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In Eugénie
Grandet Balzac scrive: «Pietrificare il cuore e macerarsi il corpo
nell’ansia di beni passeggeri, come un tempo si soffriva il martirio
per acquistare i beni eterni, ecco l’idea di tutti, l’idea
stabilita e concreta in ogni luogo, persino nelle leggi, le quali domandano
all’essere umano: “Quanto paghi?”, invece di chiedergli:
“Cosa pensi?”».
Siamo nel 1883 e Balzac giunge a chiedersi: «Se una dottrina simile
si diffonderà dalla borghesia al popolo, che ne sarà del
mondo?»
Ora che quella dottrina è penetrata in ogni piega del tessuto umano,
la rivoluzione non va più immaginata soltanto come rovesciamento
del potere della classe dominante, ma va soprattutto pensata come rottura
delle gerarchie repressive interne ai singoli individui di tutte le classi.
Credimi: nella lotta contro lo strapotere delle strutture sociali va unita
una lotta – ancor più radicale, se possibile – contro
le repressioni individuali.
Credimi: l’idea di un’uscita “estetica” dall’alienazione
– così com’è stata propugnata da Marcuse –
può ancora indicare una direzione realisticamente percorribile.
Chi mai si aspetta più la rivoluzione globale? Noi stessi l’abbiamo
definitivamente confinata nel tempo escatologico. Vanno invece realizzate
zone di esistenza autentica; vanno prospettate molteplici forme di vita
che non si lascino integrare da nessun potere.
Registra Karl Jaspers: «Viviamo in un’epoca di imitazioni
e di artifici in cui ogni spiritualità si converte in affarismo
e ufficialità, in cui tutto viene fatto in vista di un rendimento,
in cui la vita è una mascherata».
La via estetica alla liberazione: percorrerla
significa farci vicini all’idea che questo mondo va salvato, protetto,
accudito, testimoniando lo scandalo della violenza e dell’ingiustizia.
Significa farci prossimi a una parola che sia capace di farsi civitas,
luogo, dimora; mantenendo a ogni crocicchio, il dubbio sulla strada da
prendere, senza arrendersi alle illusioni.
Il punto da raggiungere si trova sulla linea di congiunzione tra cielo
e terra. È uno qualsiasi dei punti che formano quella linea e va
raggiunto seguendo un’idea che conservi l’impronta della molteplicità,
salvaguardandoci dall’arroganza dell’unicità.
Ascoltami bene: l’essere umano deve
uscire da se stesso, perdere la propria identità egoistica, fino
a parlare il linguaggio dell’altro; fino a sostituirsi a lui. Ogni
parola aperta all’altro manifesta la responsabilità verso
il prossimo e sollecita a pensare l’alterità: una parola
prelogica, ante-rem, che precede ogni tematizzazione concettuale: una
stretta di mano.
Pura teoria? Non tanto. Ce lo indica Musil nei suoi Tagebücher, dove
elabora un principio che è al tempo stesso una norma etica e una
norma estetica: si chiama «il principio dei passi motivati»
(«das Prinzip der motivierten Schritte»), la cui regola consiste
nel «non far accadere nulla (o non far nulla) che non abbia valore
spirituale. Cioè anche: non far nulla di causale, di meccanico».
Mi sottraggo alle intemperie dello spazio
e del tempo; mi sottraggo alla giustificazione logicizzante, alla necessità
legale.
Rinuncio al pensiero filosofico e ideologico, per togliere di mezzo ogni
elemento giustificatorio, ogni forma di apatia del sentire.
Rinnovo il concetto di pensiero antigravitazionale.
Riprendiamo ad ascendere. Torniamo all’originario
progetto di mandare al potere l’immaginazione. Non può esservi
un essere umano nuovo senza un nuovo linguaggio. Ecco perché va
percorsa fino in fondo la via estetica alla liberazione. Il che è
come dire che alla disposizione etica va unita l’esperienza della
poesia.
Insomma: le cose sono diverse se il mio atteggiamento verso di esse è
diverso. Ecco perché resta sempre possibile cambiare il mondo.
Le catastrofi del Novecento sono state
tutte prodotte da uno Stato che non solo non intendeva estinguersi, ma
che pervicacemente voleva perpetuarsi, immobile e sanguinoso.
