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Giornale Critico di Storia delle Idee
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1. La μεταβολή nella prima deduzione dalla seconda ipotesi
2. L'articolazione
dell'essere nella seconda deduzione dalla prima ipotesi 3. L' ἐξαίφνης
Nelle pagine che seguono verrà
preso in considerazione il rapporto tra essere e tempo nel grande esercizio
dialettico del Parmenide platonico.
Seguendo le argomentazioni della quinta e poi della seconda deduzione si
arriverà a leggere nell'improvviso l'
illuminarsi della natura di tale rapporto. 1. La μεταβολή nella prima deduzione dalla seconda ipotesi
Al
termine della prima deduzione dalla prima ipotesi, nella quale l'uno viene
considerato solo in quanto uno, separatamente rispetto a ciò che potrebbe
incrinare la sua assoluta unità, si stabilisce che l'uno, poiché non partecipa
di nessun tempo, non parteciperà nemmeno dell'essere (οὐσίας) e non
sarà uno
[1]. Il fatto che l'"essere
temporalmente" sia indicato come
l'unica possibile modalità di partecipazione dell'uno all'essere non va inteso
come mera riduzione dell'essere al divenire
[2], ma
come espressione della complessità nella quale soltanto può presentarsi l'uno, il quale è rifratto - in un intreccio di
generazione ed esistenza scandito dall'allora, poi ed ora - attraverso le forme
dell'imperfetto, perfetto, presente, futuro sia di εἶναι
che di γίγνεσθαι
[3]. La natura della transizione o
del "divenire" (μεταβολή) nel contesto della temporalità e dunque
dell'essere dell'uno si mostra in maniera perspicua nel corso della quinta
deduzione, la prima a discendere dall'ipotesi secondo cui l'uno non è. Parmenide inizia
l'argomentazione considerando la possibilità di identificare l'uno-che-non-è distinguendolo dal non-uno-che-non-è. In questo contesto la
negazione consente comunque la determinazione e la conseguente conoscibilità di
ciò a cui si riferisce. L'attribuzione dell'essere al non-uno non aggiunge alcuna ulteriore determinazione a quel che se fosse sarebbe esattamente ciò che non è, a quel che è già del
tutto determinato nella sua possibilità
d'essere
[4]. Parmenide non ci descrive
dunque l'assoluto non essere dell'uno, ma attraverso la
negazione dell'essere si limita a porre la possibilità di una conoscenza
dell'uno distinta dalla sua realizzazione, per cui l'iniziale formula "εἰ ἕν μὴ
ἔστιν" si precisa
nell' "ἕν εἰ μὴ
ἔστιν"
[5]. Dell'uno, che non è, si darà allora
scienza (ἐπιστήμη), sarà
possibile distinguerlo e farne oggetto di conoscenza specifica. Esso
parteciperà della dissomiglianza (ἀνομοιότης)
rispetto agli altri e della somiglianza (ομοιότης)
rispetto a sé stesso; inoltre, non essendo
uguale agli altri, poiché appunto non
è uno, parteciperà della
disuguaglianza (ἀνισότης). In
quanto disuguale e confrontabile con gli altri, parteciperà infine della
grandezza, della piccolezza e dell'uguaglianza che si trova inevitabilmente tra
di esse (μεταξύ
τούτοιν οὖσα)
[6]. Anche all'uno-che-non-è vengono
dunque attribuite le determinazioni che nel corso della seconda deduzione erano
state attribuite all'uno proprio e solo in quanto posto nell'essere e che si erano mostrate
condizioni essenziali per affermare il tempo come sola modalità d'essere
dell'uno. Ma nella quinta deduzione, con la sottrazione dell'essere, si opera
una distinzione tra essere e non essere che permette di concepire l'uno non nella, ma in relazione alla realizzazione spazio-temporalmente determinata.
Precisando tale condizione
dell'uno, Parmenide afferma che esso, pur non essendo, deve in qualche modo
partecipare dell'essere:
Καὶ μὴν καὶ
οὐσίας γε δεῖ
αὐτὸ μετέχειν
πῃ (Parm. 161 e).
Se da un lato la tensione verso
l'essere dell'uno-che-non-è richiede l'identificazione dell'uno come possibilità realizzabile,
dall'altro la sua assenza (absentia),
proprio in quanto mancata realizzazione di ciò che avrebbe costituito l'essere dell'uno - e non di una arbitraria
riproduzione o fantasia -, determina
l'essere del suo non essere, dicendo il quale si direbbe qualcosa di vero, si descriverebbe come "stanno
le cose":
ἔχειν
αὐτὸ
δεῖ οὕτως ὡς
λέγομεν·
εἰ γὰρ μὴ οὕτως
ἔχει, οὐκ ἄν
ἀληθῆ λέγοιμεν
ἡμεῖς
λέγοντες τὸ ἓν
μὴ εἶναι·
εἰ δὲ ἀληθῆ,
δῆλον ὅτι ὄντα
αὐτὰ λέγομεν (Ibid.). [E' necessario che lo stesso
stia come noi diciamo. Se infatti non stesse così, non diremmo il vero dicendo
dell'uno che non è: se invece è vero, è
chiaro che stiamo parlando degli enti stessi].
Negando l'essere dell'uno e
affermando l'essere della negazione, supporremo che le cose stiano veramente come noi diciamo (ἔχειν
αὐτὸ
δεῖ οὕτως ὡς
λέγομεν). Se non si vuol ammettere
un'altra "realtà", duplicazione equivalente alla realtà negata cui la
negazione si riferirebbe, aprendo al regresso ad infinite "vere"
realtà tutte poste sullo stesso piano, - le quali finirebbero per negare
sofisticamente la possibilità della negazione stessa e degli stessi concetti di
"vero" e "falso" -, si dovrà attribuire all'essere negato
l'essere dell'ente detto dal discorso vero.
L'uno-che-non-è, se non sarà non
essente, allontanandosi dall'essere verso il non essere, si troverà ad essere
direttamente essente
[7]. E allora il legame, i vincoli
che nel poema di Parmenide incatenano, stringono la γένεσις
nell'essere, negando il non-essere e limitando quindi l'essere nella sua compiuta determinazione, diviene in
questo contesto elemento di duplice congiunzione, ponte tra l'essere e il non
essere, il quale assicura la determinatezza, la perfezione, la compiutezza di entrambi.
Dice il Parmenide platonico: Δεῖ ἄρα αὐτὸ
δεσμὸν ἔχειν
τοῦ μὴ εἶναι τὸ
εἶναι μὴ ὄν, εἰ
μέλλει μὴ
εἶναι, ὁμοίως
ὥσπερ τὸ ὄν τὸ
μὴ ὄν ἔχειν μὴ
εἶναι, ἵνα
τελέως αὖ
εἶναι ᾖ (Parm. 162 a). [E' necessario che l'uno (non
essente) abbia come legame del non essere l'essere non essente, se vuole non
essere. Parimenti l'essente quello del non essere il non essente, affinché sia
essere in maniera compiuta]. E'
necessario dunque che il legame (δεσμὸν) del
non-essere, ciò che lo trattenga nell'essere, proiettandolo al di fuori
dell'oscurità del nulla, sia lo stesso essere non-essente. Allo stesso modo
l'essere sarà perfettamente tale in quanto legato dal e al non essere il non essente(τὸ
μὴ ὄν). L'essere allora non si riduce
come nell'argomento di Gorgia
[8] ad ambigua copula che, costretta
a sostenere e l'essere e il non essere, faccia della realtà una sorta di libera
finzione. Nella visione di Parmenide la realtà per così dire si espande accogliendo
in sé il possibile attraverso una congiunzione di essere e non essere, in cui
entrambi diventano aspetti di un'unica
realtà illuminata dalla conferma del
suo essere o non essere. "Essere"
e "non essere" arriveranno così a
rafforzarsi (μάλιστ᾽ἄν
εἴη) partecipando ciascuno sia dell' οὐσία, sia
della non-οὐσία,
affermando allo stesso tempo la penetrazione dell' essere nel non essere ed una
posizione dell'essere in genere come comprendente l'essere e il non essere. Anche l' uno, quindi, sia in
quanto non è, sia in quanto è, parteciperà dell' οὐσίαe della
non-οὐσία.
