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Giornale Critico di Storia delle Idee
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Scheda di lettura Michel Foucault, Surveiller et punir. Naissance de la prison, Gallimard, Paris 1975; tr. it., Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, a c. di Alcesti Tarchetti, Einaudi, Torino 2008. Uscire negli anni Settanta con un libro in cui si sostiene che la prigione è il luogo d’esercizio per eccellenza della forma di potere che è peculiare alle nostre moderne società occidentali è certamente un atto politico. Ciononostante, Foucault non cede, qui come altrove, a quella ch’egli stesso ebbe a definire “comunistologia”; se un’eco dei movimenti di piazza può essere udita in queste pagine, essa è di certo attutita dalla (tattica) pacatezza di sguardo dello studioso, che parla della prigione, ma appuntando il proprio interesse su fatti accaduti in secoli passati, descrive le astuzie e le violenze del potere, ma andando in cerca di indizi sul costituirsi di una “anima moderna”. È Foucault a dirci che il suo intento è in quest’opera di “fare la storia del presente”(p. 34): con questo non dobbiamo però credere che egli abbia voluto “usare” la storia per prendere in modo rassicurante le parti di questa o quella posizione nel dibattito odierno sulla penalità e sulla prigione; piuttosto, è stata sua cura di far vedere come in definitiva tutti i questionanti siano presi oggi nella tela di quel dispositivo carcerario che essi si propongono alternativamente di criticare o di rinforzare. Fu tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento, sul finire cioè di quella che la periodizzazione foucaultiana chiama “età classica”, che avvenne la grande frattura che ha portato al regime della punizione oggi a noi familiare. Contrariamente a quanto si potrebbe credere, durante i secoli dell’Ancien régime la detenzione prolungata non aveva che un posto marginale tra le pratiche punitive: spesso legata al particolarismo disperso dei diritti consuetudinari, non era talvolta nemmeno citata nei trattati sulla punizione, o vi era relegata, insieme al biasimo e alla “soddisfazione della persona offesa”, tra le pene leggere. Erano le finalità stesse della detenzione a differire da quelle che oggi diamo per scontate: lungi dall’occupare l’intero campo compreso tra le ammende pecuniarie e la pena di morte, essa era essenzialmente una pena sostitutiva (ad esempio dei lavori forzati per donne, bambini e invalidi) o cautelativa (ci si assicurava con la detenzione di un individuo sospetto o pericoloso come si farebbe con un debitore di cui si teme la fuga). Come si può immaginare, nemmeno le strutture adatte alla detenzione – che non chiamiamo prigioni perché di prigione in senso proprio, spiega Foucault, si può parlare solo dal XIX secolo in poi – erano paragonabili a quelle delle epoche successive, in particolare per la loro scarsa diffusione sul territorio e per una molto più labile integrazione con l’apparato amministrativo dello stato. In luogo della centralità della detenzione carceraria, i secoli dell’assolutismo monarchico hanno visto invece quella dello spettacolo rituale del supplizio. Dalla confessione pubblica di colpevolezza alla gogna, dall’esposizione al palo alla tortura, fino ai supplizi fisici propriamente detti, alla cui terribilità Foucault dedica pagine di descrizione minuziosa, le punizioni avevano il carattere di spettacoli pubblici, organizzati secondo simbologie e rituali altamente codificati, ai quali folle numerose accorrevano spontaneamente. Lungi dall’essere un generico segno della “barbarie morale” del tempo, queste feste pubbliche avevano precise funzioni strutturali nell’economia del potere della monarchia assoluta. Innanzitutto, esse costituivano un ingranaggio fondamentale del sistema giudiziario. Infatti, nonostante la costruzione della verità giudiziaria non fosse affatto sottoposta, come potremmo pensare con sguardo