Scrive Eraclito: «Per i desti il mondo è uno e comune, ma
quando prendono sonno si volgono ciascuno al proprio».
Portare all’armonia originaria queste due disposizioni dell’animo
umano, sottraendole al principium firmissimum di non contraddizione, è
compito del rivoluzionario.
Provo a ripetere questo concetto in modo più esplicito. L’estinzione
dello Stato va preparata combattendo lo Stato esistente; ma non per sostituirlo
con un altro Stato, che poi a sua volta andrà smantellato;bensì
preparandone da subito l’estinzione.
Con la violenza? No, la violenza non si combatte con la violenza, ma opponendo
la pace alla violenza. Si estingue lo Stato opponendo semplicemente la
rivoluzione allo Stato.
Scrive Hölderlin: un sogno noi siamo,
che nulla indica. Siamo un segno senza interpretazione, commenta Heidegger;
siamo nell’ambigua condizione di chi nel proprio cammino è
attratto da quel che gli sfugge, gli si sottrae.
Torniamo a essere ciò che siamo. Non c’è altra strada.
Torniamo attuando radicali scarti di senso nel nostro comportamento: quelle
intuizioni quasi divinatorie che scaturiscono dalla solitudine, dalla
disobbedienza.
Lo Stato, da qualsiasi parte nasca, investe sempre in potere, non per
mutare, ma per ripetersi; non per insegnare e smuovere, ma per copiare
e inchiodare ciascuno alla sua croce di sottomissione. Chi mai può
credere che una leadership (politica, televisiva, aziendale o culturale
che sia) – che conforma il proprio pensiero e le proprie azioni
al già detto, al risaputo, al convenzionale –, di qualsiasi
classe sia espressione, possa decidere spontaneamente di estinguersi?
Credetemi. Nella nostra società
ogni desiderio “liberato” è liberato solo perché
è già stato catturato dalla rete economica, quella rete
che attraverso il mercato promuove la necessità delle merci, la
produzione e il consumo. L’indirizzo finale è dato dai centri
commerciali: vere e proprie cattedrali della modernità; sedi delle
nuove caste sacerdotali.
Ognuno di noi ne ha fatto esperienza: l’economia da fattore del
sociale è divenuta forma del sociale. La sua razionalità
si è imposta come modello. Ha ridotto la società a mercato
e l’individuo a rappresentante dei suoi interessi.
La scena a cui assisti è il declino
dell’individuo e la sua progressiva estinzione. Altro che estinzione
dello Stato! Qui si corre il rischio di estinguerci come persone, come
puoi vedere.
Le relazioni tra individui avvengono ormai in qualità di titolari
di interessi economici. A questo proposito Marx può legittimamente
constatare: «Le persone esistono, in quanto società, l’una
per l’altra soltanto come rappresentanti delle merci».
Su questo piano, non si dà “interiorità” se
non come accoglimento dell’esteriorità; non si dà
“dentro” se non come riflesso del fuori. Nel plurale i nostri
discorsi sono per lo più confezionati dalle regole del gioco sociale
in cui siamo inseriti e di cui lo Stato, di qualsiasi espressione sia,
si fa rappresentante e garante.
Come negarlo? Abbiamo smarrito le vie di accesso al soliloquio dell’anima.
La realtà vera è quella
in cui le mie parole, le mie azioni, i miei sentimenti hanno precise conseguenze:
sono già lì come sentinelle, ogni volta che parlo, sento,
desidero. È a quelle sentinelle che è necessario guardare.
Ognuno di noi ha bisogno del singolare e del plurale. E il plurale sarà
armonico solo se noi avremo la consapevolezza delle conseguenze che hanno
le nostre azioni.
Nello Stato in cui viviamo, siamo costretti in un paretaio, in una lotta
sorda contro le reti che ci schiacciano, con esiti molto incerti. Il nostro
destino è di consumarci in questa lotta. Le pagine che si scriveranno
di noi in avvenire saranno da classificare come una storia preparatoria
di una storia vera e propria, che si svolgerà lontano dalle nostre
ceneri.
Vi è chi vive quietamente nelle
acque torrentizie delle parole, confondendo l’acqua corrente del
fiume con la superficie di un oceano immutabile. Vi è invece chi
vive in questo stesso fiume conoscendone il percorso e l’irruenza.
