|
Giornale Critico di Storia delle Idee
|
|
Scheda di lettura Maurice Blanchot, L’écriture du désastre, Gallimard, Paris 1980; tr. it., La scrittura del disastro, SE, Milano 1990 L’écriture du désastre è un enigma. Quest’opera è lo spazio in cui Blanchot prosegue la propria riflessione sulla scrittura realizzando un testo che sfugge alla possibilità di farne un resoconto, difficile da riassumere in modo esauriente: ciò che è problematico in generale di fronte ad un’opera qui diventa impossibile. Gli aforismi che la costituiscono si susseguono secondo legami a volte espliciti, come frammenti relativi allo stesso tema, a volte sottili e impliciti: ci si distanzia a poco a poco da un tema attraverso l’analisi di quelli collegati finché questo non riemerge, affrontato da un altro punto di vista o ripetuto. Per rendere conto di questo testo bisognerebbe mettere in ordine e in successione qualcosa che non ha ordine costitutivamente poiché la “scrittura del disastro” è frammentata, disordinata: «Penser le désastre (si c’est possibile, et ce n’est pas possibile dans la mesure où nous pressentons que le désastre est la pensée) c’est n’avoir plus d’avenir pour le penser.»[1] Se pensare significa il non aver avvenire del pensiero, che cos’è allora « la scrittura del disastro » ? Questa è la domanda centrale, quella attorno a cui si dipanano tutte le altre. La scrittura del disastro è quella che Blanchot realizza in questo testo, intermittente, irregolare: non una riflessione costruita consequenzialmente, ma un accostamento di riflessioni, citazioni e variazioni che costituiscono l’opposto di ciò che si definisce un sistema. Scrivere allora «pour ne pas seulement détruire, pour ne pas seulement conserver, pour ne pas transmettre» ma «sous l’attrait de l’impossible réel, cette part de désastre où sombre, sauve et intacte, toute realité»[2]. Scrivere è tuttavia secondo Blanchot anche dar forma ad un senso assente. Blanchot esprime l’esigenza di una scrittura che dica tutto, anche ciò che sfugge al sistema, una scrittura impossibile che sia come il pensiero – che non ha forma - mentre è nel contempo il tentativo di modellare un senso che sorge dalla scrittura stessa, un senso che non le preesiste.Il senso infatti non c’è, perché esso è ciò che è immediatamente presente, è ciò che è tanto prossimo da sottrarsi al linguaggio. La riflessione sul linguaggio di Blanchot muove dall’esito negativo della Fenomenologia dello Spirito. In particolare a quel capitolo della Fenomenologia intitolato “La certezza sensibile o il questo o l’opinione” in cui Hegel dimostra l’impossibilità di dire l‘immediato per mezzo del linguaggio che è costitutivamente universalizzante. Su questo si era soffermato nelle sue lezioni su Hegel anche Kojève il quale costituisce uno dei riferimenti fondamentali del pensiero di Blanchot. La “scrittura del disastro” è allora il tentativo di usare il linguaggio per dire l’immediato: questo è impossibile perché l’immediato è il disastro. dal momento che come si è visto l’immediato è ciò che si sottrae alla conoscenza astratta e universalizzante del linguaggio, il disastro non è mai presente, ma sempre passato, disastro è l’impossibilità di dire ciò che ci è troppo prossimo. Tuttavia il disastro non è da intendersi come fine, esso non ha l’ultimo come limite ma anzi esso “serait définie par l’interruption”[3]. Il disastro è ciò a partire da cui si costruisce il senso. Nella sua tormentata riflessione sulla scrittura Blanchot insegue la definizione del disastro, cerca di spiegare la necessità della scrittura, ma la natura del linguaggio è enigmatica e come sostiene Levinas il linguaggio è esso stesso già scetticismo Cosicché «l’inconnu du language reste toujours inconnu»[4], nel linguaggio c’è qualcosa di inconoscibile e irriducibile, qualcosa di paradossale. Come già in Bataille, Blanchot mostra l’eccesso della scrittura riflettendo sulla paradossalità del silenzio e sul presupposto del linguaggio