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Scheda
di lettura
Georg
Simmel, Die beiden Formen des Individualismus, in "Das freie
Wort. Frankfurter Halbmonatsschrift für Fortschritt auf alle Gebieten
des geistigen Lebens", n. 1, Frankfurt am Main 1901-1902; Id., Das
Individuum und die Freiheit (1913, postumo); Id., Germanischer
und klassich-romantischer Stil, in "Der Tag" del 2.03.1918;
Id., Individualismus, in "Marsyas", n. 1, Berlin 1917-1919;
tr. it., Forme dell'individualismo, a c. di Ferruccio Andolfi,
Armando, Roma 2001.
Sotto il titolo italiano di Forme dell'individualismo sono raccolti quattro
saggi composti da Simmel tra il 1901 e il 1918, l'anno della morte. Il
tema comune, come si può intuire dal titolo, è quello dell'individualismo,
rispetto al quale il filosofo tedesco abbozza una sorta di tipologia.
L'approccio di tutti e quattro i saggi è quello storico-critico.
Nei primi due, ovvero Le due forme dell'individualismo (pp. 35-45 - indichiamo
la paginatura dell'edizione italiana) e L'individuo e la libertà
(pp. 47-60), il tema è affrontato principalmente nel suo sviluppo
storico, mentre nei secondi due, Stile germanico e stile classico-latino
(pp. 61-71) e L'individualismo (pp. 73-84), l'individualismo è
visto a partire dalle sue radici culturali latina e germanica.
Nei primi due studi Simmel espone la tesi per la quale da quando, nel
Rinascimento, almeno secondo la classica indicazione di Burckhardt, che
pure per l'autore sarebbe da verificare, con il distacco del singolo dalle
forme comunitarie del medioevo è nata l'idea di individualità,
questa nel periodo seguente, precisamente nei secoli XVIII e XIX, si sarebbe
sviluppata in due forme principali. L'andamento carsico, non lineare,
di questa sarebbe dovuto al fatto che il singolo, sottoposto a pressioni
di vario genere, a un certo punto non più sopportabili, arriva
a manifestare il suo dissenso aspirando a una forma diversa di esistenza
e cercando di realizzarla. Nel XVIII il ritorno dell'istanza individualista
prese una forma diversa rispetto a quella rinascimentale: mentre in questa
si trattava di distinzione, di riconoscimento della singolarità,
il XVIII secolo vede emergere la libertà, intesa come autoaffermazione
dell'individuo nei confronti della società. Tutto ciò si
unisce all'idea, di origine razionalistica, secondo la quale in ogni uomo
- individuo - è presente un nucleo fondamentale che ne è
l'essenza ed è comune a tutti gli uomini. Questa idea di individualismo
è quella che sta alla base del socialismo e della Rivoluzione Francese,
la quale avrebbe aggiunto agli ideali di libertà e uguaglianza
l'idea di fraternità solo per il fatto che la rilevanza delle differenze
di ceto non poteva permettere, al momento, quella società di individui
morali responsabili identici in senso essenziale. Quindi, per un motivo
tutto sommato contingente. Nel caso in cui i vincoli istituzionali, che
costringevano le personalità degli individui dentro confini innaturali,
fossero venuti meno, la società sarebbe passata dall'irrazionalità
storica (la contingenza), alla razionalità naturale (la vera essenza
della società umana).
"Se l'uomo viene liberato da tutto ciò che non gli è
del tutto proprio, allora rimane, come autentica sostanza della sua esistenza,
l'essere umano in assoluto, l'umanità, che vive in lui come in
ciascun altro, quell'essenza fondamentale sempre uguale, che viene solamente
camuffata, rimpicciolita, sfigurata nella empiricità storica"(p.
51).
La seconda modificazione dell'idea di individualismo avviene nel XIX secolo,
nel corso dello sviluppo del pensiero dal Romanticismo fino al nietzcheanesimo.