retrospettivo, al completo arbitrio del giudice, la procedura penale rimaneva avvolta nella totale segretezza fino al momento della sentenza. L’accusato non aveva accesso agli atti processuali, non poteva conoscere l’identità dei denunciatori, persino l’accusa a suo carico era destinata a rimanere segreta fino alle ultime fasi del procedimento: “il sapere era privilegio dell’accusa” (p.38). Seppur nel rispetto di procedure stabilite con precisione, il giudice costruiva da solo e, per cosi dire, in assenza dell’imputato una verità processuale dalla quale quest’ultimo era infine investito, a giochi ormai fatti. Come vicario del Sovrano e del suo potere assoluto, il giudice aveva diritto alla completa segretezza nell’atto di stabilire la verità. Nel contesto di questa procedura, assumeva perciò grande importanza la confessione di colpevolezza. Sollecitata a mezzo della tortura o proferita spontaneamente dall’accusato, essa aveva la duplice funzione di prova tra le prove e di contropartita dell’intero procedimento d’inchiesta: ad una verità scritta, prodotta dalla macchina giudiziaria in totale assenza dell’imputato, faceva da contrappunto la verità orale, spontanea e “viva” della confessione di colpevolezza. Una confessione che, dopo aver confermato in sede inquisitoria le conclusioni del giudice, veniva fatta ripetere in pubblico durante la cerimonia della punizione: il corpo suppliziato del condannato diveniva così il supporto vivo che permetteva alla verità giudiziaria di prorompere dinnanzi al popolo, recando la firma del colpevole in calce al giudizio emesso dall’apparato giudiziario e cioè, per sua vece, dalla sovranità regale stessa. La verità è in gioco nella liturgia della punizione: il supplizio aveva l’efficacia di una lunga confessione pubblica. Al contempo, esso era anche, come ovvio, una cerimonia di violenza fisica: sul corpo del condannato si esercitava un’arte di sofferenze attentamente graduate, che permetteva di adattare con precisione le violenze inflitte al grado di abominio del crimine da punire. Nei casi estremi, la tecnica del supplizio doveva essere in grado di scomporre l’esecuzione in “mille morti”, di prolungare le sofferenze del giustiziando in una indefinita agonia, fatta di marchi, mutilazioni, bruciature e pubbliche umiliazioni, la cui serie talvolta non si interrompeva nemmeno col sopraggiungere della morte del suppliziato. Dobbiamo in ciò, scrive Foucault, riconoscere un rituale politico dalla fondamentale importanza nel sistema di potere dell’Ancien régime: quello della pubblica ricostituzione della sovranità violata del re. Nella simbologia politica della monarchia assoluta, la persona fisica del re era l’origine e il fondamento unico della sovranità, e perciò di ogni legge che potesse considerarsi legittima. Ogni crimine, dal più piccolo furto fino all’omicidio più efferato, doveva essere quindi considerato come una offesa diretta alla maestà del re, come una vera e propria ferita inflitta alla sua persona. Nel più infimo dei criminali vi era cioè un regicida in potenza e il regicida era nient’altro che il “criminale assoluto”. Nello scatenamento di violenza che nel supplizio si abbatteva sul condannato dobbiamo perciò cogliere una ritualità della dissimmetria e della sproporzione, nella quale il sovrano si vendicava dell’onta subita infliggendo atrocità infinitamente più intense di quelle del crimine iniziale, manifestando al contempo pubblicamente la smisuratezza del suo potere rispetto a quello dei suoi nemici. Il popolo era quindi il vero destinatario dello spettacolo del supplizio: doveva restarne insieme terrorizzato e ammirato. In tutto questo non dobbiamo cogliere però solo i riflessi di una simbologia astratta o di una teoria politica, ma anche i caratteri di una precisa modalità di gestione dell’ordine: ad un potere di punire infinitamente lacunoso, la cui capillarità ed efficacia sul territorio erano del tutto incomparabili a quelle che diamo oggi per