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L’esplorazione
della nozione di “stato” sfida la storia delle idee intesa
criticamente in quello che appare il suo terreno più proprio, vale
a dire la messa a nudo e, quindi, lo smascheramento dell’ideologia,
che pastorizza le idee nascondendole dietro lo schermo dello “stato
delle cose”, del “così com’è” della
presunta realtà, formata, in verità, da una determinata
congiuntura storica di poteri e di saperi, ossia da un intreccio di pratiche
e di configurazioni discorsive. Queste pratiche e questi discorsi debbono,
anzi, parte della loro efficacia e della loro capacità di presa
proprio alla condizione di latenza, vissuta in forma di seconda natura,
in cui essi si vengono a trovare.
Quanto lo “stato” sia, sin nell’etimo che lo nomina,
il tentativo di presentare come stabile, immobile e fisso ciò che
è, invece, l’attualità, storicamente determinata,
di una dinamica di forze concrete e l’esito tensionale di conflitti
e trasformazioni, appare evidente sin dalla trattazione genealogica dell’origine
dello stato in auge in molti degli autori del canone politico occidentale.
Si tratta di quei miti che collocano la nascita dello stato, descrivendo
le forme più primitive ed arcaiche del vivere civile, nell’ipotetico
passaggio fra natura e cultura. È in questa transizione, del resto,
che il dispositivo dell’operazione ideologica affiora con particolare
evidenza, dal momento che la descrizione dell’uomo naturale, ovvero
dell’uomo prestatale, sembra fungere da anticipazione dell’idea
di uomo che si proietta all’interno della concezione dello stato.
Lo stato, cioè, non cancella la disposizione dell’uomo naturale,
ovvero il profilo antropologico espresso e plasmato dall’ideologia
dominante, bensì semplicemente li assume e li ospita in un contesto
che appare in grado di stabilizzarli e, quindi, di perpetuarli piuttosto
che di neutralizzarli.
Ecco allora che se si assumessero come esempi le tre forme forse più
note di contrattualismo moderno, ossia di quelle dottrine che intendono
lo stato quale creazione e costruzione artificiale a partire da una presunta
condizione di natura “prestatale”, ovvero il patto che istituisce
il Leviatano di Hobbes, il contratto giusnaturalistico di Grozio, e il
contratto sociale di Rousseau, non sarebbe difficile dimostrare che l’uomo
pensato da queste teorie conserva intatta la sua inclinazione distintiva
precontrattuale anche dopo il contratto istitutivo dello stato. Così
l’homo homini lupus di Hobbes rimane quell’essere dal desiderio
rapace e infinito, motore della guerra di tutti contro tutti, che il filosofo
ipotizza prima del patto, sì che lo stato-Leviatano andrà
solo a riassumere, pacificata nel suo corpo politico e riconvertita in
guerra e competizione fra gli stati, la somma, orientata all’incremento
mostruoso della potenza, dei desideri della totalità dei sudditi:
«pongo in primo luogo, come inclinazione generale di tutta l’umanità
(a general inclination of all mankind ), un desiderio perpetuo e ininterrotto
di acquistare potere su potere che cessa soltanto con la morte (a perpetual
and restless desire of power after power, that ceaseth only in death )
»(Leviathan I, XI). Al contrario, per Grozio l’uomo prestatale
deve presupporre quella sociabilità, basata sulla ragione, che
è la sola in grado di permettere la possibilità di un accordo.
