|
Giornale Critico di Storia delle Idee
|
|
“Se del male è licito dire bene”. Machiavelli, allo specchio di Erasmo. di Enrico Cerasi
I.
Quando Kant, in quel saggio che tanto
scandalizzò Goethe, ritenne di poter distinguere due diverse declinazioni del
rapporto tra storia e morale, la prima delle quali pensa a un’originaria
condizione paradisiaca, perduta in seguito al peccato umano, l’altra a un
progresso morale, a un inesausto cammino “dal male al meglio (sebbene in modo
appena percepibile)”
[1] - la prima emblematicamente espressa
dal tragico racconto di Genesi
1-3, la seconda dall’ottimistica
filosofia di Rousseau[2] - omise, forse non senza intenzione,
una terza posizione, non propriamente marginale. Alludo al pensiero di Niccolò
Machiavelli, che proprio nel XVIII secolo – per altri versi cosí ben
rappresentato proprio da Kant – ebbe lettori non pregiudizialmente ostili, dopo
un secolo e mezzo di antimachiavellismo sia gesuita sia – gli estremi talvolta
si toccano – giansenista.
Ho detto che l’omissione del filosofo potrebbe non essere
casuale. Sospetto infatti che l’evocazione
del nome di Machiavelli avrebbe costituito un impaccio al progetto di
superare e conservare, con un’andatura proto-dialettica, le opposte posizioni
delineate sopra, accogliendo “il metodo adoperato dalla Scrittura”[3] di porre il male
come inspiegabile corruzione della bontà originaria dell’essere umano, senza
rinunciare alla speranza illuminista, ma già
origeniana, di un continuo, inesausto superamento del male. Come
cercherò di mostrare nelle pagine seguenti, il pensiero di Machiavelli sfugge
all’alternativa delineata dal filosofo di Königsberg – sfugge al catastrofismo
agostiniano come all’ottimismo origeniano, al libero come al servo
arbitrio.
II.
Libero e servo
arbitrio, dunque. Se mi servo delle espressioni usate nello scontro del
1524-1525 tra Erasmo e Lutero è perché ritengo che la filosofia del segretario
fiorentino possa essere meglio compresa qualora sia vista allo specchio della philosophia Christi di Erasmo da
Rotterdam. Con un’avvertenza: non nego che quasi sempre le cose si osservino
meglio per contrasto, eppure ci si dovrebbe trattenere dal porre troppo
frettolosamente Machiavelli ed Erasmo in un rapporto di netta opposizione.
Così, a dire il vero, sembrerebbe di dover dire pensando al noto passo del
capitolo XV del Principe:
Ma, sendo l’intento
mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare
dietro alla verità effettuale della cosa, che all’immaginazione di essa. E
molti si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti né
conosciuti essere in vero; perché elli è tanto discosto da come si vive a come
si dovrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si dovrebbe fare, impara più
tosto la ruina che la preservazione sua; perché uomo, che voglia fare in tutte
le parte professione di buono, conviene rovini infra tanti che non sono buoni
[4].
Se, come afferma Chabod, Machiavelli
cominciò a comporre il suo capolavoro nell’estate del 1513 completandolo nei
primi mesi dell’anno successivo[5],
non è possibile leggere in questa pagina una critica intenzionale alla Institutio principis christiani di
Erasmo, risalente al 1516; ciò non toglie che pressappoco negli stessi anni
sono state scritte due opere che danno voce a due opposti modelli di filosofia
politica. Osservando la cosa dal punto di vista di Machiavelli, sorge spontaneo
il sospetto che anche Erasmo si perda nei sogni del “principe ideale”, un
principe che si vorrebbe capace di congiungere l’esercizio del potere con la
ricerca della saggezza, lasciando che i principi reali “ruinuno”. Se è lecito
affermare che l’umanista di Rotterdam, nell’opera del 1516, ripropone la tesi
platonica che il vero politico, se non vuole essere un volgare tiranno, deve
essere filosofo[6],
Machiavelli risponde:
Et io so che
ciascuno confesserà che sarebbe laudabilissima cosa uno principe trovarsi di tutte le soprascritte qualità, quelle che
sono tenute buone [liberale, pietoso,
fedele ecc.]: ma, perché non si possono avere, né interamente osservare, per le
condizioni umane che non lo consentono, li è necessario essere tanto prudente,
che sappi fuggire l’infamia di quelle che li torrebbano lo stato, e da quelle
che non gnene tolgano guardarsi, se elli è possibile; ma, non possendo, vi si
può con meno respetto lasciare andare. Et etiam
non si curi di incorrere nella fama di quelli vizii senza quali e’ possa difficilmente salvare lo
stato; perché, se si considera bene tutto, si troverà qualche cosa che parrà
virtú, e seguendola sarebbe la ruina sua, e qualcuna altra che parrà vizio, e
seguendola ne riesce la securtà et il bene essere suo[7].
Non tutti quelli che sembrano vizi lo
sono davvero, cosí come non tutto ciò che si ritiene una virtú lo è veramente.
La liberalità, ad esempio. Essa sembra una qualità, ma qualora costringa il
principe a tassare la popolazione e, soprattutto, gli tolga le risorse per
mantenere un esercito che alla bisogna difenda lo Stato dalle aggressioni
nemiche, è tutt’altro che una virtú. Un’osservazione analoga può essere fatta
per la pietà: sembra una lodevole
disposizione
dell’anima, ma
qualora renda il principe irresoluto
nello stroncare le eventuali rivolte con una severità esemplare, presto lo
costringerà a un ben piú esteso uso della crudeltà per sopprimere le rivolte
che in futuro inevitabilmente sorgeranno, incoraggiate proprio dall’iniziale
indulgenza. Piú precisamente, la pietà, in quanto virtú politica, provocherà o
la rovina dello Stato o una ben più crudele severità del principe. Non che
Erasmo consigliasse al suo principe di rinunciare all’esercizio del potere
repressivo, che anzi consigliava di usare in particolare nei confronti degli
adulatori (un genere di persone cordialmente detestato anche da Machiavelli).
Quanto alla liberalità, lo stesso umanista di Rotterdam esortò alla misura, ma
per motivi diversi. Machiavelli temeva che la prodigalità del principe lo
privasse delle risorse necessarie per mantenere l’esercito; Erasmo che lo
distraesse dal duro e faticoso esercizio della philosophia Christi. Se per il segretario fiorentino il principe
non deve avere “altro obietto né altro pensiero, né prendere cosa alcuna
per sua arte, fuora della guerra et
ordini e disciplina di essa; perché quella è sola arte che spetta a chi
comanda”[8], per Erasmo il principe non deve avere
“altro obietto né altro pensiero, né prendere cosa alcuna per la sua arte,
fuora…” - della philosophia Christi.
Se questa fosse incompatibile con l’esercizio del potere, il principe dovrebbe
senza alcuna esitazione abdicare piuttosto che rischiare la perdizione eterna[9].
Così impostato, il confronto tra questi
due rilevantissimi pensatori del primo Cinquecento potrebbe proseguire,
indicando puntualmente tutte le differenze di valutazione rintracciabili nelle
loro opere. Tuttavia credo che insistere su una semplice, immediata contrapposizione,
in ultima istanza riconducibile all’idealismo platonico-cristiano di Erasmo, da
una parte, e al cinico realismo di Machiavelli dall’altra, rischierebbe di
trarre in inganno. Quanto a Erasmo, egli era molto meno idealista di quanto si
creda. Basti pensare al Moriae encomium, il
cui scopo è porre una secca alternativa tra la filosofia dogmatica e la fede
cristiana. Al filosofo che cerca di giustificare l’esistenza riconducendola a
un senso metafisico, madama Insensatezza oppone, in varie riprese, la tesi
scettica che un senso della vita non v’è, se anche vi fosse non sarebbe
conoscibile e se anche fosse conoscibile sarebbe tutt’altro che salutare per
l’essere umano, giacché porterebbe alla generale infelicità. Non resta che
adattarsi alla strutturale, intrascendibile mancanza di senso dell’esistenza.
Quanto alla presunta ingenuità politica di cui spesso è stato accusato[10],
suggerirei di rileggere lo Scarabeus
aquilam quaerit per accorgersi di quanto fosse lucida e realistica la sua
percezione della “realtà effettuale” dei principi. La guerra tra l’aquila e lo
scarabeo diventa l’occasione per svolgere una delle piú sferzanti accuse della
classe dirigente dell’epoca. I principi sono descritti come una classe di
rapaci, crudeli, disumani, immorali e irreligiosi assassini. A essi si oppone
non il filosofo alla ricerca della saggezza ma lo scarabeo che, se pure
conserva qualcosa dell’immagine cristica del sileno in quanto l’umilissimo,
spregevole aspetto esteriore dell’insetto nulla tradisce della sua enorme
determinazione, della sua indomita volontà, è mosso da una sete di vendetta ben
poco evangelica. Già la stessa nozione di vendetta sembra esclusa
dall’insegnamento di Cristo, come Erasmo ben sapeva; ma la vendetta dello
scarabeo non conosce limiti – giunge a infierire sulla prole dell’aquila per
godere dello spettacolo della di lei sofferenza alla vista del raccapricciante
spettacolo dei suoi cuccioli schiantati al suolo[11].
Di fronte a una sí cruda rappresentazione della realtà, starei per dire che
nella lotta dell’aquila e dello scarabeo troviamo quella separazione di
politica e morale che normalmente si ama attribuire a Machiavelli, salutandola
come la sua piú moderna scoperta scientifica[12].