Non confondo il fiume in cui sto nuotando
con un oceano; non mi limito a usare la parola come uno strumento modificabile
solo esteriormente; non considero più la parola come puro ornamento,
bensì come struttura.
Non mi sono più sufficienti nuove lenti da inserire fra le pupille
e la realtà. Ho imparato che le lenti, anche quelle perfette, rafforzano
solamente la forza visiva dell’occhio, a prescindere dal fatto che
si possa vedere in modo giusto o sbagliato. Le lenti non trasformano un
occhio ingannevole e mentitore in uno autentico e vero.
C’è un atto di violenza che l’essere umano deve compiere
su se stesso, ancor prima che sulla realtà da afferrare. È
un’opzione di ordine ideologico e plasma quella di ordine estetico.
Per sottrarsi all’ordine codificato
occorre rimuovere la parola dagli incarti di buon gusto e ridarle la consistenza
di un monolito, il carattere di uno spazio non saccheggiato, la decisione
di un gesto libero.
Che cosa mi spinge a uscire dalle sale ben illuminate dello Stato? Una
specie di “fame” profonda, una fame di altre verità;
una fame che si genera nell’essere umano quando la realtà
storica è sentita come carenza e, in pari tempo, come impellente
esigenza di trasformazione.
Questa “fame” non può essere espressa efficacemente
rimanendo dentro gli schemi che offre il passato, perché essi sono
congegnati in modo da impedire alla parola – comunque venga impiegata
– di opporsi alle strutture che l’hanno emessa.
Tu che scrivi sai che fra letteratura
e realtà vi è una certa distanza, ma anche un rapporto.
La parola compone il senso da conferire alle cose e determina la natura
stessa di un’ideologia.
La parola ti mostra un corpo sociale, con la corona dei suoi valori, in
carne e ossa. La dialettica tra realtà e parola corrisponde alla
pulsione sanguigna di questo corpo.
Non ti accontenti di essere un inventariato di situazioni di fatto o di
essere un correttore senza effettivi poteri. Non ti accontenti di alzare
la voce.
Tu che scrivi sai che va tentato un salto nei territori incontaminati
dell’immaginazione. (Il che non significa progettare un esilio in
un giardino disertato dal mondo e negare tutte le negazioni per negare
alfine anche se stessi.)
Pensi a un impegno che non sia estromissione dal quadro storico o fiancheggiamento
di una rivoluzione oggettiva.
Tu che scrivi lo sai: letteratura è la morfologia del grande disagio
in cui si trova il mondo ridotto alla categoria della mercificazione.
La letteratura è già rivolta.
Lo Stato è una minaccia, un’operazione
di polizia, una tassa doganale da pagare ogni volta che dobbiamo uscire
dai luoghi ufficiali della città, pieni di luce – dove tutto
è mercato –, per entrare nella zona del buio, dove tutto
è anfratto, dove tutto c’è ma nulla si espone.
Il mondo della nostra ostinata rivoluzione è senza Stato, non è
chiuso. Qui la natura non è materiale da costruzione.
«Devi scendere nel caos primordiale e lì sentirti a casa»
impone Wittgenstein.
L’estinzione dello Stato significa estinzione di tutte quelle forme
di organizzazione sociale che, come la città, impongono un centro
e cento periferie. L’estinzione dello Stato coincide con l’estinzione
del centro, e dunque con l’estinzione della città se la città
resta composta da periferia e centro.
Dal sottosuolo una moltitudine di cadaveri – di corpi che dovrebbero
stare inerti a marcire in profondità tra radici e terra –
si anima e prende parte alla vita. Nel luogo in cui quella moltitudine
appare s’incontrano cielo e terra. Lì il sole tramonta e
viene la sera. Ma non è la terra di una caduta. Il tramonto è
un ponente che, attraverso una notte, impone quel difficile cammino che
conduce verso un nuovo mattino. Lungo quel difficile cammino la totalità
è sfuggente; il non-senso corrode il senso; il possibile eccede
il reale. È apertura di una via che va verso l’interiorità
e illumina quella soglia dove il possibile e l’impossibile si sfiorano;
dove desiderio e sogno si congiungono, dov’è possibile parlare
di un tempo posteriore al futuro: l’ultrafuturo.
