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Giornale Critico di Storia delle Idee
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| 1. Una Cina senza tempo? Dalla “China syndrome”
all’ “incubo confuciano”. Quali
idee di futuro si possano riconoscere nelle tradizioni di pensiero cinesi, è
una domanda a cui un’invalsa rappresentazione “orientalistica” è sempre stata
ed è tuttora pronta ad offrire una risposta scontata:
Non
si può dunque rispondere a tale domanda senza chiamare preliminarmente in causa
questo sfondo ermeneutico e senza proporne una problematizzazione. Proviamo
quindi a ripercorrerne sinteticamente la genesi e a richiamarne le implicazioni
fondamentali. Com’è
ben noto, l’autorevole e illustre matrice di quest’immagine si può rintracciare
nelle celeberrime
Vorlesungen über die Philosophie der Geschichte di
Hegel, nelle quali “il tipo cinese” è effigiato come “più di qualunque altro estraneo
all’europeo” nell’ambito di un Oriente “aurora dello spirito”, incapace di
trascendere l’unità immediata con la natura, e perciò incapace di libertà.
Ma
molti altri ancora concorreranno a decretare il duraturo successo dell’effigie
di una Cina perpetuamente eguale a se stessa, e connotata da strutture perenni
e atemporali; sarà, in particolare, Marcel Granet nella splendida prosa di una
grande opera qual è La pensée chinoise (1934) a incaricarsi di tradurla
nell’affascinata e affascinante celebrazione di una monumentale, immutabile,
ieratica Saggezza: Eppure
queste rilevanti e radicali riformulazioni dell’immagine della Cina
generalmente non sembrano, al di fuori dell’ambito degli studi specialistici,
esser riuscite a scalfire in misura significativa l’inerzia di luoghi comuni
che appaiono profondamente radicati a livello di cultura diffusa,[9]
e ciò risulta particolarmente evidente nel nostro Paese, nonostante vi siano
state tempestivamente tradotte - e siano dunque agevolmente accessibili - le
opere di Graham e della Cheng sopra ricordate, e nonostante vi sia presente una
rilevante scuola sinologica a cui si ascrivono, ad esempio, i cospicui lavori
di Maurizio Scarpari, promotore fra l’altro di una vasta impresa collettiva
sulla civiltà cinese,[10]
e fra le cui attività si annoverano importanti iniziative di alta divulgazione,
come le edizioni del Laozi di Attilio Andreini (2004) e dei Dialoghi
di Confucio di Tiziana Lippiello (2003).[11] La
refrattarietà della coscienza comune alle acquisizioni della sinologia non
sembra essere comunque una caratteristica unicamente italiana, pur se da noi
risulta indubbiamente più accentuata che altrove; si tratta di un atteggiamento
largamente presente anche fuori dei nostri confini.[12]
Come rileva Heiner Roetz in Confucian Ethics of the Axial Age (1993),
neppure l’ovvia e perfino banale constatazione di come l’etica confuciana abbia
rivelato, in particolare negli ultimi trent’anni, di sposarsi assai bene con lo
spirito del capitalismo sembra aver indotto a riconsiderare schemi concettuali
eurocentrici rimasti assai popolari, che nelle common views correnti appaiono
godere dello statuto di dogmi pressoché indiscussi e indiscutibili. Nozioni la
cui genesi si può ricondurre ad una peculiare e specifica temperie, e che
esprimevano sostanzialmente lo Zeitgeist di un Occidente proteso alla
conquista del mondo, si sono in una successiva vulgata surrettiziamente
trasformate nella definizione di una sorta di metastorica e metafisica “eterna
essenza della sinità”.[13]
Oggi più che mai è lecito dubitare, come sottolinea Giacomo Marramao in Passaggio
a Occidente (2003), che modalità di rappresentazione siffatte offrano
chiavi interpretative adeguate a cogliere l’entità delle trasformazioni e la
complessità dei processi attualmente in corso negli scenari di “ciò che con
termine ubiquitario si suol chiamare
globalizzazione”, e che per tanti versi
sollecita a ripensare in prospettive inedite le complicate vicende della
mutevole e plurale dialettica di “Oriente ed Occidente”, e a infrangere un
inerte gioco di specchi di cui davvero non ci si può più appagare.[14] E
d’altro canto, occorre comunque riconoscere che indubbiamente “non è così
facile uscire da Hegel”, come significativamente ha dichiarato, in una delle