L'essere dell'uno-che-è viene rafforzato dalla negazione dell' assenza
affermata dal non essere dell'uno. In tale contesto la partecipazione dell'uno-che-non-è
all'essere e al non essere si precisa in
un contrasto tra due stati di cose (τὸ
ἔχον πως e μὴ
εχειν οὕτω) attraverso
il quale può mostrarsi la realizzazione del non-essere
ciò che l'uno non è, non essendo l'uno-che-non-è né l'uno solo
possibile, né l'uno-che-è. A questo punto Parmenide chiede: Οἷόν τε οὖν τὸ
ἔχον πως μὴ
ἔχειν οὕτω, μὴ
μεταβάλλον ἐκ
ταύτης τῆς ἕξεως;
Οὐχ οἷόν τε (Parm. 162
b). [E' possibile che qualcosa che
si trova in un modo, in un certo stato, non si trovi in tale stato, senza
cambiare, smuoversi da quello stato di cose? Non è possibile]. La possibilità di una
"duplice constatazione" sull'essere dell'uno si traduce nella necessità
di una transizione. Prosegue Parmenide: Πᾶν
ἄρα τὸ
τοιοῦτον
μεταβολὴν
σημαίνει, ὅ ἄν
οὕτω τε καὶ μὴ
οὕτως ἔχῃ (Ibid.).
Tutto ciò che è tale per cui si
trova in uno stato e non vi si trova (ὅ ἄν οὕτω τε
καὶ μὴ οὕτως
ἔχῃ) indica, segnala (σημαίνει) un
passaggio, un trapassare (μεταβολὴ). La μεταβολὴ è la realtà dell'uno-che-non-è. Non si tratta di un annullamento dell'uno, ma di
quel che realmente resta dell'uno nel
momento in cui lo si nega; si tratta del fluire
dell'uno, attraverso il quale si manifesta e realizza per l'uno la possibilità
di non essere definitivamente fissato, di distendersi nel suo essere, il quale,
istantaneamente immobilizzato e negato, si dissolverebbe in un nulla. L'uno è
possibile, cioè non si riduce tutto a quel che è (spazio-temporalmente dato –
non potrebbe infatti darsi altrimenti), poiché era e non è più. Questo trapassare, abbandonare
uno stato per un altro, secondo Parmenide mette l'uno in movimento (κίνησις):
Καὶ
κινούμενον
ἄρα τὸ οὐκ ὄν
ἕν πέφανται,
ἐπείπερ καὶ
μεταβολὴν ἐκ
τοῦ εἶναι ἐπὶ
τὸ μὴ εἶναι ἔχον (Parm. 162 c). Ma si tratterà di un moto
particolare, poiché l'uno, non essendo, non si sposterà da un luogo in un altro
(οὐδ᾽ἄν
μεθίσταιτό
ποθέν ποι). Non ci sarà qualcosa di esteso di cui constatare la
variazione di posizione, né per traslazione né per rotazione. L'uno-che-non-è
non entrerà in contatto con l'identico in nessun luogo, esso non sarà un ente
spazialmente identificabile. Sarà tuttavia identificabile, come abbiamo visto,
in quanto uno-possibile e in questo senso né l'uno essente né quello non
essente si faranno altro rispetto a sé stessi (οὐδὲ μὴν
ἀλλοιοῦται
που τὸ ἕν
ἑαυτοῦ, Parm. 162 b), ma saranno fermi e in quiete. Il movimento dell'uno-che-non-è dovrà però
implicare necessariamente una alterazione; il "non più" (οὐκέτι) del
suo stato
[9] impone
che esso si dia "altrimenti" (ἑτέρως). L'uno, non essendo, nascerà
e perirà, si produrrà come altro rispetto a prima e abbandonerà, vedrà
distruggersi la sua precedente condizione. La generazione e la corruzione si
fonderanno nella μεταβολή
[10] manifestando la verità del non-essere dell'uno: τὸ
δ᾽ἀλλοιούμενον
ἆρ᾽οὐκ ἀνάγκη
γίγνεσθαι μὲν ἕτερον
ἤ πρότερον,
ἀπόλλυσθαι δὲ
ἐκ τῆς
προτέρας
ἕξεως; (Parm. 163 b). L'uno, non essendo, mostrerà l'alterità del suo essere nel divenire.
Questo non si riduce a mera congiunzione di determinazioni contraddittorie, ma è manifestazione di una tendenza che, rimanendo ancorata all’uno
e stabilendo la possibilità stessa dell'esser possibile dell'uno nonché la
possibilità della distinzione tra la verità e la falsità della posizione
dell'uno, si insinuerà nel cuore dell'essere dell'uno, aprendolo alla
possibilità di una complessa articolazione attraverso la quale esso potrà
costantemente proiettarsi al di là di sé stesso pur rimanendo sé stesso,
rivelando la sua natura intimamente temporale. Di quest'articolazione andremo
ora ad occuparci.
2. L'articolazione
dell'essere nella seconda deduzione dalla prima ipotesi
Αbbandonata
l'assoluta separatezza dell'irrappresentabile uno, si ammette nella seconda
deduzione dalla prima ipotesi la partecipazione dell'uno all'essere. Sebbene Parmenide distingua tra
l'uno e il suo essere, egli pone l'uno
essente come indissolubile intreccio, come intero (ὅλον),
ciascuna parte del quale - cioè la parte-uno e la parte-essere
[11] -, in quanto parte, non può mancare dell'altra,
implicando di nuovo la sintesi dell'uno e dell'essere. Si apre in questo modo un regressus in indefinitum
[12], per cui l'uno e l'essere,
singolarmente intesi, continueranno a sfuggire in reciproca implicazione,
sprofondando e dissolvendosi all'interno della prima posizione dell'essere e dell'uno. Ogni tentativo di cogliere
l'uno in quanto uno nel suo essere, produrrà solo una indefinita
moltiplicazione dell'iniziale sintesi.
L'uno-che-è, nella sua infinita
riproducibilità, si mostrerà quindi quantitativamente illimitato (ἄπειρον ἄν
τὸ πλῆθος οὕτω
τὸ ἓν ὂν εἴη, Parm. 143 a) e
dunque ἄπειρον, privo di limiti, in senso diverso sia rispetto
all'ἀπειρία dell'uno della prima deduzione, la quale indicava
l'assenza dell'essere di qualsiasi
determinazione, sia rispetto all'ἄπειρον
εἶναιdi Melisso, all'essere che in quanto tale è appunto uno e
indeterminato
[13]. La dualità dell'essere dell'uno, se da un lato
potrebbe certo perdersi nella immobile indeterminatezza melissiana,
nell'abbandono del limite che riproduce sempre di nuovo l'identica sintesi
dell'uno e dell'essere, dall'altro contiene e si apre alla possibilità di una
fissazione nell'essere della distinzione dell'uno rispetto all'essere. Ed è considerando tale
possibilità che va letta la successiva argomentazione di Parmenide. L'uno in quanto partecipa dell'οὐσία
è apparso essere molti
(διὰ
ταῦτα δὴ τὸ ἓν
ὂν πολλὰ ἐφάνη, Parm. 143 a). Ora,
in contrapposizione a questa rappresentazione dell'uno, abbandonando questa unificazione dell'essere ed
entificazione dell'uno, si potrà afferrare l'uno senza l'essere di cui
partecipa - dunque esso stesso secondo sé stesso
(αὐτὸ
καθ᾽αὑτό) - solo grazie al pensiero (τῇ
διανοίᾳ) che riflette su quel che già è.
