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Scheda
di lettura
Michel
Foucault, L'usage des plaisirs, Paris, Editions Gallimard, Paris
1984; tr. it., L'uso dei piaceri. Storia della sessualità 2,
a c. di Laura Guarino, Feltrinelli, Milano 2008.
Negli
otto anni trascorsi tra la pubblicazione de La volontà di sapere
e quella de L'uso dei piaceri, sono avvenuti importanti cambiamenti nel
progetto foucaultiano di una Storia della sessualità. Durante questo
periodo, nel quale l'evoluzione del pensiero di Foucault ci è testimoniata
dalle trascrizioni degli corsi ch'egli ha tenuto al Collège de
France, la sua ricerca è stata reimpostata tanto dal punto di vista
del periodo storico preso in considerazione quanto da quello della griglia
concettuale utilizzata per interpretarlo. Era stata condotta, ne La volontà
di sapere, una genealogia del dispositivo della sessualità, nel
quale Foucault aveva riconosciuto il nodo centrale dell'esercizio di quella
forma moderna di sapere/potere sui corpi e sulla vita che egli ha definito
come bio-potere. Ciò che noi oggi chiamiamo "sessualità"
non è qualcosa la cui esistenza e le cui caratteristiche siano
apparse evidenti alla coscienza di tutti i popoli e di tutte le epoche,
come se si trattasse di un aspetto costante della nostra comune natura
umana che si presenti invariabilmente qualsiasi siano la cultura e la
società che interroghiamo. Si tratta, piuttosto, di una nozione
che trova il suo senso unicamente in riferimento a un insieme ben determinato
di saperi, istituzioni e pratiche sociali che hanno preso forma nelle
moderne società europee a partire dal nuovo utilizzo che scienze
come la pedagogia, la psichiatria e la medicina hanno fatto del vecchio
imperativo, valido da secoli in seno alla pastorale cristiana, di dire
la verità sul sesso. La parola sessualità (essa stessa comparsa
solo all'inizio del XIX secolo) designa quell'insieme di ambiti del sé
su cui gli individui sono stati chiamati a esercitare, prima nell'ambito
della direzione spirituale cristiana e poi in quello delle istituzioni
normalizzatrici dell'età moderna, un incessante sospetto volto
alla decifrazione di tutti i segni che potessero rivelare al di sotto
dei moti della mente e del corpo la presenza nascosta del desiderio: Ad
esercitare cioè una ermeneutica del soggetto desiderante, la quale
sfoci poi nella formulazione di un discorso che enunci le verità
scoperte. La volontà di sapere partiva quindi, nella ricostruzione
dei rapporti tra l'individuo moderno e il campo d'esperienza della sessualità,
dalla pratica storica di un particolare rapporto tra soggetto e verità
- più precisamente tra soggetto e veridizione - che implicava,
appunto, una ermeneutica del soggetto, della quale Foucault non aveva
sentito il bisogno di indagare l'origine. È precisamente questo
il compito delle indagini che prendono l'avvio con L'uso dei piaceri:
compiere cioè una genealogia del desiderio e del soggetto desiderante,
che ricostruisca in quale modo ha preso forma quella pratica del sé
che pone il soggetto dinnanzi a se medesimo come oggetto di diffidenza,
indagine e conoscenza vera. Di qui lo spostamento cronologico dei nuovi
volumi della Storia della sessualità: abbandonata la modernità
europea, Foucault avrebbe interrogato le pratiche di sé che hanno
costituito il fulcro della riflessione medica e filosofica sulle "cose
dell'amore" nell'antichità greca e romana, alla ricerca dei
luoghi d'origine di quell'ermeneutica del soggetto che dalla pastorale
cristiana in poi avrebbe costituito la cifra fondamentale della esperienza
occidentale della soggettività. L'uso dei piaceri è dedicato
alla cultura greca del IV a. C, La cura di sé a quella greco-romana
del I e del II d. C, mentre il progettato ma mai pubblicato quarto volume,
Le confessioni della carne, avrebbe dovuto chiudere il cerchio esaminando
appunto la dottrina e la pastorale della carne.