La libertà resta l'istanza fondamentale, ma all'uguaglianza ora
subentra la disuguaglianza, la diversità; intesa però non
in senso sociale, ma interiore. All'individuo non basta più essere
riconosciuto come singolo libero, ma vuole affermarsi come questo individuo
determinato, non scambiabile con nessun altro. L'esigenza che ognuno realizzi
un'idea particolare di se stesso, diversa da quella di chiunque altro
e che la diversità sia una necessità fondamentale nello
sviluppo morale dell'uomo è del tutto nuova. In questa situazione
"tutte le relazioni agli altri sono così in definitiva solo
tappe nel cammino su cui l'io giunge a se stesso: tanto che in ultima
istanza si senta uguale agli altri, perché, fondandosi solamente
su se stesso e sulle proprie forze, ha ancora bisogno del sostegno di
questa consapevolezza; quanto che sia all'altezza della solitudine della
sua qualità e i molti esistano propriamente solo per far sì
che ogni singolo possa misurare la propria incomparabilità e l'individualità
del proprio mondo in rapporto agli altri" (p. 55).
Questo per quanto riguarda i primi due saggi. Nei ultimi due, invece,
Simmel cerca di mostrare come nel seno della cultura europea si siano
sviluppate due forme fondamentali di individualismo, diverse dalle già
esaminate, eppure a esse complementari. Facendo riferimento a un cronista
italiano del primo Rinascimento - lo stesso Rinascimento al quale, nei
primi due saggi, veniva citato come il primo emergere dell'individualismo
-, Simmel nota come nella Firenze di quel periodo non ci fosse una moda
per l'abbigliamento maschile, perché ognuno voleva abbigliarsi
in un modo che appartenesse esclusivamente a lui. Eppure, osservando i
ritratti di allora e il modo in cui comparivano nella letteratura, si
coglie una certa uguaglianza nel loro stile. Emerge una comunanza di sensibilità,
un'atmosfera generale che permea e avvolge tutte le diverse individualizzazioni.
Ciò sarebbe dovuto al carattere propriamente latino consistente
in un'aspirazione fondamentale verso l'universale, verso il tipo. E' all'interno
dei confini disegnati da questo carattere che si trovano tutti i moti
verso l'eccellenza e la distinzione propri dei latini.
Tutt'altro è l'approccio germanico all'individualismo:
"l'individualismo germanico […] nell'uomo cerca il punto della
sua unicità - in fondo senza tenere conto se con ciò viene
rappresentato un tipo possibile o se un tale essere anche in senso numerico
può esistere al mondo "solo una volta" "(p. 77).
Tutto ciò si traduce, nel rapporto pratico col mondo, in un approccio
tale per cui l'uomo germanico trova senso nell'azione sua propria, assolutamente
privata, mentre l'uomo latino trova senso nella sua collocazione rispetto
al resto e nel riconoscimento da parte degli altri, affondando evidentemente
le sue radici nell'ideale greco classico dell'uomo, che concepisce l'uomo
fondamentalmente come membro della polis.
L'individualità consiste nell'unità del di un io con se
stesso da una parte e di un io con il mondo dall'altra,
"la cultura europea ha promosso tra i latini come tra i tedeschi
il concetto di individuo come un'equazione tra io e mondo, e con ciò
ha prodotto due diverse soluzioni della stessa equazione. L'individuo
germanico, anche dove si subordini "disinteressatamente" a leggi,
forme, totalità, e rimanga proprio in ciò fedele solo a
se stesso, è infine messo di fronte a quella responsabilità,
che nasce a partire dal punto centrale solo a lui proprio - mentre nell'ideale
classico e latino di individualità la responsabilità costituisce
in certa misura quel punto focale, in cui uno stile generale e una legge
formale idealmente comune, il tipo e l'idea sovraindividuale di questa
individualità, fanno risplendere insieme i loro raggi, quali fonti
di senso e forze che la sostengono"(p. 84).
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