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Scheda
di lettura
Hans
Blumenberg, Die Legitimitat der Neuzeit, Suhrkamp Verlag, Frankfurt
am Main 1966-1974; La legittimità dell'età moderna,
a c. di Cesare Marelli, Genova, Marietti Genova 1992.
Per
poter comprendere il significato di un'opera composita come La legittimità
dell'età moderna, è necessario leggerla in relazione alla
categoria della secolarizzazione, dalla quale l'autore intende prendere
finalmente le distanze.
Divideremo la nostra analisi in due parti: nella prima daremo brevemente
conto delle critiche, sia "formali" sia più propriamente
"contenutistiche"[1], rivolte da Blumenberg
a quel modello ermeneutico rinvenibile, lato sensu, nella posizione loewithiana
[2]; nella seconda ripercorreremo le tappe più
significative dell'affresco storico descritto dall'autore, esponendo i
presupposti teoretici che hanno guidato l'intera analisi. Scrive l'Autore:
"Effettivamente io considero il teorema della
secolarizzazione come un caso speciale di sostanzialismo storico,
in quanto il successo teoretico si fa dipendere dalla dimostrazione
di costanti nella storia, in modo analogo a quanto accade quasi contemporaneamente
nella ricerca topica"(p. 35).
Se la coscienza storica dell'età moderna dipende, tanto
nell'esteriorità delle proprie figure concettuali, quanto nel costrutto
teorico volto a legittimarle, da un'interpretazione teologica della storia
letta quale storia della salvezza, la fondazione della modernità,
anziché istituire una cesura radicale con un passato rispetto cui
affermare una discontinuità di ragione, non può che inscriversi
all'interno di quell'orizzonte di continuità, già deciso
per essa. Il processo di secolarizzazione è inteso come progressiva
mondanizzazione di una prospettiva originariamente trascendente: nell'opera
di Löwith, la pretesa della modernità di porre un'autonomia
legittima nei confronti di un passato divenutole inaccettabile sembra
doversi infrangere di fronte all'apparire di un'evidenza contraria, di
fronte, dunque, a una struttura di costanti che altro non fanno se non
perpetuare se stesse, in una linea di continuità con un passato
che ribadisce il proprio contenuto in una pluralità di forme differenti.
Nella prospettiva secolarizzante fatta propria da Löwith, la distinzione
fra il Medioevo e l'età moderna va ricondotta a una frattura ben
più originaria e affatto differente dallo sdoppiamento che i fautori
dell'autonomia del Moderno vorrebbero affermare, di contro a quel continuismo
storico che sembra dover presupporre, come Blumenberg mette bene in evidenza,
un'adesione ad una supposta metafisica della sostanza; in quel teorema
della secolarizzazione, capace di affermare se stesso solo smentendo il
reale differire delle figure chiamate in causa, l'unico evento epocale
capace di produrre quello scarto in grado di decidere del futuro tanto
del Medioevo quanto della Modernità è l'oblio e il rifiuto
di quel cosmos pagano che, nella sua puntuale ciclicità, ignorava
la linearità infuturante del tempo biblico e cristiano. Dis-chiusa
la perfetta circolarità di un Tutto privo di un telos determinato,
e infranta, parimenti, la sempiterna physis che infiniti mondi e destini
genera e distrugge, non restava che prendere atto che la totalità
dei futuri sistemi di sapere, pur nella diversità delle rispettive
articolazioni, non potevano che dipendere da quell'evento in cui essi
finivano per trovare la propria condizione di intelligibilità.
La categoria della secolarizzazione, postulando un orizzonte di continuità
indifferente alle variazioni sul tema della 'Sostanza', rende impossibile
il pensiero dello scarto in cui, solamente, la Modernità sembra
poter affermare se stessa. Affinché sia possibile, dunque, liberare
l'età moderna dalla dipendenza da un orizzonte storico sottratto
alla sua potestà, e pensando il Moderno nella sua piena autonomia,
è necessario liberarsi da tale prospettiva, dimostrando la sua
inadeguatezza.