Quanto al segretario fiorentino, è assai dubbio che valga la pena indugiare nei
luoghi comuni coniati dall’antimachiavellismo gesuita e ugonotto (gli estremi,
se non si toccano, talvolta sparano contro lo stesso obiettivo): il cinico
consigliere dei tiranni, l’immorale teorico della “tecnica” e “dell’esercizio
della spregiudicatezza politica”[13]
ecc. A smentire questi volgari pregiudizi valga l’osservazione svolta ne L’arte della guerra là dove, parlando
delle qualità che non possono mancare in un condottiero di eserciti, Machiavelli osserva che ciò che più guadagna
la stima degli uomini “sono gli esempi di castità e giustizia, come quello di
Scipione in Ispagna, quando egli rendé quella fanciulla di corpo bellissima al
padre e al marito; la quale gli fece piú che con l’armi guadagnare la Ispagna”[14].
In altre parole, l’esempio morale vale molto piú delle complesse strategie
belliche, che pure rappresentano l’oggetto principale del dialogo. Ma pensiamo
anche al piú noto finale del Principe
– un’opera che pure sembra offrire la piú incontrovertibile prova del cinismo
politico del suo autore. Dopo aver infiammato l’animo del suo lettore con gli
esempi eroici di Mosè, Ciro, Teseo, che seppero sollevare dalla rovina i loro
popoli approfittando dell’occasione per mettere in vivida luce la loro virtú,
Machiavelli porta lo sguardo all’Italia, “piú stiava che li Ebrei, piú serva
ch’e’ Persi, piú dispersa che li Ateniesi, sanza capo, sanza ordine, battuta,
spoliata, lacera, corsa”. Eppure “a ognuno puzza questo barbaro dominio”:
l’Italia tutta come un sol uomo aspetta trepidante un principe virtuoso che la
liberi[15].
Quale che sia la ragione per cui Machiavelli ha concluso il Principe con questo accorato e
biblicamente denso appello a prendere in mano la bandiera della liberazione
dell’Italia[16]
- un sogno che egli stesso, in un’altra
occasione, qualificò come ridicolo[17]
-, salta agli occhi che egli non era immune dallo slancio utopico. Ma non costa
molta fatica accorgersi che l’intero pensiero del segretario fiorentino è
percorso da una fortissima tensione morale. “Amo la patria piú dell’anima”,
scrive il 16 aprile del 1527 a Francesco Vettori[18].
Ma già nel Discorso o dialogo sopra la
nostra lingua aveva scritto:
Sempre che io ho
potuto onorare la patria mia eziandio con mio carico e pericolo, l’ho fatto
volentieri, perché l’uomo non ha maggior obbligo nella vita sua che con quella,
dependendo prima da essa l’essere e dipoi tutto quello che di buono la fortuna
e la natura ci hanno conceduto […]. E veramente colui il quale con l’animo e
con le opere si fa nimico della sua patria, meritatamente si può chiamare
parricida, ancora che da quella fosse stato offeso. Perché se battere il padre
e la madre per qualunque cagione è cosa nefanda, di necessità ne seguita il
lacerare la patria essere cosa nefandissima, perché da lei mai si patisce
alcuna persecuzione per la quale possa meritare di essere da te ingiuriata,
avendo a riconoscere a quella ogni tuo bene[19].
Questo leggiamo nelle righe induttive,
spesso citate. Non sempre si nota, però, che tutto il Discorso, teso a confutare la teoria dantesca di una lingua
italiana comune o curiale, alla quale Machiavelli contrappone la rigida fedeltà
al toscano, è sostenuto dal sentimento
morale di fedeltà alla patria. Dante, che nelle sue opere in volgare usò il
fiorentino e non la teorizzata nel De
vulgari eloquentia, elaborò la sua ingannevole concezione del volgare mosso
dal risentimento contro la patria che lo aveva esiliato. Machiavelli, che
sapeva di aver subito un trattamento almeno altrettanto ingiusto (a lungo
conserverà il ricordo della tortura inflittagli nel 1513 dai nuovi padroni di
Firenze), escludeva che vi fossero ragioni sufficienti per giustificare ciò che
ai suoi occhi appariva come parricidio.
Certamente, Erasmo non avrebbe mai
sottoscritto la tesi che il maggior obbligo di un uomo sia nei confronti della
sua patria. Benché le ultime parole che gli vennero sulle labbra furono
pronunciate in olandese (“Lieve God”),
egli si espresse sempre in latino ed ebbe nei confronti della sua patria un
sentimento almeno ambivalente, se non di deciso rifiuto[20].
L’ormai classica monografia di Bainton, già dal titolo: Erasmo della cristianità, esprime con chiarezza il carattere
sovranazionale del pensiero e dell’opera dell’umanista. Resta il fatto che la
differenza tra Erasmo e Machiavelli non può essere vista come opposizione di
morale e politica, di cinico realismo e di appassionato ma politicamente
ingenuo realismo. Silvana Seidel Menchi in varie occasioni ha mostrato come
Erasmo, anche politicamente, fosse molto meno ingenuo di quanto si creda; le
considerazioni svolte nelle pagine precedenti vorrebbero suggerire
l’opportunità di scorgere finalmente la tensione morale e lo slancio utopico di
Machiavelli.
Oltre alle ragioni appena esposte,
credo che ci sia un motivo ulteriore per dubitare di una facile contrapposizione
tra Erasmo e Machiavelli. La philosophia
Christi del primo e la teoria politica del secondo, per quanto diverse,
convergono in una decisa ostilità dei confronti dell’ideale medioevale
dell’ozio. Se prestiamo fede alla ricostruzione di Hannah Arendt,
con la scomparsa
dell’antica città-stato – sant’Agostino era forse l’ultimo a sapere almeno che
cosa significasse un tempo essere un
cittadino – il termine vita activa
perdette il suo significato specificatamente politico e indicò ogni genere di
partecipazione attiva alle cose di questo mondo. Certo, ciò non significava che
l’attività lavorativa e l’operare avessero conquistato un rango più elevato
nella gerarchia delle attività umane e una dignità pari alla vita dedicata alla
politica. Si trattava piuttosto di un processo contrario: l’azione veniva ora
annoverata tra le necessità della vita terrena, cosicché rimaneva la
contemplazione (il bios
theōrētikos, tradotto con vita
contemplativa) come solo modo di vita veramente libero[21].
Forse non è sempre facile condividere
la ricostruzione della Arendt, che tende a costringere un po’ troppo
forzatamente una storia complessa nelle maglie delle proprie categorie
filosofiche; ma è sicuro che in varie occasioni Machiavelli dimostra di nutrire
una forte avversione nei confronti dell’ozio, in ogni sua forma. “La cagione
della disunione delle repubbliche il più delle volte è l’ozio e la pace; la
cagione della unione è la paura e la guerra”, scrive nei
Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio[22].
Nelle Istorie fiorentine troviamo
questa “aurea catena”: “la virtù partorisce quiete, la quiete ozio, l’ozio
disordine, il disordine rovina”[23].
Sempre nei Discorsi Machiavelli parla
del “male che ha fatto a molte provincie e città cristiane uno ambizioso ozio”[24].
Del resto, la colpa non è della religione cristiana in quanto tale, che anzi
Machiavelli vorrebbe, con Francesco e Domenico[25],
riportare ai suoi aurei inizi, ma di coloro “che hanno interpretato la nostra
religione secondo l’ozio e non secondo la virtú”[26]:
così “pare che abbi renduto il mondo debole, e datolo in preda agli uomini
scelerati”[27].
Se è intollerabile nei principi, poiché gli stessi peccati dei popoli nascono
“da quegli che gli governano, che erano di simile natura”[28],
l’ozio non è meno doloroso e inaccettabile per lo stesso Machiavelli.
L’inazione forzata a cui è ridotto dal 1513, in seguito ritorno al potere dei
Medici e alla sua conseguente estromissione da ogni incarico politico, è
un’esperienza talmente degradante da indurlo a sciupare deliberatamente la sua
intelligenza perdendo il suo tempo in osteria, dove – scrive - “sfogo questa malignità di questa mia sorte,
sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi”[29].
È vero che, venuta la sera, si spoglia delle luride vesti diurne per indossare
panni reali e curiali, presentandosi davanti ai piú illustri uomini della
storia per pascersi “di quel cibo, che solum
è mio”, discutendo con loro delle grandi questioni politiche[30].
Ma questi che costruisce sono solo “castellucci” che nulla tolgono
all’umiliazione e al dolore di anni trascorsi nell’ozio forzato. “Starommi
dunque cosí tra’ miei pidocchi, senza trovare huomo che della servitú mia si
ricordi, o che creda che io possa essere buono a nulla”[31].
Nel 1516, in un periodo di intensa attività intellettuale, confessa a Giovanni
Vernacci di essere “diventato inutile ad
me, a’ parenti et alli amici, perché ha voluto così la mia dolorosa sorte”[32].
Sogna e agogna una qualunque forma di vita
activa, sia pure solo amorosa, “perché – come scrive a Francesco Vettori,
nel febbraio del 1514 - io credo, credetti, et crederò sempre che sia vero
quello che dice il Boccaccio: che egli è meglio fare et pentirsi, che non fare
et pentirsi”[33].
Erasmo, com’è probabile, non avrebbe
sottoscritto la sentenza di Boccaccio, in particolare nella sua declinazione
erotica. Eppure anche per lui l’ozio è la prima fonte del vizio dei principi.