In questo modo si passa dall’antropologia utilitaristica di Hobbes
all’antropologia giusnaturalistica, in cui il diritto, in quanto
tale, è prestatale e inscritto nell’inclinazione naturale
della ragione umana. Per Rousseau, infine, l’uomo originario non
possiede né l’istinto sociale innato presupposto da Grozio
e dai giusnaturalisti, né è quella belva desiderante e rapace
immaginata da Hobbes. Nello stato di natura l’uomo rousseauiano
è indifferente rispetto agli altri e vive isolato, ma è
capace di compassione in virtù non dell’istinto alla socialità,
bensì grazie alla sua fantasia e forza di immaginazione, che gli
consente di accedere, per immedesimazione, all’essere e al sentimento
degli altri. Eppure, le forze che determinano il primo patto statuale
sono in realtà di carattere positivo, e rispecchiano la dominazione
e la costrizione violenta. Non hanno nulla a che vedere, quindi, con il
sentimento morale dell’uomo e con la razionalità di una sua
estensione in forma di convivenza statuale e civile quale sarà,
invece, la conseguenza solo di un nuovo “contratto sociale”
basato sul libero sviluppo di quel con-senso, di quell’idem sentire
– la sintesi unificante delle volontà individuali in volontà
generale – che amplifica e sostanzia, con la forma e la garanzia
della legge, l’ancor troppo passionale e istintiva indipendenza
naturale che regnava alle origini, trasformandola nell’autonomia
razionale della persona. Così, anche la versione rousseauiana del
passaggio fra l’uomo delle origini e l’uomo dello stato si
consuma, pur in un quadro reso più complesso dalla duplice costruzione
di un modello di dominio dello stato positivo e di un contromodello critico
dello stato razionale, nella continuità, certo intensificata e
strutturata, fra l’indépendance naturelle della spontaneità
prestatale e l’autonomia del soggetto e della sua libera volontà
nell’orizzonte formale dello stato concepito giuridicamente.
Alla luce di questi esempi, che ci mostrano il rapporto fra l’essere
umano e lo stato in termini di contrapposizione fra natura e artificialità
anche là dove, come in Rousseau, questa opposizione si fa critica,
prevedendo anche una sorta di azione reciproca che artificializza l’uomo
(è il cortocircuito fra progresso delle scienze e delle arti e
condizione morale messo in evidenza sin dal primo Discours, premiato dall’accademia
di Digione), diviene evidente il nesso che l’idea di stato intrattiene
con la narrazione, non soltanto perché la statualità, sin
dalle testimonianze più antiche, innerva se stessa nei racconti
di fondazione che rinviano al piano di continuità fra mito e storia,
ma perché lo stato stesso appare come una costruzione simbolica
che ha quale suo scopo principale il governo della temporalità
degli uomini. Infatti, come insegnava Paul Ricoeur nelle pagine del trittico
di Tempo e racconto, il tempo diviene tempo umano nella misura in cui
viene espresso secondo un modulo narrativo e, a sua volta, il racconto
raggiunge la sua piena significazione quando diventa una condizione dell’esistenza
temporale. Ciò che qui si vuole sostenere è, dunque, che
il rapporto fra narrazione e stato non è strumentale, ovvero consegnato
alle necessità accessorie dei contenuti persuasivi e di consenso
del dispositivo statale – identità etniche, miti dei popoli,
personaggi carismatici, eventi storici, ecc. (insomma, il “mito
dello stato” nel senso con cui ne parlava Ernst Cassirer nel suo
libro omonimo) -, né al bisogno fondativo di un modello (o di un
contromodello) genealogico del contratto, come in Hobbes o in Rousseau,
ma essenziale.
Lo stato è mitico perché la sua funzione fondamentale, la
detenzione e l’amministrazione del potere prevalente che rende possibile
e disciplina la convivenza degli esseri umani, ha, al di là dei
dispositivi tecnico-istituzionali affidati, nell’orizzonte dell’età
moderna, alla logica della ragione strumentale e alla disciplina del diritto,
natura e carattere temporale, ovvero si esercita concretamente come governo
delle biografie degli uomini e della loro immaginazione che, sempre rimanendo
all’interno della modernità, significa, in via preliminare
- e in accordo con la teoria di Reinhart Koselleck sulla rimodulazione
delle esperienze in aspettative -, il fare appello al novero delle possibilità
future. Si potrebbe dire, allora, che ogni tipo di stato, dallo stato
assoluto a quello totalitario, allo stato democratico, fino alle varie
modulazioni dello stato liberale, consiste, prima di ogni altra cosa,
in una narrazione, in una generalissima configurazione della temporalità
che articola il passato, il presente e il futuro e che si proietta sul
decorso temporale delle vite dei singoli conformandole, vuoi anche quando
questo racconto si dissimula ideologicamente al “grado zero”,
come significativamente sembra accadere oggi, nell’epoca detta della
globalizzazione, nel profilo, ultraleggero e apparentemente impoetico
e asimbolico, dello stato neoliberista.
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