La soglia tra presente e ultrafuturo è quella zona indecisa in
cui la presenza si permea incessantemente del suo contrario, consentendo
la coappartenenza tra pericolo e salvezza, in un andirivieni che non è
un movimento fluido, senza cesure e senza ostacoli. Quella soglia richiede
l’oltrepassamento di una frattura larga e profonda che prevede l’estinzione
dello stato di cose esistente. I bordi di quella soglia sono labbra di
una stessa bocca sulla quale si incontrano due lingue.
Quella bocca deve diventare il luogo della
mutazione. Sin d’ora dobbiamo cominciare a far sì che quanto
ancora non è: sia.
Questo rapporto verbale con l’essenza del mondo si forma già
nel linguaggio della comunicazione. Ma si amplifica nella parola poetica.
Infatti, chi più della poesia è esposto all’urto dell’essere?
La poesia arrischia il linguaggio per ottenere una misura in grado di
diventare il metro dell’abitare poetico. Ma bada bene: questo non
dev’essere solo un programma, ma anche una prassi.
«Il dire poetante è intonato
su un unico canto» registra Hedegger. «In tale mutamento si
nasconde un esule espatrio del modus fondamentale delle ore e delle stagioni
rimasto in vigore fino ai nostri giorni».
I limiti del mondo sono i limiti della logica, la quale continua a tracciare
i limiti del mondo.
Certo, la logica ci aiuta a dire cose più o meno “sensate”
sul mondo. Ma per dire qualcosa di autentico sul mondo, la logica deve
eccedere i confini, fare i conti con l’immaginazione, con l’intensità
delle nostre passioni, dei nostri desideri e dei nostr sogni.
È stato così che un giorno un individuo si è alzato
e ha voluto conoscere il mondo che si estendeva davanti a sé, fuori
dalla città. Ha voluto vederlo nella sua totalità. Non poteva
più sopportare l’esistenza di tutte quelle colonne d’Ercole
davanti a sé. Tante altre acque scorrono al di là di questo
nostro mare. L’«osa sapere» di Kant è diventato
il sapere «a ogni costo» di Nietzsche; quel sapere la cui
essenza è raccolta nel passaggio che dal buio della caverna porta
alla luce del giorno e subito dopo di nuovo al buio.
Va ripensato il limite. Va ripensato in
modo del tutto nuovo. «La nuova sensibilità è divenuta
un fattore politico» afferma Marcuse.
Abbiamo mai fatto altro, in fondo, che abitare il limite, addomesticarlo,
addestrarci al suo rischio, valicarlo con timore e tremore? È tempo
di creare un ethos estetico. Scrive Marcuse: «Il termine “estetico”,
nella sua duplice accezione di “attinente ai sensi” e di “attinante
all’arte”, può servire a designare la qualità
del processo produttivo-creativo in un ambiente di libertà».
Il limite ha a che fare con il coraggio, il rischio e la scelta.
L’intrattenersi presso ciò che è noto, familiare,
sperimentato, oppure prenderne congedo? Qui c’è la differenza
tra la conservazione e la rivoluzione. Il limite è la spina nel
fianco del pensiero.
Scrivere sui bordi, ai margini di un testo, sconvolgendone la trama è
già sovversione.
All’essere umano come persona non
resta altro che il sentimento di un’indipendenza assoluta, unico
sentimento che lo possa condurre a una solidarietà non interessata,
senza contropartite con le altre creature. Ciò che fa libero il
suo pensiero e aperta la sua parola è proprio l’avversione
a ogni sistema chiuso. Ovvero a ogni sistema.
Lo Stato, in quanto sistema, salvaguarda il discorso nello spazio della
propria chiusura.
Ma la liberazione è impossibile lasciarla del tutto fuori.
Lo Stato, qualunque sia la sua forma, rende visibile la tragedia che incombe
quando perdiamo la parola che parla il mondo e noi stessi nel mondo.
Imparo a scrivere ai margini del discorso e del pensiero (ovvero –
specularmente – ai margini della rivoluzione) per dare loro parola
(cioè per dare parola alla rivoluzione). Le crepe aperte nel linguaggio
da parte del ribelle hanno uno statuto positivo e con esse va stabilita
una relazione per cambiare le cose. Questo rischio è essenziale
a noi, come al ribelle; così come la relazione con le cose è
essenziale alla rivoluzione, in quanto rapporta il ribelle costantemente
al suo limite, alla finitezza.