Ecco ciò che l’umanista prescrive al principe:
quod
semper uigilet, quo caeteris liceat altum dormire: quod
sibi nullum relinquat otium, quo patriae liceat in otio uitam agere: quod se
iugibus curis discruciet, quo ciuibus suppetat tranquillitas: a cuius unius
uirtute publica pendeat felicitas: et hanc admoneat esse ueri Principis
imaginem[34].
È questa l’immagine del vero principe
che Erasmo vuole dipingere. Un principe sempre attivo, reso costantemente inquieto dal desiderio di procurare la
quiete dei suoi sudditi. Non diversamente, se Machiavelli prescriveva al
principe di apprendere l’arte della guerra, era al fine di mantenere la pace
nello Stato[35].
Certo, il principe erasmiano deve respingere l’ozio per dedicarsi alla philosophia Christi; la sua è dunque
un’attività filosofica, ma questa non
ha nulla a che fare con la vita
contemplativa nel senso in cui essa appare nelle parole della Arendt sopra
citate,
Porro
Philosophus is est, non qui Dialecticen aut Physicen calleat: sed qui
contemptis falsis rerum simulacris, infracto pectore, uera bona et perspicit et
sequitur. Vocabulis diuersum est, caeterum re idem, esse Philosophum et esse
Christianum[36].
La philosophia
Christi cui Erasmo esorta è, almeno dal suo punto di vista, la forma
eminente della vita activa. Contro la
dura, anti-umanistica dottrina della giustificazione proclamata da Lutero,
secondo la quale la grazia di Dio in Cristo Gesù appare in tutta la sua
inaudita novità nel contrasto con l’implacabile condanna della legge, Erasmo
obietta che una cosa simile non può essere sostenuta poiché esonera il
cristiano dallo sforzo di lottare contro il peccato.
Immaginiamo dunque –
osserva nel De libero arbitrio - che
sia in qualche modo vero ciò che ha insegnato Wycliff, e che afferma Lutero,
“Tutto ciò che facciamo non avviene per libero arbitrio ma per pura necessità”.
Che cosa c’è di più inutile che divulgare questo paradosso? Immaginiamo ancora
che sia in un certo senso vero quello che scrive da qualche parte Agostino,
“Dio opera in noi il bene e il male, e in noi premia le sue opere buone, e
punisce quelle cattive”. Quanto spazio aprirebbe all’empietà questa
affermazione, se fosse diffusa tra un numero incalcolabile di uomini, e
soprattutto tra un’umanità lenta, vile, maliziosa e prona ad ogni genere di
peccato? Quale uomo dall’animo debole
continuerebbe a sostenere la perpetua e faticosa battaglia contro la
propria carne? Quale uomo cattivo
cercherà di correggere la propria vita?[37]
In altre parole, se “la vita degli
uomini non è altro che una perpetua campagna militare”[38],
è necessario che essi siano armati e disposti alla battaglia: il sogno di una
“pace perpetua” è disastroso perché disarmante. Certo, Erasmo spiritualizza la
metafora giacché la lotta che egli dipinge è contro l’esercito mai arrendevole
dei vizi e il pugnale che vuole mettere in mano al cristiano è quello della
preghiera e della lettura spirituale della Scrittura; Machiavelli, credo,
avrebbe preferito intendere in modo più realistico la metafora; tuttavia anche
per il segretario fiorentino chi sostiene “che le cose del mondo sieno in modo
governate dalla fortuna e da Dio, che li
uomini con la prudenzia loro non possino correggerle, anzi non vi abbino
rimedio alcuno”, cosicché non resterebbe che “lasciarsi governare alla sorte”[39],
sbaglia profondamente perché nega il libero arbitrio e con esso la virtú,
ovvero l’azione. “Dio non vuole fare ogni cosa, per non ci tòrre el libero
arbitrio e parte di quella gloria che tocca a noi”[40]:
cogliere l’occasione per agire efficacemente, imponendo una nuova forma alla
realtà. Solo l’uomo imprudente, l’uomo ozioso che non ha riflettuto sulle
storie degli antichi si fa travolgere dalla fortuna come da un fiume in piena.
La fortuna “dimostra la sua potenzia
dove non è ordinata virtú a resisterle”[41],
ovvero dove trova uomini oziosi.
III.
Tuttavia il rifiuto dell’ozio, prodotto
dall’indolenza e da un’errata comprensione del rapporto tra Dio e gli uomini -
rifiuto motivato dalla consapevolezza delle pessime conseguenze morali e
politiche che ne derivano - non basta a rendere paragonabili le posizioni di
Erasmo e Machiavelli. La sensazione di trovarsi di fronte a due uomini che,
quasi negli stessi anni, hanno proposto due modelli storico-politici
alternativi è legittima, anche se non trova la sua giustificazione nel presunto
ingenuo idealismo del primo di conto al cinico realismo del secondo. Ciò che
caratterizza il pensiero di Machiavelli non è il realismo ma, vorrei dire al
contrario, una specifica concezione del ruolo del male nella storia. Il male
esiste,
perché delli uomini
si può dire questo generalmente: che sieno ingrati, volubili, simulatori e
dissimulatori, fuggitori de’ pericoli, cupidi di guadagno; e mentre fai loro
bene, sono tutti tua, òfferonti el sangue, la roba, la vita, e figliuoli […]
quando il bisogno è discosto; ma, quando ti si appressa, e’ si rivoltano[42].
Gli uomini sono volubili, perché come
le cose amare “perturbano il gusto et le dolci lo stuccano, cosí gli huomini
infastidiscono del bene, et del male di dolgono”[43]. Ancor più radicalmente, “noi siamo ingannati
dalla libidine, involti negli errori e
inviluppati ne’ lacci del peccato; e nelle mani del Diavolo ci troviamo”[44].
La ragione della tragica condizione umana, biblicamente, va cercata
nell’“ingratitudine nostra” nei confronti del Dio creatore[45],
la quale porta con sé inimicizia e ostilità verso il prossimo, giacché “questi
che sono ingrati a Dio è impossibile che non siano inimici al prossimo”[46].
In questa situazione non c’è altro rimedio che gridare, con David: “‘Miserere
mei, Deus!’ e con san Pietro piagnere amaramente, e di tutti i falli commessi
vergognarsi e pentirsi e cognoscer
chiaramente/che quanto piace al mondo è breve sogno”[47].
Ma l’esortazione alla penitenza, per
quanto sia individualmente l’unico
atto responsabile, giacché la misericordia di Dio è così grande da perdonare
ogni peccatore che abbia sinceramente confessato il proprio peccato[48],
non risolve la situazione della “realtà effettuale”. Presupporre, come fece
Savonarola, la disponibilità alla conversione di tutti gli uomini significa
lasciar libero corso al male, perché ciò che gli uomini facilmente credono,
ancor più facilmente, nel volgere di un istante, lo dimenticano. Non è
possibile fondare l’agire politico sulla predicazione della penitenza e della
carità. Piuttosto, se è vero che gli uomini “sono più pronti al male che al
bene”[49]
e che questo male - che è in prima istanza l’ingratitudine verso il Creatore,
ossia la trasgressione della prima tavola dei comandamenti - si traduce poi in inganni e violenza sociale,
“è necessario a chi dispone una republica ed ordina leggi in quella,
presupporre tutti gli uomini rei, e che li abbiano sempre a usare la malignità
dello animo loro qualunque volta ne abbiano libera occasione”[50].
È necessario, e non solo a chi governa uno Stato, guardare in faccia la realtà.
Parlando dell’utilità della Clizia Machiavelli
nota che giova ai giovani conoscere “l’avarizia di un vecchio, il furore d’uno
innamorato, li inganni d’uno servo, la gola d’uno parassito, la miseria d’un
povero, l’ambizione di un ricco, le lusinghe d’una meretrice, la poca fede di tutti li uomini”[51].
Giova, insomma, conoscere la “realtà effettuale”, la realtà del peccato, perché
chiudere gli occhi è sempre una strategia perdente.
Questo pessimismo antropologico,
ovunque rintracciabile nell’opera del segretario fiorentino, non serve a
giustificare una politica autoritaria. È noto come nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio egli propenda per la
soluzione repubblicana, al punto che nel Contratto
sociale Rousseau, leggendo il Principe
alla luce dei Discorsi, potrà
parlare del capolavoro di Machiavelli come “le
livre des républicains”. Ma forse è più prudente osservare che, nonostante
le sue comprovate simpatie repubblicane, egli consigliava l’instaurazione del
principato là dove vi fosse, come in Francia, una robusta classe nobiliare e,
di conseguenza, delle marcate differenze sociali; nei casi contrari, come a
Firenze, suggeriva caldamente l’instaurazione di una vera repubblica[52].
Ma al di là delle specifiche soluzioni politiche, Machiavelli, sia pure in modo
frammentario e asistematico, delinea una filosofia della storia che Erasmo non
avrebbe mai potuto sottoscrivere. Rispondendo il 17 maggio del 1521 a una
lettera di Francesco Guicciardini a proposito dell’incarico conferitogli di
trovare un predicatore per Firenze, scrive:
Vero è che io so che
io sono contrario, come in molte altre cose, all’oppinione di quelli cittadini
[di Firenze]: eglino vorrieno un predicatore che insegnasse loro la via del
Paradiso, et io vorrei trovarne uno che insegnassi loro la via di andare a casa
del diavolo; vorrebbero appresso che fosse huomo prudente, intero, reale et io
ne vorrei trovare uno piú pazzo del Ponzo, più versuto che fra Girolamo
[Savonarola], piú ippocrito che frate Alberto, perché mi parrebbe una bella
cosa, et degna della bontà di questi tempi, che tutto quello che noi habbiamo
sperimentato in molti frati, si esperimentasse in uno; perché io credo che
questo sarebbe il vero modo di andare in Paradiso: imparare la via dello
Inferno per fuggirla[53].