Frédéric Gros ha sostenuto che la peculiarità della
ricerca foucaultiana è di non procedere mai attraverso la semplice
giustapposizione di tematiche nuove al fianco di quelle affrontate nelle
opere precedenti, ma attraverso una " spirale ermeneutica: quel che
fa emergere come nuovo pensiero, egli lo ritrova come l'impensato dell'opera
che precede". Così, i riassestamenti concettuali permessi
dal nuovo sguardo rivolto all'antichità greca e romana permettono
a Foucault di leggere in modo nuovo la posta teorica dell'intera sua opera:
il suo obiettivo gli pare ora essere stato, sin dalle prime opere sulla
follia e la clinica, quello di indagare la storicità non dei comportamenti
e delle idee umane, ma degli orizzonti di problematizzazione all'interno
dei quali l'essere si dà come essere che può e deve essere
pensato, nonché delle pratiche attraverso le quali essi prendono
forma. L'archeologia del sapere sarà destinata quindi a interrogare
queste problematizzazioni, mentre le genealogia ne ricostruirà
le pratiche corrispondenti. Il cambiamento non è radicale, ma nemmeno
ininfluente.
Studiare una "morale" implica secondo Foucault che si stratifichino
le proprie analisi su due livelli fondamentali. Innanzitutto, fanno parte
delle morali le regole d'azione che in una determinata società
sono variamente imposte agli individui attraverso istituzioni quali la
famiglia, i centri educativi, le Chiese ecc. È questo l'elemento
che Foucault definisce come codice: la morale intesa come insieme di regole,
più o meno esplicite e coerenti, che tendono a sottomettere a sé
il comportamento degli individui. Altro elemento, la cui considerazione
è secondo Foucault altrettanto importante, è quello che
riguarda le modalità in cui gli individui sono portati a riconoscere
e costituire se stessi come soggetti morali attraverso un lavoro su di
sé. Stiamo parlando della dimensione etica delle morali, la quale
comporta determinate pratiche di soggettivazione che nell'insieme costituiscono
quella che Foucault definisce una ascetica (la parola va quindi intesa
in senso lato, come esercizio pratico del soggetto su se stesso). In alcune
morali è l'elemento del codice ad assumere maggior importanza pratica
e dinamismo teorico; in altre è quello dell'ascetica, mentre in
altre ancora vige una sorta di equilibrio tra i due. Nel Cristianesimo,
ad esempio, sono state di fondamentale importanza tanto le minuziose e
sempre rinnovate codificazioni volte a stilare un codice universale del
lecito e dell'illecito, quanto l'elaborazione di sempre più pervasive
pratiche del soggetto che, attraverso i regimi della rinuncia, dell'esercizio
spirituale e della esegesi di sé permettessero la conversione e
la purificazione dell'individuo. Nella filosofia e nella medicina greco-romane
pare invece che la riflessione chiave sia stata proprio quella intorno
alle pratiche di soggettivazione.
Come noto, l'ethos condiviso della società greca del IV secolo
a.C. non si dimostrava restrittivo quanto quello che avrebbe prevalso
nell'Europa medievale e moderna: l'amore fisico non aveva ancora ricevuto
su di sé il marchio ontologico del peccato e della dannazione,
la pederastia era accettata e talvolta addirittura valorizzata, l'obbligo
di limitare l'attività sessuale alla sola funzione riproduttiva
interna alla coppia monogamica era ben lungi dall'essere affermato, almeno
per quanto riguarda gli uomini. Eppure, se guardiamo agli scritti di medici
e filosofi, possiamo trovare persino in quest'epoca svariate testimonianze
di prescrizioni delle quali una lettura semplificativamente discontinuista
attribuirebbe la paternità al solo Cristianesimo: l'obbligo alla
fedeltà coniugale da parte del marito, quello di sublimare nell'esclusività
dell'amicizia e della funzione pedagogica i rapporti con i ragazzi - andando
così ad escludere qualsiasi possibilità di amore fisico
tra uomini -, persino la convinzione che le cose dell'amore si caratterizzino
per una intrinseca pericolosità e che perciò vadano tenute
sotto un controllo particolarmente intenso, quando non addirittura eliminate.
