Bento
de Spinoza, Ethica ordine geometrico demonstrata, in Opera posthuma,
a c. di Jan Rieuwertsz, Amsterdam 1677 (pubblicata anonima); tr. it.,
Etica dimostrata secondo l’ordine geometrico, Bollati Boringhieri,
Torino 2006.
L’Etica è una delle opere di Spinoza
pubblicate postume ed è, senza dubbio, la principale, in quanto
ne sintetizza l’intera filosofia. È divisa in cinque
parti, ognuna delle quali presenta definizioni, assiomi e proposizioni,
come un vero e proprio trattato di geometria.
È difficile intendere l’Etica senza tener conto delle
radici ebraiche di Spinoza, per le quali è impensabile l’idea
di un Dio che si fa uomo. Certo, la soluzione spinoziana è
ulteriormente differente da quella ebraica. Infatti egli finirà
per parlare di un Dio che s’identifica con il mondo stesso,
con il tutto. L’atteggiamento che l’uomo ha e deve avere
rispetto a questo “tutto” è proprio ciò
che si propone l’Etica. Ecco perché non si tratta solo
di un’opera ontologica e metafisica, ma anche di un’opera
morale, un’opera che non si limita a descrivere il mondo, ma
propone una teoria che possa incitare l’uomo ad adeguarsi alla
razionalità del tutto.
Tale obiettivo è possibile solo se si concepisce un’idea
capace di cogliere la molteplicità. In questo senso il mondo
di Spinoza è prodotto dall’estensione senza limiti del
cogito cartesiano: proiettando il soggetto razionale al mondo intero
si pensa il mondo come soggetto, affermando così l’unità
del tutto. L’intento è testimoniato proprio dalla decisione
di identificare il mondo con Dio: il tutto pensato come soggetto non
può che essere Dio, soggetto per eccellenza. È qui chiaro
il rifiuto del Dio-persona che trascende il mondo: il Dio spinoziano
è la natura stessa, è il tutto, è unica sostanza.
1. Dio.
L’identificazione di Dio con il tutto è l’idea
di fondo dell’Etica, alla quale Spinoza ci indirizza, attraverso
una logica rigorosa, partendo dal concetto di sostanza come causa
di sé stessa, cioè come ciò la cui essenza implica
necessariamente l’esistenza.
Se è necessariamente esistente, la sostanza spinoziana non
ha bisogno di altro per essere concepita: può essere pensata
in sé e per sé. Invece, nel pensare ogni altra cosa
è imprescindibile il richiamo ad altri concetti.
La sostanza può essere percepita dall’intelletto attraverso
i suoi attributi. Essi sono infiniti come è infinito il tutto.
Però l’intelletto umano, che è finito, ne può
conoscere solo due: il pensiero e l’estensione. Ciò significa
che l’intelletto pensa la sostanza come unione di estensione
e pensiero.
Gli attributi sono percepiti dall’intelletto come costitutivi
dell’essenza della sostanza. Invece, tutto ciò che è
percepito per mezzo di altro, cioè le modalità di essa,
le sue affezioni, non sono attributi, ma modi di essere del tutto.
Coloro che non distinguono la sostanza dalle sue modalità non
pensano adeguatamente e, pertanto, errano. Se concepiamo la sostanza
con l’intelletto la percepiamo unica e indivisibile, e distinguibile
solo modalmente.
Ne deriva che la sostanza deve anche essere increata, eterna e infinita,
perché altrimenti la sua definizione implicherebbe altri concetti.
È chiaro che quest’idea di sostanza non può che
coincidere con il tutto, perché esso solo può essere
pensato in sé e per sé, in quanto non esclude niente.
Possiamo intenderlo come una circonferenza infinita che ha ogni cosa
dentro di sé e nulla al di fuori.
Se la sostanza è il tutto infinito, l’identificazione
con Dio, cioè l’assolutamente infinito non solo nel suo
genere, è inevitabile. In questo modo Dio deve essere concepito
come la natura stessa che risponde alle proprie leggi. Non si ha più
a che fare con un Dio che trascende il tutto, ma con un Dio che è
il tutto stesso. Egli è l’esposizione del mondo, così
come il mondo è la sua stessa espressione. Dio e mondo non
sono più due enti separati, bensì costituiscono uno
stesso ente.