scontate, ad un potere che in generale non si esprimeva che nell’una tantum della violenza fisica e del prelievo di risorse (tasse, prodotti agricoli, corvè), faceva da supporto lo spettacolo luminescente di una forza personale infinitamente sovrabbondante e dispendiosa, di un magnifico potere di vita e di morte che trovava la sua celebrazione in rituali pubblici di violenza efferata e giustizia sublime. È in questo contesto, e sullo sfondo dei cambiamenti demografici, economici e sociali che caratterizzarono l’ultima parte del XVIII secolo, che dobbiamo situare le critiche e le proposte di riforma del sistema giudiziario avanzate dagli Ideologi illuministi. Di certo, esse presero la forma di un lamento morale per l’atrocità dei supplizi e proposero la loro sostituzione con pene che sapessero insieme rispettare l’umanità dei condannati ed evitare la diseducativa manifestazione pubblica di un potere violento, vendicativo e dispotico; sicché, l’abbandono della penalità di supplizio potrebbe essere interpretato in sostanza come un effetto dell’affinamento dei sentimenti morali prodotto dal pensiero dei lumi. Al di là, o per meglio dire “al di sotto” di questa istanza di “umanizzazione delle pene”, dobbiamo però cogliere, secondo Foucault, qualcosa di ben più fondamentale, e cioè un progetto di razionalizzazione del potere di punire. Sotto l’Ancien régime, ogni strato sociale aveva un suo margine di illegalismo tollerato, la cui acquiescente accettazione era nei fatti condizione indispensabile alla preservazione degli equilibri sociali vigenti; proprio la potenza infinita del re era anzi un aspetto della lacunosità e dell’inefficacia del sistema punitivo, dal momento che implicava ad esempio che le cariche di giudice fossero regalate o confiscate dal re come fossero sue proprietà personali, o ancora la possibilità sempre aperta di una grazia concessa ai condannati unicamente in base alla sua discrezione personale. Proprio l’efficacia e la capillarità nella gestione del territorio si rivelarono invece sempre più importanti in un’epoca in cui stava prendendo inizio quel processo di infinita moltiplicazione/mobilitazione dei corpi e delle merci che avrebbe caratterizzato sempre più i due secoli avvenire. Le proposte dei Riformatori presero diverse direttrici. Si trattò come prima cosa di riorganizzare i codici e le istituzioni giuridiche in modo da evitare tanto le lacune quanto i conflitti di giurisdizione: nessuna contraddizione ma neanche nessun “salto” tra le istituzioni dello Stato centrale e quelle delle amministrazioni locali. Si trattò inoltre di riformare i meccanismi stessi dell’inchiesta e della punizione. A legislazioni stabili, chiare e pubbliche, che permettessero al cittadino di discernere con chiarezza il lecito e l’illecito, avrebbe dovuto fare da supporto una procedura penale del tutto trasparente, grazie alla quale in qualsiasi momento l’imputato, come del resto qualunque altro cittadino, potesse controllare l’operato dei giudici. Si tratta senza dubbio dell’applicazione di una nuova morale dell’individuo, tipica del liberalismo, ma non soltanto di ciò. Il cambiamento di fondo fu, secondo Foucault, nel passaggio da una penalità rivolta al passato, il cui scopo essenziale era quello di vendicare l’onta del crimine commesso, punendo con tanto più accanimento i crimini che manifestavano il carattere eccezionale della lesa maestà, ad una penalità rivolta al futuro, i cui fini essenziali sono quello della prevenzione dei crimini e della correzione dei criminali, nella quale si pone la maggior cura, secondo un principio utilitario, nello scongiurare non i crimini eccezionali e atroci, ma quelli più che più facilmente possono essere ripetuti e imitati da ampie fasce della popolazione; i crimini insomma che per la loro generalizzabilità rischiano di compromettere la tenuta sociale ed economica dello Stato. Si tratta perciò non solo dell’instaurazione di un potere di punire più efficace, intensivo