Imparare
la via dell’Inferno per fuggirla! Credo che in
questa lettera non ci sia solo un
ulteriore esempio del crudo realismo di cui Machiavelli era maestro (“Ero in
sul cesso quando arrivò il vostro messo”) ma la testimonianza di una sua
convinzione profonda: l’assoluta, improrogabile necessità di guardare in faccia
la realtà, senza distogliere lo sguardo dal negativo, come avrebbe detto Hegel[54].
Non solo perché gli uomini “sono piú pronti al male che al bene” ed è quindi
inevitabile presupporre la loro colpevolezza ma anche perché la stessa azione
deve scendere nel negativo. Il principe non può essere buono, se non vuole
provocare un male ancora maggiore (“perché uomo, che voglia fare in tutte le
parte professione di buono, conviene rovini infra tanti che non sono buoni”);
piuttosto egli deve conoscere il negativo
dall’interno, farne esperienza, apprendendo l’arte della simulazione, della
crudeltà, addirittura dell’omicidio. Quando addita l’esempio di Cesare Borgia
non lo fa in ottemperanza al progetto scientifico, per definizione al di là del bene e del male,
di studiare la “politica pura”. Machiavelli ammirò il Valentino, ne propose non
solo lo studio ma l’imitazione[55]
perché la conservazione dello Stato è il fondamento della morale, come
affermerà Hegel[56],
non un’ipotesi scientifica da verificare in laboratorio. Eppure quanti hanno
voluto scagionare Machiavelli dall’accusa di immoralismo facendone una sorta di
precursore di Weber rischiano di non vedere come il raggiungimento del fine
puramente politico di evitare la rovina dello Stato implichi, da parte di chi
ha responsabilità di governo, la capacità di accettare la tragedia, il
conflitto tra morale individuale e morale politica. Coloro che – e sono i più[57] - non possano o non vogliano accettare questa
condizione tragica sono del tutto inadatti all’azione politica e farebbero bene
a mettersi da parte. La via che porta al bene rende inevitabile attraversare la
strada del male, senza perdersi in cattive commistioni di pietà e potere, le
quali hanno l’unico effetto di portare o a crudeltà ancora peggiori o - ed è il
sommo dei mali - alla rovina dello Stato. Il male non può essere evitato, tanto
meno perseguendo improbabili vie di mezzo tra morale e politica, ma “se del
male è licito dire bene” vi è un buon uso della crudeltà[58].
Se del male è lecito dir bene il
politico dovrà essere golpe et lione,
dovrà saper usare l’astuzia e la forza, la prima per evitare i tranelli, la
seconda per combattere con i lupi. L’anima bella, rifiutando sdegnata il lato
bestiale dell’uomo e della politica, decreta la propria e l’altrui rovina,
perché alla rovina del principe irresoluto seguiranno mali ben peggiori per
tutto lo Stato.
IV
Eppure Machiavelli non è nemmeno il
precursore del motto marxiano, vagamente apocalittico, “o socialismo o
barbarie”, come lascerebbe pensare l’alternativa sopra prospettata tra il
principe capace di essere golpe et lione e
il principe che, eternamente indeciso, irresoluto, è destinato alla rovina.
Machiavelli addita l’esempio del duca Valentino, ma sa benissimo quale fu la
sua fine, quale il suo errore. Egli, nonostante la sua inusuale sapienza
politica, commise il piú ingenuo degli errori non opponendosi all’elezione al
soglio pontificio di un suo nemico, il cardinale Giuliano delle Rovere, futuro
Giulio II. Ma anche i suoi amati romani rovinarono, e la loro rovina comportò
un male ancora peggiore, perché “sendo tutta la virtú ridotta in Roma, come
quella fu corrotta, venne a essere corrotto quasi tutto il mondo”; tutt’oggi,
in parte a causa della diffusione di una mal compresa religione cristiana,
“questa virtú non vi è rinata”[59].
In altre parole, nemmeno un uomo virtuoso come il duca Valentino o un popolo
virtuosissimo come il popolo romano sono al riparo dalla rovina. La storia è un continuo divenire di ascesa e
rovina:
Ed in tutte le cose
umane si vede questo, chi le esaminerà bene, che non si può mai cancellare uno
inconveniente, che non ne surga un altro. Pertanto se tu vuoi fare uno populo
numeroso ed armato, per poter fare un grande imperio, lo fai di qualità che tu
non lo puoi dopo maneggiare a tuo modo;
se tu lo mantieni o piccolo o disarmato per poter maneggiarlo, se tu acquisti
dominio, non lo puoi tenere, o ei diventa sí vile che tu sei preda di qualunque
ti assalta[60].
È dunque “impossibile ordinare una
republica perpetua, perché per mille e inopinate vie si causa la sua rovina”[61].
Insomma, “essendo le cose umane sempre in moto, o le salgono o le scendono”[62];
non vi è alcuna condizione, per quanto felice o disperata, che possa
considerarsi permanente. Va notato che questo divenire universale non riguarda
solo le vicende politiche ma tutti i fenomeni umani, compresa la lingua, la
quale è fatalmente esposta allo stesso processo di ampliamento e rovina:
E così i vocaboli
forestieri si convertono in fiorentini, non i fiorentini in forestieri; né però
diventa altro la nostra lingua che fiorentina.
E di qui dipende che le lingue da principio arricchiscono , e diventano
più belle essendo più copiose, ma è ben vero che col tempo, per la moltitudine
di questi nuovi vocaboli, imbastardiscono e diventano un'altra cosa; ma fanno
questo in centinaia d’anni, di che altri non s’accorge se non poi che è
rovinata in una estrema barbaria[63].
A volte pare che questo divenire segua
un’andatura dialettica:
Cosí sempre dal bene
si scende al male, e dal male si sale al bene. Perché la virtú partorisce
quiete, la quiete ozio, l’ozio disordine, il disordine rovina; e similmente
dalla rovina nasce l’ordine, dall’ordine virtú, da questa, gloria e buona
fortuna[64].
Tuttavia non mi sembra il caso di
annoverare Machiavelli tra i precursori di Vico o di Hegel. Troppo spesso egli
giudica “il mondo sempre essere stato ad
uno medesimo modo ed in quello essere stato tanto di buono quanto di cattivo”[65],
perché sempre identiche sono le passioni umane:
E’ si conosce
facilmente per chi considera le cose presenti e le antiche, come in tutte le città
e in tutti i popoli sono quegli medesimi desideri e quelli medesimi omori, e
come vi furono sempre. In modo che gli è facil cosa a chi esamina con diligenza
le cose passate, prevedere in ogni repubblica le future
[66].
Ancor piú radicalmente si esprime nel Prologo della Clizia:
Se nel mondo
tornassimo i medesimi omini come tornano i medesimi casi, non passerebono mai
cento anni che noi non ci trovassimo un’altra volta insieme a fare le medesime
cose che ora[67].
Eppure come non sarebbe giusto
arruolare Machiavelli nelle fila prussiane guidate da Hegel, così non sarebbe il caso di contarlo nel gruppo dei
moderni discepoli del dio Dioniso animati da Nietzsche, nonostante l’ultima
frase citata esponga a una simile
tentazione. Tuttavia il pensiero dell’eterno ritorno dell’identico gli
sarebbe sembrato altrettanto estraneo del pensiero della fine della storia.
Machiavelli giudica “il mondo sempre essere stato ad uno medesimo modo […] ma variare questo cattivo e questo buono
di provincia in provincia”[68],
così che può affermare, senza gravi incoerenze, che “col tempo non vengono
sempre quelle medesime cose, né la fortuna è sempre quella medesima”[69].
Per uscire dal dilemma è forse
opportuno ricordare ancora una volta l’appello del capitolo XV del Principe ad attenersi, da parte di chi
voglia comprendere le cose del mondo, alla realtà
effettuale. Tornando a un esempio già fatto, fu in parte l’errore politico
e in parte il caso che decise la rovina di Cesare Borgia. Certo, se vi fosse un
uomo tanto savio da prevedere completamente la fortuna, costui non rovinerebbe
mai:
Et veramente chi
fosse tanto savio che conoscesse i tempi et l’ordine delle cose, et
accomodassisi a quelle, harebbe sempre
buona fortuna, o egli si guarderebbe sempre dalla trista, et verrebbe a essere
vero che il savio comanda alle stelle e a’ fati. Ma perché di questi savi non
si truova, havendo gli uomini prima la vista corta, et non potendo poi
comandare alla natura loro, ne segue che la fortuna varia et comanda agli
huomini, et tiengli sotto il giogo suo[70].
Colui che conoscesse “i tempi e
l’ordine delle cose” potrebbe reggere un regno senza temere le alterne vicende
della fortuna; ma di un uomo simile non si ha notizia, e qualora se ne trovasse
uno è facile prevedere che il suo regno crollerebbe con la generazione
successiva. Ciò nonostante Machiavelli non ritratterà mai, anche nei momenti
più sconsolati, l’esortazione a studiare la storia passata e la presente realtà
effettuale al fine di “conoscere i tempi e l’ordine delle cose”. La stessa lettera
a Soderini sopra citata è scritta con l’intenzione di vedere la realtà “non con
lo specchio vostro, dove non si vede se non prudentia, ma per quello de’ piú,
che si habbia nelle cose a giudicare il fine come le son fatte, et non il mezzo
come le si fanno”[71].