Dopo aver analizzato la critica 'formale' mossa da Blumenberg all'ermeneutica
secolarizzante, è utile riportare, in modo schematico, alcune questioni
determinate in cui il filosofo tedesco pone delle specifiche critiche
di "contenuto" alla proposta discussa in precedenza:
A) a dispetto di quanto sosteneva Löwith, circa l'assoluta dipendenza
dell'idea di progresso dall'escatologia cristiana, è necessario
rilevare una differenza fondamentale, che rende, quanto meno, poco plausibile
l'idea della derivazione dell'una dall'altra: se l'attesa escatologica
pensa un evento assolutamente eterogeneo che fa irruzione nel mondo, sconvolgendone
la proporzione, la classica idea di progresso riguarda la realizzazione
di un futuro immanente alla storia, pensato, però, in diretta relazione
con la continuità di una struttura esistente [3];
B) se la teodicea, volta a scagionare Dio dal male del mondo, finisce
per dimostrare "la razionalità del fine assoluto nel modello
divino"(p. 61), non è possibile vedere, di contro all'opinione
di O. Marquard [4], nella filosofia della storia una
sua naturale prosecuzione, essendosi quest'ultima costituita, come ben
dimostra la svolta trascendentale della filosofia kantiana, proprio accentuando
la propria auto-legittimazione, di contro al proprio passato teologico.
C) l'attribuzione a Dio del concetto di infinito indica la sua compiuta
perfezione; diversamente, riferito alla natura umana che interroga, vuole
significare il permanere di una differenza incolmabile, indice della sua
radicale finitezza; sembra quindi impossibile pensare una continuità
di utilizzo di un tale attributo: si dovrà prendere atto di un'inversione
di significato, capace di testimoniare la legittimità del Moderno
[5];
D) La posizione di Carl Schimtt, secondo cui "Tutti i concetti più
pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati"[6],
è in grado, sì, di evidenziare alcune affinità strutturali,
anche di natura metaforica, circa l'apparato concettuale chiamato in causa,
ma non è certo in grado di dimostrare alcuna cogente derivazione.
La secolarizzazione non contesta l'originalità dell'età
moderna, "contesta solo il fatto che essa lo sia di per sé
e grazie all'autenticità razionale da essa rivendicata"(p.
131); affinché sia possibile dimostrare con sufficiente cogenza
il contrario diviene necessario ripercorrere le tappe di quel percorso
che ha portato la Modernità a porre in essere la propria auto-affermazione.
"La
tesi che sarà sostenuta qui riprende la correlazione affermata
tra età moderna e gnosi, ma la rovescia: l'età moderna
è il secondo superamento della gnosi. Ciò presuppone
che il primo superamento della gnosi all'inizio del Medioevo non fosse
riuscito"(p. 132).
Il
contenuto dell'eresia gnostica ha costretto il cristianesimo primitivo
a dogmatizzarsi. A differenza del neoplatonismo, che vedeva l'origine
della realtà mondana nella caduta dell'Anima del Mondo, ma riconosceva,
altresì, la dipendenza di quest'orizzonte decaduto dalla compiuta
perfezione del cosmo, la gnosi priva il reale di qualunque peso specifico,
considerandolo quale creazione di un malvagio demiurgo, reale antagonista
del Dio di salvezza; e assumendo il mondo come luogo di perdizione e sventura,
contesta al cristianesimo la correlazione da esso istituita fra Creazione
e Redenzione: il Dio che redime, e che ama di un amore tanto puro quanto
immotivato, è un Dio Straniero, che è nelle condizioni di
poter annientare quel cosmo che non ha contribuito a creare.
Il compito che il pensiero cristiano dovrà affrontare consisterà
sia nel recuperare la dignità e l'affidabilità del cosmo
greco, traducendole all'interno delle proprie coordinate concettuali,
sia nel preservare un'autonoma dignità a quell'orizzonte creaturale
che l'identificazione gnostica fra creazione e perdizione sembrava negare.
La prima dogmatica cristiana e l'utilizzo di Aristotele nella Scolastica
medievale devono essere intesi come radicali tentativi di salvare la realtà
del mondo - e l'affidabilità della conoscenza umana al suo interno
- contro l'eresia gnostica. Il ritorno dell'elemento gnostico, però,
nella maschera del Dio Onnipotente, sottratto, per definizione, all'aspetto
univocamente determinato della realtà mondana, renderà necessario
un secondo e ben più radicale superamento della gnosi: l'auto-affermazione
della ragione umana assolverà a un tale compito.
Non potendo ripercorrere la totalità del cammino storico descritto
da Blumenberg, ci soffermeremo, in modo particolare, su uno dei passaggi
capitali del libro (Le crisi epocali dell'Antichità e del Medioevo.