piuttosto che estensivo, ma di uno spostamento nel bersaglio stesso del potere: dal singolo atto criminoso al soggetto criminale. Non più stabilire la verità di un atto, ma quella di un individuo nella sua interezza, che dovrà essere conosciuto sempre meglio per prevederne le possibili tendenze criminose o per correggere quelle che già si fossero manifestate. È perciò la conoscenza dell’individuo nella sua singolarità a divenire la posta in gioco rilevante per la gestione del territorio. Avviene insomma una riconfigurazione dell’economia del sapere e della verità nell’esercizio del potere di punire. Ma, come sa già chi ha letto Le parole e le cose, secondo Foucault gli Ideologi non sono fino in fondo nostri contemporanei. I loro progetti di riforma trovarono attuazione, già nei primissimi anni del XIX secolo, in un modo da loro inatteso e anzi addirittura avversato, e cioè nella prigione come unica e generalizzata istituzione punitiva. Se ciò avvenne è perché qualcosa come l’istituzione carceraria si mostrò come la più immediata ed efficiente riutilizzazione, ai fini dell’instaurazione di una penalità preventiva, utilitaria e correttiva, di tecniche, saperi e strumenti già diffusi nelle società europee e che avevano già mostrato tutta la loro efficacia nel plasmare i corpi e le abitudini degli individui: le tecniche, i saperi e gli strumenti di quello che Foucault chiama potere disciplinare. Nel corso del XVII e del XVIII secolo, in seno a numerose istituzioni – dapprima conventi e collegi, poi caserme, ospedali, fabbriche e scuole elementari, infine nelle prigioni – era stata elaborata una tecnologia della gestione analitica ed utilitaria delle moltitudini umane. In essa, si trattava di intervenire sugli individui in modo da renderli tanto più utili quanto più erano docili e tanto più docili quanto più la loro utilizzabilità li inseriva organicamente in un processo di produzione efficiente ed espansivo, dei cui frutti potessero partecipare essi stessi. Tra la nascita del capitalismo e l’instaurazione del potere disciplinare Foucault traccia una causalità irriducibilmente biunivoca: ciascuno dei due fenomeni ha alimentato l’altro e nessuno dei due avrebbe potuto mai assumere le proporzioni che ha assunto se non si fosse potuto appoggiare sulle acquisizioni e sugli effetti dell’altro. Il primo procedimento di questo potere disciplinare consisteva in un’opera tanto conoscitiva quanto pratica di separazione analitica e ripartizione classificatoria delle pluralità massive, confuse e sfuggenti: si trattava cioè di studiare e plasmare le moltitudini umane trattandole non come totalità monolitiche o all’opposto come masse informi, ma come una somma, analizzabile e governabile nel dettaglio, di individualità, ciascuna delle quali che può essere descritta, classificata e ripartita tanto in base alle sue caratteristiche singolari quanto nelle modalità dei suoi rapporti con le altre. Nell’esercito si passa gradualmente dall’assalto in massa a tattiche basate sulla precisione di tiro individuale col fucile; gli ospedali, da luoghi in cui si stipavano e assistevano nei loro ultimi giorni i malati contagiosi, divengono centri per la raccolta di informazioni sulla situazione sanitaria del territorio, nonché per una ripartizione degli ammalati che eviti i contagi e permetta di curare ciascuno secondo il suo male specifico. Nella scuola e nella fabbrica si scopre che è possibile rendere più efficienti e rapidi i processi di apprendimento e produzione isolando tra loro spazialmente operai e studenti: in tal modo il maestro e il sorvegliante potranno analizzare l’operato di ciascuno in modo chiaro e distinto e così valutare l’insieme delle attitudini individuali dell’alunno o dell’operaio, premiando i migliori e punendo, o addirittura allontanando, gli incapaci. Vi è in ciò un residuo, o per meglio dire una evoluzione, della isolamento in cella tipico delle istituzioni claustrali, un isolamento che non