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Giornale Critico di Storia delle Idee
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Ritornare a Spinoza. di Andrea Sangiacomo
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Indifferente è
per me
il punto da cui
devo prendere le mosse;
là, infatti,
nuovamente dovrò fare ritorno
Parmenide –
Sulla natura, fr. 5 1. Apocalissi della verità; 2. Spinoza
nichilista? 3. L’apparire dell’infinito; 4. Contro il parricidio C’è una storia dell’ontologia occidentale,
ossia del filosofare rivolto all’Essere in quanto Essere, per la
quale l’unica via davvero impercorribile e da cui è necessario
allontanare il pensiero sembra quella che conduce alla parola di
Parmenide. In quanto segue, non tracceremo una storia delle ragioni
che hanno determinato tale situazione, né ci soffermeremo sui
motivi, per altro noti e ampiamente riecheggianti in tutti i tempi,
in base ai quali l’ontologia – almeno dal punto di vista
macroscopico – è giunta a interdirsi ogni forma di eleatismo (Cfr.
Severino 1989; Sangiacomo 2007, pp. 133-200). Ciò che qui vorremmo
mettere a tema è piuttosto la controstoria dell’ontologia:
ricognizione delle misure e dei modi in cui quella prima via è stata
almeno in parte percorsa, nonostante il divieto della koiné
filosofica di volta in volta dominante. Controstoria, quindi,
che non parla di una tradizione unitaria, ma semmai delle
falle in tale tradizione, dei suoi momenti di cedimento e – ciò che
veramente interessa – degli scorci che in quei momenti sembrano
aprirsi. Di essi ne affronteremo in sostanza soltanto due,
corrispondenti alle filosofie di due pensatori, di pari grandezza,
di uno dei quali abbiamo la fortuna di essere contemporanei: Baruch
Spinoza ed Emanuele Severino. Più in particolare, cercheremo di enucleare una
struttura aporetica presente nel discorso severiniano in merito alla
definizione dell’essente come negazione assoluta del suo altro, la
quale può ricevere soluzione adeguata tramite lo sfruttamento
teoretico di alcune tesi proprie di Spinoza legate a alla sua
ontologia della pura affermazione. Ciò non ha in nessun modo il
senso di una “confutazione” di Severino tramite Spinoza. L’impiego
stesso di questi nomi è puramente antonomasico e usato come
espressione sintetica per alludere a due distinti universi
concettuali, che cercheremo semmai di mettere in dialogo. In questo
senso, pure, ritornare a Spinoza è possibile proprio dopo
Severino, ossia ponendosi e presupponendo l’orizzonte aperto dal
linguaggio che testimonia il destino, all’interno del quale è
ora possibile far emergere un’aporia che esige con necessità di
essere tolta, non solo nella struttura originaria del destino –
da cui è già da sempre e comunque tolta – ma anche dal
linguaggio che ne porta testimonianza[1]
(Cfr. Severino 1958; Id 1963). Procediamo dunque richiamando sinteticamente
l’impalcatura teoretica che regge il discorso severiniano nel suo
insieme (Cfr. Messinese 2010). Il punto di partenza riguarda le
condizioni alle quali è pensabile una qualsiasi determinazione o
ente o significato – inteso quest’ultimo in senso ampio, non come
tratto strettamente linguistico ma come posizione di una positività
qualsiasi[2].
Ebbene, nessuna determinazione può esser posta, se questo suo porsi
non è, contemporaneamente, il porsi di sé e l’esclusione
dell’identità di sé con l’altro. Principio di identità e di non
contraddizione sono soltanto due tratti di un unico plesso teorico,
ciascuno dei quali è totalmente dipendente dall’altro: senza
identità con sé, nessun ente può nemmeno esser considerato in
relazione ad un altro – giacché l’altro dovrebbe riferirsi a
qualcosa che tuttavia non viene individuato –, e parimenti, senza
incontraddittorietà, nessun ente può essere posto come tale, giacché
quel suo porsi può sovrapporsi o identificarsi col porsi di un
qualsiasi altro ente (Cfr. Sangiacomo 2008). Ne viene che porre un qualsiasi x equivale ad
un tempo a porre l’identità di x con sé e l’identità di x con la
negazione di ogni altro da sé. E sta qui il punto: del
significato x non si dice semplicemente che non è questo o
quest’altro non-x, ma che è la totalità del non-x. L’analisi
di ogni significato è pertanto manifestazione della
totalità. Infatti ogni significato e la totalità del suo altro
dividono l’intero. D’altra parte, in ogni significato varia
l’orizzonte tolto; o se l’analisi di ogni significato ha come esito
unico la totalità, in ogni analisi differisce l’orizzonte di ciò che
è posto come tolto dal significato considerato (Severino 1958, p.
408). Porre x significa porre la totalità di non-x
come negata, ossia x è la negazione della negazione di x: “x
è non-non-x”. Questo rilievo è lungi dall’essere una mera
tautologia, giacché pone come condizione intrinseca dell’essere di
un qualsiasi x la posizione della totalità medesima, la quale,
tuttavia, proprio in quanto è posta come negata, non appare come
totalità nella sua concretezza[3].
Meglio: affinché x possa essere la negazione di non-x, dovrebbe
negare ogni singolo termine determinato come non-x, ma
nell’affermazione che x è negazione di non-x, appare unicamente
“non-x” come termine generale, astratto. Ne viene che la posizione
di x non è realmente concreta e determinata fino a che non appare
concretamente e determinatamente l’intero campo del non-x, ossia
fino a che la posizione astratta di non-x non è totalmente
sostituita dalla sua manifestazione concreta. In tal senso, è
possibile affermare: «il compito dell’originario è cioè quello di
essere l’intero. Dove è chiaro che il compito è dato appunto dalla
necessità di liberare l’originario dalla contraddizione» (Severino
1981, p. 424). E’ in virtù di questo che il discorso severiniano può
essere definito una filosofia della contraddizione, giacché è
precisamente questo tipo di contraddizione che costituisce il
cuore della sua riflessione. Si noti: la forma usuale del contraddirsi è
l’identificazione simpliciter dei contrari: “x è
non-x”. In quanto appena affermato, tuttavia, non avviene
un’identificazione del genere in senso stretto. Si afferma
piuttosto: “x non è non-x, ma non-x non appare concretamente,
quindi la posizione concreta di x non è concreta”. L’affermazione
che “x non è non-x”, infatti, pone concretamente x in quanto lo pone
in relazione al doppio principio di identità-non-contraddizione,
sicché x è posto, dal punto di vista formale, in modo
rigoroso e incontrovertibile, cioè concretamente. Tuttavia,
il contenuto di questa posizione è incompleto, giacché la
totalità non-x non appare concretamente – o ciò che appare
come totalità di essa non è in realtà la totalità in sé –, sicché la
posizione di x, da un lato è incontrovertibile – giacché la sua
negazione sarebbe negazione del principio di
identità-non-contraddizione, ossia sarebbe autonegazione –, ma
dall’altro è una non-posizione, poiché resta un’affermazione
astratta, che presuppone qualcosa che non appare. In tal senso, x è
posto e non posto, ossia la sua posizione è un tipo
particolare di contraddizione che, nel discorso severiniano, è detta
contraddizione c:
nella verità, il tutto non appare, perché appare solo la forma del
tutto, riempita da una parte del contenuto concreto del tutto.
Questa contraddizione – in cui ciò che non è il tutto è significante
come “il tutto” – sarebbe tolta se il tutto concreto apparisse, cioè
se nell’apparire veritativo il contenuto adeguasse la forma e la
verità diventasse onniscienza. (Severino 1972, p. 174) Il non apparire del tutto concreto, però, non è
solo una situazione accidentale, non è un mero fatto, ma
occorre rilevare esplicitamente come essa dipenda dalla stessa
posizione del determinato. In tal senso, occorre dedurre il seguente
corollario dal discorso appena riportato. Se x è la negazione del
non-x, porre x significa porre la negazione di non-x, ma se questa
negazione non fosse anzitutto formale – ossia non riguardasse non-x
in generale – e si costituisse come una negazione di ogni
determinato non-x, allora porre x sarebbe impossibile, non solo
perché richiederebbe la negazione di ogni determinato, e quindi si
costituirebbe solo alla fine di un processo potenzialmente infinito
di negazioni – se le determinazioni sono infinite il regresso è
infatti evidente –, ma soprattutto perché ogni singola
determinazione dovrebbe costituirsi allo stesso modo, cioè solo al
termine dell’avvenuta negazione specifica di ogni altra, sicché non
sarebbe mai possibile porre alcuna determinazione – ossia il
regresso, in questo caso, si darebbe a prescindere dal fatto che le
determinazioni siano infinite, giacché ciascuna dovrebbe negare
tutte le altre, ma per farlo presupporrebbe che le altre siano
poste, cioè che abbiano negato a loro volta le rispettive altre, e
così via in indefinitum. Ciò significa che x può essere posto come
negazione di non-x solo se non-x stesso è anzitutto assunto nel suo
significato formale, ossia come semplice indicazione
dell’intera totalità possibile del non-x, presa cioè come termine
unitario e generico. Ovvero: quello che x nega ponendosi è
anzitutto la totalità del non-x nel suo insieme, la quale può
essere posta a partire dal semplice x, in quanto quella totalità
coincide con la negazione di x stesso e quindi il porne la negazione
è una conseguenza immediata del principio di
identità-non-contraddizione. Se x non fosse questa posizione
immediatamente astratta – dalla quale consegue poi il suo essere
contraddizione c – il porsi di x sarebbe una contraddizione in
senso stretto, giacché sarebbe un porre x che allo stesso tempo non
è un porre x. In tal senso, la contraddizione c è in qualche
modo il prezzo che x paga per esser posto come incontrovertibile: è
il debito che ciascun ente contrae con l’infinito per il suo esser
posto nell’infinito. Con questo rilievo dovrebbe risultar chiaro che
la stessa contraddizione c non solo è un tratto necessario
del porsi di qualsiasi determinazione – e quindi della
struttura originaria dell’Essere in generale – ma è il
necessario per eccellenza, giacché è proprio l’ammettere la
contraddizione c nell’originario – si potrebbe dire:
nell’essenza di ogni essente, nel tratto comune e necessariamente
posto a ogni determinazione, nel senso dell’Essere di ogni ente –
che consente all’originario di essere incontrovertibile,
ossia escludere immediatamente la propria negazione – ossia
il porre di x che non è un porre di x, cioè il porsi dell’essere che
è un porre il nulla. Facciamo dunque un ulteriore passo innanzi: il
tutto non potrebbe mai entrare nell’apparire. L’apparire finito non
può diventare l’apparire infinito del tutto. Non può diventarlo,
perché il tutto appare già infinitamente, e dunque in un apparire
diverso dall’apparire attuale. L’apparire attuale è l’apparire
finito dell’infinito (ossia del tutto). [...] Nessun ampliamento
consente all’apparire finito di diventare apparire infinito. [...]