L'operazione che in questo
contesto il pensiero può compiere non è una fissazione separata dei due
termini, essendo essi, come si è visto, disgiuntamente irrappresentabili e dati solo nella sintesi. Il pensiero può
solo riflettere sul fatto che l'uno e l'essere non sono la stessa cosa, tralasciando che cosa essi siano; esso
può "scorrere"
[14] dall'uno
all'altro rilevando che sono diversi l'uno dall'altro, per cui penserà diversamente, separerà l'essere e l'uno [15].
Di conseguenza essi risulteranno non coincidenti non per sé stessi,
non in quanto "uno" e in quanto "essere", ma grazie al
"diverso" e all'"altro" (τῷ ἑτέρῳ
τε καὶ ἄλλῳ, Parm. 143 b),
grazie quindi al negativo che permette e si offre ad una stabile riflessione
analitica sulla positiva sintesi dell'uno essente. L'alterità (τὸ ἕτερον), la
possibilità di differenziazione, si pone dunque come terzo "elemento"
(oltre all'essere e all'uno), il quale garantisce la pensabilità di entrambi ed
il rapporto tra di essi, stabilendone
l'unione nella reciproca diversità
[16]. Parmenide ottiene così la
possibilità di operare con le singole unità omogeneamente distinte riuscendo in
qualche modo a manipolare l'inafferabile sintesi iniziale, i cui elementi
possono ora esser detti (ἔστιν
εἰπεῖν) singolarmente o anche due a
due (ἑκάτερον
o ἀμφοτέρω). Si innesca in questo modo un
processo per cui si formeranno coppie
[17], molto
icasticamente indicate da Parmenide con συζυγίαι (giogo comune) e σύνδυο, costituite da elementi legati, ma per sé
distinguibili, i quali potranno sia essere separatamente aggiunti di nuovo alla
coppie dando luogo a delle terne, sia, in quanto componenti delle coppie e
delle terne, essere utilizzati come indici di moltiplicazione, per cui ogni
nuova "formazione" arriverà ad essere per così dire riflessa e
rifratta attraverso tutte le altre. Si manifesteranno in questo
modo tutti i numeri. Il numero attraverso un duplice livello di
rappresentazione viene necessariamente dedotto dall'essere dell'uno (εἰ ἄρα
ἔστιν ἕν,
ἀνάγκη καὶ
ἀριθμὸν εἶναι, Parm. 144 a). Si avrà allora una nuova forma
di illimitatezza e l'instabilità dell'essere dell'uno potrà mostrarsi non più
nella indefinita possibilità di riproduzione, ma in una molteplicità interconnessa: illimitata sarà ora la quantità
numerica degli enti (ἀριθμοῦ
γε ὄντος πολλὰ
ἄν εἴη καὶ
πλῆθος ἄπειρον
τῶν ὄντων, Ibid.) Attraverso
la partecipazione del numero all'essere, in una riconsiderazione dell'essere
attraverso un principio di differenziazione il quale si innesta nell'essere
come principio di divisione numerica, l'essere subisce una distribuzione (νενέμηται)
quantitativa nella molteplicità degli enti, la quale sarà così differenziata e
strutturata come la molteplicità numerica lo è al suo interno. L'operazione
analitica, "formale", si ipostatizza, per così dire, nella dispersione
numerica dell'essere: Κατακεκερμάτισται
ἄρα ὡς οἷόν τε
σμικρότατα καὶ
μέγιστα καὶ
πανταχῶς ὄντα,
καὶ μεμέρισται
πάντων
μάλιστα, καὶ
ἔστι μέρη
ἀπέραντα τῆς
οὐσίας (Parm. 144 b). [Gli enti sono frammentati il
più piccoli e più grandi possibile e in tutti i modi, parcellizzati al massimo
grado e ci sono parti illimitate (infinite, ἀπέραντα) dell'essere].
Ora è impossibile che ognuna di
queste parti non sia nessuna (ne-ipsa-una)
parte (οὐδ-ὲν
μέρος); se essa è, deve pur essere, finché è, un qualcosa (ἕν
γέ τι εἶναι),
secondo quanto si era stabilito già all'inizio della deduzione. L'uno allora
sarà presso (πρόσεστιν) tutte
le parti dell'essere, distribuito in altrettante parti quante sono quelle in
cui è risultato distribuito l'essere. L'uno non mancherà dell'essere e
viceversa, ma essi si equivarranno (ἐξισοῦσθον)
essendo sempre due in tutte le cose (δύο ὄντε ἀεὶ
παρὰ πάντα).
Quindi: οὐ μόνον ἄρα
τὸ ὂν ἓν πολλὰ
ἐστι, αλλὰ καὶ
αὐτὸ τὸ ἓν ὑπὸ
τοὺ ὄντος
διανενεμημένον
πολλὰ ἀνάγκη
εἶναι.
Παντάπασι μὲν
οὖν (Parm. 144 e). Non solo l'essente uno è molteplice, ma anche lo stesso uno, distribuito da e
attraverso l'ente, è necessariamente molteplice. Potrebbe sembrare
[18] che con questo risultato non
ci si sia allontanati molto dall'iniziale aporia dall'aspetto zenoniano per cui
ogni tentativo di determinazione si era risolto in una indefinita
moltiplicazione dell'indissolubile sintesi tra essere e uno. Ma a questa indifferenziata
molteplicità che si sviluppa dal primo essere dell'uno attraverso un'"immobile" riproduzione sempre
dello stesso composto - il quale si pone ogni volta come l'"intera e
assoluta realtà", chiusa in sé stessa e priva di relazioni con le altre
"copie-composto"- si sovrappone la molteplicità quantitativamente
articolata e differenziata dell'uno che è distribuito e riprodotto in una
pluralità infinita di enti diversi,
di parti distinte, grandi, piccole, di ogni dimensione, in rapporto tra loro e
commensurabili. Comincia dunque a mostrarsi la
natura dell'articolazione dell'essere dell'uno, il quale tende ad accrescere
l'interna complessità attraverso un'organica
distinzione e reduplicazione. Se nell'iniziale regressus ad indefinitum la partizione poteva discendere da una
arbitraria suddivisione, necessariamente vincolata alla mera riproduzione del
composto da suddividere, nella moltiplicazione numerica l'instabile dualità dell'uno-che-è viene in qualche modo sfruttata
attraverso una operazione ricorsiva,
la quale, in quanto gesto unitario che nel momento in cui divide non può che
raccogliere sotto di sé, si trova poi riflessa nell'infinita pluralità delle
parti dell'essere e dell'uno. Si ripropone allora in altro
contesto e sotto altra veste il problema della sfera parmenidea la cui
soluzione sembra richiedere una "costrizione" dell'indeterminato
nella determinazione. Il Parmenide del nostro dialogo afferma infatti che le
parti sono necessariamente parti di un
intero e pertanto l'uno, secondo quanto è proprio dell'intero, sarà limitato
[19]; le parti infinite saranno
avvolte dall'uno che ne costituirà il limite. Si arriva quindi a stabilire
che l'uno-che-è è uno e molteplice, intero e parte, limitato e illimitato per
la quantità numerica. L'uno potrà allora distendersi
attraverso diverse posizioni (stati), assumendo uno schema (aspetto, ἔχω/σχήμα) o
figura (σχήματος
δὴ τινος, ὡς
ἔοικε,
τοιοῦτον ὄν μετέχοι
ἄν τὸ ἕν, Parm. 145 b). Non riducendosi a quel che di volta in volta
esso si troverà ad essere, sarà in sé stesso e non lo sarà. Ogni parte è
nell'intero, sarà circondata dall'intero (ὑπὸ τοῦ
ὅλου περιέχεται) e
tutte le parti coincideranno con l'uno, il quale è tutte le parti di sé stesso. Ma esse saranno tutte le parti
dell'uno, solo in quanto l'uno riuscirà ad abbracciare tutte le sue parti come intero.