a caso diverrà una delle tecniche tipiche della correzione carceraria. Nel complesso, si applica alla realtà umana quella grande arte delle classificazioni che caratterizzava il sapere della natura nell’episteme classica: è questa l’età in cui comincia ad accumularsi, in archivi sempre più ampi, quell’immensa mole di dati sulla popolazione senza cui non sarebbero mai potute nascere, nel XIX secolo, le scienze umane, le quali quindi, nell’interpretazione di Foucault, non hanno prodotto la nascita del potere disciplinare, ma ne sono state invece esse stesse uno dei prodotti. Ma anche i corpi individuali dovevano essere presi in considerazione nel dettaglio piuttosto che all’ingrosso. Si abbandona, ad esempio, l’addestramento di tipo analogico/mimetico diffuso precedentemente nell’esercito e nelle corporazioni artigiane, nel quale apprendere significava mimare una certa mansione (la battaglia, la produzione etc.) nel suo insieme, migliorandone di volta in volta l’esecuzione complessiva col gioco delle ripetizioni successive; si perfeziona al contrario un addestramento analitico, anziché analogico, nel quale ogni competenza viene scissa nelle sue componenti elementari, il cui apprendimento richiede il progressivo padroneggiamento di esercizi, semplici ma dalla difficoltà crescente, che saranno tanto meglio appresi quanto più meccanicamente, rapidamente e irriflessivamente li si saprà portare a termine. L’esercizio aveva perciò una duplice funzione: quella di rendere perfetto ed efficiente l’operare degli individui, all’interno di un processo di apprendimento, di produzione o di battaglia, e quello di installare nei loro corpi e nelle loro abitudini una temporalità accelerata, ripetitiva e satura, nella quale si trattava di “estrarre dal tempo sempre più istanti disponibili e da ogni istante sempre più forze utili” (p. 168). I regolamenti di fabbriche e scuole elementari si concentrano sempre più sulla riduzione degli sprechi, scandendo il lavoro con sempre maggior precisione temporale e prevedendo esplicite sanzioni per ritardi, perdite di tempo e assenze. La divisione del lavoro e la catena di montaggio divenivano perciò la forma principale non della sola produzione industriale, ma di tutto un insieme sempre più diffuso di pratiche sociali: si pensi ad esempio al modello della “scuola mutuale” del XVIII secolo, nel quale il problema dell’ingestibilità di classi troppo ampie veniva risolto dal maestro eleggendo, tra gli studenti più capaci, una serie di controllori/ripetitori, ciascuno dei quali era assegnato ad una porzione prescelta di studenti più giovani (o meno bravi), alla quale dovevano insegnare un compito che a loro riusciva particolarmente bene – la calligrafia alcuni, il calcolo altri, il disegno geometrico altri ancora – e solo quello. Alla centralità dell’esercizio seriale corrisponde, tanto nella scuola quanto nell’esercito, nell’ospedale e nella fabbrica, l’istituzione dell’esame permanente: sono esami infinitamente ripetuti che permettono ai sorveglianti di ripartire gli studenti per classe, i lavoratori per fascia salariale, i soldati per grado. Questo potere disciplinare trova, secondo Foucault, espressione paradigmatica in un modello architettonico che avrebbe avuto numerose applicazioni proprio nell’ambito della prigione: il Panopticon di Jeremy Bentham, progettato nel 1791. In esso, è visibile una nuova architettonica del potere: non più la fortezza, la cui struttura doveva garantire la perfetta visibilità dei nemici esterni, né il monumento, in cui la visibilità doveva essere invece quella simbolica e sacrale del potere stesso, ma l’istituzione disciplinare, nella quale il campo di visibilità investe invece coloro che essa ospita. Lo schema panoptico prevedeva una architettura circolare: sull’anello più esterno dell’edificio, le celle, ciascuna contenente un detenuto, un folle, un operaio, un bambino o un malato, ognuna separata dall’altra da mura invalicabili e recante due