Ciò vuol dire che il toglimento della contraddizione, nella quale
consiste l’apparire in quanto finito, è un toglimento infinito:
l’apparire finito – e dunque la stessa verità – è una contraddizione
infinita, ossia il luogo in cui l’essere va infinitamente
disvelandosi è anche il luogo in cui l’essere è destinato a restare
infinitamente nascosto. [...] L’essere è destinato a
nascondersi, per quanto ampio possa diventare il contenuto
dell’apparire finito (Severino 1972, p. 175-176). La totalità infinita è il presupposto
necessario dell’esserci di ogni ente. Essa è infinita non in senso
numerico, ma in quanto il concetto di “totalità” implica
analiticamente il suo non lasciar niente al di fuori di sé e quindi
l’impossibilità di assegnare alla totalità stessa un qualsiasi
limite oltre il quale giaccia ancora qualcosa. La totalità è
infinita in quanto il suo altro è il nulla e quindi la posizione
della totalità è posizione della negazione del nulla. Dire quindi
che x presuppone la totalità o che presuppone la totalità infinita
significa dire il medesimo, giacché una totalità non infinita non è
una totalità. E proprio questo è ciò che emerge nella
contraddizione c: la totalità del non-x è posta come totalità
senza che appaia concretamente come totalità, ossia senza che
appaia nell’infinitudine della sua ricchezza. In quanto presupposto dell’esserci di ogni
ente, la totalità infinita è già da sempre posta. E poiché la
totalità infinita è tale perché comprende in sé ogni determinazione,
allora in essa è posto anche già da sempre x come concretamente
affermato: il toglimento della contraddizione c, in questo
senso, non è qualcosa che dovrà compiersi in un qualche “tempo”, ma
è già da sempre necessariamente accaduto. Tuttavia, il modo di
questo accadere è l’oltrepassamento infinito della posizione
astratta della totalità rispetto a x. Il toglimento è cioè già da
sempre accaduto nel senso che l’oltrepassamento della
contraddizione c di x non “incomincia” ma è già da sempre in
atto e il suo essere in atto è il suo accadere. Del resto,
ogni diverso x, in quanto pone un diverso non-x, pone un diverso
accadimento del toglimento della propria contraddizione c. In
tal senso, la dimensione del finito è un’insieme di
contraddizioni c, ciascuna specifica e relativa a un certo x
appartenente già da sempre e comunque alla totalità infinita. Quando appare x come negazione di non-x, anche
se quel non-x è posto immediatamente solo e necessariamente come un
astratto, esso rimanda comunque alla dimensione dell’infinito
concreto sempre presupposto. Chiamando “destino” la dimensione
dell’incontrovertibile come tale – quindi della totalità infinita
delle determinazioni concrete –, è possibile affermare: se
il destino è in verità sé stesso solo in quanto esso è il Tutto, il
cerchio dell’apparire del destino è l’apparire del Tutto, l’apparire
infinito al cui sguardo nulla sfugge. L’apparire finito è in verità
l’apparire infinito. [...] L’apparire finito è l’apparire infinito
del Tutto, non nel senso che il Tutto sia ridotto a ciò che è
contenuto entro i confini del finito, ma nel senso che nel cerchio
dell’apparire [...] non appare semplicemente il finito, ma
l’infinito distendersi del Tutto oltre i confini del finito (cioè
oltre i confini del cerchio finito dell’apparire). E tuttavia
il Tutto non appare entro il cerchio dell’apparire del
destino. [...] Come oltrepassamento della totalità della
contraddizione del finito, il Tutto è la Gioia (Severino 1980, pp.
593-594). Il non apparire immediatamente del tutto
concreto fa sì che la posizione di qualsiasi determinazione x sia
solo astratta. In tal senso, «l’isolamento del destino dal proprio
essere la Gioia del Tutto [...] è il fondamento dell’isolamento
della terra dal destino» (Severino 1980, p. 597), dove per
“isolamento della terra” si intende quell’apparire astratto delle
determinazioni che, mostrandole immediatamente scisse dal plesso
originario del destino – ossia dalla dimensione concreta in cui il
principio di identità-non-contraddizione mostra non solo formalmente
ma specificamente per ogni essente concreto la sua
incontrovertibilità –, rende possibile la fede nella
convertibilità di essere e nulla e dunque quella follia
originaria che fonda l’Occidente, la quale, a sua volta, ha una
sua realtà necessaria proprio in quanto, essendo negazione del
destino, è necessariamente negata – cioè necessariamente posta
come negata – dal porsi necessario del destino stesso (Cfr.
Severino 2007). Tuttavia, l’isolamento è a sua volta una
conseguenza della posizione immediatamente astratta di ogni
determinazione, ossia della contraddizione c, sicché
l’isolamento medesimo è già da sempre tolto nell’accadere infinito
dell’apparire della totalità infinita – che in quanto toglimento di
ogni contraddizione è chiamata “Gioia”.[4]
La Gloria della Gioia – l’infinito
apparire del toglimento e dell’oltrepassamento di ogni
contraddizione c – è ad un tempo l’infinito apparire concreto
della totalità infinita[5].
La dimensione della Gloria è, letteralmente, l’apocalissi
di una verità infinita, ossia il disvelamento concreto
dell’infinito come tale. Ogni x, in quanto negazione di non-x,
presuppone in sé non solo un riferimento a non-x come astrattamente
negato, ma anche come concretamente negato. Ciò significa che
ogni x presuppone in sé un riferimento a ogni altro essente diverso
da x: questi riferimenti agli altri essenti come negati sono le
“tracce” che gli altri essenti, in quanto necessari ed eterni
abitatori del tutto lasciano in ogni altro essente, e si lasciano
ciascuno vicendevolmente. La Gloria consiste dunque
nell’apparire infinito e concreto di queste infinite tracce: non
solo è necessario che si mostrino concretamente gli infiniti essenti
che lasciano le loro tracce in questo singolo x, ma è necessario che
si mostrino anche gli infiniti essenti che mostrano le loro infinite
tracce in quegli infiniti essenti che hanno lasciato traccia in x, e
poi, ancora, è necessario che si mostrino gli infiniti essenti che
hanno lasciato traccia in questi ultimi, e così via in
indefinitum. Poiché la natura infinita della totalità rende
impossibile il sopraggiungere di una configurazione ultima che segni
un limite alla totalità stessa – si tratterebbe infatti di un ente
sopraggiungente che diventa intramontabile, cioè non
sopraggiunte, il che è impossibile in quanto contraddittorio –,
ebbene, proprio per ciò il dispiegamento infinito della Gloria
è infinitamente immenso, e necessariamente destinato ad
aprirsi sempre di nuovo a un’infinitudine a sua volta sempre
infinitamente maggiore di quella già apparsa (Cfr. Severino 2007,
cap. IX, pp. 517-576). E’ a questo livello che si pone l’aporia sulla
quale vorremmo soffermarci. Assumiamo lo sguardo che si offre dalla
Gloria della Gioia, ossia volgiamo il discorso all’apparire
infinito dell’infinito, alla concretezza del concreto. In questa, il
porsi di x non è solo il negare un generico non-x, ma, come s’è
detto, un negare A, B, C, e infiniti altri termini, ossia il porsi
di x è il porre contemporaneamente la totalità infinita dei termini
specifici che costituiscono la totalità dell’altro da x. Ma ciascuno
di questi termini è a sua volta necessariamente un non-x, perché se,
poniamo, A non differisse da x – non fosse cioè una negazione in tal
senso di x –, non potrebbe essere posto come negato da x, giacché
tale negazione sarebbe una negazione di x stesso – posto che se A
non differisse da x allora sarebbe identico a x –, quindi sarebbe
contraddizione pura di x. Dunque, ogni termine del tipo A, B, C,
..., vale come negazione di x: A è A perché non è x, cioè è non-x,
così per B, così per C e via di seguito. Poiché i termini del tipo
A, B, C, ..., sono infiniti, l’apparire infinito dell’infinito – in
quella dimensione di infinita immensità poco sopra richiamata – vale
come un’altrettanta infinita negazione di x, ossia come l’apparire
infinitamente infinito di altrettante negazioni che x sia A, B, C, e
via di seguito. Ciò significa che nella Gloria della Gioia,
l’apparire concreto del tutto relativo a x coincide con l’apparire
di infinite negazioni di x stesso: poiché tutte le infinite
infinitudini di essenti che popolano l’apparire infinito lasciano le
loro tracce in x, ciascuno di quegli eterni è una negazione di x e
il suo apparire concreto è l’apparire concreto di questa negazione.
Questo significa che nell’apparire concreto, x può avere una
relazione positiva solo con sé stesso e ha una relazione negativa
con gli infiniti eterni che abitano l’infinito, ossia x, rispetto
all’infinitudine degli infiniti eterni, è la loro concreta e
completa negazione: ogni eterno è un non-x concreto, quindi x è
negazione di ogni eterno, quindi, per tutta l’infinitudine
dell’apparire infinito, x verrà costantemente affermato come
negazione di ciò che appare. Si noti bene: ciò è valido anche se la
negazione presupponesse una qualche identità o relazione o forma di
conservazione. L’apparire di ogni eterno è l’apparire di un non-x,
che poi x e questo specifico non-x possano avere un qualche rapporto
non toglie ma anzi ribadisce – in quanto esclude una tautologica
identità – la fondamentale negazione operata da tale non-x rispetto
a x. Ciò significa che nell’apparire infinito della
Gloria della gioia, x appare concretamente come il
nulla, in quanto appare come negazione di ogni tratto
sopraggiungente di quel concreto apparire infinito, quindi come
negazione della totalità infinita nel suo complesso – posto che
questa non è altro dall’apparire concreto delle infinitudini degli
essenti concreti. Ne viene che il togliemento della
contraddizione c relativa a x, non sia la posizione di x come
concretamente essente, ma la posizione di x come concretamente
nulla, cioè che la posizione concreta di x sia la posizione concreta
della negazione pura di x, ovvero che la posizione di x sia ad un
tempo non posizione di x. Non solo: poiché ciò è vero di
ogni x, ne segue che l’apparire del concreto – l’apparire
infinito dell’immensità delle infinite determinazioni – venga a
coincidere con l’apparire concreto del nulla, giacché ciascuna di
quelle determinazioni, apparendo concretamente, finisce con
l’apparire come un nulla. E poiché l’apparire concreto del tutto non
è altro dall’apparire concreto delle sue determinazioni, allora
l’apparire concreto del tutto coincide con l’apparire concreto del
nulla, ossia l’infinitudine dell’essere coincide con il niente. Il
toglimento infinito della contraddizione c coincide con la
contraddizione infinita di ogni essente, e poiché ciò impedisce
il toglimento concreto della contraddizione originaria, impedisce
anche concretamente il porsi dell’incontrovertibilità
dell’originario: il destino della verità appare concretamente
come impossibile. L’apocalissi della verità, si rivela la
catastrofe della verità[6]. Non occorre sottolineare la portata di questa
aporia – che per altro Severino non sembra tematizzare (Cfr. Vero
Tarca 2005, pp. 581-631). Certo è che, stante la struttura sottesa a
ogni aporia, essa non può significare simpliciter
l’impossibilità del destino della verità, quanto semmai il non
apparire di un tratto del destino che sarebbe necessario a far
apparire a sua volta l’impossibilità dell’aporia stessa. In questo
caso specifico, argomenteremo che il fondamento della presente
aporia è il permanere all’interno del pensiero isolante di un tratto
essenziale del linguaggio che testimonia il destino, sicché il suo
risolvimento coinciderà con la negazione di questo tratto e con la
mostrazione di quanto invece è necessario affermare per
restare nel cerchio del destino[7]. Il tratto in questione è precisamente l’assunto
dal quale abbiamo preso le mosse: “x è la negazione di non-x”,
ossia, più in generale, quella concezione per cui ogni ente è
essenzialmente il suo non-esser-altro. Negare questo tratto non
significa affermare contraddittoriamente che ogni ente sia il
suo altro, anzi, ciò è proprio quanto è impossibile ritornare
ad affermare, senza tornare pure sul sentiero della notte del
nichilismo. Semmai, si tratterà di sottrarre l’essenza di ogni
essente – ciò per cui l’ente è – alla concezione in ultimo
dialettica di questa medesima essenza, ossia pensarla in termini
non di doppia negazione ma di pura affermazione, ferma restando la
necessità di tener fermo l’orizzonte destinale
dell’incontrovertibile, il che implica l’ulteriore istanza di una
traduzione di questo orizzonte in termini puramente affermativi.