La molteplicità delle parti che costituiscono l'uno si darà solo nella unità
che le pone in rapporto reciproco stringendole nell'interezza della loro configurazione. Quindi l'uno è in sé stesso in
quanto è tutte le sue parti, ma sarà in altro in quanto è l'intero delle sue
parti. Per essere in tutte le sue
parti l'intero dovrebbe essere in ciascuna di esse, ma in questo modo non
farebbe che isolare e assolutizzare la singola parte impedendo la molteplicità
necessaria sia alle parti che all'intero per esser tali; se invece l'intero
fosse solo in alcune parti allora ciò che è di più dovrebbe trovarsi in ciò che
è di meno, il che sarebbe parimenti impossibile. Dunque, l'uno-intero non sarà
in più parti, in una o in tutte, ma nemmeno si può ammettere che l'intero non
sia in alcun luogo
[20], luogo
posto proprio dalle parti nella loro articolazione all'interno del limite ad
esse necessario in quanto parti. L'intero non può quindi che essere in altro (εν ἄλλῳ), in
un continuo "spostamento", nel continuo riferirsi ad altro, nel
negarsi dei singoli costituenti che in quanto tali non sono l'intero. L'instabile stabilità
riconosciuta nell'uno essente conduce Parmenide a trarre una prima rapida, ma
importante conclusione: Οὕτω δὴ
πεφυκὸς τὸ ἕν
ἆρ᾽οὐκ ἀνάγκη
καὶ κινεῖσθαι
καὶ ἑστάναι; (Parm. 145 e). [Essendo questa la natura
dell'uno, non è necessario che esso si muova e stia fermo?]. Rimanendo in sé stesso l'uno
risulta in quiete. Identificandosi (spazialmente) con tutte le sue parti, essendo le sue parti, esso resta sempre
nello stesso (ἐν
τῷ αὐτῷ) ed è quindi sempre in quiete (τὸ δέ γε ἐν τῷ
αὐτῷ ἀεὶ ὂν
ἑστὸς δήπου
ἀνάγκη ἀεὶ
εἶναι). Si noti come la stabilità spaziale cominci ad
essere temporalmente connotata e indicata come il continuo (ἀεὶ) durare in un certo stato, il
quale viene quindi presentato in rapporto
ad altro, come se dovesse costantemente opporsi alla possibilità di non essere
(di essere in altro), trattenendo, ristabilendo continuamente
[21] il proprio essere (nello
stesso). In quanto infatti è sempre in altro e non è mai nello stesso, l'uno
sarà sempre in movimento. Si stabiliscono allora rapporti
temporali per cui l'uno sarà più giovane, più vecchio e della stessa età
rispetto agli altri. Dopo aver mostrato la
necessaria "precedenza" dell'unità rispetto alla pluralità numerica
[22], Parmenide fa di nuovo riferimento
alla natura (φύσις)
dell'uno, il quale, essendo composto da parti, dovrebbe essersi generato nella
distensione geometrica cui sopra si accennava, la quale non può che darsi progressivamente: ἀλλὰ μὴν μέρη
γε ἔχον ἐφάνη
τὸ ἕν, εἰ δὲ
μέρη, καὶ ἀρχὴ
καὶ τελευτὴν
καὶ μέσον (Parm. 153 c). Se l'uno avrà parti, esso sarà
anche un intero limitato da estremi e quindi avrà un principio, un mezzo e una
fine. Questa scansione, considerata prima solo come base necessaria alla
possibile determinazione geometrica dell'uno, diventa ora sintesi temporale di
tratti successivi, ciascuno dei quali rappresenta un compimento parziale
dell'uno, il quale quindi sarà generato per ultimo, risultando più vecchio di
tutte le sue parti e dunque degli altri rispetto all'uno
[23]. L'essere in altro
dell'interezza dell'uno si manifesterà ora attraverso il suo venir dopo tutte le sue parti in un non-essere
che, per così dire, sostiene l'essere che man mano viene negato nella e per la
generazione dell'uno. Ma ciascuna parte in quanto non
contiene molteplicità e sarà distinguibile come parte, sarà numericamente una.
Quindi l'uno accompagnerà ogni singola parte che si costituisce come momento
dell'intero assente in ognuna di esse. L'uno, in quanto si rivela nella singolarità
della parte come principio di distinzione, sarà contemporaneo ad ogni parte che
si generi aggiungendosi in successione, sino a mancare in sé stesso come
principio di unificazione al di là di ogni parte. In questo senso dunque, ma
sempre in accordo alla sua natura (ὥστ᾽εἰ
μὴ παρὰ φύσιν
πέφυκεν αὐτὸ
τὸ ἕν, Parm. 153 e), l'uno manterrà la stessa età di tutti gli altri
e non sarà né più vecchio né più giovane. E' chiaro che la complessità
ontologica dell’uno nel suo essere si dispiega nell’equilibrio temporale dell’identità e della differenza, per cui il tempo viene in qualche modo a mancare non
appena gli enti si confondono in pura identità,
respingendo fuori del tempo del loro essere-identici
l’alterità che era stata in essi pensata: οὐδὲν ἔστι
τῶν ὄντων ἐν ᾧ
ἐστὶν τὸ
ἕτερον χρόνον
οὐδένα (Parm. 146 d). [In nessuno degli enti vi è l'alterità per un qualche tempo]. Riducendo gli enti al loro
essere indeterminato, nella cui identità mai potrà essere il diverso, la temporalità si semplifica in indifferenziata
e immobile durata. Ma il tempo dell’uno-che-è è un
tempo che avanza (πορευομένον). L’uno, partecipando dell’essere e del tempo,
parteciperà di una sempre rinnovata differenziazione (διαφορότης
[24]), diventando sempre più
vecchio. L' "invecchiamento"
non è però inteso in senso assoluto
[25], come crescita entropica
legata al tempo come principio di distruzione: ἀλλὰ μὴν
τὸ γε
πρεσβύτερον διαφορότης
νεωτέρου
ἐστίν καὶ
οὐδενὸς ἄλλου (Parm. 141 c) [ma il "più vecchio" è differenza rispetto al "più
giovane" e rispetto a nient'altro]. L'essere e il diventare più
vecchio possono darsi solo in rapporto a qualcosa che a sua volta diventerà e
sarà più giovane del più vecchio. Si dovrà allora ammettere che l'uno diventa
più vecchio di sé stesso che diventa più giovane
[26]. La fase successiva richiede
la presenza di quella precedente, la
quale a sua volta si determina in base a quella successiva. Il passato allora
non si spegne oscuramente nel nulla, ma "sopravvive" nell'uno,
contribuisce al suo essere, il quale si
darà come insieme vivente di momenti
che continueranno a ridefinirisi reciprocamente. Al νῦν che si trova tra l'era e il
sarà, in cui l'uno si trattiene dal divenire ed è ciò che si è trovato ad essere divenendo (ἐπειδὰν
κατὰ τοῦτο [νῦν]
ᾖ,
ἐπίσχει ἀεὶ
τοῦ γίγνεσθαι
καὶ ἔστι τότε
τοῦτο ὅτι ἄν
τύχῃ γιγνόμενον, Parm. 152 c-d)
corrisponde una statica posizione
che, nel porsi, viene immediatamente relativizzata e riferita ad un'altra
posizione in cui pure l'uno non diviene ma è. Così l’uno che diventa più
vecchio, quando incontra l’ora, è più
vecchio e lo è di ciò di cui lo diventava, il quale a sua volta si troverà ad essere relativamente più giovane. Attraverso questo costante
rapporto, nella interna tensione tra essere e divenire, il νῦν può espandersi attraverso
tutto l'uno come continua presenza della differenza. Τὸ γε μὴν νῦν
ἀεὶ πάρεστι τῷ
ἕνι διὰ παντὸς
τοῦ εἶναι·
ἔστι γὰρ ἀεὶ
νῦν ὅτανπερ ᾖ (Parm. 152 e). [L'ora infatti è sempre presso
l'uno attraverso tutto l' essere: è infatti sempre ora qualora sia]. Parmenide può così stringere
nell' "ora" il tempo dell'essere dell’uno, comprendendo
l'articolazione dell’uno-che-è in un presente, dalla cui complessa realtà tuttavia traluce quel che il tempo non può comprendere.