Si sente perciò dire spesso che i precetti dei filosofi greci si
sarebbero distaccati dai comportamenti diffusi presso i loro contemporanei,
prefigurando alcune esigenze che si sarebbero affermate poi in modo netto
con il solo Cristianesimo. Che si legga questa anticipazione come un moto
di progresso verso la purezza della morale cristiana o di regresso rispetto
alla liberalità di quella pagana, che si accetti o si contesti
l'idea stessa di questa continuità, il punto essenziale è
l'interesse esclusivo per il codice, giacché è in base alla
sola considerazione delle regole e dei divieti che si tracciano o si rompono
le continuità, tralasciando invece del tutto le pratiche di askesis.
Il nuovo quadro teorico elaborato da Foucault gli permette quindi di impostare
in modo nuovo la questione chiedendosi se, a fronte della incontestabile
anche se solo parziale continuità tra i codici di comportamento
sulla sessualità proposti dalla filosofia greca e dalla morale
cristiana non sia invece proprio l'ambito delle pratiche di soggettivazione
a esibire un maggior dinamismo e a mostrare quindi il vero e proprio ambito
di discontinuità tra Grecia ed Europa cristiana. La domanda di
Foucault è semplice: una volta messa tra parentesi la positività
di codici e divieti e concentrata invece l'attenzione sulle pratiche di
sé, la cultura greca rivelerà qualcosa di analogo a quell'ermeneutica
del soggetto che ha caratterizzato la pastorale cristiana? E, in caso
di risposta negativa, esibirà quantomeno dei caratteri che ne possano
costituire il terreno di coltura?
Nella prima parte de L'uso dei piaceri Foucault spiega i caratteri generali
delle pratiche di riconoscimento e costituzione di sé come soggetti
morali che sottostanno alla precettistica sessuale greca, mentre nella
seconda si dedica al ritrovamento di questi stessi caratteri nella filigrana
minuta dei dibattiti medici e filosofici dell'epoca, che hanno fondamentalmente
dato luogo secondo lui a tre ambiti privilegiati di problematizzazione:
la dietetica, che si indirizza al problema del corpo e della salute, l'economica,
che si interessa a quello dei rapporti matrimoniali, e infine l'erotica,
che ha a che fare con il problema dell'amore per i ragazzi. È sufficiente
richiamare qui le analisi generali condotte nella prima parte del testo,
lasciando al piacere del lettore le gustose ricostruzioni delle tre grandi
discipline etiche del sesso che hanno avvinto il dibattito culturale della
Grecia del IV secolo.
Il primo problema riguarda innanzitutto la comprensione di quale sia,
nella precettistica sessuale greca, quella che Foucault definisce la sostanza
etica: in altre parole, di come sia caratterizzata la parte del sé
che deve essere praticata come oggetto di preoccupazione morale. Per noi
è la sessualità a costituire la sostanza etica. Per i cristiani,
invece, è stata la carne. Carne e sessualità sono state
entrambe caratterizzate sulla base di una intrinseca latenza del desiderio
e di una sue segreta efficacia causale, che le ha rese luogo privilegiato
di sospetto e di ricerca della più profonda e fondamentale verità
del soggetto. La cultura greca non ha conosciuto niente di simile. La
nozione utilizzata da medici e filosofi del IV secolo era invece quella
di aphrodisia, che potrebbe essere tradotta, non senza qualche forzatura,
con "cose" o "piaceri d'amore". In realtà,
l'ambito proprio degli aphrodisia è non solo molto più ristretto
di quello della carne e della sessualità, ma ha una natura strutturalmente
diversa. La dinamica intrinseca alle cose d'amore è caratterizzata
per i greci dalla costante interazione di tre aspetti che sono stati connessi
ad opera della saggezza della natura: atti, piaceri e desideri. Giacché
era necessario che la procreazione compensasse alla naturale caducità
degli individui, preservando così famiglie, stirpi e nazioni, la
natura ha posto negli individui un incessante desiderio che li spinge
verso gli atti amorosi ed i corpi belli. È la natura stessa ad
aver voluto che questi atti fossero coronati da un intenso piacere, il
cui ricordo ingenerasse negli uomini un acuto desiderio che li spingesse
sempre di nuovo alla ricerca del coronamento esperito. Gli atti, i desideri
e il piacere che caratterizzano gli aphrodisia sono considerati perciò
assolutamente naturali. Nulla mostrano di avere in comune con le concupiscenze
e i godimenti colpevoli della carne cristiana, i quali vengono fatti derivare
in modo diretto dal peccato originale e dalla azione tentatrice del maligno.