Ciò che va negato è quindi l’essenzialità del negativo
rispetto all’essere di ogni ente. Ovvero: si tratta in definitiva di
tornare a pensare in che senso il non, l’altro possano
dire non il toglimento di qualcosa ma la posizione della sua
ulteriorità, della sua infinitudine, dunque l’incontenibilità di
ogni identità, l’impossibilità del suo isolamento. Non si tratta di
pensare l’affermazione isolatamente dalla negazione ma di non
ridurre l’affermazione a una doppia negazione, in quanto proprio da
ciò nasce quell’isolamento escludente del positivo che rende il
tutto coincidente con il nulla. Si tratta, allora, di pensare in che
senso e in che misura il positivo ecceda la mera doppia negazione –
e quindi pensare anche il tratto che fa davvero dell’affermazione
una non-negazione – e fondare su questo l’essenza di ogni ente,
ossia ciò per cui tale ente è sé. Come sia possibile procedere in
questa direzione, lo mostra proprio il recupero filosofico del
pensiero spinoziano. Nell’interpretazione che Severino offre della
storia della filosofia occidentale come storia della progressiva e
inevitabile distruzione di tutti gli immutabili (Cfr. Severino
1979), il pensiero di Spinoza, a differenza di altri grandi nomi –
Leopardi, Nietzsche e Gentile, ad esempio –, non ha particolare
rilievo, in quanto, non solo non è affatto estraneo a tale storia,
ma non riuscirebbe nemmeno a proporsi come un’esponente originale di
quel telos inconscio che porta la riflessione filosofica ad
affermare in modo sempre più coerente la nullità di tutte le cose.
In tal senso, si può ben dire che, nella
lettura severiniana, Spinoza non possa apparire che tra le retrovie,
espressione di un compromesso – quello che pretende di affermare un
Ente sommamente immutabile di contro al mondo degli enti divenienti
dal e nel nulla – destinato esizialmente al fallimento. In
particolare, Spinoza farebbe proprie le distinzioni già platoniche,
neo-platoniche e poi scolastiche tra dominio dell’immutabile e
dominio del divenire, riconcettualizzandole nella distinzione con
cui si apre l’Etica tra ciò che è causa sui e ciò che
è causato da altro, ossia ciò il cui concetto implica
necessariamente l’esistenza e ciò che non la implica. Proprio la
possibilità di questa seconda ammissione – argomenta Severino –
porta a sua volta all’ammissione che esista un dominio di enti il
cui essere non è necessario ma oscilla – Platone parlava di
epamphoterizein – tra l’essere e il niente, sicché essi
stessi sono essenti che possono non essere, cioè non sono
intrinsecamente essenti, cioè sono intrinsecamente un niente (Cfr.
Severino 1972, pp. 182-183 e altresì Severino 1982, pp. 118-120). Ora, procederemo mostrando anzitutto come
proprio l’orizzonte concettuale aperto dalla riflessione severiniana
precedentemente richiamata consenta di reinterpretare in senso
non nichilistico il pensiero di Spinoza[8].
Questo primo momento renderà così possibile chiarire, nel prossimo
paragrafo, quale sia il tratto della riflessione spinoziana utile al
risolvimento dell’aporia sopra enucleata. Con ciò, non si intende
sostenere l’assoluta aproblematicità dello spinozismo[9],
quanto rivendicare come, nell’ambito del tema che stiamo trattando,
il suo contributo non possa essere semplicemente ignorato come
follia, ma meriti ben più attenta considerazione. Iniziamo dunque proprio dall’obiezione rivolta
a Spinoza di pensare le cose come intrinsecamente nulle, richiamando
la proposizione ottava del De mente: le
idee delle cose singole, ossia dei modi non esistenti, devono essere
comprese nell’idea infinita di Dio come le essenze formali delle
cose singole, ossia dei modi, sono contenute negli attributi di Dio.
[...] Da qui segue che, fino a quando le cose singole sono comprese
negli attributi di Dio, il loro essere oggettivo ossia le loro idee
non esistono se non in quanto esiste l’idea infinita di Dio; e
quando le cose singole si dicono esistere non solo in quanto sono
comprese negli attributi di Dio, ma anche in quanto si dicono
durare, le loro idee implicano anche l’esistenza per la quale si
dicono durare. (Spinoza 1677, E2P8 e C)[10]
Spinoza distingue qui due significati
dell’esistere, che potremmo dire venga considerato latu sensu
oppure stricto sensu. In senso lato, l’esistere è il
puro non essere un niente, il puro esserci, che per Spinoza si
identifica con l’esser-necessariamente (Spinoza 1677, E2P45S e
E5P29S): è così che una cosa non attualmente esistente può tuttavia
esistere – e anzi esiste necessariamente – in quanto la sua
idea è compresa nell’idea di Dio (Spinoza 1677, E2P8). Il Dio
spinoziano, infatti, non crea ex nihilo le cose – una
qualsiasi forma di creatio è infatti esplicitamente esclusa[11]
– ma esse sono piuttosto coeterne a Dio in quanto
comprese in lui. Tuttavia, le cose, in senso stretto, non
esistono eternamente ma durano per un certo periodo limitato. La
durata o esistenza attuale della cosa non è identica
all’esistenza in generale, ma è l’esistere circostanziato in un
certo punto della catena causale infinita in cui sono
necessariamente stretti tutti gli enti – con un anacronismo
piuttosto marcato potremmo parlare di istanziazione specifica in un
dato punto dello spazio tempo (Cfr. Rice 1994; Koistinen 1998). Ogni
modo, infatti, proprio perché non esiste per sé, esiste – cioè dura
in atto – solo in quanto posto all’interno di una catena causale di
modi (Cfr. Spinoza 1677, E1P28): intendendo l’esistenza stricto
sensu come durata o esistenza attuale, allora ogni cosa esiste
solo quando è posta in essere dalla catena causale infinita,
ossia solo in quel tratto della catena stessa – la quale di per sé è
eterna e necessaria espressione di Dio stesso – che ne rende
possibile l’esistere ossia il durare. Il fatto che i modi non implichino
essenzialmente la loro esistenza significa quindi che dalla loro
esistenza in senso lato, non è possibile dedurre le
circostanze con cui verrà a istanziarsi la loro esistenza in
senso stretto: ogni cosa in quanto compresa nell’idea di Dio già
esiste in Dio, ma dal suo semplice concetto non è possibile ricavare
a che punto della catena causale infinita corrisponderà la sua
istanziazione. E – tratto che risulterà ben presto decisivo – ciò è
indeducibile dal concetto del modo proprio perché il modo non è una
realtà assoluta, ogni forma della cui esistenza basti cioè a
sé medesima, quanto piuttosto una realtà relativa, il cui
esserci, cioè, dipende sempre intrinsecamente da altro, ossia
implica sempre l’altro: l’esistenza in senso lato implica e
presuppone infatti Dio, quella in senso stretto la catena
causale infinita degli altri modi. Con questo, nemmeno l’esistenza attuale della
cosa, come tale, inizia ad esistere a partire dal nulla che era, né
è destinata a non esserci più. L’esistenza in sé, infatti – ogni
esistenza, cioè l’esistenza latu sensu – appartiene
essenzialmente alla sostanza di cui le cose singole sono appunto
modi. Dire quindi che un certo modo inizia ad esistere attualmente,
significa dire che l’esistenza eterna, sotto un certo rispetto,
inizia ad apparire in un certo modo, perdura in questo apparire per
un tempo finito e quindi cessa di apparire in quel modo. E’
possibile affermare che, in questo divenire, qualcosa abbia
effettivamente iniziato ad esistere, solo se è possibile individuare
un soggetto di tale divenire, ma l’unico soggetto è qui Dio
stesso, il quale esiste eternamente e non diviene. Ovvero: il
divenire del modo non implica un passaggio dall’essere al nulla
proprio perché il modo non è distinto dalla sostanza se non
formalmente (Cfr. Lespade 1991)[12],
ossia è un predicato della sostanza che non riguarda la
sostanza come tale, ma solo in quanto specificata appunto in un
certo modo, anche se, proprio in questa sua specificità, la riguarda
necessariamente (Cfr. Severino 1958)[13].
L’ente che inizia a durare, dura per un certo tratto e quindi cessa
di durare, a rigor di termini non è un ente, ma è l’Ente che,
per un certo tratto, posta la catena infinita dei suoi predicati –
ossia dei modi del suo apparire – si è manifestato in un certo modo[14].
