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Giornale Critico di Storia delle Idee
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Aldo Giorgio Gargani, in memoriam
1. Il tempo
Il tempo è un filo gravato da
molti pesi.
Questi pesi, via via
accumulati, compongono la mappa della nostra esistenza.
L’ultimo peso – il presente,
nel suo inoltramento verso il futuro – riassume in sé tutti gli altri.
In ogni nostra azione,
filtriamo in qualche modo l’insieme delle esperienze precedenti. Quelle che non
passano attraverso questo filtro, rimangono aspetti isolati della nostra
conoscenza del mondo. Talvolta sono deviazioni sterili rispetto al tracciato
fondamentale del nostro percorso. Altre volte riprendono vita e fanno sentire
la loro presenza.
Nella mappa della nostra
esistenza, non l’inconscio ma un semplice battito di ciglia è il serbatoio dove
le cose apparentemente rifiutate posso tornare a darsi
un’identità. Così l’ultimo peso non è sempre una derivazione lineare dai pesi
antecedenti. Può anche essere costituito da elementi lontani, offuscati,
riemersi quasi a nostra insaputa.
Il presente, nel suo costante
progredire, è incandescenza, solidificazione. Tanto che può
costituire il fragile inizio di una storia personale ancora da scrivere.
Il passato, al contrario, è uno
sterminato reliquiario sulla superficie delle cose, dove ogni avvenimento ha un
posto dotato del congegno di una causalità. Questo tempo concluso è un corpo
che si lascia atteggiare come quei modellini di legno che usano alcuni artisti.
L’uomo si pone in quello spazio
ridottissimo che sta fra il presente nel inoltramento
e il suo rapprendersi come fatto appena compiuto.
Quel
“fragile inizio” è uno spazio sottile come una lamina; incerto come il
congiungimento fra ombra e luminosità; indefinibile come un pensiero allo stato
di formulazione iniziale.
Il proseguire, l’impossibilità
della sosta, l’andare oltre, l’essere necessariamente sospinti in avanti dal
palmo della temporalità: questi concetti fanno pensare a quelli opposti di
staticità, reversibilità, sicurezza, squadratura, e chiedono di non avere mai
conclusione; pretendono una dinamica continua e molto
elaborata; intendono riprodurre la pluralità e il nodo delle intenzioni.
Una varietà ampia di elementi si articola a incastro. E
prosegue con risolutezza.
Questi concetti sono il
riflesso pieno e complicato di una serie di momenti esistenziali, intessuti di emotività e limpidezza, di coerenze e contraddizioni, di
esplosioni e implosioni, di segni positivi e negativi. Essi stringono insieme
cronaca e storia, tempi di liberazione e tempi
inibitori.
L’aderenza
all’istante in cui il fatto è osservato – nel suo prender forma e nel suo
definirsi – conduce la riflessione al cerchio del caleidoscopio.
Minimi impulsi possono sempre sconvolgere il disegno, condurre a un nuovo inizio.
Siamo attratti più
dall’interesse per il mobile ventaglio delle possibilità che da quello delle
scelte precisate. I nostri inventari diventano trasparente
epidermide sulla linea vertebrale che li sostiene.
Questa struttura non si fregia
mai di certezze. Pur possedendo momenti di serenità.
Essa prosegue inflessibilmente nel condotto della temporalità, con le sue
sconnessioni e le sue ansie profonde.
Dove la struttura diventa
frammentazione, si è indotti a pensare a propositi irrealizzati, a brani di utopia, a sperimentazioni abbandonate.
Aderire al presente significa arrendersi
all’attenuarsi della luce.
L’essere umano non è che il modellatore del suo nulla finale. Ma ciò non può impedirgli di andare verso qualcuno o
qualcosa, di mantenersi in una posizione di dialogo.
Anche se lo
stato di solitudine che ci domina appare invalicabile, la ventosa del futuro è
ancora là, insonne, dopo il sipario di una giornata finita. Ci obbliga a
rimettere in moto il rullo oscuro delle nostre decisioni.
2. La seconda nascita
Registra Aldo Giorgio Gargani:
«Noi siamo al tempo stesso attori e spettatori di un grande
dramma dell’esistenza ... Abbiamo una nascita che è determinata dall’atto di
procreazione dei nostri genitori, e che poi è modellata dalle autorità
parentali, familiari, sociali, culturali, e da tutte quelle istanze noi siamo
resi di colpo responsabili senza per così dire averlo richiesto. Ma poi c’è una nuova nascita, che non è quella recepita
dall’esterno e che è precisamente la nascita che noi ci diamo da noi stessi
raccontando la nostra storia, ridefinendola con la nostra scrittura che
stabilisce il nuovo stile secondo il quale noi ora esigiamo di essere compresi
dagli altri».
Per far
sì che ciò avvenga, è necessario far aderire la “ventosa” del futuro al
principio, rendendoci nuovamente “principiali”; restituire la nostra persona
alla sua intatta verginità; raccontandoci come per la prima volta.
La repressione dei sentimenti è
stato l’alto prezzo che la civiltà ha dovuto pagare per affermarsi. L’origine, quale “nuova nascita”, diventa un modo per fare i conti
con le laceranti contraddizioni della modernità e, in pari tempo, con il
proprio inconscio vitale.