Certo, gli aphrodisia sono relegati, anche presso i greci, nell'ambito
dei piaceri inferiori. Questo per vari motivi: accomunano gli uomini agli
animali, hanno a che fare con la privazione e la sofferenza, riguardano
il corpo anziché la ragione e sono destinati infine nient'altro
che a ristabilire lo stato fisico che li ha preceduti. Ciò nondimeno,
essi non ricevono il marchio del male; semplicemente, sono ritenuti qualitativamente
inferiori rispetto ai piaceri dell'intelletto e rispetto ad altri piaceri
corporei ritenuti più perfetti, come quelli legati agli esercizi
ginnici e all'ascolto della musica. Il sospetto costante di sé
che i cristiani erano invitati ad esercitare a proposito dei moti peccaminosi
della carne è del tutto sconosciuto alla morale greca.
Ciò nondimeno, anche nell'ambito degli aphrodisia greci è
possibile tenere una condotta moralmente deprecabile. Essa non dipende
però né dalla intrinseca immoralità di determinati
atti sessuali (come ad esempio la masturbazione e il coito interrotto,
per i quali ci si sarebbe scandalizzati in epoche successive) né
dall'eventuale inclinazione verso oggetti d'amore ritenuti contro-natura
(come ad esempio le persone dello stesso sesso). Non vi è traccia,
nella cultura greca, della minuziosa ed esplicita discriminazione tra
atti leciti e atti leciti che sarebbe comparsa nei manuali della pastorale
cristiana, e neppure della convinzione che alcuni oggetti di desiderio
siano intrinsecamente peccaminosi, immorali. La distinzione tra morale
e immorale corre invece lungo due direttrici ben differenti: la quantità
e il ruolo. La natura ha voluto che gli individui siano spinti alle attività
sessuali con una forza particolarmente intensa, necessaria affinché
il compito della procreazione riesca trovare sempre nuovi esecutori. È
quindi intrinseco alla natura stessa degli aphrodisia il rischio che,
in virtù della straordinaria energia che li muove, l'individuo
finisca per venirne sopraffatto. L'eccesso e la servitù nei confronti
delle dirompenti forze del desiderio sono i grandi pericoli da cui ci
si deve guardare, nelle cose dell'amore. Non capita mai che i testi di
questo periodo descrivano il profilo morale di un personaggio in base
alle sue preferenze sessuali; non è lungo il crinale, sconosciuto
ai greci, che distingue il desiderio omosessuale da quello eterosessuale
che corre la distinzione tra uso morale e uso immorale degli atti amorosi.