3. L' ἐξαίφνης Τὸ
δὲ φλέγει
ἀκάματον πῦρ
ὄρμενον
ἐξαίφνης Fiammeggia
instancabile il fuoco che si leva all'improvviso
(Omero, Iliade, XXI, 14-5) Terminata la seconda deduzione
e ammessa la possibilità di una scienza, opinione e percezione dell'uno (ἐπιστήμη
δὴ εἴη ἄν
αὐτοῦ καὶ δόξα
καὶ αἴσθησις, Parm. 155 e), Parmenide riprende il discorso con la celebre
espressione ἔτι
δὴ τὸ τρίτον
λέγωμεν, "diciamo ancora per la
terza volta"
[27],
introducendo una nuova argomentazione cui gli interpreti hanno spesso
riconosciuto una particolare importanza filosofica
[28] e una peculiare posizione e
funzione all'interno dell'intera serie di deduzioni
[29]. Parmenide dà inizio alla
discussione richiamando i risultati ottenuti nelle precedenti analisi sul modo
d’essere dell’uno: τὸ ἕν εἰ ἔστιν
οἷον
διεληλύυαμεν [...]
ἕν τε ὄν καὶ πολλὰ
καὶ μήτε ἓν
μήτε πολλὰ καὶ
μετέχον χρόνου (Parm. 155 e). [L'uno, se è come abbiamo
detto, [...] e uno essente e molti e né uno né molti e partecipante del tempo]. Come abbiamo visto, l'uno si è
rivelato essere - considerato secondo diverse prospettive strutturate per
implicazione reciproca - quantitativamente uno e molti, principio di unificazione,
distinzione e moltiplicazione, indifferenziatamente né uno né molti; e ancora,
non molti in quanto uno al di là dei molti e di sé stesso ed uno in ciascuno di
essi, e non uno in quanto molti componenti l'uno e in quanto moltitudine
indefinitamente riproducibile. Ora tutte queste determinazioni, la complessa
stratificazione dimensionale che si è manifestata nel movimento di
differenziazione dell'uno e che è stata raccolta in sintesi ammettendo la
partecipazione dell'uno al tempo, si dispiegherà e distribuirà ritmicamente secondo
tempi diversi: [scil. οὐκ
ἀνάγκη] ὅτι μὲν
ἔστιν ἕν,
οὐσίας
μετέχειν ποτέ,
ὅτι δ᾽οὐκ ἔστι,
μή μετέχειν αὖ
ποτε οὐσιας.
Ἀνάγκη. Ἆρ᾽οὖν
ὅτε μετέχει,
οἷόν τε ἔσται
τότε μὴ
μετέχειν, ἤ ὅτε
μὴ μετέχει,
μετέχειν; (Parm. 155 e). Se è l’uno, allora (in quel
tempo) parteciperà dell'οὐσία; se non lo è, allora non vi parteciperà. Una qualunque
posizione dell'uno, sia essa l'unità distinta (dalle altre unità) o indistinta,
la molteplicità numerica o indefinita, rimanderà ad un altro
"momento" in cui quella posizione sarà negata, relativizzata e resa
per questo distinguibile:
ἐν ἄλλῳ ἄρα
χρόνῳ μετέχει
καὶ ἐν ἄλλῳ οὐ
μετέχει· οὕτω
γὰρ ἄν μόνως τοῦ
αὐτοῦ μετέχοι
τε καὶ οὐ
μετέχοι (Parm.
Ibid.).
La complessità ontologica
dell'uno nel suo essere potrà mostrarsi attraverso la diversità dei tempi di partecipazione, grazie alla quale soltanto
può darsi la partecipazione e la non
partecipazione allo stesso (τοῦ
αὐτοῦ). Si afferma dunque un necessario
"alternarsi" delle determinazioni, il quale però non sembra
riconducibile al problema della partecipazione, per così dire,
orizzontale, di uno stesso soggetto a
predicati differenti (P e non-P), cioè alla possibilità di spostare e risolvere
sul piano della successione temporale la contraddizione, altrimenti
analiticamente inammissibile; non si tratta qui del problema del "divenire
temporale", inteso come passaggio
tra due differenti stati/proprietà dell'identico soggetto, i quali, posti sullo
stesso piano, dovranno poi essere collegati da un "istante" che
trapassi (ma in quanto appunto in-stante, non trapassante) dall'uno all'altro. Ci sarà invece anche un tempo della partecipazione al
divenire, il quale è
"parte" della manifestazione dell'essere dell'uno considerato nel
suo distendersi, procedere dall'ora al
poi
[30]. Parmenide afferma molto
chiaramente che c'è, dovrà esserci anche questo
tempo (οὗτος
χρόνος) dell'uno:
ὅτε
μεταλαμβάνει
τοῦ εἶναι καὶ
ὅτε
ἀπαλλάττεται
αὐτοῦ [quando afferra l'essere e
quando l'abbandona].
E' impossibile pensare di
essere in un momento (τοτὲ
μὲν) in una condizione e in un altro momento (τοτὲ δὲ) di
non esservi, senza che in un qualche
tempo (ποτε) tale
condizione non sia afferrata e lasciata. Questo farsi altro dell'uno,
considerato momento condizionante che precede e segue il momento del suo esser
altro, questo abbandonare ed afferrare l'essere è per Parmenide il divenire, il
generarsi (γίγνεσθαι) e perire
(ἀπόλλυσθαι)
dell'uno:
ὅταν μὲν
γίγνηται ἕν, τὸ
πολλὰ εἶναι
ἀπόλλυται, ὅταν
δὲ πολλά, τὸ ἓν
εἶναι
ἀπόλλυται (Parm. 156 b). [Qualora diventi (si generi)
uno, perisce l'esser molti, qualora diventi invece molti, perisce l'essere
uno].