Analisi comparativa dei loro sistemi (pp. 151-190)): questa scelta, oltre
a consentirci di focalizzare lo snodo concettuale più pregnante
dell'opera, ci permetterà, inoltre, di porre a tema uno degli aspetti
più significativi dell'analisi del filosofo tedesco: quello di
ri-occupazione (Umbesetzung).
Nonostante la teologia patristica si sia trovata nelle condizioni di dover
recuperare la positività del cosmos greco, per contrastare l'istanza
critica di impronta marcionita circa l'originaria negatività della
materia, è pur vero che l'auto-comprensione di quel tentativo genealogico
marcava una decisa distanza dalla cosmologia classica nel momento stesso
in cui ne riconsiderava gli aspetti più importanti: l'anti-teodicea
gnostica, in altri termini, rimanendo fedele alla ricostruzione storica
dei Padri, non ha fatto altro che inscrivere se stessa in quel processo
di progressiva disgregazione a cui il cosmo greco era andato incontro
sotto le spinte dell'epicureismo.
Blumenberg analizza la crisi vissuta all'interno della cosmologia classica
a opera della polemica epicurea, mettendo in risalto una linea di continuità
con il tramonto del pensiero medievale subito ad opera della riflessione
nominalista; linea di continuità, però, che non dice, come
nel teorema della secolarizzazione, identità sostanziale nel semplice
variare delle forme, ma indica, diversamente, un'istanza radicale di ri-occupazione
capace di dare vita alla fondazione del Moderno.
Tanto l'atomismo epicureo quanto il nominalismo francescano considerano
l'accadere del mondo come un evento sottratto all'esercizio della ratio
umana: il trattato lucreziano - il De rerum naturae -, traducendo poeticamente
le ragioni filosofiche di Epicuro, dimostra il circolo vizioso a cui andrebbe
incontro l'idea di Creazione se assunta quale principio esplicativo di
stampo razionale; nel Commento alle Sentenze ockhamiane [7],
invece, è l'insondabilità del volere divino - ab-solto dalle
umane ragioni che tentano di circoscriverne i contorni - a rendere impossibile
una deduzione ragionata dell'esercizio del divino arbitrio.
"L'analisi comparativa di epicureismo e nominalismo conduce a un
punto ulteriore del loro accordo apparente: quello della concezione della
pluralità dei mondi. Quest'idea dovette diventare, nella preparazione
dell'età moderna, uno dei fattori essenziali della disgregazione
dell'idea di cosmo"(p. 163).
Nell'atomismo democriteo [8], gli atomi, oltre a essere
infiniti quanto al numero, sono altresì indefiniti quanto alle
possibili forme in cui potersi configurare; ciò comporta l'impossibilità
di determinare, in un universo privo di una finalità necessaria,
una ragione cogente per derivare dall'attuale conformazione della natura
l'impossibilità di una differente configurazione. La pluralità
dei mondi posta a tema dai teologi nominalisti è ben più
radicale: qualora l'essere di questo mondo rappresentasse, nella sua compiutezza,
il risultato dell'azione creatrice di un Dio onnipotente, l'attualità
di questo dato creato manifesterebbe il non potere più dell'arbitrio
divino, contraddicendo, in tal modo, il proprio assunto di partenza; affinché
sia possibile, dunque, affermare l'onnipotenza divina, è necessario
considerare l'orizzonte dell'essere creato solamente come una possibile
individuazione determinata in cui la potenza assoluta di Dio (ab-soluta
in quanto libera, cioè, di restituire al mondo il nihil del suo
inizio, in virtù di una diversa configurazione dell'ordine mondano)[9]
si è realizzata.
Come si era accennato in precedenza, l'apparente affinità esteriore
di alcuni concetti comuni, ricavabili da crisi epocali affatto distanti
nel tempo, non deve in alcun modo essere intesa come una semplice riproposizione,
sotto mentite spoglie, di un'identica questione, diversamente analizzata.
Se ci si limitasse a questo, pensando l'accadere dell'evento presente
come immediatamente correlato e dipendente da quello che l'ha preceduto,
e se si continuasse a rimanere imbrigliati da quella Storia-Tradizione,
condizione imprescindibile di ogni secolarizzazione delegittimante, l'irrompere
creativo dell'istante attuale, che fonda se stesso reinterpretando l'orizzonte
storico in cui si trova ad essere inscritto, non potrebbe mai rivendicare
a sé alcuna reale novitas né, tanto meno, porre se stesso
come quella condizione fondativa capace di acquisire, ri-occupandola,
la condizione di possibilità del proprio passato storico. Certo,
il concetto di ri-occupazione non può che presupporre un orizzonte
storico a esso precedente, una datità reale rispetto a cui riferirsi,
ma l'aspetto determinato dei saperi storici, a differenza del paradigma
della secolarizzazione, non determina una costante di cui la nuova produzione
di pensiero sia una semplice variabile; diversamente, è all'interno
del processo fondativo auto-legittimante che l'apparato delle risposte
precedenti è nelle condizioni di poter acquisire una nuova, e per
questo reale, condizione di intelligibilità.