Tuttavia, con ciò, abbiamo appena iniziato a
scalfire la superficie del problema. Il punto decisivo sta infatti
nel riconoscimento, effettivamente presente in Spinoza,
dell’intrinseco esser-niente di ogni modo qualora venga
considerato unicamente in sé: per
causa di sé intendo ciò la cui essenza implica esistenza, ossia ciò
la cui natura non può essere concepita se non esistente (Spinoza
1677, E1Def1). Per sostanza intendo ciò che è in sé ed è concepito
per sé, ossia ciò il cui concetto non esige il concetto di un’altra
cosa, a partire dal quale debba essere formato (Spinoza 1677,
E1Def3). Per modo intendo le affezioni di una sostanza, ossia ciò
che esiste in altro, per mezzo del quale è anche concepito (Spinoza
1677, E1Def5). Il modo esiste in altro, ossia, in sé è
un puro nulla. Ciò non significa che il modo sia sempre e comunque
un nulla, ma solo, appunto, in quanto è considerato in sé.
Ovvero: è giusto rilevare che il modo è in sé un nulla, ma è errato
intendere questo rilievo come un’affermazione della inevitabile
nullità di ogni modo in quanto tale. Spinoza sta dicendo qualcosa di
ben più radicale e ben più severiniano: il modo è necessariamente
un nulla se è isolato in sé. La condizione di esistenza del modo
è cioè l’esistere necessariamente all’interno di una relazione con
l’altro da sé. Considerare il modo isolatamente, significa negare
questa relazione, quindi negare il modo stesso, quindi,
effettivamente, annientarlo. Ma con tutto questo, non si sta
affatto dicendo che il modo sia a priori un nulla:
Spinoza sta qui dando una definizione, sta cioè ponendo le
condizioni di concepibilità di quel particolare ente che è il modo,
e sta ponendo come condizione che ogni modo non sia pensato come un
assoluto – perché assoluta è solo la sostanza. Ne viene certo che se
si pensa il modo come un assoluto occorre dire che in sé esso è un
nulla, ma questo, ripetiamo, accade proprio perché Spinoza sta
appunto dicendo: il modo non è mai concepibile come un che di
assoluto o assolutizzabile, pena annullarlo (Cfr. Spinoza 1677,
E1Def2)[15].
Il modo rimanda ad altro in un duplice senso:
da un lato rimanda all’altro dal modo come modo, cioè rimanda alla
sostanza, dall’altro rimanda agli altri modi, cioè alla catena
infinita dei modi, prima richiamata. In quanto il modo rimanda alla
sostanza, il modo esiste solo in quanto modo della sostanza:
sia latu sensu in quanto la sua idea è compresa nell’idea di
Dio – cioè in quanto esiste sotto almeno un rispetto, o anche è tale
da non esser un niente sotto almeno un rispetto –, sia stricto
sensu in quanto la sostanza esiste in quel certo modo sotto
certe condizioni che vengono a verificarsi ad un certo punto della
catena causale infinita e che, in quel loro verificarsi in atto,
costituiscono appunto la durata del modo. Affermare che un
modo cessa di esistere nel senso che cessa di durare in atto
significa quindi dire che la sostanza cessa di esprimersi in quel
certo modo – sia m1 – per esprimersi in un altro modo – sia m2. Si
noti: la distinzione dei due sensi in cui il modo rimanda ad altro è
in realtà solo una distinzione di ragione, giacché modo e
sostanza non sono realmente distinti e quindi il rimandare
del modo agli altri modi non è realmente altro dal rimandare alla
sostanza, così come rimandare alla sostanza non è realmente altro
dal rimandare agli altri modi. Ora, non solo m1 e m2 sono rispettivamente
necessariamente connessi alla sostanza, ma sono anche
necessariamente connessi tra loro in quanto appartenenti alla
medesima catena, sicché il succedere di m2 a m1 non è l’annullarsi
di m1 ma l’ampliarsi di m1 in m2, ossia il continuare a permanere di
m1 in m2, tale però da mostrare anche un quid assente in m1.
Questo quid non può a sua volta essere qualcosa che sorga dal
nulla (Cfr. Spinoza 1677, E1Def3), quanto semmai un tratto
necessariamente implicato in m1 che tuttavia non appariva in m1. Il
significato della causalità immanente sta tutto qui. Ciò significa che nel divenire da m1 a m2 non
c’è nulla che vada perso né alcunché che risulti annullato, se non
la posizione astratta di m1[16].
In quanto modo, infatti, m1 rimanda intrinsecamente ad altro, sicché
se quest’altro non appare, m1 appare solo astrattamente per ciò che
è. L’apparire di m2 – ossia della conseguenza necessaria di m1 – è
quindi l’apparire stesso di m1 come concreto m1, ed è in tale
maggior concretezza che m2 differisce da m1. Non serve insistere
ulteriormente per rilevare la completa congruenza e compatibilità di
questo discorso con l’impostazione severiniana. E’ possibile mettere a frutto proprio questo
plesso teorico per risolvere l’aporia fatta emergere dal discorso di
Severino. Per Spinoza la sostanza è infinita perché escludendo
analiticamente la possibilità di essere prodotta da altro, non può
essere limitata da alcunché, ossia «è tutto l’essere, fuori del
quale non si dà essere» (Spinoza 1662, TIE, §76):
alla natura della sostanza compete di esistere (Spinoza 1677, E1P7).
[...] Ogni sostanza è necessariamente infinita (Spinoza 1677, E1P8).
[...] Poiché essere finito è in parte negazione e infinito è
assoluta affermazione dell’esistenza di una qualche natura, segue
dunque dalla sola P7 che ogni sostanza deve essere infinita (Spinoza
1677, E1P8S1). Essere finito è «in parte negazione» in quanto
presuppone l’esistenza di un altro: se x è finito, allora esiste un
non-x che lo delimita e questo non-x, come tale, è appunto una
negazione di x – che x stesso afferma affermandosi come finito. Per
contro, se la sostanza è necessariamente infinita, essa sarà anche
necessariamente una pura affermazione. Questa pura affermazione,
tuttavia, non può essere un astratto affermare o affermarsi
della sostanza, ossia non può implicare che l’affermazione della
sostanza sia un’affermazione che non afferma alcun predicato di
essa. Affinché, infatti, qualcosa non sia affermato di
qualcos’altro, è necessario che quel qualcosa escluda cioè
neghi quel qualcos’altro. Ma rispetto alla sostanza nulla è
altro da essa – ossia solo il nulla è il suo altro. Ovvero: se della
sostanza non potesse essere affermato nulla, essa sarebbe negazione
di ogni determinazione, cioè sarebbe essa il nulla (Cfr.
Spinoza 1677, E1P9). Dunque la sostanza, proprio in quanto
infinita, non può che essere soggetto di infinite affermazioni,
ossia soggetto di infiniti predicati, ciascuno dei quali, in quanto
la determina, è appunto un modo del suo esistere, o un
rispetto – interpretiamo così ciò che Spinoza chiama “attributo”
– sotto cui un certo modo viene predicato: «dalla necessità della
natura divina devono seguire infinite cose in infiniti modi»
(Spinoza 1677, E1P16). Ogni affermazione che si ponesse come ultima e
decisiva, ossia tale da escludere che si possa dare un’ulteriore
affermazione, negherebbe l’infinitudine della sostanza, in quanto
delimiterebbe in modo univoco e determinato il campo di tutte le
affermazioni possibili – appunto negando un’ulteriore
affermazione. Ma questa delimitazione, o è infinita – ovvero
rimandata all’infinito –, e quindi non si pone come effettiva
delimitazione, oppure non è infinita e dunque è finita da altro –
ovvero posta da altro –, il che però è escluso dalla natura stessa
della sostanza. Ciò significa che ogni affermazione della sostanza
ne implica sempre almeno un’altra – «non esiste alcuna cosa dalla
cui natura non segua qualche effetto (Spinoza 1677, E1P36)» – la
quale, a sua volta, non può essere né contingente rispetto alla
sostanza, né contingente rispetto all’affermazione che l’ha
preceduta: «in natura non si dà nulla di contingente, ma tutto è
determinato dalla necessità della natura divina a esistere e a
operare in un certo modo» (Spinoza 1677, E1P29). Ne viene, quindi,
che ogni nuova affermazione è necessariamente una conseguenza
logica, ossia analiticamente implicata, dall’affermazione
antecedente e si pone quindi come un’estrinsecazione di qualcosa già
implicitamente affermato. Questo significa che ogni affermazione non
è in assoluto la negazione di ogni altra, quanto piuttosto la
negazione dell’incompletezza delle affermazioni precedenti, ossia
del loro essere affermazioni solo parziali o astratte[17]. Diciamo meglio: l’unico soggetto possibile di
qualsiasi affermazione è la sostanza medesima – l’Essere, il Tutto
infinito – del quale vengono via via affermati infiniti predicati,
ciascuno dei quali non è posto isolatamente dagli altri ma risulta
da questi come loro logica conseguenza, ossia la sua affermazione
implica ad un tempo l’affermazione degli antecedenti e
l’affermazione di qualcosa che in quegli antecedenti restava solo
implicito, quindi, anche, la negazione dell’astrattezza degli
antecedenti stante questa mancata esplicitazione. Dato un qualsiasi
modo m1, da questo conseguirà necessariamente almeno un modo m2
differente da m1 in virtù del tratto p, implicito in m1 ma che
giunge ad apparire – cioè ad essere esplicitamente affermato – solo
con m2: m2p è quindi la negazione non di m1 ma di m1non-p, ossia di
m1 in quanto separato dall’apparire di p. In quanto m2 è
conseguenza di m1, m2 non può essere affermato se prima –
dal punto di vista logico – non è affermato m1. Tuttavia, sempre in
quanto conseguenza logico-analitica, m2 non afferma qualcosa
di totalmente altro da m1, ma riafferma m1 più concretamente,
ossia in quanto arricchito di p, la qual proprietà non poteva
apparire prima del porsi di m1 e appare necessariamente una
volta posto m1. Per impostare in termini spinoziani l’aporia
severiniana che abbiamo presentato, occorre a questo punto chiedersi
in cosa può consistere l’apparire concreto e completo della
sostanza, non considerata come natura naturans, ma come
natura naturante, ossia nella totalità dei suoi effetti
(E1P29S). In sé e per sé, la sostanza è già da sempre data come
infinita potenza attuatrice: l’essenza della sostanza è la sua
potenza (Spinoza 1677, E1P34), ossia la capacità di produrre
infiniti effetti (Spinoza 1677, E1P16), i quali – date le ben note
linee immanentistiche del pensiero spinoziano – sono sempre
interni e non estrinseci alla sostanza stessa (Spinoza 1677,
E1P18). Ciò che a noi importa è dunque concentrarci sulla maniera
spinoziana di concepire i modi finiti, ovvero quelli che in
Severino sono le costanti iposintatttiche dell’apparire del Destino
ma che nella Gloria della Gioia ne formano lo stesso apparire
concreto. Per far ciò, è necessario anzitutto fissare l’attenzione
su due punti cardine sviluppati nell’Etica, entrambi legati
al rapporto che gli enti finiti intrattengono tra loro: la causalità
adeguata e quella – per dir così – infinita[18].