Il diventare-uno e il diventare-molti
sono quindi riconosciuti come processi diversi di generazione e corruzione (e
precisamente, συγκρίνεσθαι e διακρίνεσθαι), i
quali si distinguono a loro volta dall'essere-uno
e dall'essere-molti, il cui reciproco
differenziarsi costituisce allo stesso tempo il motore e il risultato di quei
processi. La stessa cosa vale per altre coppie di determinazioni opposte, come
simile/dissimile, grande/piccolo, per le quali si ammette un tempo del divenire
l'uno o l'altro degli opposti, e dunque del crescere, diminuire, eguagliarsi,
assimilarsi, diversificarsi. Si potrà dunque sintetizzare e
allo stesso tempo generalizzare affermando che da un lato l'uno è fermo e stabilmente
in quiete e dall'altro è invece continuo processo, moto, continua apertura
all'una o all'altra delle sue "fasi". Si danno allora due
"tempi" in generale, quello del moto e quello della quiete, i quali
costituiscono e determinano l'essere nel
tempo dell’uno. Ma come sarà possibile dar
conto di questo rapporto? Potrà esso stesso manifestarsi?
Si richiede certo una discontinuità che insieme garantisca
l'unità di quel che si mostra nella separazione: ὅταν δὲ
κινούμενόν τε
ἵστηται καὶ
ὅταν ἑστὸς ἐπὶ
τὸ κινεῖσθαι
μεταβάλλῃ, δεῖ
δήπου αὐτό γε
μεδ᾽ἐν ἑνὶ
χρόνῳ εἶναι (Parm. 156 c). [Quando essendo in movimento si
fermi e quando stando fermo si sposti (si proietti, μετα-βάλλῃ) verso
il movimento, è necessario certamente che esso non sia in qualche tempo]. Se l'uno, in quanto è, è e
diviene nel tempo, il quale costituisce l'intera realtà della stessa
possibilità d'essere dell'uno, non ci sarà alcun tempo in cui l'uno né è né
diviene, né muta né si mantiene immobile: Χρόνος δέ γε
οὐδεὶς ἔστιν
ἐν ᾧ τι οἷόν τε
ἅμα μήτε κινεῖσθαι
μήτε ἑστάναι (Ibid.). [Non c'è alcun tempo nel quale
sia possibile che qualcosa né si muova né stia fermo]. Eppure, se il tempo stesso è la
presenza di questi diversi momenti e sarà possibile distinguerli attraverso il
tempo, per cui l'uno che è prima in quiete potrà poi muoversi e viceversa, si
dovrà ammettere la possibilità di un effettivo spostamento dall'uno all'altro. Sarà allora
necessario introdurre una terza dimensione? "Πότε οὖν
μεταβάλλει;", "quando allora avverrà questo spostamento?" chiede
il giovane Aristotele, ormai disorientato. L'uno si sposterà all'improvviso. Questo, τὸ
ἐξαίφνης, è il non-luogo (τὸ ἄτοπον τοῦτο) in
cui si troverà l'uno quando si sposterà, la sospensione
della realtà temporale, lo squarcio che interromperà la continuità di ogni
dimensione, attraversandole tutte, e a partire dal quale l'uno potrà
proiettarsi verso ciascuna di esse (τὸ
γὰρ τὸ
ἐξαίφνης τοιόνδε
τι ἔοικε
σημαίνειν, ὡς
ἐξ ἐκείνου μεταβαλλόν
εἰς ἑκάτερον, Parm. 156 d). Questa natura improvvisa, ἡ
ἐξαίφνης αὕτη
φύσις, inafferrabilmente posta tra (μεταξύ) la
quiete e il movimento, che non è né in quiete né in movimento, né in nessun altro
modo, mostrerà la possibilità stessa
dell'impossibile nel tempo. In essa è l’"attimo"
[31] imprevedibile, il vorticoso punto in cui l'eterna forza vitale (ἀιών
[32]) si raccoglierà risfolgorando
della propria potenza, per poi
ridistendersi nella temporalità dell'essere. La parola "ἐξαίφνης"
non indica infatti l'"istante" del tempo raggiungibile (o da cui ci
si possa allontanare) progressivamente
[33], né un limite o una
misura che possano essere arbitrariamente posti
[34]. Propria dell' ἐξαίφνης è la
sorpresa, il balzo, lo scarto, l'imprevedibilità, il porsi al di là di ogni
controllo intenzionale. In questo senso l' ἐξαίφνης si
distingue anche dal καιρός, dal
tempo opportuno, il quale, sebbene si dia come discontinuità emergente da un'
imprevedibile e incontrollabile congiuntura, permette di ristabilire la
continuità attraverso una immediata reazione e adeguazione, le quali, inoltre,
sono in genere guidate da una prospettiva e da un’attesa – inevitabilmente
costruite in base ad uno scopo e ad una intenzione – che determinano la natura
stessa del καιρός,
dell’armonico punto d’equilibrio che si è pronti
a cogliere
[35]. Nel caso dell’ ἐξαίφνης
invece, date certe condizioni, si verificherà un evento che, usando quelle
condizioni come punto d’appoggio, se ne distaccherà imprevedibilmente, lacerandone,
per così dire, il tessuto e introducendo una novità che non può essere afferrata seguendo lo sviluppo di quanto
andava accadendo
[36]. Così nelle Leggi, trattando dell’omicidio per ira (θυμῷ) di un uomo libero,
Platone distingue tra quanti ricercano la vendetta e uccidono in una fase
successiva all’offesa subita, e quanti invece senza premeditazione (ἀπροβουλεύτως)
uccidono qualcuno all’improvviso, ἐξαίφνης, fuori
controllo, presi dall’impeto immediatamente sorto (παραχρῆμα
τῆς ὁρμῆς
γενομένης)
[37]. Allo stesso modo, sempre
nelle Leggi, discutendo della giusta
punizione di chi perde le armi in guerra, l'"Ateniese" sostiene la
necessità di non sottoporre qualcuno ad un processo immeritato nel caso in cui
le armi siano state abbandonate in maniera inevitabile ed involontaria. Tra gli
esempi di una tale situazione si indica il caso in cui: χειμώνων ἐν
κόποις
ὑποδεξαμένης
αὐτοὺς ἐξαίφνης
πολλῆς ῥὺσεως
ὕδατος (Leg. 944 b). Immersi nel cuore della
tempesta (χειμώνων
ἐν κόποις), con
tutte le forze e le facoltà impegnate a seguire, comprendere e reagire al corso
degli eventi, nel tentativo di trattenersi, sopravvivere, questi uomini saranno
colti di sorpresa (ὑποδεξαμένης
αὐτοὺς) da un'improvvisa (ἐξαίφνης)
corrente che li disarmerà, superando
ogni organizzata resistenza. L'uomo, qualunque sia la
precedente condizione o il tempo in cui egli abbiano sistemato le proprie
modalità di orientamento, si troverà nell' ἐξαίφνης fuori di sé
[38]. Nel Simposio la sacerdotessa "Μαντινική",
Diotima, spiega a Socrate che il dio entra in contatto con l'uomo attraverso la
natura demonica – e tale è quella di
Eros – la quale, ponendosi tra il divino
e l'umano, oltre a rendere possibile ogni "mantica" e a garantire il
commercio e la "dialettica" (διάλεκτος) tra
gli dei e gli uomini, assicura l'intima connessione ed unità del tutto (ὥστε τὸ
πᾶν αὐτὸ αὑτῷ
συνδεδέσθαι, Symp. 202 e),
considerato come l'insieme di dimensioni incommensurabilmente diverse. Eros,
come amore della bellezza, desiderio di procreazione nella bellezza, sarà il
miglior strumento ed aiuto (συνεργός) cui
la natura umana possa appoggiarsi per proiettarsi al di là di sé stessa, per
superare la propria mortalità ed avvicinarsi il più possibile alla natura
divina. Diotima descrive quindi un
percorso di progressivo innalzamento che parte dall'amore per i bei corpi,
passa attraverso l'amore per la bellezza che si trova nella anime, quindi per
quella delle istituzioni, delle leggi, delle scienze, finché, ormai in grado di
generare bei discorsi e pensieri, non si riesca a scorgere la scienza unica di
tale bellezza. Colui che sia giunto sino a
questo punto nella conoscenza dei misteri erotici (πρὸς τέλος
ἤδη ἰών τῶν
ἐροτικῶν) all'improvviso vedrà qualcosa di miracoloso,
per sua natura bellezza
[39]: ἐξαίφνης
κατόψεταί τι
θαυμαστὸν τὴν
φύσιν καλόν (Symp. 210 e). Teso verso il gran mare della
bellezza (τὸ πολὺ
πέλαγος τοῦ
καλοῦ), in generoso, fecondo, amor della sapienza (ἐν
φιλοσοφίᾳ
ἀφθνῳ), egli vedrà rivelarsi sulla soglia del tempo, in un lampo
prodigioso, l'unità e l'interna complessità del tutto.