Dio agisce senza nessuna costrizione, ma per necessità della
sua stessa natura. Per questo motivo è veramente libero. La
libertà, che è già data in Dio, può essere
raggiunta dall’uomo solo attraverso la conoscenza di Dio stesso.
Qualsiasi cosa derivi dagli attributi della sostanza è anch’essa
necessaria e infinita. Perciò le cose, che sono i modi in cui
gli attributi di Dio si esprimono, non possono essere contingenti.
Nel mondo di Spinoza non c’è spazio per la contingenza:
ogni cosa ha una sua ragion d’essere e niente fuoriesce dalla
razionalità del tutto.
È tale razionalità già esistente che noi dobbiamo
riscoprire per essere liberi.
2. Natura e origine della mente.
A questo punto si tratta la mente come modo del pensiero. Questo è
uno dei due attributi di Dio, che quindi si determina come cosa pensante.
Ne deriva che pensando il mondo si pensa Dio e pensando Dio, Dio si
pensa.
Esiste un parallelismo perfetto tra la dimensione del pensiero del
mondo e la dimensione delle cose: la connessione delle cose pensate
corrisponde alla connessione delle cose estese. Se così non
fosse, la conoscenza del mondo non corrisponderebbe al suo contenuto,
cioè sarebbe priva di razionalità. La conoscenza del
mondo deve essere un pensiero adeguato: deve derivare da idee che
sono dette adeguate per il fatto che coincidono esattamente con il
proprio contenuto.
Tuttavia, quando la mente umana percepisce le cose secondo il comune
ordine della natura, ha un’esperienza confusa. Per averne una
chiara, bisogna andare oltre l’immaginazione, o conoscenza di
primo genere. È ad essa che appartiene la falsità. Questo
sapere, che potremmo dire quotidiano, diviene di secondo genere quando
si ha a che fare con idee adeguate delle proprietà delle cose
.
Spinoza parla, inoltre, di un terzo genere, di tipo intuitivo, corrispondente
al modo immediato di intendere il tutto. Si tratta della conoscenza
piena che coglie l’essenza articolata di tutte le cose: procede
dal tutto e conosce il tutto.
3. Origine e natura degli affetti.
Qui si definiscono gli affetti o affezioni del corpo.
Il tema fondamentale per comprendere questa parte dell’Etica
è quello della causa adeguata, cioè di quella causa
il cui effetto è percepibile chiaramente mediante la sua sola
natura. Sulla base di questa definizione, quando noi siamo causa adeguata
di un’affezione, essa s’identifica con un’azione.
In caso contrario si determina come passione, alla quale la mente
sarà sempre più schiava. A seconda che un affetto sia
l’una o l’altra cosa, la potenza di agire viene aumentata
o diminuita e, con essa, lo sforzo che impiega il soggetto per perseverare
nel suo essere.
Poiché l’uomo tende a vivere e sopravvivere con tutte
le sue forze, è opportuno che impari a controllare le passioni,
e cioè che si determini come causa adeguata. Solo in questo
modo gli sarà possibile l’autoconservazione.
Spinoza parla di affetti primari, quali la letizia e la tristezza.
La mente si sforza di promuovere tutto ciò che immagina condurre
alla prima, rifiutando l’altra, perché ciò che
la rattrista la paralizza, mentre ciò che la rallegra la induce
all’azione.
Tutti gli altri affetti non sono altro che gli affetti primari che
si presentano in diversi modi e sotto diversi nomi.
4. La schiavitù umana, ossia le forze degli
affetti.
Si espone cosa s’intende per perfezione e imperfezione, e per
bene e male.
Ciò che comunemente gli uomini definiscono perfetto è
ciò che conviene all’idea universale che si sono fatti
di quella cosa. In tal senso, essa è perfetta se risponde al
fine che gli uomini hanno deciso di attribuirle. Non bisogna tuttavia
dimenticare che la causa finale non è altro che lo stesso sforzo
umano, perché la natura non agisce secondo alcuno scopo, ma
per necessità. Ne deriva che la perfezione e l’imperfezione
sono solo modi del pensare.