sue pagine forse più illuminanti e rivelatrici, François Jullien.[15]
E’ certamente arduo disfarsi di quel peculiare atteggiamento che Robert Wardy
efficacemente descrive come “the China syndrome”, ossia Sulle
motivazioni possibili del grande successo che attualmente riscuote una
mitologia in fondo così banale e insipida, Anne Cheng formula alcune acute e
pungenti osservazioni, nell’opuscolo che raccoglie la sua leçon inaugurale
al Collège de France (2009), e che è ironicamente intitolato La Chine
pense-t-elle?. A suo parere, è soprattutto “une certaine lassitude
occidentale” a determinarlo: Le binarisme, cette tendance
à construire la réalité en oppositions dichotomiques (Orient/Occident,
Chine/Grèce etc.) est d’autant plus séduisante et satisfaisante qu’elle flatte
une propension naturelle à la symétrie comme au retour narcissique sur
soi-même. [20] E’
sullo sfondo di queste considerazioni che cercherò ora di rappresentare alcune
idee del futuro presenti nel dibattito dell’età pre-imperiale, ossia di quel
fertile periodo fra il V e il III secolo a.C. che ha costituito l’autentica età
assiale del pensiero cinese. Il paziente lettore vorrà perdonarmi questa
premessa introduttiva, ma senza di essa mi sarebbe stato impossibile mostrargli - riprendo qui una formulazione di Geoffrey
Lloyd - come siano le nostre modern reflections a sottendere il nostro
rapporto con tali ancient worlds. E’ a partire dalle nostre
preoccupazioni di oggi che noi li interroghiamo. [23]
Così,
se oggi ci volgiamo all’antichità cinese per chiederci quali idee di futuro
essa abbia generato, è perché ci preoccupano le propensioni a negare il futuro
mostrate dal nostro presente: in particolare, è perché ci chiediamo se davvero
in questo nostro mondo stia realizzandosi “l’incubo degli ultimi uomini” –
riprendo qui il titolo del bel libro di Dimitri D’Andrea dedicato a questo
pregnante tema weberiano – che viene definito come “l’incubo confuciano”,
vale a dire “l’avvento di un tipo di soggettività incapace di rifiutare il
mondo (…) e che fa dell’adattamento al mondo il principio ispiratore del
proprio agire”. [24] Ma
sarà davvero confuciano, quest’incubo?
2.
Idee di futuro nel pensiero cinese dell’età assiale Mengzi, 1B3 [25]Altro
che mero adattamento alla realtà, inerte e opaco conformismo, prona e vile
acquiescenza al dispotismo dell’esistente, incapacità di immaginare un diverso
mondo possibile: nella differenza delle vie e dei metodi da loro immaginati, i
maestri della Cina antica sono accomunati da un eroico e coraggioso sforzo
progettuale. Li connota l’audacia di un pensiero che non si arrende alla cieca
brutalità e alla selvaggia ferocia del presente, e che osa immaginare un oltre,
un futuro orizzonte capace di trascenderle.[29]
Nei dialoghi che costituiscono il Mengzi,
il maestro – profeta disarmato –
instancabilmente lo addita, fronteggiando a testa alta sovrani avidi e
arroganti, dediti a un’incessante belligeranza e ben poco proclivi a dargli
ascolto. Mengzi 1A6[30]Mengzi 1A2[32]Insomma,
al cuore dell’idea e del progetto di futuro dei confuciani Mencio e Xunzi,
seppur diversamente declinata, sta un’insopprimibile istanza umanistica,[36]
irriducibile al mero aspetto della funzionalità ed efficacia dell’ordinamento
sociale e politico, e irriducibile alla mera materialità. L’uno si appella
instancabilmente, con un’incrollabile fede che risulta invero paradossale in
tempi così bui e feroci, alle risorse spontanee di bontà e di bene presenti nel
cuore umano (xin), nella convinzione che chiunque, se dà ascolto alla
sua più autentica natura, possa attingere le vette supreme della santità e
della saggezza;[37] l’altro
manifesta un’assoluta fiducia nell’umana cultura (wen) e nella sua
prodigiosa capacità di trasformazione, che sa trarre dalla materia grezza dello
stato di natura e della sua opaca e disarmonica brutalità la bellezza e
l’armonia di cui si fanno artefici, incessantemente protesi a una
trasformazione e a un perfezionamento di sé (xiu shen, neisheng) che si
traducono in ordinamento e governo del mondo (waiwang), coloro che
divengono “uomini di valore” (junzi).[38]
Per l’uno come per l’altro, benché parlino linguaggi diversi, lo sforzo nel
presente come l’ordinamento del futuro sono volti ad adempiere in nobiltà e