L’unità
dell’origine torna a fare capolino nella seconda nascita: portando con sé un
pensiero che nulla sa ancora della separazione tra uomo e mondo, soggetto e
oggetto: frattura da cui l’umanità
successiva è stata così profondamente scossa.
Riconosciamo la vita come
nostra sorella. In essa forma e movimento sembrano
essere sorti come un parto celeste dal grembo della terra.
Sole,
terra ed elementi, vita e morte, storia e futuro ci parlano
ancora con la lingua delle essenze albali, affidandosi a parole incustodite.
Solo là dove ogni singolo può
essere compiutamente se stesso, dandosi una seconda nascita, c’è vita vera. Ciò che vi è di più originario – e dunque di più “futuro” – si fa
presente nell’autotrasformazione dell’uomo.
Va impegnata l’intera natura
umana in questa impresa.
3. Il vero luogo natale
L’uomo ha varcato una soglia
elevata: l’età del mondo che è tornata lo ha tratto verso il futuro. La seconda
nascita, scrive Gargani, «si è compiuta con noi mentre
raccontavamo tutto quello che siamo stati e tutto il dolore che abbiamo
attraversato».
È un autentico viaggio; insieme
dislocazione nel tempo e nello spazio; itinerario che attraversa non solo la
geografia esterna, ma soprattutto quella interna di
chi lo intraprende.
Tale viaggio implica tre
momenti fondamentali: il distacco da ciò che lascia, il raggiungimento della
meta, il ritorno. La fine viene a coincidere con l’inizio; il punto di arrivo, con quello di partenza.
È questo nuovo principio, questa seconda nascita, il vero luogo natale. Verso di esso deve muovere il nostro viaggio: in direzione della
nostra provenienza.
Il viaggio coincide con
l’aspirazione al ritorno a quella lingua originaria nella quale la cosa
nominata aderisce perfettamente al suo nome: la lingua stessa della creazione.
Con la seconda nascita
lavoriamo per un cambiamento che in parte già rappresentiamo
nella nostra essenza ortiva.
4. Un rapporto processuale mai concluso
Non sbaglia Heidegger ad
assegnare al futuro il primato tra le dimensioni del tempo. Gli fa eco Guido Guglielmi quando scrive: «Il tempo non proviene
dal passato, proviene dal futuro. Quindi la ricerca della propria
origine viene a essere la stessa che la ricerca del
proprio futuro. L’origine non ha nulla che vedere con un mondo perduto».
Dunque,
l’origine non sta né nel passato né nel presente. È, come precisa Guglielmi,
«un atto fondatore di un’apertura o di un rischio. E solo in questa
apertura si annuncia». E poiché, come annota Pavese,
«le cose non si vedono mai la prima volta», ecco che solo una seconda nascita
può imprimere a quel flusso sensoriale una forma, generando mappe cognitive il
cui riferimento specifico è un mondo che come spazio ha l’aperto e come tempo
il futuro.
I poli di questa traiettoria
sono costituiti da uno stato di naturalità
non ancora compromesso con la coscienza; da uno stato di formazione dell’uomo, creato come movimento di uno spirito che si autodetermina.
La nuova nascita – con la
speranza di futuro che si dà – non dipende più da una procreazione voluta da
altri, non è più determinata da istanze politiche e
sociali. Dipende da noi, esclusivamente. Segue una traiettoria che porta a
momenti di massima vicinanza al futuro, rappresentato dall’armonia originaria.
L’origine è coperta da macerie
che sembrano destinate
impedire l’accesso all’originario e a condurre così il nostro pensiero allo
scacco.
Eppure è
proprio qui che «noi possiamo prefiggerci la direzione a noi propria», come
indica Hölderlin; quella direzione
che partendo dalla seconda nascita ci consenta di «sentirci uguali e in armonia
con tutte le cose, grandi o piccole che siano, ma nella direzione particolare
che noi assumiamo».
Questo modo di intendere
implica un rapporto col tempo che non coincide con la semplice conservazione di
un lontano “passato”, così come non è uno strumento di conservazione del tempo
nelle scansioni tradizionali, ma è un modo di revocare al futuro la capacità di
visione dell’originario, frutto di una rivelazione in cui il contatto con la
verità si presenta come un rapporto processuale mai concluso.
Il futuro è una semplificata
abitazione. Le sue costruzioni sono più vicine alla capanna che al disegno
tecnologico.
Possiedono il dono della parola
poetica. Pur sembrando facilmente sradicabili, hanno
fondamenta molto resistenti, che la loro esasperata essenzialità non lascia
intravedere.
È facile ordinare tutto secondo
il prima e il poi, ma il bilancio alla fine non è
quello giusto, non ci corrisponde intimamente.
Un oscuro bisogno ci induce a raggiungere la nostra stessa natura,
sottraendoci alla dittatura delle successioni temporali per consacrarci a un
eterno futuro.
All’interno di quelle
abitazioni trova ospitalità il concetto di “antipensiero” che l’uomo
contemporaneo ha dimenticato e insegue battendo strade tortuose o sbagliate.
L’“antipensiero – propriamente
la parte in ombra del pensiero –
consente di stabilire un punto di contatto col mondo invisibile. Là dove batte
una misteriosa e aritmica pulsazione, e dove – con l’annuncio della seconda
nascita – un accadere si dà nella forma dell’addio alle parti vecchie di noi.
Riflette Hölderlin: «In questa
nascita dell’estrema ostilità sembra realizzarsi la riconciliazione suprema».
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