È frequente invece che si faccia riferimento alla capacità
di auto-dominio o alla incontinenza sessuale di questa o quella personalità
in vista: Alcibiade è deprecato non perché ha avuto rapporti
con altri uomini, ma perché i suoi eccessi l'hanno portato alla
rovina. L'altra direttrice è quella che riguarda il ruolo. Foucault
sottolinea spesso che la morale greca non voleva essere improntata all'universalità,
come sarebbe stato il caso per quelle cristiane e moderne. Non si rivolgeva
"a tutti e a ciascuno", senza distinzione di sesso e appartenenza
sociale. Le riflessioni sulla sessualità da noi prese in esame
fanno in realtà parte di un discorso morale che da un lato non
voleva essere esaustivo di tutto quanto atteneva alla sfera del retto
comportamento, giacché dava per presupposto il rispetto dei costumi
della comunità cui si appartiene, e dall'altro teneva ferma la
sostanziale dissimmetria sociale che questi costumi implicavano. Era perciò
una morale di uomini rivolta a uomini, e precisamente di uomini liberi
rivolta a uomini liberi. Schiavi, meteci e donne non ne erano né
gli autori né i destinatari. È perciò possibile comprendere
come, a partire da questa sostanziale dissimmetria, la morale sessuale
greca abbia dato una straordinaria importanza alla questione del ruolo
virile: in un rapporto sessuale concepito essenzialmente in base alla
figura della penetrazione, era fondamentale che l'uomo non degradasse
se stesso al ruolo di oggetto e attore passivo che era proprio della donna.
Tutto ciò non riguarda soltanto la dinamica interna agli atti sessuali
tra uomini, ma il rapporto amoroso nel suo insieme. Passivo, e perciò
effeminato, è chiunque si lasci dominare dal proprio partner o
dalle proprie passioni amorose, qualsiasi sia l'oggetto del suo desiderio.
Incontinenza, passività ed effeminatezza sono quindi ciò
che nella pratica degli aphrodisia l'uomo libero deve a tutti i costi
evitare. Simili attitudini potranno esser concesse esclusivamente alle
donne ed, eventualmente, ai ragazzi, anche se qui entriamo già
in un campo ben più problematico.
Altro aspetto preso in considerazione da Foucault è quello che
riguarda il modo di assoggettamento dell'individuo nei confronti dei codici
della morale sessuale. Nella pastorale cristiana, questo assoggettamento
avrebbe assunto la forma del riconoscimento della Legge e dell'obbedienza
al confessore. Nella problematizzazione greca degli aphrodisia assume
invece la forma di un saper fare, di un'arte (techne), che permetta il
buon uso dei piaceri sessuali. Prudenza, riflessione e calcolo dovevano
cioè configurare una tecnica razionale dell'uso dei piaceri (chresis
aphrodision) che permettesse di ridurre i pericoli che ad essi sono legati.
Essa si strutturava secondo tre strategie. Innanzitutto, la strategia
del bisogno, che cercava di eliminare gli eccessi dell'attività
sessuale ancorandola saldamente al legittimo e naturale bisogno fisico
da cui essa scaturisce, eliminando perciò tutto quanto è
desiderio del superfluo. Si mangia per fame: inutile cercare cibi sofisticati.
È in modo analogo che ci si dovrà relazionare agli aphrodisia.
La seconda è invece la strategia del kairos, del momento opportuno,
che, in base all'osservanza di alcuni principi generali di prudenza e
alla considerazione delle caratteristiche psicofisiche dell'individuo,
cerca di determinare il momento a lui più proficuo per l'attività
sessuale e la procreazione: età, periodo dell'anno, ora del giorno,
tutto deve essere razionalmente considerato nell'esercizio di questa prudenza.
Infine, la strategia dello status, che riguarda soprattutto chi vuole
competere nell'agone politico per ottenere stima pubblica e ruoli di responsabilità:
coloro che vogliono governare gli altri devono innanzitutto dar prova
di saper governare se stessi. Questo per diversi motivi. Il più
banale è che l'incontinenza potrebbe esporre il politico a contrasti
inutili, rischiando di minare le basi della sua autorità. Più
importante è invece la convinzione che, visto lo status sociale
straordinariamente privilegiato di cui godevano gli uomini liberi, l'esercizio
del potere rischiasse di avere su di loro effetti di radicale destabilizzazione.