perfezione a “quanto fa umani”: questa ne è la finalità autentica. E in questo
si può riconoscere e si può, in sostanza, riassumere la più autentica
ispirazione di tutto il confucianesimo, come ben compresero quegli straordinari
pionieri interculturali che furono, quattro secoli or sono, i gesuiti, primo
fra tutti il grande Matteo Ricci, cui va il merito di aver rivelato
Confucius sinarum philosophus a un Occidente attonito e ammirato, allora
ben lungi dal concepire il sinofobico disprezzo maturato nella cultura europea
dell’Ottocento, e che procedette anzi nel Settecento, con Voltaire e
l’illuminismo, a trarre da quella découverte de la Chine validi
argomenti in pro della universalità dell’umana ragione.[39] L’avvenire
che Mencio e Xunzi hanno in mente è un mondo in cui sia possibile “nutrire i vivi e seppellire i morti senza dover
provare vergogna” – e quel “nutrire” (yang) certamente significa dare ai
viventi l’indispensabile alimento materiale,
ma implica al contempo il loro
nutrimento spirituale: significa anche “alimentare quanto v’è di meglio in
loro”, ossia “educare”. Quanto a “seppellire i morti”, si tratta della pietas
costitutiva della civiltà umana, e secondo entrambi irrinunciabile, che si
rifiuta di consegnare gli estinti all’annientamento e all’oblio, e istituisce,
con sublime artificio, uno spazio simbolico di “sopravvivenza terrena” in cui,
tramite la memoria dei vivi, gli assenti saranno eternamente presenti.[40]
Nella tradizione confuciana v’è un sentimento religioso del solidale legame tra
le generazioni da custodire attraverso il tempo, un senso profondo della sua
continuità che attraversa e oltrepassa le singole esistenze, e che dal passato si irradia in un futuro a
cui guardare comunque con fiducia e con speranza, nonostante ogni fatica, ogni
dolore, ogni male del presente, poiché vi è profondamente radicata la
convinzione, che è dato ritrovare anche in altri tempi e in altre latitudini,
che il male può essere estremo, ma non è mai assoluto.[41]
La devozione verso il passato non è un’inerte acquiescenza, ma si declina in un
costante confronto con la contemporaneità incessantemente orientato al futuro:
è una forma di fedeltà alla vita - alla sua continuità come alla sua
incessante trasformazione - che ne accoglie il retaggio dalle
generazioni di ieri per plasmarne una creativa riformulazione rivolta al
domani.[42]
Da
questo umanistico futuro delineato dai pensatori confuciani dissentono
radicalmente altri maestri e altre scuole dell’età pre-imperiale, in
particolare gli adepti della cosiddetta “scuola delle leggi” (fajia),
fra i cui esponenti di primo piano vi sono due allievi di Xunzi, Li Si e Han
Feizi. Sui metodi “legisti”, che trovano attuazione nel IV secolo nelle
radicali riforme promosse da Shang Yang, si edifica la schiacciante potenza
dello stato di Qin, trasformato in poderosa macchina da guerra: e sarà
precisamente il suo sovrano a portare a compimento l’unificazione della Cina
divenendone, nel 221 a.C., il Primo Imperatore.[43]
Nella prassi come nella teoria del “legismo”, che si concreteranno
integralmente nella fondazione dell’impero centralizzato, si configura un
progetto di futura “armonia” totalmente e radicalmente nuovo, destituito di
ogni considerazione etica come di ogni rispetto per la tradizione: si tratta di
un progetto coerentemente e dichiaratamente totalitario. Né
“senso dell’umanità” né pietas vi hanno spazio alcuno; sono anzi,
programmaticamente espunte da una tecnica del potere che esibisce la sua
spietata efficacia, e che azzera ogni rapporto diverso dalla soggezione
all’impersonalità della legge (concepita eminentemente come legge penale) e
dalla sudditanza nei confronti di un sovrano assoluto. Così
si esprime quello che ne è il maggiore e più lucido teorico, Han Feizi: (Mozi , cap. 32)[45]
Vi è
infine un’ulteriore idea di futuro nella Cina pre-imperiale, diversa sia dalla
prospettiva umanistica confuciana sia dall’orizzonte meramente funzionale
concepito dai seguaci di Mozi e dai “legisti”. Si tratta della prospettiva che
usualmente si definisce “taoista”,[46]
e che suggestivamente si delinea nel testo della classicità cinese più
universalmente tradotto, noto ed amato, il Laozi o Daodejing