Proprio l’estraneità di Machiavelli allo schema apocalittico che giudica
impossibile una permanente soluzione storico-politica del male lo porta a
pensare che nulla, nella storia, sia definitivamente perduto. Non c’è rovina,
per quanto grave, che renda impossibile risalire la china, né la comprensione
“naturalista” dell’uomo e dello Stato e della loro fondamentale invariabilità è
in contraddizione con il pensiero del divenire universale cui sopra ho fatto
cenno, come pensa qualche critico letterario che non deve aver letto una sola
pagina di Nietzsche[72].
Spesso si sottolinea che il “pilastro fondamentale [del pensiero di
Machiavelli] è la rivalutazione della volontà come positiva forza politica”[73];
ciò nonostante, qualsiasi principe prima o dopo rovinerà, poiché non c’è uomo
che possa conoscere completamente “i tempi e l’ordine delle cose”
addomesticando fino in fondo gl’irrazionali umori di fortuna. Ovvero, usando
una terminologia filosofica solo in parte legittima, potremmo dire che la
fondamentale finitezza dell’essere umano rende inevitabile la provvisorietà di
ogni stato di cose.
V.
Approssimandomi alla conclusione di
queste pagine vorrei spendere qualche parola sull’interpretazione hegeliana
della filosofia politica di Machiavelli. Secondo il filosofo tedesco,
l’obiettivo cui mirava l’autore del Principe
era la costruzione in Italia di uno Stato nazionale che, sul modello della
monarchia francese, ponesse fine al fallimentare equilibrio dei troppi Stati e
staterelli presenti nell’Italia del XVI secolo. La lucida intelligenza politica
del segretario fiorentino, di per sé bastevole a difenderlo dalle trite accuse
di immoralismo (Hegel parla “di un’autentica mente politica di grandissimo e
nobilissimo sentire”), gli fece comprendere che una simile impresa poteva
essere compiuta solo da un genio che procedesse con fredda intelligenza[74].
Nonostante questo giudizio, certamente lusinghiero, Hegel non omise di notare
che ciò che in ultima istanza gli rendeva estraneo il pensiero di Machiavelli
era la sua incapacità di elevarsi al di sopra del caso, comprendendo la
necessità dialettica degli eventi storici:
Machiavelli
attribuisce la caduta di Cesare Borgia, oltre che agli errori politici, anche
al caso, che lo volle immobilizzato dalla malattia proprio nel momento piú
decisivo, quello della morte di Alessandro; noi, invece, dobbiamo scorgere,
nella sua caduta, una piú alta necessità, che non gli consentí di godere dei
frutti delle sue azioni, né di utilizzarli per giungere a una potenza anche
maggiore[75].
Può darsi che codesto “difetto di necessità”
fosse dovuto, come Hegel - con la nobiltà intellettuale di chi sa di osservare
le cose da una posizione assolutamente privilegiata rispetto a tutti i suoi
predecessori - gentilmente concede, all’epoca storica in cui Machiavelli
scriveva. In un’Italia ridotta a una situazione di anarchia controllata,
oppressa da principi e signorotti tanto litigiosi quanto miopi e impotenti, la
lucida comprensione della necessità di uno Stato territoriale come fondamento
della libertà morale[76]
era il massimo che si potesse pretendere da un singolo pensatore. Bisognava
aspettare altri tempi e spostarsi in altre latitudini perché nascesse un
pensiero capace di elevarsi al di sopra del caso. Può darsi invece che la
peculiarità del pensiero del segretario fiorentino non fosse di aspirare senza
avervi potuto giungere, come il Mosè del Deuteronomio,
a una comprensione della storia nella categoria della necessità ma, al
contrario, il tentativo di liberare la storia dalla visione provvidenzialistica,
così genialmente ripresa nel XIX secolo proprio da Hegel. L’appello alla realtà
effettuale del capitolo XV del Principe significa,
tra l’altro, l’esortazione a essere consapevoli di quanto vi è di accidentale
nella storia. Uno dei difetti di coloro che dipingono Stati ideali, parlando
non di ciò che è reale ma di ciò che dovrebbe
esserlo, è di non accorgersi che una delle componenti della realtà è il caso.
Aggiungerei che tra le tante accezioni contenute nell’idea di fortuna, cosí
presente nell’opera di Machiavelli, vi è anche quella di evento accidentale,
imprevedibile. Non stupisce che in una delle più grandi teologie della storia
che mai siano state scritte, il De
civitate Dei, vi sia una dura polemica contro l’adorazione pagana della
fortuna, considerata come una dea capricciosa, capace di portare la buona come
la cattiva sorte. Se “la fortuna, quella che è considerata buona, sopraggiunge
fortuitamente agli individui buoni e cattivi senza alcun riguardo al merito”,
allora, si chiede Agostino,
In qual senso dunque
è buona se senza alcun criterio sopraggiunge ai buoni e ai cattivi? E perché è
adorata se è così cieca che, imbattendosi nell’uno o nell’altro
indiscriminatamente, oltrepassa i propri adoratori e si attacca ai propri
denigratori? […] Non giova quindi nulla adorarla se è fortuna. Se poi sa
discernere i propri adoratori, nel giovar loro non è fortuna. Ma forse Giove la
manda dove vuole. Allora sia adorato lui solo. Fortuna infatti non può
disobbedire al comando e all’ingiunzione di andare dove egli vuole[77].
Agostino scrive con lo scopo di
confutare la religione e la teologia pagana opponendo a esse la vera religione
fondata su una visione della storia concepita come la predestinata dialettica
di duo amores, l’amor sui (“il desiderio
autonomo della creatura, la superbia o
la caro”) e l’amor Dei (“la grazia divina, lo spiritus”),
incarnati storicamente da due civitates, la
civitas terrena e la civitas Dei, a loro volta coincidenti
con i due corpora mistici del diavolo
e di Cristo e con le relative massae predestinate
da Dio: la massa dei dannati e quella dei santi[78].
In questo contesto “la storia umana e la
stessa fortuna non dipendono delle grandezze secolari, non dipendono né dal
caso, dalla fortuita anarchia dell’ordine epicureo, né dall’ordine cieco,
perché impersonale, realizzato da una necessità astrale meramente meccanica” ma
“dalla provvidenza non redentrice ma solo ordinatrice di Dio, che governa le
volontà cattive, senza redimerle”[79]. Machiavelli, da buon umanista, poteva
permettersi un uso disinvolto dei simboli pagani, tentando di conciliare la
presenza quasi onnipotente della fortuna nella storia[80]
con l’esortazione a fare il miglior uso possibile della virtú umana, giacché se
è vero che la fortuna è “arbitra della metà delle azioni nostre”, nondimeno
lascia “governare l’altra metà, o presso, da noi”[81].
Ma la sua contestazione del modello agostiniano va ben oltre quest’eclettismo
culturale, tipicamente umanista. Tutti, credo, ricordiamo la plastica metafora
del Principe:
la fortuna è donna;
et è necessario, volendola tenere sotto, batterla et urtarla. E si vede che la
si lascia piú vincere da questi, che da quelli che freddamente procedono. E
però sempre, come donna, è amica dei giovani, perché sono meno rispettivi, piú
feroci, e con piú audacia la comandano[82].
Questa, come tutte le metafore
riuscite, dice molte cose, tra le quali l’estraneità di Machiavelli a ogni
visione provvidenzialistica della storia. L’immagine della donna che, con un
mal celato masochismo, ascolta solo le ragioni della giovinezza e della forza
dipinge la fortuna di tinte fortemente irrazionali. Chabod ha mostrato come una
simile dose di irrazionalismo sia rinvenibile in molte altre descrizioni della
fortuna, in particolare là dove, sempre nel Principe,
essa è paragonata a un fiume in piena, cosí forte da travolgere ogni umana
costruzione, se prima non siano stati costruiti degli argini adeguati:
Se nell’immagine -
umana – della donna da battere la fortuna appare ancora come un che di
razionale, nell’immagine del fiume in piena la fortuna acquista la fatalità
cieca delle grandi forze della natura. L’uomo può anche portarvi riparo in
anticipo: ma in sé e per sé la fortuna è, appunto, una forza cieca, fuori della
razionalità umana[83].
D’altra parte, Machiavelli non libera
dal provvidenzialismo agostiniano per consegnare all’uomo la capacità di
pianificare la storia, come sarebbe piaciuto credere a Berlioz, il redattore
letterario che compare nelle prime pagine del Maestro e Margherita[84],
il quale non si accorge di aver sostituito il provvidenzialismo cristiano con
uno meramente umano, che si distingue dal primo solo per essere infinitamente
piú volgare. Come dimostra la sua stessa morte, al tempo stesso tragica e
grottesca, gran parte della storia è decisa da eventi del tutto casuali[85].
Il segretario fiorentino avrebbe trovata ben posta, credo, la pungente domanda
di Woland al tronfio stalinista e al suo compagno poeta, così fieri
dell’ateismo ufficiale dell’Unione Sovietica:
“Ma ecco qual è il
problema che mi agita: se Dio non c’è, chi governa la vita umana e l’ordine
sulla terra?”
“L’uomo stesso, la
governa” si affrettò a rispondere Bezdomnyj, seccato, a questo problema,
riconosciamolo, niente affatto chiaro.