Note
[1] Cfr. Parm. 141 e.
[2] Cfr. Tim.
38 a-b.
[3] Εἰ ἄρα τὸ ἕν μηδαμῇ μηδενὸς μετέχει χρόνου, οὔτε ποτὲ γέγονεν οὔτ᾽ ἐγίγνετο οὔτ᾽ἦν ποτὲ, οὔτε νῦν γἐγονεν οὔτε γίγνεται οὔτε ἔστιν, οὔτ᾽ ἔπειτα γενήσεται οὔτε γενηθήσεται οὔτε ἔσται. Ἀληθέστατα. Ἔστιν οὖν οὐσιας ὅπως ἄν τι μετάσχοι ἄλλως ἤ κατὰ τούτων τι; Οὐκ ἔστιν. Οὐδαμῶς ἄρα τὸ ἓν οὐσίας μετέχει (Parm. 141
e).
[4] Πρῶτον μὲν ἄρα γνωστόν τι λέγει, ἔπειτα ἕτερον τῶν ἄλλων, ὅταν εἴπῃ ἕν, εἴτε τὸ εἶναι αὐτῷ προσθεὶς εἴτε τὸ μὴ εἶναι· οὐδὲν γὰρ ἧττον γιγνώσκεται τί τὸ λεγόμενον μὴ εἶναι καὶ ὅτι διάφορον τῶν ἄλλων (Parm. 160 d).
[5] Cfr. Parm. 161 b-d.
[6] Cfr. Parm. 161
d.
[7] εἰ
γὰρ μὴ ἔσται μὴ
ὄν, ἀλλά πῃ τοῦ
εἶναι ἀνήσει
πρὸς τὸ μὴ
εἶναι εὐθὺς
ἔσται ὄν (Parm.
162 a).
[8] L'Anonimo del De
Melisso Xenophane Gorgia (979 a, 4) attribuisce a Gorgia questa
conclusione: ὥστε οὐδὲν μᾶλλον εἶναι ἤ οὐκ εἶναι τὰ πράγματα
"Cosicché
i fatti (τὰ
πράγματα) niente di più saranno di quanto non saranno",
liberati dall' essere e dal discorso che pretende di attribuire loro tale
essere. Fissando l'
essere, si scoprirà nella sua negazione determinante un'altra fissazione che
viene ad essere contraddittoriamente sostenuta dallo stesso "essere",
il quale quindi perderà la capacità di illuminare quel cui viene attribuito
scivolando nella penombra di un' indicibile (ἄλογος) antitesi che esso si limiterà allora a segnalare.
[9] E'
interessante notare come i due stati vengano qui indicati da Platone con tempi
verbali differenti (οὐκέθ᾽ὡσαύτως ἔχει ὡς
εἶχεν).
[10] Questa μεταβολή può
esser collegata e confrontata con la discussione tra Socrate e Callicle nel Gorgia (cfr. Gorg. 496-7) sulla
possibilità di trovarsi in condizioni opposte contemporaneamente. Secondo Socrate
l'uomo non potrebbe per esempio allo stesso tempo star male ed esser sano riguardo
ad una parte del corpo, né insieme abbandonare la salute e la malattia. Ma
l'una e l'altra vengono perse o
acquisite alternativamente (ἐν μέρει) e questo vale in generale per i beni e i mali,
non per i piaceri e i dolori. Essendo i bisogni o i deisderi, in quanto mancanze,
per sé spiacevoli, il piacere consisterebbe nella soddisfazione/riempimento (πλήρωσις) di
tali piaceri e bisogni. Quindi quando colui che ha sete beve, mentre soffre
gioirà. E questo accadrà contemporaneamente nello stesso tempo e luogo del
corpo, o se si vuole, dell'anima. Appena si smetterà di soffrire avrà termine
anche il piacere, il quale resta essenzialmente connesso e dipendente dalla
sofferenza. La soddisfazione di un bisogno si rivela allora una contraddizione
vissuta dall'essere vivente, il quale confinato in una dimensione
"istantaneamente" sensibile, si ridurrebbe a tendere al non essere di
quel che non è, cioè ad una μεταβολή che
rappresenti il completo annientamento di quella costante μεταβολή che pur
costituisce il suo essere, piombando dunque in assoluto non essere, inteso come
cessazione del divenire.
[11] τοῦ
εἶναι μορίου,
τοῦ ἑνὸς
μορίου (Parm. 142 e).
[12] καὶ κατὰ
τὸν αὐτὸν
λόγον οὕτω ἀεί,
ὅτιπερ ἄν μόριον
γένηται, τούτω
τὼ μορίω ἀεί
ἴσχει· τό τε γὰρ
ἕν τὸ ὂν ἀεὶ
ἴσχει καὶ τὸ ὂν
τὸ ἕν (Ibid.)
[13] Cfr.
Coxon (1999), p. 130: "In making
Parmenides assert [scil. nella prima
deduzione della prima ipotesi] that the indivisible One is unlimited Plato
deliberately ignores his emphatically expressed and well known view that
"strong necessity holds it in the bondage of a limit", in favour of
that of Melissus, whose words in B2 he
repeats verbatim", ma, è bene
sottolinearlo, con altro significato e
con altro punto di vista (view) rispetto a Melisso.
[14] Cfr. l' ἀναλογίζεται dell'anima
nel Teeteto (186 a).
[15] Che con questa operazione del pensiero non potesse essere
colto l'uno della prima deduzione e che essa implichi (e produca)
necessariamente almeno una dualità, risulta chiaro, oltre che dallo sviluppo
dell'argomentazione, anche da quanto lo stesso Parmenide afferma nel corso di
quella prima deduzione: "ἕτερον δέ
γε ἑτέρου οὐκ
ἔσται, ἕως ἄν ᾖ
ἕν· οὐ γὰρ ἑνὶ
προσήκει
ἑτέρῳ τινὸς
εἶναι, ἀλλὰ
μόνῳ ἑτἐρῳ
ἑτέρου, ἄλλῳ δὲ
οὐδενί" (Parm. 139 c).