(Classico della Via e della Virtù, come usualmente si suol rendere questo
titolo, o , come sarebbe più appropriato, Classico della Via e della sua
potenza).[47]
ll futuro che vi si addita, come prospettiva salvifica per l’umanità, è quello
di un movimento a ritroso, di ritorno verso l’origine della Via (Dao),
di ricongiunzione alla fertile sorgente dell’unità del Tutto, da attuare in un
polemico capovolgimento di quelli che in tale visuale appaiono come i valori
umani, troppo umani dell’educazione confuciana: “Praticare lo studio è sempre
più accrescersi, praticare il Dao è sempre più decrescere”. Si tratta di
tornare a “succhiare il latte al seno della Madre”. Evochiamone qualche
passaggio, nella bella traduzione di Attilio Andreini. e quel che “è”, da quel che “non è” trae vita. [49]
son pochi, al mondo, quelli capaci d’arrivare a tanto! [50]Di primo acchito, confucianesimo e taoismo possono sembrare diametralmente opposti; l’uno si impegna nel mondo mentre l’altro lo respinge, il primo si connota per un atteggiamento ottimistico e attivo, mentre il secondo risulta appartato. Ma in realtà si equilibrano e si compensano reciprocamente in molti modi. I loro precetti (.. ) hanno ricevuto la simultanea adesione di intellettuali delle successive generazioni, come direttive di vita complementari (…) che si sono fuse ed integrate nella psicologia comune e nelle concezioni degli intellettuali cinesi nel corso della storia.[53] Quali
sono, dunque, le prospettive di futuro elaborate dalla Cina antica che hanno
trovato adempimento? Conviene lasciare aperta questa domanda, e non aver fretta
di dar risposte troppo schematiche. Quanto segue non è e non vuol essere una
risposta conclusiva, quanto piuttosto un’approssimativa, provvisoria
delineazione di qualche scenario da affidare a riflessioni e dibattiti
ulteriori. Forse, nonostante la damnatio memoriae
a cui il “legismo” fu sottoposto dall’epoca Han in poi, è stato il futuro da
esso prospettato a trovare una tacita quanto larga e profonda realizzazione
nelle istituzioni dell’impero burocratico cinese, e non soltanto in
quell’ambito. Come ricordava Etienne Balasz nelle pagine postume già evocate
(1968), la realtà del tutto nuova rispetto agli ordinamenti arcaici rappresentata
dalla fondazione dell’impero centralizzato soltanto oggi ci diviene davvero
comprensibile, “grazie alle tendenze comuni affiorate nelle società del XX
secolo, sia in quelle dell’Asia, sia in quelle industrializzate e altamente
sviluppate dell’Occidente”: nella peculiare “società burocratica” creata e
plasmata dalle istituzioni del regime imperiale, egli ravvisava significative
affinità con le “profonde e inquietanti tendenze” che si disegnano
nell’orizzonte dell’età contemporanea, con le propensioni “burocratiche,
stataliste e totalitarie” emergenti nel presente di “un mondo unificato, che
pulsa ormai allo stesso ritmo”.[54] E
peraltro, se ci si fermasse a questo versante si finirebbe per cogliere
soltanto un aspetto, per quanto indubbiamente importante, dei discorsi e dei
progetti sui futuri possibili che l’antichità cinese ci ha consegnato. Essa ci
ha affidato anche, nelle parole di Confucio “re senza corona” e dei suoi
discepoli che si sono dianzi evocate, una tensione progettuale verso cui sempre
volgersi, e che resta perennemente incompiuta:
la speranza di costruire un mondo autenticamente umano, fatto di “senso
dell’umanità” (ren) e di “giustizia” (yi) per tutti. Ciò
che il riformismo di Kang ci mostra è che la stessa tradizione confuciana delle
origini era, a sua volta, una riforma: una creativa rielaborazione, di fronte
alla sfida di tempi nuovi. E ancora, ci affida la vitale esigenza di ripensare
la tradizione confuciana alla luce dello spirito libero delle sue fonti e lungi
da sterili utilizzazioni ideologiche in chiave di “auto-orientalisation
chinoise” (riprendo qui una pregnante formulazione di Anne Cheng)[58],
di celebrazione di “valori asiatici”, o di affermazione di una identità Han che
si presuma immutabile.[59]
La fertilità delle sue antiche parole è tutt’altro che un retaggio concluso: è
una promessa inadempiuta, aperta al futuro di tutti coloro che, come dice la
bella espressione della Cina antica che designa l’umana ecumene, abitano “sotto
il cielo” (tianxia).