L'abuso del proprio status di privilegio era considerato un rischio sempre
presente. Il potere di cui i liberi dispongono è insomma per la
forma della loro vita la più straordinaria delle insidie. Vi è
infine una motivazione tecnico-pedagogica. Per i greci le relazioni sessuali
sono, come abbiamo già visto, isomorfe a quelle sociali. Questo
implica che nell'atto di istituire su se stesso e sugli altri una forma
di dominio attivo nelle cose dell'amore l'uomo libero dimostri con ciò
stesso di essere capace di assumere ruoli altrettanto attivi e direttivi
nel governo della città, e offra insieme un esempio di edificazione
morale per i suoi concittadini.
Da questa appartenenza dell'etica dei piaceri all'ordine della struttura
politica, discende una particolare forma di elaborazione del lavoro etico
su se stessi, che è finalizzato in ogni morale alla trasformazione
di sé in adeguato soggetto morale della propria condotta: l'individuo
è qui chiamato a comprendere se stesso e a esercitarsi in una lotta
per il dominio, la cui finalità è l'instaurazione di un
regime di padronanza di sé (enkrateia). Il soggetto morale costituisce
se stesso instaurando un rapporto agonistico nei propri confronti, la
cui posta non è tanto l'eliminazione totale e definitiva del desiderio
sessuale (come sarebbe stato nell'etica cristiana della rinuncia), bensì
il raggiungimento di uno stato imperturbato di auto-dominio che permetta
di vivere in modo armonioso ed equilibrato la vita quotidiana e di superare
indenni le eventuali situazioni di privazione che si dovessero presentare.
Al fine di raggiungere questa padronanza di sé, la conoscenza dei
giusti criteri d'azione non è sufficiente, così come non
lo è nella padronanza di qualsiasi altra tecnica; è necessario
invece un costante allenamento, e cioè un regime di askesis. Il
lavoro di allenamento alla virtù non prende una forma particolare
rispetto alla virtù stessa: esso non ne è altro che la "ripetizione
anticipatrice". Ci si allena alla virtù nient'altro che concentrandosi
nel praticarla. Due caratteri di questa tecnica del sé si sarebbero
modificati durante l'età ellenistica e imperiale: innanzitutto,
gli esercizi preparatori alla virtù avrebbero assunto gradualmente
una forma particolare e separata rispetto alla virtù di cui sono
la preparazione; inoltre, l'allenamento necessario ad instaurare il dominio
su di sé si sarebbe via via differenziato da quello necessario
ad esercitare il dominio politico (potremmo dire che l'ambito del politico
si separa gradualmente da quello del "catartico", per utilizzare
una terminologia fatta propria dallo stesso Foucault ne L'ermeneutica
del soggetto. Nel IV secolo, a ogni modo, l'allenamento al dominio su
di sé era parte integrante della paideia dell'uomo libero che voleva
svolgere un ruolo direttivo nella città: addestramento etico e
educazione politica erano il medesimo. "La virtù individuale
deve strutturarsi come una città", secondo il ben noto modello
proposto da Platone nella Repubblica. Anche nell'ambito del lavoro etico
da condurre su se stessi siamo perciò molto lontani dalla pastorale
cristiana e dalle sue tecniche di esegesi, trasposizione in discorso,
purificazione e lotta contro le tentazioni, volte alla definitiva e radicale
rinuncia a se medesimo del soggetto. Non siamo all'interno di una ermeneutica
del soggetto che si associ ad una minuziosa codificazione degli atti leciti,
ma all'interno di una estetica dell'esistenza che si costituisce attraverso
una aperta stilizzazione del sé a partire da principi razionali
di prudenza. La teleologia del soggetto morale, e cioè lo stato
che costituisce la compiuta realizzazione dell'individuo come soggetto
morale, implica perciò il raggiungimento di una condizione di temperanza
(sôphrosynê) che gli permetta di vivere la propria esistenza
attingendo ad una libertà che non è né libero arbitrio
né assenza di un determinismo naturale, ma indipendenza dalla schiavitù
verso se stessi e le proprie passioni.
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