Il pensiero dominante ha rinunciato a confrontarsi con la pluralità
conflittuale dell’indefinito da cui provengono tutte le creature
e dunque anche l’essere umano. Ha rinunciato a confrontarsi con
il senso del mondo e con la coappartenenza dei segni plurali e contraddittori
in cui il senso si manifesta.
«Volete rafforzare lo Stato?» ci chiede Rousseau. «Ebbene,
fin dove è possibile avvicinate gli estremi, eliminate miseria
e opulenza, condizioni ugualmente funeste per il bene comune».
«Vogliamo eliminare lo Stato?» chiede il ribelle. Vogliamo
concepire diversamente il mondo che ci circonda? Vogliamo entrare nell’ultrafuturo,
senza per questo abbandonare l’originario indefinito? Rispondere
affermativamente a questa domanda significa imporre: «Vogliamo tutto».
Ascoltate cosa scrive Hölderlin a questo proposito: «E sempre
/ verso l’assoluto va una nostalgia. Molto però è
/ da conservare. E necessaria la fedeltà. / Avanti però
e indietro non / vogliamo vedere. Lasciarci cullare / nella barca che
oscilla sul mare». Insiste Hölderlin: «Ogni giorno vado
fuori, sempre cercando altro».
Vado verso l’aperto. Nomino la svelatezza
dell’ente. Mi affido allo sguardo essenziale del pensiero autentico.
Evitando tutte le trappole, mi affido a quello sguardo che mi consente
di essere io stesso svelato nel libero dell’essere; in quell’invisibile
immagine nella quale io stesso mi rispecchio.
È necessario sottrarsi alla presa
stringente dello Stato. Là dove si prendono le decisioni, sempre
viene scelta quella che provoca il massimo possibile di distruzione.
Va interrotta la relazione che abitualmente intratteniamo con le cose
e le parole, smobilitando tutte le stabilità e sacrificando ogni
senso preesistente.
Lo spazio che in tal modo si apre viene a costituirsi come il fondamento
dell’ente e dei liberi rapporti di tutti gli enti tra loro.
Accade così che prendere il mondo nelle mani significa includerlo
progressivamente nell’ordine delle proprie intenzioni; significa
entrare nell’aperto e sentirsene parte; significa abitare la distanza.
Nell’aperto non solo si inaugura una relazione, ma si fa avanti
una relazione d’amore, un “tra”. Un “tra”
che non designa un intervallo situato tra cielo e terra, ma un rapporto
capovolto. Nell’aperto sono loro – cielo e terra, e intervallo
tra cielo e terra – ad avere luogo: senza più diventare ostaggio
delle mediatiche filosofiche.
Nel campo aperto dell’immaginazione,
nel gusto dell’indeterminato, il desiderio appare “in riposo”.
Qui si afferma la costruzione di figure immaginarie, avanza l’invenzione
di mondi straordinari, accade l’attraversamento di territori incantati.
Una nuova scienza è nata. Scrive Kant: «Ho capito che la
scienza è inutile se non vale a mettere in valore l’umanità».
Il muoversi dello sguardo oltre il limite
è una questione scientifica. Ogni gesto umano ha in sé il
limite, anima in sé un limite, uno scorcio di mondo, un’ombra
di io.
Ogni gesto segna il limite e passa il limite. Così facendo ci assegna
a un oltre che resta sempre da pensare, da scrivere, da musicare... Tale
gesto è mosso dal coraggio, dal rischio, dalla scelta. Ha a che
fare con la rivoluzione, con la lotta contro lo Stato.
L’essere umano è un’invenzione
recente. Ruota ancora nel ventre materno, in quello spazio d’acqua.
Già lì trasforma in orizzonte il battito del mondo che lo
avvolge: in quello slancio del salire, in quel brivido del discendere.
Siamo ancora nella cupola dell’antro, da dove la vita non si vede,
si sente, si amplifica, giganteggia, appare infinita nella sua distanza.