Scrive Blumenberg:
"Il
concetto di rioccupazione designa come implicazione il minimo di identità
che deve poter essere reperito, o per lo meno presupposto, e ricercato
anche nel movimento più movimentato. Nel caso che dalla visione
del mondo e degli uomini goethiana derivino dei sistemi, rioccupazione
significa che asserzioni diverse possono essere intese come risposte
a domande identiche"(p. 502, il corsivo è nostro).
Quest'ultima affermazione può aiutarci a riprendere le fila
dell'argomento precedente circa l'apparente affinità fra le
crisi dell'antichità e del Medioevo, fornendo una prova concreta
dell'utilizzazione di una tale categoria ermeneutica. Se l'affermazione
dell'epicureismo sembrava aver decostruito dall'interno l'affidabilità
della cosmologia classica, l'opportunità, offerta dal primo
cristianesimo, di rinsaldare il proprio legame con il mondo - in forza
della relazione instaurata con l'uomo da un Dio-Creatore e garante,
in virtù del proprio libero dono di amore, dell'orizzonte creaturale
dell'esperienza mondana -, dischiuse all'uomo greco una possibilità
concreta di fuoriuscire da quell'insecuritas che sembrava costituire
la cifra essenziale dell'esistenza umana. Quando, però, la
progressiva decostruzione dell'apparato archetipale tomista, a opera
dei più radicali tra i teologi francescani, iniziò a
porre in questione, per salvaguardare l'onnipotenza divina, la garantibilità
dell'orizzonte mondano, affermandone la contingenza sempre de-creabile,
non avendo l'uomo altra realtà da garantire e preservare che
se stesso, diede corso a quel movimento auto-legittimante di ri-occupazione
e della totalità della natura e del suo inconcusso dominio
tecnico in essa. "Se dopo la filosofia classica dei Greci rimase
possibile il postulato dell'atarassia, dopo l'assolutismo teologico
del tardo Medioevo l'autoaffermazione dovette diventare l'implicazione
di ogni sistema filosofico"(p. 158).
Il
primo superamento della gnosi, ad opera della teologia patristica, anziché
risolvere il problema alla radice, eliminando lo scarto incolmabile fra
l'essere del mondo e il principio assolutamente trascendente in virtù
del quale il mondo stesso è posto in-forma, tradusse, ponendo solo
apparentemente la realtà mondana in salvo, il Dio straniero in
un Dio nascosto che, pur avendo creato - quindi salvato - il mondo, era
comunque libero di de-crearlo in virtù della sua onnipotenza, in
ogni istante e con un atto tanto sovrano quanto indeducibile.
In un mondo governato da un Dio onnipotente nessuna conoscenza è
universalmente garantita; l'uomo pertanto, si trovò costretto,
per poter essere certo della propria concreta adesione alla realtà
del mondo, in forza di un atto auto-legittimante, ad affermare se stesso
contro un passato divenutogli ormai insopportabile. Rioccupando i luoghi
della tradizione, e trovando in se stessa la condizione di legittimità
del presente in quanto evento appropriantesi del passato, l'auto-affermazione
umana si pose come criterio paradigmatico dell'autocostituzione dei saperi
storici.
***
NOTE
[1] La possibilità di distinguere, all'interno
dell'analisi di Blumenberg, fra una critica "formale", concernente
i presupposti teorici della categoria della secolarizzazione, e una di
"contenuto", tesa a discutere criticamente gli aspetti argomentativo-concettuali
analizzati dai singoli autori, è portata avanti da V. Vitiello,
La favola di Cadmo. La storia fra scienza e mito da Blumenberg a Vico,
Laterza, Roma-Bari 1998.
[2] K. Löwith, Weltgeschichte und Heilsgeschehen.
Die theologischen Voraussetzungen der Geschichtsphilosophie, Kohlhammer,
Stuttgart 1953; tr. it., Significato e fine della storia. I presupposti
teologici della filosofia della storia, a c. di F. Tedeschi Negri,
Il Saggiatore, Milano 1989.