“Scusi” replicò
molto cortese lo sconosciuto “per governare occorre avere un piano preciso, per
un periodo di tempo almeno decente. Mi permetta di chiederle come può l’uomo
governare la vita, se non solo è privo della possibilità di formare un
qualunque piano, sia pure per uno spazio di tempo ridicolmente breve, diciamo di
mille anni, ma non può nemmeno garantirsi per l’indomani? […] Ma può capitare
anche di peggio: una persona decide di andare per un periodo a Kislovodsk,” qui
lo straniero strizzò gli occhi guardando Berlioz, “ma non gli riesce neppure
questo programma, poiché gli capita di scivolare e di finire sotto il tram! Non
sosterrà mica che sia stato lui a governare se stesso, vero? Non sarebbe più
giusto pensare che sia stato governato da un altro?” E lo straniero uscì in una
strana risatina[86].
Machiavelli, tuttavia, non avrebbe
nemmeno sottoscritto l’implicita risposta contenuta nel discorso di Woland
secondo la quale l’uomo non può nulla perché a governare il mondo non è la
ragione ma il diavolo, sia pure nella forma domestica presente nel romanzo,
giacché il suo pensiero è in gran parte un appello, al tempo stesso lucidissimo
e appassionato, all’agire umano, il quale può avere successo solo se l’uomo che
agisce, conoscendo sia la storia passata sia la realtà presente, decide e senza
alcun indugio prende posizione nel conflitto, liberandosi da ogni ingannevole
concezione della virtú come medietà. Ad esempio,
colui che troppo
desidera essere amato, ogni poco che si parte dalla vera via diventa
disprezzabile: quell’altro che desidera troppo di essere temuto, ogni poco
ch’egli eccede il modo, diventa odioso. E
tenere la via di mezzo non si può appunto perché la nostra natura non ce lo
consente : ma è necessario queste cose che eccedono mitigare con una
eccessiva virtù, come faceva Annibale e Scipione[87].
Alla natura umana, che è fondamentalmente
invariabile, non è concesso mediare tra vizi opposti perché, per quanto
apparentemente rassicurante, codesta mediazione sarebbe un vizio ancora
peggiore, non certo una virtú. Gli uomini che non sanno essere “né al tutto tristi
né al tutto buoni”[88]
sono tutt’altro che virtuosi. Che cos’è allora la virtú? Per quanto corretta
sia l’osservazione di Chabod quando la definisce come “volontà, energia,
capacità”[89],
bisogna aggiungere che essa è realmente tale solo se è in grado di attraversare
il male fino in fondo[90],
perché solo questa – eventualmente – è
la strada che porta al paradiso. In questo senso il Valentino fu davvero un
uomo virtuoso perché senza alcun indugio seppe scendere nel negativo, nella
crudeltà, nella finzione[91].
Proprio
questo, credo, Erasmo non avrebbe mai concesso, se fosse entrato in dialogo con
Machiavelli. Probabilmente gli avrebbe ripetuto parte delle argomentazioni
usate contro il predestinazionismo luterano. Per Erasmo il male è presente come
il negativo a cui bisogna costantemente opporsi, come il nemico contro cui
bisogna sempre lottare, in un cammino cedevole, ex parte homine, ma sorretto dalla certezza delle infinite
misericordie del Signore[92].
Ciò non fa di Machiavelli e Lutero due fratelli siamesi, se non altro per le
divergenze sulla questione del rapporto tra grazia e libero arbitrio; ma in
entrambi c’è la tragica consapevolezza dell’inevitabilità del male e della
durissima condanna della condizione umana che ne deriva; la consapevolezza
della necessità di passare per il negativo, perché la via del paradiso non si
trova nell’altro emisfero rispetto alla casa del diavolo[93].
Con tutto ciò, il cristiano di Lutero riceve
da Dio la condanna e l’assoluzione per sola grazia[94];
l’uomo di Machiavelli, consapevole della sua disobbedienza a Dio e della
necessaria penitenza che questa comporta, deve
immergersi nel negativo, evitando l’irresponsabile atteggiamento del profeta disarmato che si limita a esortare alla penitenza,
preparando la propria e l’altrui rovina[95].
Per concludere, ciò che separa
Machiavelli dalla concezione erasmiana non è semplicemente un piú moderno
appello all’autonomia della politica, né tanto meno il moralmente dubbio
proposito di candidarsi come consigliere del tiranno, ma una diversa concezione
del rapporto tra il male e la salvezza, se è vero che additerà la via del
paradiso solo colui che insegnerà a conoscere la strada che porta alla casa del
diavolo. Come ho detto più volte servendomi della terminologia hegeliana,
bisogna guardare in faccia il negativo, attraversarlo fino in fondo. Ma nemmeno così si detta l’ultima parola, giacché la storia non
conosce alcuna necessità dialettica e il negativo non si rovescia
automaticamente in una superiore positività. L’andatura del divenire universale
non ha una movenza razionale, nel senso hegeliano del termine. In altre parole,
quando, dopo aver esposto la necessità che l’agire politico si cali nel
negativo, ovvero che faccia un buon uso della crudeltà e della violenza,
Machiavelli aggiunge: “se del male è
licito dire bene”[96],
l’inciso non andrebbe letto come una cautela prudenziale dovuta a un tardivo e
poco convinto scrupolo religioso ma come una domanda reale, un inquietante
punto interrogativo che testimonia fino in fondo della lucida e, questa sì, davvero
nuova consapevolezza che nonostante tutto ciò che possiamo e dobbiamo
apprendere dalla storia, nonostante il libero arbitro che Dio ci ha concesso
per non toglierci la parte di gloria (o di condanna) che ci spetta, il nostro
agire è sempre sospeso perché la nostra comprensione delle cose è
inevitabilmente parziale. “Se del
male è licito dire bene” vi è la possibilità storico-politica di porre un
freno, per quanto parziale e provvisorio, al male prodotto dalla natura umana
non conciliata con Dio; che sia
lecito dirlo è un’ipotesi mai garantita perché Machiavelli non conosce alcuna
filosofia provvidenzialistica della storia nella quale il negativo sia solo il
carburante necessario a spingere in avanti la marcia trionfale dell’uomo.
[1] I. Kant, Della coesistenza del principio cattivo accanto a quello buono o
del male radicale nella natura umana, in La religione nei limiti della sola ragione, a cura di M. Olivetti,
Laterza, Roma-Bari, 19942, pp. 17-18.
[3] Ibid. p. 43.
[4] N. Machiavelli, Il Principe, in Il Principe e Discorsi, a cura di S. Bertelli, Feltrinelli, Milano,
19682, p. 65.
[5] Cfr. F. Chabod, Sulla composizione de “Il Principe” di
Niccolò Machiavelli, in Scritti su
Machiavelli, Einaudi, Torino, 19932, pp. 139-193.
[6] “Proinde
Plato non alia in re diligentior est quam in instituendis reipublicae suae
custodibus, quos non opibus non gemmis non cultu non imaginibus non satellitio,
sed sola sapientia caeteros vult antecellere negans vnquam beatas fore
respublicas, nisi aut philosophi gubernaculis admoveantur aut ii, quibus forte
contigit administratio, philosophiam amplectantur” (Erasmo da
Rotterdam, Institutio principis
christiani, dedica).
[7] Ibid. pp. 65-66.
[8] Ibid. p. 62.
[9] “Denique
non potes tueri regnum, nisi uiolata iustitia, nisi magna sanguinis humani
iactura, nisi religionis ingenti dispendio: depone potius ac cede tempori” (Erasmo da
Rotterdam, Institutio principis
christiani, § 1,32)
.
[10] J. Huizinga, Erasmo, trad. di A. Vita, Einaudi,
Torino, 20022, p. 131.
[11]
Ne haec quidem adhuc satis
uisa sunt irae scarabei. Leuem calamitatem putat, nisi dolore quoque ac
lamentis hostis frueretur, itaque rursum abdit se penitus in stipulis. Redit
aquila, nouam sui generis cladem conspicatur, uidet sua uiscera frustulatim
discerpta, uidet nobilis gemmae non aestimabilem iacturam: queritur, clangit,
fremit, stridet, eiulat, obtestatur deos ac suis illis oculis, quos iam dolor
etiam acuebat, hostem tam potentem circumspectat.
Atque omnia potius in mentem ueniunt
reputanti quam scarabeus ille contemptus. Dira minatur, dira precatur ci,
quisquis tantae calamitatis fuisset autor. Quantam interea uoluptatem animo
persensisse credis scarabeum, dum haec audit?”
(Erasmo da Rotterdam, Scarabeus aquilam
quaerit, § 9)
[12] Parlando di “quel
che rimane del principe”, Chabod scrive che “ciò che rappresenta il vero e
profondo contributo” alla “storia del pensiero umano” è “il nettissimo
riconoscimento […] dell’autonomia e
della necessità della politica ‘che è di là dal bene e dal male morale’. Con
ciò Machiavelli, buttando a mare la unità
medioevale, diveniva uno degli iniziatori dello spirito moderno” (F.
Chabod, Scritti su Machiavelli, cit.,
pp. 99-100). Ma il giudizio di Chabod fa parte ormai del senso comune
intellettuale su Machiavelli.
[13] Cfr. G. Procacci, Machiavelli nella cultura dell’età moderna, Laterza,
Roma- Bari, 1995, p. 159.
[14] N. Machiavelli, Dell’’arte della guerra in L’arte della guerra, a cura di S.
Bertelli, Feltrinelli, Milano, 1961, p. 490.