[1]
G.W.F. HEGEL, Vorlesungen über die Philosophie der Geschichte (E. GANS
ed.), Berlin 1837, 99-125 (trad. it. Lezioni sulla filosofia della storia;
[2] M.
WEBER, Gesammelte Aufsätze zur
Religionssoziologie, Tübingen 1920, 115-246 (trad. it. Sociologia delle religioni
(1920-21), UTET,
Torino 1976, vol. II, pp. 312-592. Conviene precisare che nell’interpretazione
weberiana della Cina sono assenti i grevi giudizi sull’”inferiorità cinese” che
connotano in modo così vistoso l’interpretazione hegeliana, e tuttavia, in una
prospettiva in fondo non dissimile da quella di Hegel, Weber riconduce
l’incapacità di sviluppo cinese all’assenza del principio dinamico
rappresentato da una religione di redenzione. Ovviamente, non mi è qui possibile
soffermarmi in alcun modo sulla complessità e sulla densità problematica delle
visioni hegeliana e weberiana (su quest’ultima, in particolare, si tornerà più
avanti); ciò che qui mi importa rilevare sono soltanto alcuni aspetti parziali
- schematizzati e semplificati - desunti dalla loro elaborazione che hanno dato
luogo a una sorta di aproblematica vulgata.
[3] M. GRANET, La pensée chinoise,
Paris 1934 ( trad. it. di Cardona, Il pensiero cinese, Adelphi, Milano
1971, p. 292-293, 438-442.
[4] E. BALASZ, La bureaucratie
céleste, Gallimard, Paris 1968 (trad. it. di R. Corsini Pisu, La
burocrazia celeste, Il Saggiatore, Milano 1071, pp.
[5] E. W. SAID, Orientalism,
Pantheon Books, New York 1978 (trad. it. di S. GALLI, Orientalismo,
Bollati Boringhieri, 1991).
[6] Dell’ormai vasta letteratura
esistente su questo tema, che è ovviamente impossibile qui citare per esteso,
mi limito ad evocare il seminal work di H. ROETZ, Mensch und Natur im
Alten China. Zum Subject/Object gegensatz in der
klassischen chinesischen Philosophie, zugleich eine Kritik des Klischees vom
chinesischen Universismus, Peter Lang, Frankfurt am Main,
1984, pp. 9-79, e le recenti indagini
sul “mito dell’olismo cinese” di E. SLINGERLAND, What Science Offers
to the Humanities. Integrating Body and Culture, Cambridge University Press, Cambridge 2008, pp. 27-143.
Per un quadro complessivo corredato di indicazioni bibliografiche dettagliate,
cfr. A. CRISMA, “Prospettive ermeneutiche sulla Cina antica nel dibattito
filosofico contemporaneo”, in L. DE GIORGI, G. SAMARANI (a cura di), Percorsi
della civiltà cinese fra passato e presente, Cafoscarina, Venezia
2007, pp. 181-200; EAD., “Storia degli studi sul pensiero cinese”, in A.
MELLONI (a cura di), Dizionario del sapere storico-religioso del Novecento,
Il Mulino, Bologna (in corso di stampa).
[7] A. CHENG, Histoire de la
pensée chinoise, Seuil, Paris 1997 (trad. it. e cura di A. Crisma, Storia
del pensiero cinese, Einaudi, Torino 2000).
[8]
A. C. GRAHAM, Disputers of the Tao. Philosophical Argument in Ancient China, Open Court,
[9] Per una sintetica rassegna, cfr.