finestre, una sul lato esterno, da cui doveva entrare la luce, l’altra su quello interno, rivolta verso il centro della struttura. Questo era occupato da un’alta torre di sorveglianza, dal cui interno, tenuto in costante penombra per garantire l’invisibilità dei suoi occupanti, doveva essere visibile in qualsiasi momento l’ospite di ciascuna cella. Negli intenti di Bentham, questa struttura avrebbe permesso, semplicemente in virtù del meccanismo di visibilità/invisibilità che metteva in atto, di adempiere nel modo più efficace al compito pedagogico di sorveglianza e correzione proprio del carcere. Non è in verità necessario che i detenuti siano effettivamente sorvegliati in ogni momento: basta che essi sappiano che potrebbero esserlo. La semplice consapevolezza di poter essere sottoposti allo sguardo del sorvegliante farà sì che ciascuno faccia giocare su di sé spontaneamente i discorsi del potere: la dolcezza e del potere e la sua pervasività vanno insomma di pari passo. Il panopticon è quindi “una macchina per dissociare la coppia vedere-essere visti” (p. 220). In esso, e nella società disciplinare, si rovesciano insieme l’asse sociale dell’individuazione e quello visibilità: ad un mondo in cui il potere doveva essere costantemente visibile e in cui i potenti soltanto avevano il privilegio dell’individualità, se ne sostituisce uno in cui il potere è tanto più efficace quanto più riesce a farsi impersonale ed invisibile e quanto più accuratamente riesce invece ad individualizzare coloro sui quali si esercita attraverso descrizioni biografiche sempre più minuziose ed esercizi sempre più adeguati alla singolarità di ciascuno. Nel panopticon, autentica macchina del potere impersonale, è del tutto indifferente chi starà nella torre di sorveglianza: ciò che importa davvero è l’identità di chi sta nelle celle. È nel contesto di questa società disciplinare della sorveglianza e della normalizzazione utilitaria che è possibile comprendere come mai il potere di punire abbia infine scelto per sé come unico mezzo qualcosa come la prigione che noi conosciamo. Istituzione che sin dall’inizio è stata caricata delle funzioni correzionali, e non solo in un secondo momento come talvolta si pensa, essa è anzi istituzione onnidisciplinare: come il convento, utilizza la solitudine dell’isolamento per indurre gli individui ad una conversione morale e spirituale, e insieme come mezzo per rendere esclusivo il loro rapporto con i sorveglianti; come la fabbrica e la scuola, organizza minuziosamente il tempo dei detenuti attraverso l’esercizio, la lettura, la preghiera e il lavoro, il cui effetto dovrebbe essere quello di educare non ad una professione immediatamente utile, ma ad una docilità complessiva che permetterà al detenuto, una volta uscito di prigione, di reinserirsi utilmente nella società e nei suoi meccanismi produttivi; come l’ospedale e il manicomio infine, si preoccupa isolare gli anormali per sottoporli alle cure di cui abbisognano. Si capisce così come, nel nostro sistema penale, tutta una pletora di quelli che Foucault chiama “giudici-annessi” – preti, sorveglianti, psicologi, psichiatri, educatori, criminologi – abbia potuto affiancarsi al giudice, andando addirittura a prolungare, accorciare o correggere le condanne comminate da questo in sede processuale: il fine nuovo della pena non è l’espiazione, ma la normalizzazione, l’oggetto nuovo dell’attività giudiziaria non l’atto criminoso, ma l’individuo criminale – il delinquente. Scrive Foucault: Che la prigione cellulare, con le sue cronologie scandite, il suo lavoro obbligatorio, le sue istanze di sorveglianza e di annotazione, con i suoi maestri di normalità, che sostituiscono e moltiplicano le funzioni del giudice sia divenuta lo strumento moderno della penalità, come può meravigliare? E, se la prigione assomiglia agli ospedali, alle fabbriche, alle scuole, alle caserme, come può meravigliare che tutte queste assomiglino alle prigioni? (p. 247) |