Siamo ancora nella caverna di Platone. L’interno ancora non ha il
suo mattino. L’essere umano ancora non sa cos’è un
mattino. Ciò che avviene fuori ancora non esiste.
Il mio è ancora un movimento doloroso nel mio nulla di acqua e
aria, nella privazione di terra, di orizzonti e cose.
Questo è il mio stato. In questo
stato come può essere possibile indicare le strade che conducono
alla liberazione?
Ascoltami. Almeno noi rivoluzionari abbandoniamo le aree di tolleranza
del sistema e apriamo una trincea antagonista, aprendoci noi stessi alle
lacerazioni, ai dissidi, ai conflitti della nostra epoca. Queste trincee
dicono della vita: la vita è qui, vicinissima. Ne sentiamo il brusio.
Non solo “laggiù”, ma “intorno”.
Dire “laggiù” significa conservare, restare, non partire,
non cambiare. È giusto così come hai fatto: non hai detto
“laggiù”, lo hai raggiunto: ti sei aperto un varco
fra paesaggio, case, visi umani. Hai raggiunto la trincea. Qui, interno
ed esterno sono inconciliabili: non ci sono, qui, patrie. Non si può
che andare verso la notte.
Il Gesù di Bulgakov, Yeshua Hanozri, svela a Pilato: «La
tua vita è vuota, o egemone». Ovvero, la violenza del tuo
potere è insensata. Yeshua Hanozri annuncia la verità nello
sfinimento del corpo. Aggiunge Bulgakov stesso: «Ho detto che ogni
potere è violenza sull’essere umano, e che verrà un
tempo in cui non vi saranno né potere, né cesari, né
qualsiasi altra autorità...».
Conclude Popper: «Sensata è una persona a cui importa più
di imparare che di avere ragione».
Soltanto quando si trova di fronte a ciò
di cui risulta consapevole l’essere umano diventa libero. Si riapre
così la strada della grandezza: gli uomini e le donne che –
consapevolmente – trasformano il sentimento della loro fragilità
in una battaglia comune non trasferiscono l’odio sugli altri esseri
umani, ma sanno trasformarlo in solidarietà.
La mia essenza è preceduta dall’esistenza, un’esistenza
fatta di trasformazioni, di rivoluzioni.
«L’essere umano altro non è che la sua vita»
scrive Sartre. E soggiunge: «Un essere umano s’impegna nella
propria vita, disegna il proprio volto e fuori di questo volto non c’è
niente». Non c’è altro legislatore oltre a noi stessi
in questa ricerca della regione dove le genealogie del sapere sono sospese
e trattenute al di qua della loro categorizzazione e sono trasposte sul
registro, frammentario e sempre irrisolto, della critica radicale dello
Stato. Questo significa insidiare la razionalità del patto sociale
e disvelare la precarietà del soggetto. Un dissolvimento che non
invoca più metafisiche appartenenze o religiosi terminali, ma un
ordine naturale predisciplinare, fatto di un «perpetuo circuito
di produzione e distruzione», come ricorda Leopardi.
Per vincere è necessario riaprire l’orizzonte della rivoluzione;
ci vuole qualcosa che metta in discussione lo Stato (non dunque la semplice
sostituzione di uno Stato con un altro, com’è di fatto sempre
accaduto nel Novecento) e insieme ci vuole qualcosa che sbilanci noi stessi
da dentro.
Devo schiodarmi dalla croce. La razionalità calcolatrice non può
vincere, perché resta all’interno dell’ordine costituito.
È necessario uscire dalla storia che misura l’essere sul
metro del potere e del denaro.
La necessità che i bisogni dagli
uomini e delle donne siano ugualmente soddisfatti suppone non una società
perfetta, ma il principio di un’umanità prodotta essenzialmente
da se stessa; un’umanità «immanente» (come suggerisce
di definirla Nancy): immanenza dell’essere umano per il proprio
simile e per l’altro, fondata sulla gioia e sulla generosità.
L’essere umano è tale se
diventa la propria opera, l’opera sempre da compiere di se stesso.
Le uniche cose che ti chiedo di rifiutare sono: la ripetizione e l’immobilità,
perché queste sono la dittatura.
Con la rivoluzione il mondo comincia a vibrare e allora va capita e assecondata
la forma di questa vibrazione: che non potrà essere sempre la stessa.