A. CRISMA, “Fra miti e stereotipi: qualche aspetto dell’immagine occidentale
del pensiero cinese”, in G. TAMBURELLO (a cura di), L’invenzione della Cina,
Congedo, Lecce 2004, pp. 101-111.
[10] M. SCARPARI, La concezione
della natura umana in Confucio e Mencio, Cafoscarina, Venezia 1991; ID, Studi
sul Mengzi, Cafoscarina, Venezia 2002. Nell’ambito del progetto
editoriale sopra citato è apparso il volume Cina. Verso la modernità,
a cura di G. Samarani e M. Scarpari, Einaudi, Torino 2009.
[11] A. ANDREINI, a cura di, Laozi,
Einaudi, Torino 2004; T. LIPPIELLO, a cura di, Dialoghi di Confucio,
Einaudi, Torino 2003.
[12] In Italia, ad esempio, c’è
addirittura chi alla sinologia si dichiara, tout court, allergico (cfr.
P. PANZA, “E l’università autogestita punta sulla sinologia”, Corriere della
Sera, 13.12.2008, p. 51) - il che non manca di apparire quantomeno curioso,
nel Paese che si gloria di aver dato i natali a Matteo Ricci.
[13]
H. ROETZ, Confucian Ethics of the Axial Age,
[14] G. MARRAMAO, Passaggio a Occidente.
Filosofia e globalizzazione, Bollati Boringhieri, Torino 2003, pp. 11-76.
[15] F. JULLIEN, Le sage est sans
idée, Seuil, Paris 1998 (trad. it. di
M. Porro, Il saggio è senza idee o l’altro della filosofia,
Einaudi, Torino 2002, p. 69). Per un esame di questo passo, si veda la
recensione di A. CRISMA in Asiatica Venetiana 6/7, 2001/2002, pp.
293-297, e inoltre EAD., “L’indifferenza alla felicità nel pensiero della
Cina antica. Dialogo con François Jullien” , in Cosmopolis 2, 2006,
pp.87-97 ( www.cosmopolisonline.it
).
[16]
Robert Wardy, Aristotle in
[17] G. PASQUALOTTO (a cura di), Per
una filosofia interculturale, Mimesis, Milano 2008. Per più ampie
indicazioni biobibliografiche, cfr. A. CRISMA, “Dao ossia cammino. Note in
margine al percorso di riflessione di Giangiorgio Pasqualotto”, in M. GHILARDI, E. MAGNO (a cura di), Sentieri
di mezzo tra Occidente e Oriente, Mimesis, Milano 2006, pp. 15-31.
[18] P.C. BORI, Per un consenso
etico fra culture, Marietti, Genova-Milano 1991. Fra le molteplici
iniziative cosmopolite di Bori, fra Cina e Mediterraneo, mi limito a segnalare
le più recenti: il seminario del marzo scorso a Pechino, alla Facoltà di
filosofia di BeiDa, con Fei Wu e Alberto Melloni, e il convegno internazionale Ad
imaginem Dei. Foundations and Objections whitin the Discourse of Human Dignity
(Bologna/Rossena, agosto 2009) i cui atti sono di imminente pubblicazione.
[19] Per una rassegna globale di
questi dibattiti in corso (di cui
l’aspetto più vistoso è la polemica aperta da J.F. BILLETER, Contre
François Jullien, Allia, Paris 2006) cfr. A. CRISMA, “E’ possibile
pensare la relazione con il pensiero cinese al di fuori della dicotomia
Oriente/Occidente ? Una querelle ermeneutica nello scenario della
globalizzazione”, in F. MASINI, P. DE TROIA (a cura di),
[20] A.
CHENG,
[21] J. GOODY, The
Theft of History, 2006 (trad. it. di A. BOTTINI, Il furto della storia,
Milano, Feltrinelli 2008, p. 29).
[22] P. RICOEUR,
« Note sur Du ‘temps’. Éléments d’une philosophie du vivre »,
in T. Marchaisse (dirigé par), Dépayser la pensée. Dialogues hétérotopiques
avec François Jullien, Les Empêcheurs de penser en ronde/Le Seuil, Paris
2003, pp. 211-223 (il passo citato è alle pp. 215-216).
[23]
LLOYD, Ancient Worlds…cit, pp.10-25.