e della scrittura che resta sempre enigma. Il presupposto del dire è sempre il silenzio, ma la parola “silenzio” costituisce un paradosso per il linguaggio in quanto essa è il mutismo della parola tuttavia detto per mezzo di essa. “Silenzio” è quel che Bataille aveva definito «un mot glissant». Questo paradosso mostra lo stesso paradosso del disastro, dell’esperienza dell’altro e della morte: si tratta di esperienze dell’immediato, affrontate da Blanchot a più riprese; sono esperienze in cui il soggetto percepisce il proprio limite, in cui sperimenta il sottrarsi dell’essere. Impossibile fare esperienza della morte, si può al massimo assistere al morire altrui: morire significa vivere sotto la minaccia della morte che è sempre anteriore, che è già da sempre stata. Scrivere alla luce di questo è accettare l’ordine cosmico, dar voce a quella morte che sappiamo dovrà accadere. Scrittura del disastro è scrivere superando il limite dell’impossibilità dell’immediato. Scrivere il disastro è sottrarre la scrittura alla temporalità, per dire l’istantaneo è necessario sottrarla alla successione che conferisce ordine al detto sottraendolo in tal modo alla puntualità. Il pensiero concettuale sopprime in precedenza ciò che intende dire, la parola toglie ciò che è dato immediatamente quando lo riferisce. Così il discorso viene frammentato e sospeso, si fa aforistico perché l’aforisma consente di alludere all’enigma del nome senza rivelarlo. Lo scrittore stesso nel momento in cui scrive si sottrae e si ritira: la scrittura è un dono[5] senza controparte, è dono di tempo, il tempo dello scrittore, ed è perdita in quanto lo scritto si sottrae al tempo, e può farlo solo in quanto questo è stato all’origine donato. Quando parla di pazienza dello scrittore Blanchot intende la costrizione all’altro a cui lo scrittore si sottopone. L’Altro, seguendo il pensiero di Levinas, è quell’essere che si rapporta a me e facendolo mi limita, si definisce grazie alla mia presenza, ma in tal modo mi cristallizza in un me singolare e unico. La presenza dell’Altro necessita della mia unitarietà per essere egli stesso un’unità, facendomi diventare una singolarità portatrice di una responsabilità (la responsabilità dell’essere) non dovuta a me stesso ma alla presenza dell’Altro. La presenza dell’Altro pone il problema della relazione, la quale secondo Blanchot può avvenire solo nella distanza, poiché solo mantenendo uno spazio di separazione tra me e l’Altro io mi posso rapportare senza voler assimilare a me ciò che mi si contrappone. La passività è per Blanchot il non-scrivere della scrittura e consiste nell’eliminazione di ogni riferimento ad un “io”. La passività che caratterizza la scrittura del disastro è la parte inumana dell’umano, quella di cui non ci è nemmeno possibile parlare senza dar luogo ad un tradimento, poiché il linguaggio è inevitabilmente attivo e risponde ad una logica di coerenza tant’è che nelle esperienze limite viene meno la parola e ad essa si sostituisce il riso, il pianto, il silenzio… La passività senza silenzio e senza misura può, alla luce di quanto appena considerato, essere evocata tramite situazioni di passività, sventura, servitù, in cui la parola è costretta a cedere il passo e da ciò si deduce che essa consta nella perdita di sé, nell’anonimato, nella privazione di ogni sovranità e subordinazione, nella separazione, nell’impossibilità della presenza. A partire da ciò si evince che nella pazienza della passività io sono completamente rimpiazzabile da chiunque, salvo perdere questa sostituibilità nel momento in cui mi faccio carico della responsabilità che la presenza dell’Altro mi conferisce. Il linguaggio, nel momento in cui è parlato, rivolto all’altro non è in grado di sopportare la passività: essa è possibile solo in quel silenzio che ha rinunciato alla parola, in cui l’Altro si annuncia tacendo[6]. D’altra parte può darsi “scrittura del disastro” perché in essa il linguaggio può come abbiamo