[3] "Se si volesse riconoscere il processo delineato
come secolarizzazione - sebbene in un luogo diverso da quello ordinariamente
previsto per questo - esso non sarebbe in ogni caso una mondanizzazione
dell'escatologia, ma una mondanizzazione per mezzo dell'escatologia"(H.
Blumenberg, La legittimità dell'età moderna, cit.,
p. 51).
[4] O. Marquard, Idealismus und Theodizee, in
Id., Schwierigkeiten mit der Geschichtsphilosophie, Suhrkamp
Verlag, Frankfurt am Main 1973.
[5] "D'ora in avanti l'infinito serve non tanto a
fornire una risposta a una delle grandi questioni della tradizione, quanto
piuttosto a neutralizzarla; non tanto a dare un senso alla storia, quanto
a confutare la pretesa di poterle dare un senso" (Blumenberg, H.,
op. cit., p. 91).
[6] C. Schmitt, Politische Theologie. Vier Kapitel
zur Lehre von der Souveranitat, München 1934; Teologia politica,
in Le categorie del politico, tr. it. di P. Schiera, il Mulino,
Bologna 1972.
[7] Guglielmo di Ockham, Scriptum in Librum Primum
Sententiarum. Ordinatio, prologus et distinctio prima, a c. di Instituti
Franciscani Universitatis S. Bonaventurae, N. Y. 1967.
[8] In questo particolare frangente, ci limitiamo a considerare
le posizioni interne alla riflessione atomistica maggiormente funzionali
all'utilizzo che ne stiamo facendo, consapevoli delle profonde differenze
interne che dovrebbero animare la discussione, e che Blumenberg, peraltro,
si preoccupa di rilevare. Un esempio può essere fornito in merito
alla rielaborazione epicurea dell'atomismo di Democrito, che, pur mantenendo
la radicale obiezione contro il cosmo descritto dalla metafisica, ne conserva
quelle implicazioni immediate che avrebbero consentito di 'temperare'
l'assoluta casualità degli atomi.
[9] All'interno di tale contesto, è a nostro avviso
possibile collocare l'ultima parte (pp. 491-644) dell'opera blumenbergiana,
dedicata ad un radicale confronto fra la posizione di Nicolò Cusano
e di Giordano Bruno. Il Cardinale si impegna nel mantenimento della trascendenza
divina cercando di limitare l'incomponibile scarto dischiuso dall'occamismo
in seno all'ab-soluta stra-potenza di Dio. Cusano mostra come l'Universo
non definisca l'orizzonte di possibilità custodito dall'onnipotenza
divina (se l'Universo esaurisse la potenza dell'Origine, delimiterebbe
tale potenza, manifestando il suo non poter più); nonostante il
creato non possa raggiungere la massima perfezione possibile, testimoniando
l'esaurirsi della possibilità del proprio presupposto, è
comunque necessitato a rappresentare la massima perfezione possibile,
in quanto prodotto della potenza divina stessa. La descrizione di questa
antinomia è ben esemplificata da Blumenberg: "Da un lato la
Creazione deve possedere la più grande perfezione possibile, eppure
dall'altro non può raggiungere il limite di ciò che è
possibile alla sua origine" (p. 587). La risoluzione di tale antinomia
è custodita nel mistero dell'Incarnazione che, testimoniando l'assoluta
possibile perfezione della specie all'interno della quale il presupposto
si è concretato, non esaurisce per ciò stesso la potenza
da cui ha tratto origine. Se Cusano tenta di istituire un punto mediano
che leghi il creato e l'Inizio, pensando, al contempo, sia di preservare
l'irriducibilità del Creatore alla propria creatura, sia di fornire
un criterio di proporzione alla creatura stessa volto a preservarla nella
necessità del proprio dominio creaturale, Bruno, diversamente,
pensando il mondo come "auto-limitazione di Dio" tenta di risolvere
l'irriducibilità dello scarto fra Inizio e Creazione nell'assoluto
abbandono del Principio al proprio principiato, in modo da eliminare la
possibilità, in Dio, di restituire al mondo altre coordinate concettuali.
Se Cusano pensa la compossibilità di una relazione che salvaguardi
e la garantibilità dell'universo creaturale, e la consapevolezza
dello scarto fra il Creatore e la propria creazione, il Nolano ritiene
di poter recidere tale relazione, riducendo la possibilità divina
all'attualità della propria creazione.
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