Spinoza intende il rapporto causale tra due
enti in senso di implicazione logica, la quale è, nell’ambito della
sua ontologia, sempre – ovvero rispetto a qualsiasi ente e
sotto qualsiasi attributo – un’implicazione necessaria, tale cioè
che la sua negazione implica contraddizione (Spinoza 1677, E1P29 e
P33). All’inizio della terza parte dell’Etica, viene però
presentata la causalità adeguata: «chiamo causa adeguata
quella il cui effetto può essere percepito chiaramente e
distintamente per mezzo di essa. Inadeguata, invece, o parziale,
chiamo quella causa il cui effetto non può essere inteso per mezzo
di essa soltanto» (Spinoza 1677, E3Def1) Causa adeguata è ciò che è necessario e
sufficiente a spiegare un certo effetto. Un certo modo m1 è causa
adeguata di m2 se e solo se vale l’implicazione biunivoca da m1 a
m2, ossia se posto m1 è necessariamente posto m2 e viceversa. Per la
definizione spinoziana di essenza – secondo cui è essenza di una
cosa ciò posto il quale è posta la cosa e viceversa
ciò che è posto dal porsi della cosa (E2Def2 e E2P10S) –, questo
implica che se m1 è causa adeguata di m2, allora m1 definisce l’essenza
di m2. E poiché l’essenza di una cosa coincide con la sua
vera definizione (Spinoza 1677, essentia seu definitio:
E1P33S1), la causa adeguata di m2 è anche la definizione –
vera e genetica – di m2[19].
Tuttavia, la conoscenza dell’essenza di m2, non
è tale da esaurire l’essere di m2, ed è qui che entra in gioco ciò
che abbiamo chiamato causalità infinita, su cui chiude
proprio il De Deo: «non esiste alcuna cosa dalla cui natura
non segua qualche effetto (Spinoza 1677, E1P36)». Non esitiamo a dire che sia proprio questa
proposizione la chiave di volta di tutta l’ontologia di Spinoza,
quella che permette di pensare in cosa consista concretamente
l’esistenza infinita della sostanza e il suo essere atto infinito:
impossibilità di segnare un limite nella catena causale. Occorre
senz’altro ricordare che, per Spinoza, così come la causalità
coincide con l’implicazione logica, così pure la produzione di un
effetto è pensabile come la deduzione di una certa proprietà
(Spinoza 1677, E1P16; Cfr. Matheron 1991). Ciò premesso, si dovrebbe
poter capire cosa significhi che posto m1 segue
necessariamente almeno m2: m2 è effetto di m1, ma poiché il
rapporto tra m2 e m1 è assolutamente e reciprocamente necessario, m1
è causa adeguata di m2, dunque ne definisce anche l’essenza.
Il fatto che però m2 sia effetto di m1 non implica che ne
costituisca una semplice replica, quanto piuttosto che m2 equivalga
alla deduzione di una certa proprietà di m1, la quale non costituiva
l’essenza di m1 come tale. In tal senso, nell’ottica spinoziana, la
realtà non conosce vicoli ciechi e ogni ente, per il fatto stesso di
essere, costituisce una via alla interminabile implementazione
dell’infinita concretezza della sostanza. Ora, dato un qualsiasi modo m1, da questo
conseguirà necessariamente almeno un modo m2 differente da m1 in
virtù del tratto p, implicito in m1, ma che giunge ad apparire –
cioè ad essere esplicitamente affermato – solo con m2. Questo
significa che m2p non è negazione di m1 simpliciter,
ma di m1non-p, ossia di m1 in quanto separato dall’apparire di p. In
quanto m2 è conseguenza di m1, m2 non può essere affermato se
prima – dal punto di vista logico – non è affermato m1.
Tuttavia, sempre in quanto conseguenza logico-analitica, m2
non afferma qualcosa di totalmente altro da m1, ma riafferma
m1 più concretamente, ossia in quanto arricchito di p, la qual
proprietà non poteva apparire prima del porsi di m1 e appare
necessariamente una volta posto m1[20].
Se la differenza tra m1 e m2 è il fatto che m2
coincide con m1p, allora ciò implica tre conseguenze notevoli. In
primo luogo: m2 non è causa adeguata di m1, ma suo effetto,
proprio perché la sola presenza in m2 di p non è né necessaria né
sufficiente ad affermare m1 – quindi la differenza logica tra causa
ed effetto resta operante. Non è necessaria: poiché, infatti,
p segue dall’essenza di m1, l’essenza di m1 è il presupposto
di p, e quindi, per definizione, non presuppone essenzialmente
p per essere definito. Del resto, una volta che l’essenza di m1 sia
posta, non è necessario aggiungervi anche p per affermarla, sicché
la sola presenza di p in m2, appunto, non risulta necessaria
all’affermazione di m1. Ne viene così, a fortiori, che la
semplice proprietà p non è nemmeno sufficiente a indicare
l’essenza di m1 (Cfr. Spinoza 1662, TIE §92-97 e altresì Id. 1660,
KV1, 7)[21]. In secondo luogo, ne consegue che il rapporto
di causalità tra gli enti, per quanto necessario, non cancella ma
mantiene un ordine logico di subordinazione tra di essi: non
tutto è causa adeguata di tutto, ma esiste un ordine di deduzione e
concatenazione delle cause che consente di ordinare gli enti secondo
un rapporto di causazione adeguata (Spinoza 1677, E5P10). In terzo luogo – ed è ciò che qui più ci
interessa –, m2 non può essere una negazione di m1 simpliciter –
quindi tantomeno un suo annullamento –, giacché m2 è
identico a m1p, cioè allo stesso m1 arricchito della sua proprietà
necessaria ma non essenziale p. Dunque, m2 è negazione di m1
come (quatenus) m1, ovvero di m1non-p. Del resto,
questo m1non-p, preso in sé astrattamente, è una mera
contraddizione, giacché di m1 nega proprio quella p che segue
necessariamente dall’essenza di m1 come suo effetto. Ciò che m2 nega
di m1 non è quindi l’esser-m1, cioè l’essenza simpliciter di
m1, ma il limitarsi a essere m1 – ovvero, se si preferisce,
la posizione di m1 astratta dai sui effetti necessari. Quando
da m1 segue p, m1 sta ancora affermandosi necessariamente e p gli
compete altrettanto necessariamente, benché non sia una sua
proprietà essenziale di m1 come m1. Ne viene che,
contemporaneamente, m2 è ancora in parte affermazione
dell’essenza di m1, quindi non è una negazione assoluta
dell’essenza di m1. Tuttavia m2 non è soltanto
affermazione dell’essenza di m1, e la semplice affermazione di tale
essenza soltanto è necessaria ma non più sufficiente
all’affermazione dell’essenza di m2. In tal senso,
l’affermazione dell’essenza di m2, pur restando distinta da
quella di m1 – cioè l’essenza di m2 non è in senso stretto
quella di m1 –, non è nemmeno, essa medesima, essenzialmente una
negazione. L’essenza di quel nuovo ente modale costituito
dall’effettuarsi di una nuova proprietà, non si definisce come
negazione della sua causa, ma affermazione concreta di
essa, dove l’aggettivo “concreto” indica l’esplicitazione di una
proprietà necessaria ma che, a livello della causa, non ne definiva
ancora l’essenza ma pure ne era necessariamente implicata come sua
conseguenza. In tal senso, ogni ente non è essenzialmente
la negazione della totalità degli enti differenti da esso, giacché,
pur non negando questo differire in quanto tale, esso non può
costituirsi come un tratto essenziale dell’ente in esame: la
differenza è semmai una proprietà o una conseguenza del
costante approfondimento ontologico che ogni ente rappresenta
rispetto ai precedenti. Ciò significa che alla definizione “x è
non-non-x”, andrà sostituita quella secondo cui “xp è non(xnon-p)”,
ossia quel certo x individuato dalla sua proprietà p, è la negazione
di quello stesso x caratterizzato però dal non apparire della
proprietà p. Ovvero: l’apparire di ogni nuovo ente non implica una
negazione reale dell’ente precedente, ma la negazione di ciò che
nell’ente precedente non era affatto reale ma astratto, ossia il suo
apparire come limitato dal non apparire di quella o quelle proprietà
che tuttavia derivano necessariamente dalla sua natura. In tal
senso, la definizione essenziale dell’ente viene
particolarizzata, cioè viene reso necessario il riferimento a
una certa proprietà che individui l’ente generico, ovvero si
rifiuta di considerare un ente preso nella sua vuota genericità: si
nega che qualche essente possa essere un meramente essente,
cioè essere essente senza con ciò essere anche sempre in qualche
modo p. Si può dunque parlare di ontologia della “pura
affermazione” non in quanto essa escluda, cioè si isoli, da
qualsiasi forma di negazione – ché anzi in questo caso
l’affermazione sarebbe resa impura dal suo isolarsi dal negativo, il
che è possibile solo negando il negativo –, quanto piuttosto perché
risemantizza il negativo in funzione puramente affermativa: ciò che
ogni nuovo xp nega non è una generica totalità di non-x, quanto
l’astrattezza di quel medesimo x che ora appare come xp, in quanto,
come x astratto appare senza la sua proprietà p, la quale, a sua
volta, è però conseguenza necessaria di x e dunque non può non
apparire una volta che x appaia. Pura affermazione, dunque,
in quanto la negazione nega solo l’astratto, cioè un’altra
negazione, e non si pone invece come essenza dell’ente definito,
ossia non lo caratterizza essenzialmente come negazione di
tutto ciò che non è quell’ente: l’affermazione di qualcosa
non è cioè essenzialmente una forma di negazione, ma pura
affermazione di ciò che afferma – ché infatti la negazione
dell’astrattezza non può avvenire altrimenti che con l’affermazione
di quel tratto p il cui non apparire costituiva essenzialmente
l’astrattezza medesima. Porre quindi la definizione formale di ogni xp
come “non(xnon-p)”, lungi dal costituirne una definizione vacua,
permette quindi di comprendere concretamente l’essenza di ogni xp.
Ciò che porta a negare la negazione di p in x non è un mero atto
estrinseco ma la concretezza stessa di x nel suo affermarsi: se io
ora sono ciò che sono e non sono ciò che ero, è perché io ora sono p
e un tempo ero non-p, ma questo mutamento non è avvenuto tramite la
negazione estrinseca e istantanea di non-p, quanto invece tramite la
concreta affermazione di p, che era una conseguenza implicita ma non
ancora affermatasi nel me di allora e che solo affermandosi ha
negato non-p. In tal senso, cogliere l’essenza di qualcosa significa
cogliere la necessità del suo costante produrre nuovi ma
necessari effetti. E’ nella necessità del nesso che lega ogni
cosa ai suoi effetti che risiede infatti la sua essenza, sicché è
nella capacità di comprendere le ragioni di questa necessità – ossia
perché sia necessario affermare la necessità del nesso che lega
causalmente un certo ente a certi effetti –, che si rende
disponibile la comprensione dell’essenza medesima di quell’ente. Ma è ormai necessario fare un passo ulteriore,
rilevando come il succedere di m2 a m1 non possa in realtà essere
pensato come il succedere dell’affermazione di m2 all’affermazione
di m1: è invece necessario intendere queste affermazioni come
un’unica e sola affermazione che per giungere a m2 deve essere
anche affermazione di m1[22].