Supero la convinzione errata che l’odierno stato di cose sia l’assetto
definitivo della realtà. (Vanno liberate le differenze e la complessità
da quell’unico senso che è lo Stato.)
Se questo è il percorso, tu capisci la pericolosità della
pigrizia mentale e l’effetto ammaliante che i potenti interessi
mondani esercitano sul desiderio umano di certezze mai sottoposte a critiche.
A noi interessa l’ultrafuturo. Non tutti i figli di Prometeo sono
privi di senno. Mi interessa salvare quanto è ancora salvabile
dell’umanità: dalla ricerca della felicità all’autodeterminazione.
Mi interessa conservare la concretezza dell’utopia di un superamento
dell’esistente. Questo duplice gesto Marcuse lo definisce così:
«È la rivolta dell’istinto di vita contro l’istinto
di morte socialmente organizzato». E precisa: «Questa protesta
contro il progresso produttivo-distruttivo mette in moto i fattori soggettivi
della rivolta: lega l’emancipazione alla soggettività dereificata»
A noi interessa l’ultrafuturo; per questo la gioia della libertà
deve precedere la liberazione; va sperimentata prima della rivoluzione.
Questo sentimento può precondizionare uomo e donna alla libertà,
alla solidarietà fra gli esseri umani.
Sei chiamato a scegliere tra la parola
viva della nostra esperienza e la lettera morta della legge quando questa
pretende che l’umanità sia fatta per la legge.
Sei chiamato a seguire la logica secondo la quale la legge è fatta
per l’umanità e non l’umanità per la legge.
(È uno sradicamento dal centro e coinvolge soprattutto il singolo.)
Per l’individuo apprendere significa abbandonare la fase tolemaica
e diventare copernicano. All’amore per i prossimi va aggiunto l’amore
per i remoti, per gli altri: e consentire così alla natura umana
una virtù orientata in senso universalistico.
Ribellarsi. Fare la rivoluzione per sperimentare
subito una vita senza Stato. Per allenarsi a vedersi da lontano nello
spazio e nel tempo. Spingere uomini e donne a usare le proprie qualità
non per scavalcarsi a vicenda, ma per associarsi.
Chinarsi sulle rovine per cogliervi gli oggetti preziosi che si sono sepolti.
Sono forme ancora acerbe di una controcultura che insiste a proporre la
ricettività creativa dei sensi contro la produttività della
ragione strumentale, ragione che sta alla base di un mondo in cui Auschwitz
è sempre possibile.
Ascoltatemi. Voi che siete abituati da
tanto tempo a un’esistenza sigillata dentro il lavoro: lacerate
quei sigilli, impedite che essi vengano imposti come metro universale
a tutta l’umanità.
Si sa: a coloro che incontriamo non interessa ciò che siamo: vogliono
la nostra maschera. Per questo noi siamo grandi artisti nel modellare
le nostre maschere.
Questo ricorso alla maschera è una debolezza del pensiero.
Ascoltatemi. Voi non siate fuggiaschi impauriti, colmi come loro sono
di merci e storditi dagli spettacoli.
L’unione degli esseri umani può
venire da un sogno comune: il cerchio grande dell’immaginazione.
L’ultimo dei cerchi concentrici creati sull’acqua stagnante
da un sasso. Quel sasso annuncia con la semplicità di un gesto
lo splendore del conflitto, unica vera regola ideologica.
Lottare per un nuovo Stato? Sarebbe come fare festa cambiando cella in
una prigione.
«La necessità di rinunciare alle illusioni sulla propria
condizione è la necessità di rinunciare a una condizione
che ha bisogno di illusioni» osserva Marx. Inizia qui la nostra
lotta. Il futuro non è predeterminato nel passato. È il
passato che cambia a partire dalle proiezioni del nostro futuro.
Né timore, né speranza. «Sapere aude» esorta
Kant. Osare essere consapevoli e non bambini bisognosi di tutori. La scelta
resta nelle nostre mani.
«Se ci immaginassimo il mondo come
compiuto, allora tutto il nostro agire sarebbe annullato» scrive
Schlegel.
Ti chiedo di raggiungermi, per vivere
quell’instabile conoscenza che solo nei sogni e nella rivoluzione
si può incontrare.
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