[16] Cfr. Parm. 147 c.
[17] Cfr.
Sayre (1996), p. 170.
[18] Cfr. Calogero
(1977), p. 282.
[19] καὶ
μὴν ὅτι γε ὅλον
τὰ μόρια μόρια,
πεπερασμένον ἄν
εἴη κατὰ τὸ
ὅλον τὸ ἕν· ἢ οὐ
περιέχεται
ὑπὸ τοῦ ὅλου
τὰ μόρια; (Parm. 145 a).
[20] e che quindi non sia niente. Si accenna qui, con
altro significato, al motivo zenoniano ripreso da Gorgia in chiave nichilista.
[21] In questo senso può essere qui letta la parola ἀεὶ, la quale essendo anche legata ad αἰών, più che indicare una astratta eternità indica il "sempre
di nuovo", il continuo ripetersi e rigenerarsi. Cfr.: "Il y a alors
convergence entre αἰών et les adverbs issus des formes apparentées. En face du
masculine αἰών une forme de neutre désignait l'espace de temps où dure
la force vitale; on a obtenu ainsi des adverbs signifiant "toujours".
Ce "toujours" indique ce qui est perpétuellement recommencé, avant
d'etre un toujours permanent et immobile. Ainsi chez Homère, la notion de
répétition constante est mise en valeur, par exemple: A 52 αἰεὶ
δὲ πυραί καίοντο, Θ 342 αἰὲν
ἀποκτείνων
τὸν ὀπίστατον, Ψ 5 αἰεί
δ᾽ἡνίοχον
κονίης
ῥαθάμιγγες
ἔβαλον" (Benveniste
(1937), pp. 109-10).
[22] Cfr. Parm. 153
a-b.
[23] εἴπερ
ἀνάγκη αὐτὸ τὸ
ἓν μὴ παρὰ
φύσιν γίγνεσθαι,
ἅμα τελευτῇ ἄν
γεγονὸς
ὕστατον ἄν τῶν
ἄλλων πεφυκὸς
εἴη γίγνεσθαι.
Φαινεται (Parm. 153 d).
[24] etimologicamente, un costante portarsi attraverso.
Cfr. Parm. 141 c.
[25] Cfr. su questo punto
Bhöme (1996), 117-21.
[26] οὐκοῦν
ἐπειδὴ
πρεσβύτερον
ἑαυτοῦ γίγνεται
τὸ ἕν, νεωτέρου
ἄν γιγνομένου
ἑαυτοῦ
πρεσβύτερον
γίγνοιτο (Parm.
152 b).
[27] Per il significato di questa
formula, cfr. Sayre (1999), p. 241.
[28] Cfr.
Kierkegaard (2007), pp. 81-91.
[29] Basti ricordare che la sezione è stata letta come
svolgimento di un'ipotesi autonoma che andrebbe ad aggiungersi alle altre otto
(cfr. Damascius, in Parm. R. II, 247, 9- 10);
oppure come mediazione tra la prima e la seconda deduzione, punto di
chiarificazione ed equilibrio tra conclusioni contraddittorie (Cfr. Natorp
(2004), pp. 261-3); o
infine, ammessa comunque la distinguibilità e la natura "intermedia"
dell'ipotesi, come momento di discontinuità del mosaico dialettico, come luogo
difficilmente collocabile all' interno del tessuto di ipotesi e deduzioni che
costituisce la seconda parte del dialogo (Cfr.: Wahl
(1926): "Elle est un trou dans la trame des hypothèses comme l'instant en
un sens troue le temps", p. 167).
[30] Cfr: τὸ γὰρ
προϊὸν οὕτως
ἔχει ὡς
ἀμφοτέρων
ἐφάπτεσθαι
τοῦ τε νῦν καὶ
τοῦ ἔπειτα, τοῦ
μὲν νῦν
ἀφιέμενον, τοῦ
δ᾽ ἔπειτα
ἐπιλαμβανόμενον,
μεταξὺ
ἀμφοτέρων
γιγνόμενον,
τοῦ ἔπειτα καὶ
τοῦ νῦν (Parm. 152 c).
[31] Cfr. gr. αυτμή
(respiro), ted. atmen (respirare). L'attimo è qui propriamente un
"trattenere il respiro".
[32] Cfr.
Benveniste, (1937), p. 111.
[33] Cfr.: Οὐκοῦν
προϊόντος μὲν
τοῦ χρόνου,
πληθύοντος δ’ ἡμῶν
τοῦ γένους, εἰς
πάντα τὰ νῦν καθεστηκότα
προελήλυθεν
πάντα;
Ὀρθότατα. Οὐκ
ἐξαίφνης γε, ὡς εἰκός,
κατὰ σμικρὸν
δὲ ἐν παμπόλλῳ
τινὶ χρόνῳ (Leg.
678 c).
[34] Interessante è a questo proposito la distinzione di
Damascio tra un νῦν
inteso come "χρόνου
πέρας τοῦ
μετροῦντος
τὴν
σωματοειδῆ
γένεσιν" [limite del tempo che misura la γένεσις d'aspetto corporeo] e l' ἐξαίφνης, il quale invece è "νοητὸν
τρόπον τινὰ
καὶ αἰώνον" [in qualche modo proprio del pensiero ed eterno
("eonico")] (In Parm. R.
II, p. 264-5, 18-20).
[35] Cfr. Pindaro, Pyth., IX: "ὁ δὲ
καιρὸς ὁμοίως
παντὸς ἔχει
κορυφάν". [36] Il καιρός si potrebbe paragonare ad una pausa nella quale culmina un crescendo musicale. (Cfr. p.e. in Liszt, Mephisto Walzer, la pausa in cui balena il passaggio dai 3/8 ai 2/4 delle terzine del "presto strepitoso"). Più vicino all' ἐξαίφνης è il luminoso passaggio (batt. 13-14 dell' Adagio sostenuto della Sonata op. 106 di Beethoven) dalla densità accordale del "do diesis maggiore/do diesis in settima dimnuita" al delicatissimo ed improvviso si naturale che canta, soprano, in inatteso "sol maggiore". [37] Cfr. Leg. 866 d-e. [38] Allo stesso modo un dio piomberà improvvisamente in un mondo che ne manifesti in maniera enigmatica la presenza. Cfr.: τῆς σοφίας [...] ἣ ἐμοὶ ἐξαίφνης νῦν οὑτωσὶ προσπέπτωκεν ἄρτι οὐκ οἶδ᾽ὁπόθεν (Crat. 396 c); ὥσπερ οἱ ἐνθουσιῶντες ἐξαίφνης χρησμῳδεῖν (Ibid. 396 d). Cfr. anche Resp. 515 c, 516 a-e.
[39] Cfr. Epist.
VII, 341 c.
Opere di Platone:
Crat. Cratylus Cratilo
Epist. Epistulae Lettere
Gorg. Gorgias Gorgia
Leg. Leges Leggi
Parm. Parmenides Parmenide
Resp. Respublica La Repubblica
Symp. Symposium Simposio
Theaet. Theaetetus Teeteto
Tim. Timaeus Timeo Le opere sono citate secondo le pagine dell’edizione Stephanus. * Bibliografia
Benveniste, E. (1937), Expression
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