Immediatamente e superficialmente, m2 nega l’astrattezza di m1 solo
nella misura in cui m2 e m1 vengono pensati come enti
sostanzialmente distinti e pertanto affermati da due
affermazioni distinte. Ma giacché entrambi sono in realtà parte
dell’unica affermazione che l’unica sostanza fa di sé medesima[23],
m2 e m1 non sono affermati con due affermazioni distinte ma
sono posti da un’unica affermazione che ha m1 come sua parte
astrattamente limitata. Poiché ciò vale per l’intera catena dei
modi, si può dire che la sostanza affermi sé medesima con un’unica
affermazione infinita, della quale i singoli modi sono
manifestazioni sempre parziali[24].
Ecco allora tutta la profondità e l’importanza della negazione di
ogni natura sostanziale dei modi finiti, e il senso più autentico
dell’immanentismo elaborato da Spinoza. Tale considerazione risolve preliminarmente
l’obiezione per cui, in un’ottica strettamente necessitarista, tutte
le proprietà tendono a diventare essenziali e quindi non sarebbe
possibile distinguere realmente tra proprietà implicite ed
esplicite, facendo venir meno il criterio di differenziazione tra
gli enti[25].
Ma nell’ambito del presente discorso, occorre ben tener presente che
gli enti considerati non sono delle sostanze, ma dei modi
della sostanza e quindi, da un punto di vista ontologico, il loro
essere va sempre considerato dal punto di vista della sostanza. Ora, abbiamo visto che ogni modo va inteso come
un’affermazione finita – nel senso che ne ammette altre e quindi
esclude di essere assoluta – della sostanza. Ma, esattamente
per questa ragione, non può esservi un’affermazione finita
della sostanza che escluda ogni altra affermazione ulteriore: da un
lato, il concetto di finitudine esclude di porre alcunché di
assoluto – e sarebbe assoluta un’affermazione che non ne ammettesse
nessun’altra –, dall’altro, tramite una simile affermazione la
sostanza perverrebbe ad affermare se stessa non già come infinita –
quale deve essere necessariamente, data la sua definizione – ma come
finita, il che è contraddittorio. Pertanto, ogni modo deve
essere sempre, allo stesso tempo, tramite per una nuova e ulteriore
affermazione, tesi che Spinoza esprime nel modo più chiaro nella già
citata E1P36: ogni cosa esiste necessariamente per produrre
altrettanto necessariamente altri necessari effetti, e così via
in indefinitum. Considerati rispetto ai modi, questi effetti
implicano una distinzione che porta a considerare m1 – la causa –
distinto da – m2 – l’effetto. Tuttavia, in quanto affermazioni della
sostanza, tali modi non sono che momenti necessariamente
inscindibili di un’unica e sola affermazione con cui la sostanza
afferma se stessa affermandosi in un’affermazione infinita, fatta
cioè di infinite affermazioni ciascuna delle quali implica nuove
affermazioni ed esclude che possa darsi un’affermazione ultima e
inoltrepassabile. L’essenza dell’infinito non è altro che l’essere
infinitamente in atto – cioè in corso di svolgimento –, e in
tal modo l’infinito si dà tramite il finito proprio perché il
finito, concepito in questo modo, non è altro che l’affermazione
della natura perennemente produttiva di ulteriorità dell’infinito. D’altronde, quello che può consentire di
pensare la sostanza come la “totalità infinita” dei suoi modi, non è
nessuno di essi in quanto attualmente esistente, giacché la
totalità dei modi attualmente esistenti – ossia dell’esistenza
strico sensu – non esaurisce mai la totalità dell’esistenza in
sé – ossia latu sensu (Spinoza 1677, E2P8 e E2P45S).
Ne viene che la sostanza può essere la vera “totalità infinita” non
in quanto si costituisce come l’apparire in atto di ogni modo,
quanto semmai perché è l’essenza di ogni apparire, ossia è
l’essenza di un apparire infinito, ossia è l’essenza del costante
esser in atto dell’apparire, ovvero, ancora, è infinita potenza
d’atto – actuosa potentia[26].
Ogni termine non rimanda essenzialmente alla “totalità
infinita” come totalità dell’altro da sé, come insieme completo di
tutti i possibili che prima o poi esisteranno in atto, ma a tale
totalità in quanto essa è piuttosto quella stessa totalità
nell’atto del suo dispiegarsi – che, in quanto atto infinito,
non è mai compiuto in nessuno dei suoi punti, quindi in
nessun apparire immediato. L’essenza della totalità infinita è l’aver-sempre-ancora-da-essere
di ogni ente: in tal senso la “totalità infinita” è immanente a
ogni ente, giacché costituisce l’essenza del suo apparire come
potenza di produrre effetti – natura naturans. In quanto la sostanza è concepibile come una
“totalità infinita”, essa non è suscettibile di nessuna limitazione,
quindi nemmeno di quella consistente in un apparire completo.
Ciò non significa in alcun modo che esista una regione eccedente la
sostanza dalla quale sopraggiungano i modi infiniti non ancora
apparsi in essa: tale regione è di per sé impossibile, in virtù
della semplice definizione di sostanza o di Essere. Piuttosto, il
modo in cui la sostanza può realmente e concretamente essere una
totalità infinita è quello in cui essa è il suo costante
implementarsi. Ciò con cui si implementa – i modi, i diversi
enti xp – sono le infinite conseguenze necessariamente implicate
dall’essenza della sostanza medesima in quanto infinita, allo
stesso modo in cui dal semplice algoritmo “n = n + 1” segue
l’infinita serie dei numeri naturali positivi, che sono infiniti
proprio perché il loro insieme non è numerabile – la loro
totalità non è quantificabile –, ma che pure non vengono importati
dall’esterno, ma seguono progressivamente come conseguenza logica
necessaria dalla natura dell’algoritmo stesso – il quale, nel caso
della sostanza, è precisamente la sua potenza infinita di
produrre infiniti effetti. Ne viene, dunque, che il non poter apparire in
atto della “totalità infinita” – ossia il suo poter apparire
unicamente all’interno di un atto infinito, quindi di un atto che
non è compibile in alcun modo e che quindi è costantemente in
atto –, è precisamente l’essenza positiva
dell’infinito. A partire da questo risultato può così mostrarsi
compiutamente ciò a cui porta il risolvimento dell’aporia
severiniana e ciò che quindi chiede ancora di essere pensato in
tutta la sua portata: la contraddizione c non è la
contraddizione dell’originario, ma lo stato normale dell’originario
in quanto originariamente infinito. Il senso del ritornare a Parmenide
proposto da Severino consiste nel recupero di quel pensiero che
dell’Essere pensa la sua immediata incontrovertibilità. Sorto agli
albori del filosofare, esso fu destinato a sprofondare
nell’inconscio dell’inconscio dell’Occidente, abitato dalla
follia del nichilismo, ossia dalla segreta persuasione della
nientità di tutte le cose e dall’angoscia per il loro sopraggiungere
e sprofondare nel nulla (Cfr. Severino 1980, cap. XII, pp. 409-440).
Il parricidio platonico è – nella lettura severiniana – un
parricidio mancato (Cfr. Severino 1985, pp. 77-81)[27]:
esso rinuncia infatti all’incontraddittorietà dell’ente,
abbandonandolo piuttosto al suo epamphoterizein, al suo
oscillare tra l’essere e il nulla, per affermare la molteplicità
delle cose. E la molteplicità deve essere affermata, di
contro al monismo parmenideo, anche se affermarla al prezzo che paga
Platone, significa salvarla per condannarla subito
all’annientamento. Il vero parricidio, dunque, deve
consistere nel tener ferma l’incontrovertibilità dell’Essere ed
estenderla a ogni determinazione che, in quanto semplicemente
essente, deve esser tenuta eternamente nell’Essere (Cfr.
Severino 1985). Il riconoscimento dell’innegabilità del
molteplice, tuttavia, non si fonda in senso stretto
sull’incontrovertibilità del vero, ma anzitutto sulla convinzione
che il molteplice sia un’immediatezza che appare in modo innegabile:
solo se appare la molteplicità degli enti come essenti è destino
della necessità affermare che ciascuno di tali enti è e non può
non essere che un eterno astro da sempre e per sempre legato al
cielo dell’Essere. Affinché la molteplicità degli enti appaia
tuttavia come una vera molteplicità – ossia come una molteplicità di
enti tra loro distinti e non indiscernibili – deve apparire
originariamente che ogni ente non è nessuno degli altri. S’è
visto però, che proprio questo tratto è la radice di un’aporia che
implicherebbe con necessità la negazione del destino della
necessità. Ne consegue che questo tratto non può apparire come
originario ma deve essere frutto della volontà interpretante e
isolante che così pensa il molteplice[28],
allo stesso modo in cui la convinzione che il divenire sia un
sorgere e un andare nel nulla non è altro e non può esser altro che
fede – in quanto implica una contraddizione che è di per sé
necessariamente da sempre esclusa dal destino della verità. Se il destino della verità è infatti
l’Incontrovertibile, e se è tale proprio perché senza il suo
apparire nessun contenuto potrebbe apparire, allora nessun contenuto
che si costituisca come un’effettiva negazione del destino può
realmente apparire nel destino, giacché, in quanto sua negazione,
renderebbe impossibile il destino e quindi ogni apparire, ivi
compreso il suo. Poiché allora la persuasione che ogni ente sia
essenzialmente la negazione della totalità del suo altro implica
con necessità la negazione del destino della verità, ne consegue che
essa è appunto una persuasione, cioè una fede, del pari di
quella che pensa il divenire come un epamphoterizein. Occorre allora ammettere con necessità che le
determinazioni in sé sono un nulla, giacché il
loro essere non può essere distinto dall’Essere in quanto tale.