Lo stesso discorso vale per i concetti di bene e male. Anche questi
sono modi del pensare che formiamo per il fatto di paragonare le cose
l’une alle altre.
Chiamiamo “bene” ciò che accresce la nostra potenza
d’agire, “male” ciò che la diminuisce. Pertanto,
la conoscenza di questi due concetti s’identifica con gli stessi
affetti.
Per natura l’uomo tende a ciò che considera come proprio
utile, evitando i mali. Perciò, questo sforzo di autoconservazione
è la virtù umana, che si traduce semplicemente con l’agire
stesso. Non si tratta di un’azione che ha causa esterna, ma
che risiede nell’intimità più profonda dell’essere
umano.
Ad ogni modo, si può parlare di virtù solo se l’azione
è consapevole: la ragione deve concepirsi come avente forza
di preservare il suo essere.
Se tutti vivessero sotto la guida della ragione, non ci sarebbero
danni per nessuno. Tuttavia gli uomini sono schiavi degli affetti,
e ciò li porta a danneggiarsi a vicenda e a contrapporsi. D’altro
canto, ognuno esiste per sommo diritto di natura e, per lo stesso,
provvede alla propria utilità, individuando cosa sia bene e
cosa male.
Spinoza propone di rinunciare al proprio diritto naturale e scacciare
quegli affetti che danneggiano gli altri. Ciò è possibile
attraverso l’idea di un’affezione più forte, quale
il timore.
Ecco perché si parla di una società che deve garantire
la concordia, non con la ragione, impotente davanti agli affetti,
ma con le minacce. Questo è lo Stato, e i cittadini sono coloro
che deve difendere.
Nello Stato si decide di comune consenso cosa sia bene e cosa male.
Chi disubbidisce commette una colpa. È a questo stadio che
s’introduce l’idea di peccato, così come quella
di proprietà privata, assenti nello stato di natura.
Lo Stato spinoziano vuole dare a tutti la possibilità di agire
ricercando il proprio utile. Il suo scopo è quello di garantire
la vita a tutti i cittadini.
5. La potenza dell’intelletto, ossia la libertà
umana.
Si vuole trattare della potenza della ragione, mostrando quali capacità
possiede per frenare e dominare gli affetti.
Una passione cessa di essere tale quando ci formiamo del suo affetto
un’idea chiara e distinta. Ciò è sempre possibile,
nel senso che non esiste nessuna affezione del corpo della quale non
possiamo costruirci un’idea adeguata. Quindi, quello che dobbiamo
fare è conoscere più adeguatamente gli affetti, così
da esserne meno soggetti. Solo in questo modo possiamo controllare
le passioni, facendole divenire azioni.
Lo sforzo supremo della mente è intendere le cose intuitivamente:
dall’idea adeguata di certi attributi di Dio si procede alla
conoscenza adeguata dell’essenza delle cose. La virtù
assoluta si determina, così, come la conoscenza di Dio stesso,
attraverso la quale l’uomo raggiunge la somma perfezione.
L’amore intellettuale della mente per Dio altro non è
che Dio che ama sé stesso. Questa è la beatitudine,
la vera libertà.
È chiaro che, per beatitudine, non s’intende il significato
che ad essa attribuisce la tradizione religiosa. Va intesa in termini
di realizzazione: conoscendo pienamente il mondo, conosco pienamente
me stesso.
1. Si nota il superamento del dualismo cartesiano corpo/pensiero,
al quale Spinoza sembrava invece ricorrere nella seconda definizione
di questa parte. Tuttavia, già in quel contesto, i due concetti
venivano trattati come cose e mai come due sostanze diverse.
2. Nelle proposizioni, che seguono le otto definizioni iniziali,
viene negata l’esistenza di due sostanze. Se le pensassi come
due, non penserei più la sostanza, perché finirei per
relazionarle l’una all’altra. In questo modo le concepirei
entrambe attraverso altro, contraddicendo così la terza definizione.
3. Spinoza identifica l’idea adeguata con l’idea vera.
Egli, a differenza di Cartesio, attribuisce il concetto di verità,
non ai soli giudizi, ma anche all’idea nella sua singolarità.