[24] D. D’ANDREA, L’incubo degli ultimi
uomini. Etica e politica in Max Weber, Carocci, Roma 2005, pp. 11-22.
[25] Mengzi 1B3, trad. di A.
CRISMA in EAD., Il Cielo, gli uomini. Percorso attraverso i testi confuciani
dell’età classica, Cafoscarina, Venezia 2000, p. 50. Della vastissima
bibliografia che si potrebbe evocare in riferimento agli argomenti trattati in
tutta questa sezione, per ovvi motivi di spazio mi limito generalmente, qui e
nelle note seguenti, ad evocare soltanto alcuni studi essenziali accessibili al
lettore italiano. Per indicazioni più ampie, nell’ambito di un quadro globale
delle ricerche svoltesi a livello internazionale nel corso degli ultimi cento
anni, rinvio a EAD., “Storia degli studi sul confucianesimo”, in A.
MELLONI (a cura di), Dizionario del sapere…cit., Il Mulino, Bologna (di
imminente pubblicazione).
[26] Per un’introduzione a Mencio, si
veda il capitolo che vi è dedicato in A. CHENG, Storia del pensiero…cit.
Per letture più approfondite, si rinvia ai fondamentali saggi già menzionati di
SCARPARI, La concezione…cit; ID., Studi sul Mengzi, cit. Sulla
scuola confuciana in genere, si vedano, ad esempio, fra gli studi più recenti e
filologicamente aggiornati, ID. Il confucianesimo nell’età classica,
Einaudi, Torino 2010; T. LIPPIELLO, Il confucianesimo, Il Mulino,
Bologna 2009.
[27] Per una rappresentazione
d’insieme di questi aspetti, cfr. A. CRISMA, Conflitto e armonia nel
pensiero cinese dell’età classica, Unipress, Padova 2004, pp. 3-68.
[28] Si evoca qui il titolo della
magistrale opera di GRAHAM Disputers…già precedentemente citata, che
costituisce un ormai classico e imprescindibile riferimento per l’analisi di
tale fondamentale stagione del pensiero cinese.
[29] Cfr. A. CRISMA, “L’orizzonte
della trascendenza nelle tradizioni della Cina classica”, in M. Praitano (a
cura di), Orizzonti del sacro. Tradizioni religiose d’Occidente e d’Oriente,
Rotary, Campobasso 2006, pp. 67-121.
[30] Mengzi 1A6, trad. di
CRISMA, Conflitto…cit., pp. 49-50.
[31] In proposito cfr. l’introduzione
alla traduzione della Divina Commedia di HUANG WENJIE, Shenqu,
Guangzhou 2000, pp. 2-19.
[32] Mengzi 1A2, trad. di
CRISMA, Conflitto…cit., p. 57.
[33] Dialoghi di Confucio, 12.19,
trad. CRISMA, Conflitto...cit., p. 37. Per una versione integrale dei Dialoghi,
si rinvia all’edizione a cura di T. LIPPIELLO (Einaudi 2003) che si è già avuto
modo sopra di richiamare.
[34] Cfr. J.J. ROUSSEAU, Discours
sur l’origine et les fondements de l’inegalité parmi les hommes,
Garnier-Flammarion, Paris 1995 (trad.
it. a cura di V.GERRATANA, Discorso sull’origine e i fondamenti dell’ineguaglianza
tra gli uomini, Editori Riuniti, Roma 1971, pp. 122-123). Per la traduzione
e l’analisi di un celebre passo di Mencio sulla spontaneità della compassione,
si veda SCARPARI, Studi…cit, pp. 97-98.
[35] Sulla figura e sull’opera di
questo grande maestro, che in Cina è annoverato fra i maggiori di tutti i
tempi, e che in Occidente continua ad essere misconosciuto dal grande pubblico,
forse perché smentisce molti pregiudizi correnti in materia di ‘pensiero
cinese’, sono accessibili al lettore italiano, oltre alle belle pagine
dedicatevi dalla Cheng, Storia...cit., pp. 207-
[36] Cfr. SCARPARI, “La concezione
dell’uomo nella filosofia cinese”, in G. FERRETTI, R. MANCINI (a cura di),
L’antropologia nelle filosofie del mondo, EUM, Macerata 2009, pp. 189-202.
[37] Cfr. SCARPARI, La concezione
della natura…cit., pp. 123-146.
[38] Cfr. CRISMA, Conflitto…cit., pp.