Il discorso spinoziano, ricostruito e interpretato come abbiamo
tentato di fare, offre l’orizzonte concettuale per dare costrutto a
questa affermazione e, quindi, per tener ferma ad un tempo la
negazione parmenidea della molteplicità delle cose pensata al modo
dei mortali, e dell’evidenza effettivamente innegabile che
sembra attestare la nostra esperienza. Ma cosa attesta in realtà
tale esperienza? Costa sta dietro il fenomeno del molteplice? Ancora
più radicalmente: se essa è solo una fede, come è
possibile e perché viene affermandosi? In merito al come, è la stessa ontologia
dell’infinito a spiegarlo: tenendo ferma unicamente l’essenza e
astraendola dalle sue conseguenze – che sono poi gli altri modi,
ossia l’affermazione concreta di quel medesimo – è possibile
affermare astrattamente il modo in questione, cioè isolarlo
in sé. Più interessante si mostra tuttavia il perché
l’isolamento accada, ovvero quale ne sia il movente. La verità
dell’Essere dice infatti che le cose non esistono in quanto
separate, anzi, che propriamente esiste unicamente l’Essere e ciò
che noi chiamiamo “cose” sono frammenti, scorci – modi –
dell’unico atto infinito con cui l’Essere medesimo afferma la
propria necessaria esistenza. L’essenza affermativa di ogni modo
implica poi che ogni altro modo non solo sia necessariamente
implicato da quello rispetto cui appunto si dice altro, ma
sia quello stesso modo affermato più concretamente. Ciò significa che non solo l’esistenza
completamente dispiegata di ogni modo è infinita, giacché infinita
l’affermazione delle sue infinite conseguenze o proprietà, ma che
ogni altro che noi pensiamo rispetto a un dato modo, sia in
realtà e secondo necessità quello stesso modo. Ovvero: non
solo nulla appare invano, ma nulla appare di estraneo.
Il nuovo può essere tale solo ponendo nel suo cuore l’essenza di ciò
che lo precede e a cui porta notizia della sua costante e mai
esaurita infinitudine. La più radicale novità, la più
incredibile meraviglia non è altro che il necessario dispiegarsi di
un tratto di quell’essente già noto e conosciuto, di quell’ente che
già noi siamo o crediamo di essere. L’altro non ci sta di fronte, ma siamo noi
stessi in quanto realmente essenti come modi dell’infinito. E poiché
quest’altro non è prevedibile qui e ora dalla nostra
immaginazione, per quanto sia predeterminato, esso
appare essenzialmente come mistero che avvolge l’atto di
affermazione di ogni esistente, celando nella sua immediatezza le
infinite conseguenze che verranno con necessità dalla sua natura
(Cfr. Sangiacomo 2007, pp. 73-110). Ogni ente, proprio perché è
quello che è, non è mai conoscibile in modo finito: il suo
senso, il senso del suo esistere, è infinito del pari dell’Essere di
cui esso è modo. Ciò significa che l’identità di qualsiasi
essente è determinata essenzialmente dal suo essere un punto di
fuga dell’infinito dispiegarsi del suo senso, il quale, in
quanto infinito, si dà attualmente sempre nella forma
dell’incompiutezza, quindi del mistero riguardo a ciò che
ancora ne verrà, quindi, in ultimo, dell’angoscia. Angoscia infatti è l’esperienza
dell’indeterminato, del venir meno di ogni confine, di ogni recinto
entro cui rinchiudere l’Essere e affermarne la prigionia (Cfr.
Heidegger 1927, §40, pp. 231-238 e altresì Heidegger 1929). E ogni
ente – ivi compreso se non soprattutto quell’ente che noi sempre
siamo – è essenzialmente fonte di angoscia, giacché la semplice
affermazione del suo esserci – nella sua specificità e infinita
concretezza, nel suo essere un qualcosa di assolutamente singolare e
unico – è l’affermazione dell’indeterminatezza essenziale di
quell’affermazione, che per affermarsi concretamente avrebbe appunto
bisogno di essere affermazione dell’infinito e quindi affermazione
sempre costantemente misteriosa riguardo a ciò che ancora
avrà da riservare. Per fuggire questa angoscia non c’è altro
rimedio che abbracciare la follia dell’isolamento, credere
che le cose siano effettivamente una molteplicità di enti i
quali, per quanto necessariamente relazionati gli uni con gli altri,
restano pur sempre necessariamente altri gli uni rispetto agli
altri, ossia la cui identità non è mai tale da implicare in sé
l’affermazione del proprio altro. Follia: sperare che l’altro sia
sempre come essenzialmente negato dal mio essere, che l’altro sia e
resti sempre essenzialmente altro, tutt’altro. Le pagine con cui Spinoza chiudeva la prima
parte dell’Etica denunciando come ignoranza e paura –
angoscia appunto – abbiano finto il primo mondo di esistenze
separate, di dèi antropomorfi e illusioni morali, sono forse troppo
note per poterle qui ripetere. Tutto il resto dell’Etica,
volto a ricostruire gli strumenti razionali per emendare il
proprio intelletto dalla follia delle passioni tristi,
riscoprendosi come parte della natura, riamandosi nell’amore
intellettuale di Dio – che altro non insegna se non che di
proprio non abbiamo che il nostro esser parte dell’infinito –,
sono forse ancora troppo poco comprese perché vi si possa dedicare
qui più che questo brevissimo cenno – niente più che un tolle et
lege. Eppure, l’esperienza dell’angoscia è
precisamente quella che avvolge l’esperienza della verità. Se la
verità è l’incontrovertibile, l’esperienza dell’angoscia non può
essere aggirata e resta anzi al fondo di ogni fede isolante,
come un fantasma che chiede riscatto. La soluzione dell’aporia che
abbiamo affrontato, non solo ci riporta alla soglia parmenidea,
negandoci la liceità di ogni parricidio, ma ci mostra come lo
stesso sentiero del Giorno sia l’esperienza dell’angoscia
originaria. Imparare a muovere i passi su questo sentiero è
ciò che ora si richiede al destino della filosofia. Note
[1]
Il pensiero di Severino è stato per altro accostato allo spinozismo
soprattutto dai suoi critici cattolici, come sovrappiù d’accusa
(cfr. C. Fabro, L’alienazione dell’occidente. Osservazioni sul
pensiero di E. Severino, Quadrivium, Genova, 1981), mentre
recentemente si è sottolineata la distanza, limitandosi con ciò a
restare alla lettera dei testi severiniani (cfr. D. Sperduto,
Sull’utilità e sulla futilità della filosofia: Emanuele Severino tra
Spinoza e Carlo Levi, «Per la Filosofia. Filosofia e
insegnamento», 23 (68), 2006, pp. 61-76). Se l’intento polemico dei
primi rende difficile valutare più serenamente gli effettivi
rapporti teoretici tra i due pensatori, poco convince per altro il
secondo atteggiamento, troppo accondiscendente a confermare
l’interpretazione severiniana dello spinozismo come nichilismo,
sulla quale dovremo quindi soffermarci (cfr. infra §3).
[2]
Si tenga comunque presente che la concezione severiniana del
linguaggio si fonda tuttavia sul medesimo presupposto che verrà
ora enucleato, per cui ogni significato è la negazione della
totalità del suo altro e ogni significare è l’attribuzione a un
qualcosa che non è segno del suo esser segno, quindi è
essenzialmente follia e contraddizione, dal che segue che
l’apparire concreto del destino e il concreto tramonto
dell’isolamento della terra devono coincidere con il tramonto
del linguaggio (cfr. segnatamente E. Severino, Oltre il
linguaggio, Adelphi, 1992; vedi anche Id., Oltrepassare,
Adelphi, Milano, 2007, cap. V, pp. 331-388). E’ però
discutibile l’assunto severiniano per cui il linguaggio è
essenzialmente uno strumento semiotico per far segno e indicare
le cose.
[3]
Benché non sia questa la sede per sviluppare simili rilievi, non
ci si può tuttavia esimere almeno dal notare come, nel proporre
questa tesi, Severino sembri per lo meno riecheggiare – e non
s’ha da discutere qui la differenza con cui si ripropone una
simile eco – quanto esposto da Cusano, Guida per chi
contempla, o non-altro, in Id., Opere filosofiche,
trad. it., Utet, Torino, 1972, p. 793: «Nicola: definisci dunque
il non-altro. Ferdinando: vedo che il non-altro è niente altro
che il non-altro. E questo nessuno lo negherà. Nicola: bene. Ora
non vedi con chiarezza certissima che il non-altro definisce se
stesso, non potendo essere definito da altro?».
[4]
L’apparire infinito della Gioia e il progressivo toglimento
infinito di ogni contraddizione è chiamato “Gloria”, sulla cui
necessità cfr. E. Severino, La gloria, Adelphi, Milano,
2001, segnatamente pp. 81-82.
[5]
Sul senso che il termine “infinito” ha in questo discorso, si
tenga presente E. Severino, Oltrepassare, Adelphi,
Milano, 2007, p. 436: «l’infinito che appare nello sguardo del
destino è il concreto e concretantesi esser sé dell’essente
[...] è l’esser sé nel suo esser sempre più concreto, cioè
sempre più libero dalla contraddizione: tale infinito
dispiegamento è la massima concretezza e non contraddizione
dell’esser sé in quanto si mostra nel finito».
[6]
E. Severino, La morte e la terra, Adelphi, Milano, 2011,
costituisce in tal senso il risolvimento di
Oltrepassare in quanto mostra perché tra la morte
dell’io empirico e l’apparire della Gloria non si debba supporre
alcun tempo intermedio, ma solo un istante. In
quest’ultima opera, infatti, Severino argomenta che il
fondamento e l’essenza di ogni io empirico non è che la
volontà stessa – essendo il senso dell’io una conseguenza
del senso del questo aperto dalla volontà, e in
particolare del questo più vicino – dunque follia.
In particolare, giacché fintanto che appare l’io come volente,
appare il contrasto tra la terra isolata e il Destino, è
impossibile che in questo contrasto possa mostrarsi il volto
della pura terra, ossia della verità. Solo quando il
sopraggiungere degli essenti che appaiono nella terra isolata si
mostra dunque compiuto, è possibile che il contrasto
venga meno e lo sfondo non contrastato del Destino appaia come
tale. Questo compimento del sopraggiungere degli essenti –
compimento reso necessario dall’impossibilità che esso sia
inoltrepassabile – è esattamente la morte dell’io
empirico e l’apparire dello sfondo non più contrastato è l’istante
della morte, che annuncia già quello della Gloria. Da questa
implicazione, consegue tuttavia – o meglio diventa esplicito –
che la fuoriuscita dall’isolamento è impossibile, fintato che
gli uomini esistono come volontà – cioè fintato che sono
“vivi” – e quindi che non solo non può esistere nessuna
testimonianza del Destino capace di per sé di far tramontare
l’isolamento, ma che tale tramonto non può non coincidere con la
morte – il compimento, il non più esser-sopraggiungente – di
tutta l’umanità. Inoltre, avendo ridotto l’essenza di ogni io
a volontà, e dunque a violenza, ne consegue pure che è
impossibile essere vivi senza essere violenti e
che quindi la violenza non solo è inevitabile ma è
anche necessaria e necessariamente voluta
all’interno di quell’apparire costituito dalla terra isolata. Ma
non sarebbe allora forse lecito interpretare ogni
sterminio come un avvicinamento dell’apparire della terra
che salva? Si tratterebbe in fondo di una conseguenza non meno
necessaria di tutte le altre del primo fondamento dell’intero
discorso severiniano fin qui visto – ossia che ogni ente è
essenzialmente un no detto a ogni altro –, che permette
però di ponderare in tutta la sua portata l’esito prodotto da
tale assunto già all’interno del pensiero di Severino. In
merito si potrebbero riprendere, ricollocando la posizione
severiniana in una certa continuità con quella di Heidegger, le
considerazioni svolte in A. Sangiacomo, “L’uomo libero a
nulla pensa meno che alla morte”: Spinoza contra Heidegger,
«Giornale di Metafisica», 33 (2), 2011.