[15] N. Machiavelli, Il Principe, cit., pp. 102 ss.
[16] Luigi Russo ha
difeso con energia la coerenza del Principi
cercando di mostrare come il finale dell’opera faccia emergere ciò che lo stile
“antioratorio per eccellenza” a fatica cercava di trattenere. “Quella che è
l’aspirazione politico-passionale dello scrittore si lascia però precedere da
tutta una fredda e obiettiva dimostrazione scientifica. Non brusco, improvviso
e artificioso adunque questo passaggio dalla trattazione scientifica a un
argomento di passione politica, come vogliono credere alcuni interpreti; perché
in verità codesto sentimento ultimo è stato presente in tutta l’opera,
reticente di quella reticenza consueta negli ingegni seriamente e profondamente
meditativi” (L. Russo, Machiavelli, Laterza,
Roma-Bari, 19942, p. 71).
[17] Scrive Machiavelli
a Francesco Vettori, il 10 agosto del 1513 (proprio quando, secondo l’ipotesi
di Chabod, si stava accingendo a lavorare al Principe): “Quanto alla unione delli altri Italiani, voi mi fate
ridere; primo, perché non ci fia mai
unione veruna a fare ben veruno; e se pure e’ fussero uniti e’ capi, e’ non
solo per bastare, sì per non ci essere armi che vagliono un quattrino; secondo
per non essere le code unite co’ capi; né prima moverà codesta generazione un
passo per qualche accidente che nasca, che si farà a gara a diventare loro” (N.
Machiavelli, Lettere, a cura di F.
Gaeta, Feltrinelli, Milano, 1961, p.
279).
[18] Ibid. p. 505.
[19] N. Machiavelli, Discorso o dialogo sopra la nostra lingua, in
Opere letterarie, a cura di A.
Borlenghi, Casa editrice Fulvio Rossi, Napoli, 19702, p. 427
[20] Cfr. Huizinga, Erasmo, cit., pp. 52 ss.
[21] H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, trad.
di S. Finzi, Bompiani, Milano, 19882, p. 12.
[22] Cfr. N.
Machiavelli, Breviario, a cura di G.
Brusa Zappellini, Rusconi, Milano, 1996, p. 77.
[23] Ibid. p. 55.
[24] N. Machiavelli, Discorsi sulla prima deca di Tito Livio,
Libro I, Proemio, in Il Principe e
Discorsi, cit., p. 124. (Il corsivo è mio.)
[25] Parlando della
necessità del rinnovamento in riferimento ai movimenti religiosi, “si vede
ancora queste rinnovazioni essere necessarie per lo esempio della nostra
religione; la quale se non fossi stata ritirata verso il suo principio da Santo
Francesco e da Santo Domenico sarebbe del tutto spenta: perché questi con la
povertà e con lo esempio della vita di Cristo, la ridussero nella mente degli
uomini, che già vi era spenta […]. Ha adunque questa rinnovazione mantenuto, e
mantiene, questa religione” (N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, cit., pp. 382-383).
[26] N. Machiavelli, Discorsi…, cit., p. 283.
[27] Ibid. p. 282.
[28] Ibid. p. 464. Nell’Arte della guerra troviamo una pagina
che Erasmo non avrebbe fatto fatica a sottoscrivere: “Credevano i nostri
principi italiani, prima ch’egli assaggiassero i colpi delle oltremontane
guerre, che a uno principe bastasse sapere negli scrittoi pensare una acuta
risposta, scrivere una bella lettera, mostrare ne’ detti e nelle parole arguzia
e prontezza, sapere tessere una fraude, ornarsi di gemme e d’oro, dormire e
mangiare con maggiore splendore che gli altri, tenere assai lascivie intorno,
governarsi co’ sudditi avaramente e
superbamente, marcirsi nello ozio, dare i gradi della milizia per grazia,
disprezzare se alcuno avesse mostrato loro una lodevole via, volere che le
parole loro fossero responsi di oraculi; né si accorgevano i meschini che si
preparavano ad essere di qualunque li assaltava” (N. Machiavelli, Dell’arte della guerra, cit., p. 518).
[29] N. Machiavelli, Lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513, in Lettere, cit., pp. 303-304. [30]Ibid. p. 304. [31] Ibid. p. 343. [32] Ibid. p. 378.
[33] Ibid. p. 330. L’amore,
nella varietà delle sue forme, ha una grande rilevanza nell’opera di
Machiavelli. Scrive a Francesco Vettori:
“Levate dunque i basti, cavategli il freno, chiudete gli occhi, et dite: Fa’
tu, Amore, guidami tu, conducimi tu: se io capiterò bene, fiano le laude tue;
se male, fia tuo il biasimo: io sono tuo servo: non puoi guadagnare piú nulla
con straziarmi, anzi perdi, straziando le cose tue” (N. Machiavelli, Lettera a Francesco Vettori, 4 febbraio
1514, in Lettere, cit., p.322 ). Non
è solo per celia che Machiavelli scrive, nella Clizia, “che lo innamorato e il soldato si somigliano”, dato che
“El capitano vuole che i suoi soldati sieno giovani, le donne vogliono che i
loro amanti non siano vecchi” (Clizia,
Atto primo, in Opere letterarie,
cit., p. 343). “Ugualmente nella milizia e nello amore è necessario il secreto,
la fede e l’animo: sono e periculi uguali e il fine più delle volte è simile.
Il soldato muore in una fossa, lo amante muore desperato” (ibid. p. 344). È
stato spesso osservato che scrivendo la Clizia
ironizzi anche sui propri amori senili; si potrebbe aggiungere che questa
ironia rispecchia l’amarezza per l’ozio politico cui era stato costretto.
[34] Erasmo da
Rotterdam, Institutio principis
christiani, § 1,58.
[35] “Spiriti beati
siamo/che da’ celesti scanni/siam qui venuti a dimostrarci in terra,/poscia che
noi veggiamo/il mondo in tanti affanni/e per lieve cagion sì crudel guerra;/e
mostrar a chi erra/sì come al Signor nostro al tutto piace/che si bonghi giù
l’arme e stieno in pace” (N. Machaivelli, Canti
carnascialeschi, in Opere letterarie,
cit., p. 193). Nell’Arte della guerra
scrive: “voi non sapete che ogni cosa desidera il riposo, e sicuro, perché riposarsi,
e non riposare sicuramente, non è riposo perfetto” (N. Machiavelli, Dell’arte della guerra, cit., p 463).
[36] Erasmo da
Rotterdam, Institutio principis
christiani, § 1,25.
[37] Erasmo da
Rotterdam, Contributo alla discussione
sul libero arbitrio, in Scritti
religiosi e morali, a cura C. Asso, Einaudi, Torino,2004, p. 374.
[38] Erasmo da
Rotterdam, Il pugnale del soldato
cristiano, in ibid. p. 6.
[39] N. Machiavelli, Il principe, cit., p. 98. [40] Ibid. p. 103. [41] Ibid. p. 99.
[42] Ibid. pp. 69-70.
[43] N. Machiavelli, Lettera a Piero Soderini, in Lettere, cit., p. 231.
[44] N. Machiavelli, Esortazione alla penitenza, in Opere letterarie, cit., p. 418.
[45] Ibid. pp. 416.
Tutti i mali dell’uomo, scrive Machiavelli, si possono così dividere: “l’uno è
l’essere ingrato a Dio, l’altro essere inimico del prossimo” (ibidem).
[46] Ibid. p. 417.
[47] Ibid. p. 418. (I
versi finali sono una citazione di Petrarca, Rime, I, 1-14.)
[48] “Quale peccato non
perdonerà Iddio, frategli miei, a voi, se veramente voi vi ridurrete a
penitenza, poi che perdonò questi a loro? [a David e a Pietro]” (ibidem).
[49] N. Machiavelli, Breviario, cit., p. 31. (La
citazione tratta dalle Istorie fiorentine.)
[50] N. Machiavelli, Discorsi…, cit., p. 135.
[51] N. Machiavelli, Clizia, Prologo, in Opere letterarie, cit., p. 336. (Il corsivo è mio.)
[52] Cfr. N.
Machiavelli, Discursus
florentinianum rerum post mortem iunioris
Laurentii Medices, in Arte
della guerra, cit., pp. 261-277.
[53] N. Machiavelli, Lettera a Francesco Giucciardini, in Lettere, cit., p. 403.
[54] Giuseppe Prezzolini
parla varie volte di “necessità di far del male per poter agire politicamente”,
e vede in questo un’ulteriore conferma della completa liberazione di
Machiavelli dal Cristianesimo (cfr. G. Prezzolini, Machiavelli Antricristo, Gherardo Casini editore, Roma, 1954, p.
51). Anche Luigi Russo afferma che la “scoperta scientifica più importante del
Machiavelli” è “la necessità del male” (L. Russo, Machiavelli, cit., p. 265), ma ritiene che questo “sentimento
tragico del male è forse la nota più profondamente cristiana del Machiavelli”
(ibid. pp. 47-48), una sorta di concezione secolarizzata del peccato
d’origine.
[55] “Il duca Valentino,
l’opera del quale io imiterei sempre quando io fossi principe nuovo” (N.
Machiavelli, Lettera a Francesco Vettori,
31 gennaio 1515, in Lettere,
cit., p. 375).
[56] Machiavelli, che
partiva dalla convinzione che “promuovere l’anarchia è il peggiore delitto,
anzi, l’unico delitto che si possa commettere contro uno stato”, comprese “che la libertà è possibile solo là dove un
popolo si è unito, sotto l’egida delle leggi, in uno stato” (G. W. Hegel, Machiavelli e l’Italia, in Antologia
di scritti politici, a cura di C. Cesa, Il Mulino, Bologna, 1977, pp.