116 sgg.
[39]
Cfr. C. BORGHERO, “Confucio, i libertini e il buon uso dell’apologetica”
e C. GIUNTINI, “Malebranche, i gesuiti e la ‘teologia cinese’”, in N. GASBARRO
(a cura di), Le culture dei missionari, Bulzoni, Roma 2009, pp. 199-241
e 259-280 (vi si veda inoltre l’introduzione del curatore, pp. 8-69); F. MIGNINI, Il chiosco delle
fenici, Il lavoro editoriale, Ancona 2004; ID. (a cura di), Matteo Ricci, Dell’amicizia,
Quodlibet, Macerata 2005, pp. 7-34.
[40] Su questo specifico tema, che è
in particolare argomento del Trattato sui riti (Lilun) di Xunzi, cfr.
CRISMA, Conflitto…cit., pp. 54 sgg., in cui se ne presenta la traduzione
integrale e il commento, nel contesto dei dibattiti coevi.
[41] Cfr. SCARPARI, Xunzi e il
problema del male…, cit., pp. 7 sgg., in cui si offre la traduzione
integrale e il commento del trattato sulla natura umana (Xing e) di
Xunzi.
[42] Cfr. CRISMA, “Il Trattato sul
Cielo”..cit., pp. 148 sgg.
[43] Sulla duratura importanza del
“legismo”, accanto al confucianesimo, nel configurare le peculiari tradizioni
giuridiche cinesi, cfr. R. CAVALIERI, La legge e il rito. Lineamenti di
storia del diritto cinese, Franco Angeli, Milano 1999.
[44] Han Feizi, 48, trad. di
CRISMA, in Conflitto…cit., p. 139.
[45] Mozi, cap. 32, trad. di
CRISMA, in Conflitto…cit., p. 45. Per una sintetica presentazione della
scuola di Mozi, cfr. ibid., pp. 39-48.
[46] Sulla problematicità della
definizione delle “scuole” (jia) in genere e del “taoismo” (daojia)
in particolare nella Cina pre-imperiale, argomento sul quale non è possibile
qui soffermarsi, si rinvia a A. ANDREINI, M. SCARPARI, Il daoismo, Il
Mulino, Bologna 2007, pp. 7-31.
[47] Cfr. A. ANDREINI (a cura di), Laozi,
Einaudi, Torino 2004.
[48]
Ibid., p.23.
[49]
Ibid., p.9.
[50]
Ibid. p. 13. Per un
commento articolato, cfr. CRISMA, L’orizzonte della trascendenza…cit,
pp. 84 sgg.
[51] Cfr. G. UNGARETTI, “I fiumi”,
da L’Allegria, Vallecchi, Firenze 1942.
[52]S. Weil, L’enracinement,
Prélude à une déclaration des devoirs envers l’être humain, Paris,
Gallimard,1949 (trad. it. di F. Fortini,La prima radice. Preludio a una dichiarazione dei doveri verso la
creatura umana, Edizioni di
Comunità, Milano 1954, pp. 244-245).
[53]
Li Zehou, The Path of Beauty. A Study of Chinese Aesthetics,
[54]
BALASZ, La bureaucratie…cit., pp. 18-22.
[55] Su questo tema cfr. T.
LIPPIELLO, “La regola aurea nei Dialoghi di Confucio”, in C. VIGNA, S. ZANARDO
(a cura di),
[56] Cfr. A. CRISMA, “Il problema dei
diritti umani in Cina in un orizzonte di universalismo contestuale”, in S.
MATTARELLI (a cura di), Il senso della Repubblica. Doveri, Franco
Angeli, Milano 2007, pp. 179-190.
[57] Cfr. A. CRISMA, « Esprit
de réforme et confucianisme », in P.C . BORI, M . HADDAD, A.
MELLONI (Eds.), Réformes. Comprendre et comparer les religions, LIT
Verlag, Berlin 2007, pp. 125-142 ; EAD., « Interazioni intellettuali
tra Cina e Occidente dal
[58] A.
CHENG, [59] Cfr. A. CRISMA, “Fra ‘sinità’ e ‘global philosophy’”, pp. 117-130, e M. SCARPARI, “Come la nuova Cina rilegge e riscrive il suo passato”, pp.101-110, Cosmopolis III, 1, 2008(www.cosmopolisonline.it) |