[7]
In A. Sangiacomo, La sfida di Parmenide, il prato,
Padova, 2007, pp. 164-187, si articolava questa aporia in modo
ancora troppo semplicistico, per cui gli eterni severiniani si
presenterebbero come semplici “istanti” eterni e come tali
distinti dal loro apparire, sicché quell’essente che sarebbe il
loro divenire non risulterebbe a sua volta necessario. Alla
lettera di questa obiezione si risponde però richiamando la
distinzione tra apparire finito e apparire infinito, nel quale
ogni eterno è destinato necessariamente ad apparire e apparendo
come tale è destinato pure ad apparire come traccia in ogni
altro eterno, e, ancora, in quanto traccia, ad apparire
concretamente in relazione a ogni altro eterno nella Gloria
della Gioia. Tuttavia, il senso non banale di questa
obiezione coglie il tratto che qui si è tentato di meglio
argomentare relativo all’aporeticità insita nel pensare
l’essenza di ogni essente come negazione del suo non-x. L’idea
di “istante”, infatti, presuppone proprio questo principio: ogni
istante è un’individuazione dell’essente tale da distinguere ciò
che l’essente è in quel momento da ciò che è in ogni altro
momento del suo essere. Quando pensiamo per “istanti” pensiamo
precisamente ogni x come non-non-x, sicché – come già allora si
tentava di dire e come ora si è cercato di riprendere più in
dettaglio – quando pensiamo il divenire – ossia l’apparire
infinito degli eterni – come divenire di istanti, pensiamo in
realtà il divenire come un nulla, cioè come qualcosa che non
può essere necessario all’esserci di nessun essente perché –
è quanto ora si rileva – quel divenire consiste precisamente nel
toglimento infinito dell’essente in questione.
[8]
Poiché ogni interpretazione è sempre costruita all’interno della
terra isolata, criticare l’interpretazione che Severino dà di
Spinoza non significa criticare il Destino
incontrovertibile della verità, e dunque questa critica è ben
possibile e per nulla autocontraddittoria.
[9]
Sull’aporeticità entro cui si dibatte il pensiero di Spinoza
cfr. A. Sangiacomo, Sulla compiutezza del “De Intellectus
Emendatione” di Spinoza, «Rivista di Storia della
filosofia», 24 (1), 2010, pp. 1-22. Cfr. altresì, Naufragi e
Approdi, saggio introduttivo a B. Spinoza, Tutti gli
scritti, a cura di A. Sangiacomo, Bompiani, Milano, 2010.
[10] B.
Spinoza, Etica in Id., Opere, Mondadori, Milano,
2007, pp. 785-1086. D’ora in poi le citazioni dai testi
spinoziani saranno riportate indicando unicamente
l’abbreviazione del passo secondo l’uso adottato nell’edizione
appena citata.
[11] Cfr.
tra gli altri, CM2, 10. Sempre ivi può per altro essere utile
considerare i diversi significati di essere che Spinoza
distingueva in CM1, 1-2.
[12] Sul
ruolo della distinctio formalis in Spinoza e sul rapporto
di superamento immanentistico compiuto da quest’ultimo nei
confronti della concettualizzazione scotista dell’Essere e
dell’infinito, cfr. J. M. Lespade, Substance et infini chez
Spinoza, «Revue de métaphysique et de morale», 3, 1991, p.
319-347.
[13] In
tal senso il modo è traducibile come “costante iposintattica”
nel senso definito da E. Severino, La struttura originaria,
op. cit.
[14]
Nemmeno per Severino è necessario che ogni ente appaia
costantemente per essere un eterno, e dunque, sotto questo
rispetto, la posizione severiniana non è significativamente
lontana da Spinoza.
[15] Ciò
a maggior ragione quando il modo sia considerato come finito,
giacché per E1Def2: «si dice finita nel suo genere la cosa
che può essere determinata da un’altra della stessa natura»,
ossia ciò che è finito implica l’alterità non solo come sostanza
del suo esistere ma anche come causa e determinazione di ciò che
è.
[16] Il
che non implica alcun annullamento: l’apparire di m2 permette di
riconoscere che l’apparire di m1 era astratto, cioè incompleto e
che pertanto non era reale ossia non era il reale apparire di
m1, dunque l’apparire di m2 non annulla l’apparire astratto di
m1 ma fa apparire questo astratto come un astratto.
[17] In
termini spinoziani, m1 non è negato da m2 ma si mostra come
privazione di ciò che solo in m2 appare manifesto benché già
implicito – ma soltanto implicito – in m1.
[18]
Per questioni di spazio siamo costretti a dar per scontata una
certa conoscenza dei testi e degli snodi fondamentali
dell’ontologia spinoziana, sui quali ci siamo già soffermati in
Naufragi e Approdi, Saggio Introduttivo a B. Spinoza,
Tutte le opere, a cura di A. Sangiacomo, Bompiani, Milano,
2010, pp. 7-88. Per un’ulteriore problematizzazione degli
aspetti epistemologici dell’ontologia infinitista di Spinoza, ci
permettiamo di rimandare ancora a A. Sangiacomo, Sulla
compiutezza del De Intellectus Emendatione di Spinoza,
«Rivista di Storia della Filosofia», 24 (1), 2010, p. 1-22; e,
con particolare attenzione al concetto spinoziano di essenza,
Id., Individuum ineffabile: conoscenza e libertà in
Spinoza, «Ethica. Notiziario dell’Aedes Spinozana in
Italia», 56 (4), 2009, pp. 15-23. Sul concetto di causa
adeguata, benché colto soprattutto nell’ambito del discorso
etico-politico ci siamo soffermati invece in Id., La libera
necessità. Note sul compatibilismo di Spinoza, «Filosofia
Politica», 2010, in corso di stampa.
[19] Si
noti che qui stiamo ragionando in termini strettamente
ontologici, senza porre il problema, legittimo ma ulteriore, dei
modi per conoscere concretamente la causa adeguata di qualche
ente specifico.
[20]
Quindi, a fortiori, m2 non può essere annullamento di m1,
giacché m2 stesso è identico a m1p, quindi ha in sé proprio m1,
senza il quale m2 non potrebbe essere alcunché.
[21] Per
questo, tutta la teoria della definizione in Spinoza si basa
sulla non deducibilità della definizione di una cosa dalle sue
semplici proprietà, e sulla differenza tra semplici proprietà e
predicati essenziali.
[22]
Per altro, poiché il rapporto di implicazione tra la sostanza e
i suoi modi è un’implicazione logica e non diacronica,
il problema del costituirsi della molteplicità non
sussiste, in quanto essa segue già da sempre dal concetto di
sostanza infinita: chiedersi come da un ente originario o un
insieme finito di enti originari si possa generare la totalità
degli infiniti altri è apertamente insensato, posto che
l’infinito è tale solo negandone ogni principio e ogni
generazione.
[23] E
che sia contraddittorio pensare una molteplicità sostanziale,
Spinoza lo dimostra chiaramente in E1P1-11.
[24]
Vincenzo Vitiello ha giustamente avvertito i limiti di un
discorso che riducesse ogni ente a mero plesso relazionale (cfr.
tra gli altri V. Vitiello, Il Dio possibile, Città nuova,
Roma, 2002; Id., Hegel in Italia, Guerini e Associati,
Milano, 2003; Id., Grammatiche del pensiero, ETS, Pisa,
2009). Severino ha risposto a questa critica (E. Severino,
Discussioni intorno al senso della verità, op. cit., pp.
23-52) tendendo a respingere la liceità di ascrivere al suo
discorso un simile riduzionismo. Per quanto stiamo qui
esaminando, preme in ogni caso evidenziare che il rapporto tra
m1 e m2 non andrebbe inteso in termini relazionali,
almeno senza aver preventivamente ripensato in profondità la
categoria di “relazione”: m1 e m2 non sono infatti né entità
date che entrino in relazione tra loro – presupponendo cioè
l’anteriorità dei relati alla relazione –, né epifenomeni di un
tessuto relazionale del quale essi rappresentano solo un momento
transitorio – presupponendo cioè la relazionalità ai relati.
Essere momenti di un unico atto affermativo che comprende e
trascende sia m1 che m2, significa piuttosto che m1 e m2 sono
il medesimo colto nell’atto stesso di dispiegare il proprio
essere.
[25]
In altri termini si tratta di discutere il superessenzialismo
di Spinoza. Per esempio, un autore come Leibniz, sviluppando la
sua teoria dei concetti completi, arriverà ad ammettere che
tutte le proprietà di un ente, in linea di principio, sono
essenziali alla sua identificazione in quanto necessarie. Per un
approccio più teorico al problema, cfr. L. Hess,
Superessentialism and Necessitarianism: Between Spinoza and
Lewis, «Polish
Journal of Philosophy», 5 (1), 2011, pp. 79-95.
[26] In
E2P3S ricorre l’espressione “actuosa essentia”, ma giacché per
E1P34 l’essenza coincide con la potenza, è del tutto legittimo,
anche da un punto di vista lessicale, parlare di actuosa
potentia. Naturalmente, tuttavia, la potenza non va
intesa in senso aristotelico ma come identità di potenza e atto,
cioè come infinito in atto, nel senso delineato semmai da
G. Bruno, De la causa, principio et uno, in Id., Opere
italiane, Utet, Torino, 2002, vol. 1., pp. 591-746,
segnatamente p. 692: «la qual potenza, perché non dice
imbecillità in quello di cui si dice, ma più tosto confirma la
virtù et efficacia, anzi al fine si trova che è tutt’uno et a
fatto la medesma cosa con la potenza attiva».
[27] Per
Severino già il parricidio di Empedocle è mancato, in
quanto vuole ammettere l’evidenza di una molteplicità che
riconosce come essenzialmente abitata dall’esser-nulla. Cfr. E.
Severino, Il parricidio mancato, Adelphi, Milano, 1985,
pp. 77-81.
[28] In
particolare, l’apparire che la molteplicità sia la negazione
della totalità dell’altro è un apparire astratto, cioè
l’apparire di una proprietà della molteplicità ma non
della sua essenza, ossia di ciò che rende tale il
molteplice. Bibliografia Bruno G. (1584), De la causa, principio et
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