui
pensiero include una contraddizione, si dice impensabile, e così è, perché si
danno allora due pensabili opposti, che in nessun modo possono formare un solo
pensabile, perché nessuno dei due determina l’altro. Ne consegue che tale sommo
pensabile citato, con cui si indica Dio, esiste nella realtà, e in primo luogo
per quel che riguarda l’essere quidditativo, poiché in tale sommo cogitabile
l’intelletto trova la sua massima quiete, e perciò esso possiede la ragione del
primo oggetto dell’intelletto, cioè la ragione di ente, e al massimo grado”,
Duns Scoto, Tractatus de primo principio,
trad. it., Trattato sul primo principio,
a c. di. P. Porro, Bompiani, Milano 2008 (p. 193).
[51] G.W. Leibniz, Discorso di metafisica, cit., p. 68 (corsivo nostro)
[52] Ibid., p. 69 (corsivo nostro).
[53] Per Abelardo, infatti, se è
assolutamente necessario difendere la perfezione dell’azione divina, qualora
Dio fosse libero di agire in modo diverso si finirebbe per affermare
l’onnipotenza a scapito dell’ordine stabilito. Affinché ciò non accada, è
necessario risolvere la potenza divina nella puntualità del suo aver agito. E’
pertanto immutabile sia l’essere del mondo, sia quella determinata
configurazione mondana di cui facciamo esperienza. Riportiamo un passo
emblematico a riguardo: “Necessario itaque Deus mundum esse voluit ac fecit,
nec otiosus exstitit, qui eum, priusquam fecit, facere non potuit; quia
priusquam fecit, fieri eum non oportuit.
Si enim prius fecisset, utuque et prius eum fieri oportuisset, quia facere
quidquam nisi opportunum non potest, imo nisi optimum, id est tam bonum
quantumcumque convenit, quod suo alto reservatur consilio”, Abelardo, Theologia Christiana, Pl 178, 1330.
[54] Il nostro riferimento alla
posizione di Abelardo, anziché a quella propriamente averroista, a proposito
della condanna del 1277, non è casuale: infatti, come nota Luca Bianchi, se “la
nozione di potentia Dei absoluta
compare già a cavallo fra XII e XIII, il necessitarismo cui essa
originariamente reagisce non può certo essere quello degli ‘averroisti’ –
nessuna delle pur frequenti retrodatazioni è mai giunta a tanto –, ma semmai
quello conseguente a taluni sviluppi della teologia di Abelardo che avevano
trovato preoccupata eco già al concilio di Sens”, L. Bianchi, Onnipotenza divina e ordine del mondo fra
XIII e XIV secolo, cit., p. 115.
[55] Guglielmo di Ockham, dist. 44,
q. unica, in Scriptum in librum primum
Sententiarum, Distinctiones XIX-XLVIII, a c. di G.I. Etzkorn e F.E. Kelly, Opera Theologica (Vol. IV),
St.
[56] “Deus, per Augustinum, potest
facere hominem cui repugnat peccare. Igitur talis homo non esset eiusdem
speciei speciialissimae cum isto homine. Igitur esset alterius speciei, et per
consequens Deus potest facere individuum alterius speciei quam fecit, et per
consequens mundum alterius speciei, et eadem ratione meliorem”, Ibid., pp. 652-653.
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I nostri rilievi sono perfettamente in linea con le considerazioni di
Courtenay: “Ockham’s definition and use of the potentia absoluta/ordinata distinction is traditional and
conservative, identical with the standard theological definition development in
the thirteenth century and employed by Thomas”; in Ockham, infatti, a
differenza di Scoto, “Potentia absoluta
is not a sphere of action but a possibility” W. J. Courtenay, Capacity and Volition, cit., p. 120
(corsivo nostro). Lungo
la stessa linea ermeneutica vanno collocati i rilievi di Randi: “Potentia Dei absoluta e potentia ordinata non sono dunque due
insiemi parzialmente coestensivi; Dio non può fare effettivamente alcune cose de potentia absoluta, altre de potentia ordinata (…) L’azione divina de potentia absoluta si
colloca, per così dire, in un tempo precedente alla ‘scelta’ dell’ordine del
mondo; ordine che, come la volontà divina, è eterno e immutabile; ordine che
include anche gli eventi miracolosi (che avvengono quindi de potentia
ordinata). Si tratta, è chiaro, di un prius logico, non ‘reale’;
logicamente, come aveva già sostenuto Pietro di Trabibus, posse precede facere”, E.
Randi, Il sovrano e l’orologiaio. Due
immagini di Dio nel dibattito sulla «potentia absoluta» fra XII e XIV secolo, |