62-63).
[57] “Ma gli uomini
pigliono certe vie del mezzo che sono dannosissime; perché non sanno essere né
tutti cattivi né tutti buoni” (N. Machiavelli, Discorsi…, cit., p. 194).
[58] “Ben usate mi
paiono quelle [crudeltà] (se del male è licito dire bene) che si fanno ad un tratto, per necessità dello assicurarsi, e di
poi non vi si insiste dentro, ma si convertiscono in piú utilità de’ sudditi
che si può” (N. Machiavelli, Il Principe,
cit., p. 44).
[59] N. Machiavelli, Dell’arte della guerra, cit., p. 394.
[60] N. Machiavelli, Discorsi…, cit., p. 144.
[61] Ibid. p. 439.
[62] Ibid. p. 272
[63] N. Machiavelli, Discorso o dialogo sopra la nostra lingua, cit,
pp. 429-430.
[64] N. Machiavelli, Istorie fiorentine, in Breviario, cit., p. 55.
[65] N. Machiavelli,Discorsi…,cit., p. 272.
[66] Ibid. p. 222
[67] N. Machiavelli, Clizia, in Opere letterarie, cit., p.
335
[68] N. Machiavelli, Discorsi…,
cit., p. 272. (Il corsivo
è mio.)
[69] N. Machiavelli, Lettera a Francesco Guicciardini, 17
maggio 1526, in Lettere, cit., p.
465.
[70] N. Machiavelli, Lettera a Piero Soderini, senza data, in
Lettere, cit., p. 231.
[71] Ibid. p. 229.
[72] In particolare, la
dimostrazione che la “fede nel divenire” e nell’onnipotenza della volontà
umana non solo non esclude ma implica logicamente l’affermazione
dell’eterno ritorno dell’identico è svolta in E. Severino, L’anello del ritorno, Adelphi, Milano,1999.
[73] F. Gilbert, Niccolò Machiavelli e la vita cultuale del
suo tempo, trad. it. di A. de Caprariis, Il Mulino, Bologna, 1964. p. 106
[74] Cfr. G. Procacci, Machiavelli nella cultura europea dell’età
moderna, cit., p. 370.
[75] G.W.F. Hegel, Antologia di scritti politici, a cura di
C. Cesa, Il Mulino, Bologna, 1977, pp. 64-65.
[76] Cfr. ibid. p. 62.
[77] Aurelio Agostino, De civitate Dei contra Paganos, IV, 18,
trad. it di D. Gentili, Città Nuova, Roma, 1997, p. 189.
[78] Cfr. G. Lettieri, Agostino in E. Dal Covolo, Storia della teologia, Edizioni
Dehoniane, Roma, 1995, vol 1, pp. 353-421.
[79] G. Lettieri, L’altro Agostino. Ermeneutica e retorica
della grazia dalla crisi alla metamorfosi del De docrina christiana, Morcelliana,
Brescia, 2001, pp. 382-83.
[80] “Questa [la sorte]
da molti è detta onnipotente/ perché qualunque in questa vita viene/o tardi o
presto la sua forza sente. // Costei spesso gli buon sotto i piè
tiene/gl’improbi innalza: e se mai ti promette/ cosa veruna, mai te la
mantiene” (N. Machiavelli, I Capitoli, in Opere
letterarie, citi, pp. 145-146).
[81] N. Machiavelli, Il Principe, cit., p. 99.
[82] Ibid. p. 101.
[83] F. Chabod, Scritti su Machiavelli,, cit., p. 253.
[84] Cfr. M. Bulgakov, Il Maestro e Margherita, trad. it. di M.
De Monticelli,Rizzoli, Milano, 19856, p. 41.
[85] Per una storia del
caso nel pensiero occidentale, cfr. A. Tagliapietra, La musica del caso. Figure della casualità nella storia del pensiero occidentale, in F.
Minazzi, A. Quarta, D. Rugge, G. Sava (edd), Filosofia e storiografia. Studi in onore di Giovanni Papuli, vol.
III.2. L’età contemporanea, Congedo
editore, pp. 327-344.
[86] M. Bulgakov, Il Maestro e Margherita, cit., pp. 41-42.
[87] N. Machiavelli, Discorsi…, cit., p. 447. (Il corsivo è
mio.) Per la concezione della virtù come medietà tra vizi opposti, cfr.
Aristotele, Etica nicomachea II, 6,
1106 b 25 – 1107 a 25.
[88] N. Machiavelli, Discorsi…, cit., p. 201.
[89] Cfr. Chabod, Scritti su Machiavelli, cit., p. 253.
[90] “E hassi ad
intendere questo, che uno principe, e massime uno principe nuovo, non può osservare
tutte quelle cose per le quali li uomini sono tenuti buoni, sendo spesso
necessitato, per mantenere lo stato, operare contro alla fede, contro alla
carità, contro alla umanità, contro alla religione. E però bisogna che elli abbia un animo disposto a volgersi
secondo ch’e’ venti e le variazioni della fortuna li comandano, e, come di
sopra dissi, non partirsi dal bene, potendo, ma sapere entrare nel male,
necessitato” (N. Machiavelli, Il
Principe, cit., pp. 73-74).
[91] Cfr. N.
Machiavelli, Descrizione del modo tenuto
dal duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il
signor Pagolo e il duca Gravina Orsini, in Machiavelli, L’arte della guerra, cit., pp. 41-48.
Compresa nella virtù del Valentino, in questo scritto, è la sua capacità di
essere “grandissimo simulatore” (ibid. p. 43).
[92] Cfr. Erasmo da
Rotterdam, Trattato della grandezza delle
misericordie del Signore, in Scritti
religiosi e morali,cit., pp. 311-366. Nel De libero arbitrio, edito nello stesso anno dello scritto citato, nel 1524, Erasmo, seguendo
Origene, scrive: “Egli [Pietro, ovvero l’autore della Seconda lettera di Pietro] vuole che la nostra sollecitudine si
aggiunga alla grazia divina, di modo che, salendo gradatamente la scala della
virtù, raggiungiamo la perfezione” (Erasmo da Rotterdam, Contributo alla discussione sul libero arbitrio, in Scritti religiosi e morali, cit., p.
396).
[93] “La Diatriba [di Erasmo] ci presenta
costantemente un uomo che, o può fare ciò che gli p comandato, o per lo meno
riconosce di non potere nulla. Ma un tale uomo non esiste. […] La Scrittura in
realtà ci pone dinanzi agli occhi un uomo, che non solo è legato, misero,
prigioniero, malato e morto, ma che, in seguito all’azione di Satana, suo
signore, aggiunge a tutte queste miserie quella della cecità, per cui crede di
essere libero, beato, sciolto, potente, sano, vivo. Satana sa bene che, se
l’uomo riconoscesse la propria miseria, niente lo potrebbe trattenere nel suo
regno, poiché Dio non può non avere misericordia e intervenire subito in aiuto
di chi riconosce e dichiara la propria miseria […]. L’opera di Satana è rivolta
a tenere in sua schiavitù gli uomini, affinché non riconoscano la propria
miseria, ma presumano di poter compiere tutto ciò che è loro prescritto […].
Del tutto opposta è invece l’opera di Mosè e del legislatore: il loro scopo è
di rivelare all’uomo attraverso la legge la sua miseria, in modo che, così
contrito e confuso nella conoscenza di sé, si prepari ala grazia, venga a
Cristo e sia così salvato. La funzione della legge non è dunque ridicola, a al
contrario straordinariamente seria e necessaria” (M. Lutero, Il servo arbitrio. Risposta a Erasmo, a
cura di F. De Michelis Pintacuda, Claudiana, Torino, 1993, 216-217). Tramite la
legge, dunque, Dio annienta ogni pretesa giustizia umana, affinché l’uomo,
disperando completamente di sé, possa ricevere con gioiosa riconoscenza la
salvezza come esclusiva grazia di Dio in Cristo.
[94] Cfr. K. H. zur
Mühlen, L’antropologia di Martin Lutero
alla luce dell’escatologia, in G. Beschin – F. Cambi- L. Cristellon (edd), Lutero e i linguaggi dell’Occidente,
Morcelliana, Brescia, 2002, pp. 129-148. [95] Nel capitolo VI del Principe Machiavelli ribadisce la sua convinzione che gli uomini sono pronti a credere a un profeta, ma sono altrettanto pronti a perdere la fede nelle sue parole. Mosè fu un vero uomo politico perché seppe conservare con la forza la fede del popolo ebraico, quando questo tendeva a perderla; Savonarola “ruinò” perché quando “la moltitudine cominciò a non crederli” non ebbe mezzi per costringerla a perseverare nella fede (cfr. N. Machiavelli, Il Principe, cit., p. 32). Benché si tratti di un argomento complesso e molto discusso dalla critica, penso si possa affermare che Machiavelli non accusò Savonarola di aver dato una giustificazione religiosa alla propria volontà di potenza, come apparirebbe dalla nota espressione nella lettera a Becchi del 9 marzo 1498 (“et cusì, secondo il mio iudicio, viene secondando e’ tempi, et le sue bugie colorendo” [N. Machiavelli, Lettere, cit., p. 33]), ma di non aver saputo tradurre il suo indubbio carisma religioso in azione politica.
[96] N. Machiavelli, Il
principe, cit., p. 44. |