visto frammentarsi, ripetersi, spezzarsi, rendendosi indipendente dal tempo (essendo incessante). Proprio perché il tempo dello scrittore è il tempo della pazienza, ossia il tempo della passività. La scrittura del disastro sfugge come la passività si sottrae ad una definizione: lo si è visto, non la si definisce, ma la si evoca, ci si approssima ad essa perché solo così è possibile scrivere senza negarla. La scrittura che lascia vivere l’enigma del linguaggio senza tentare di ricondurlo ad una soluzione, la scrittura che evoca il silenzio,che fa risuonare la parola, la scrittura che dice il paradosso del linguaggio, è la scrittura del disastro. In tutta l’ultima parte del testo l’attenzione di Blanchot si concentra sul fatto l’inafferrabile del linguaggio è innanzitutto la sua origine. Origine inseguita dall’etimologia (si veda la nota analisi etimologica del termine greco aletheia di Heidegger ) che intende risalire al vero senso della parola. Vero per gli etimologi è il senso più antico della parola, ma questa, secondo Blanchot per quanto feconda, è solo un’illusione poiché in tal modo si fa dipendere da un passato dimenticato il senso della logica del presente, così si finisce col costruire una genealogia che dovrebbe gettare luce sulla lingua attuale e invece la mistifica. Non solo, ma anche il procedimento dell’etimologia che opera ricostruendo le lingue a partire da alcune parole fondamentali (o da alcune radici) presuppone erroneamente che il linguaggio sia una specie di inventario di nomi. Il linguaggio è invece fatto di frasi che nascono da altre frasi e non esiste un’unità minima della lingua, un’unità originaria. Non esiste perché l’origine è già da sempre stata, non esiste un’origine finita da cui si evolve l’infinito del linguaggio, e lo stesso vale per la scrittura: si scrive solo se si scriveva già, non si inizia a scrivere dal momento che scrivere è l’incessante. Lo si capisce se si tenta di comprendere il disastro a partire dall’etimologia della parola. Questo è un tentativo vano: «c’est l‘indéterminé de ce qui s’écrit avec ce mot, qui depasse l’étymologie et l’entraîne dans le désastre»[7]. Il linguaggio è costitutivamente criptico, conclude Blanchot, sfugge al tentativo di individuare la sua origine e sempre precario è il tentativo di riflettere sul linguaggio, sul non-detto del linguaggio. Il linguaggio come il pensiero è in apparenza qualcosa di semplice tanto è scontato, ma L’écriture du désastre è evidenza del contrario:ci mostra quanto sia difficoltoso non solo comprendere e ma anche trovare un modo per comunicare quel sapere. Il dono che ci fa Blanchot per mezzo di questo libro ci viene consegnato nelle ultime pagine, si trova in quell’ esortazione: «Apprends è penser avec douleur»[8], significativamente collocata dopo alcuni aforismi dedicati a Kafka e ad un aforisma dedicato al Bartleby di Melville. Il dono di Blanchot è in quell’invito finale «La pensée semble immédiate (je pense, je suis), et pourtant elle est en rapport avec l’étude, il faut se lever tôt pour penser, il faut penser et n’être jamais sûr de penser; nous ne sommes pas assez éveillé: veiller au delà de la veille; la vigilance est la nuit qui veille». La fatica del pensiero è la fatica che si compie nel far tacere il mormorio dell’ispirazione e nel consegnare quel che il silenzio porta all’opera scritta, anche se noi non viviamo più in essa, anche se essa dice che “ieri fu la fine”, la scrittura «est notre désaccord, le don du mot précaire»[9]. [1] Maurice Blanchot, L’écriture du désastre, ed. Gallimard, Paris 2008 prima edizione Paris, 1980 [2] Ivi. p. 65 [3] Ivi. p. 98 [4] Ivi. p. 66 [5] La concezione del dono in Blanchot è chiaramente da ricondursi alla riflessione di Mauss in Essai sur le don, Presses Universitaires dde France, Paris, 1950, e alle successive riflessioni di Bataille in proposito. [6] Maurice Blanchot, L’écriture du désastre, p. 27 [7] Ivi. p. 179 [8] Ivi. p. 219 [9] Ivi p. 220
|