G.C.S.I.

Giornale Critico di Storia delle Idee

 

 


La seconda nascita scarica la versione pdf

di Flavio Ermini

Ad Aldo Giorgio Gargani, in memoriam

 

 

1. Il tempo

Il tempo è un filo gravato da molti pesi.

Questi pesi, via via accumulati, compongono la mappa della nostra esistenza.

L’ultimo peso – il presente, nel suo inoltramento verso il futuro – riassume in sé tutti gli altri.

In ogni nostra azione, filtriamo in qualche modo l’insieme delle esperienze precedenti. Quelle che non passano attraverso questo filtro, rimangono aspetti isolati della nostra conoscenza del mondo. Talvolta sono deviazioni sterili rispetto al tracciato fondamentale del nostro percorso. Altre volte riprendono vita e fanno sentire la loro presenza.

Nella mappa della nostra esistenza, non l’inconscio ma un semplice battito di ciglia è il serbatoio dove le cose apparentemente rifiutate posso tornare a darsi un’identità. Così l’ultimo peso non è sempre una derivazione lineare dai pesi antecedenti. Può anche essere costituito da elementi lontani, offuscati, riemersi quasi a nostra insaputa.

Il presente, nel suo costante progredire, è incandescenza, solidificazione. Tanto che può costituire il fragile inizio di una storia personale ancora da scrivere.

Il passato, al contrario, è uno sterminato reliquiario sulla superficie delle cose, dove ogni avvenimento ha un posto dotato del congegno di una causalità. Questo tempo concluso è un corpo che si lascia atteggiare come quei modellini di legno che usano alcuni artisti.

L’uomo si pone in quello spazio ridottissimo che sta fra il presente nel inoltramento e il suo rapprendersi come fatto appena compiuto. Quel “fragile inizio” è uno spazio sottile come una lamina; incerto come il congiungimento fra ombra e luminosità; indefinibile come un pensiero allo stato di formulazione iniziale.

Il proseguire, l’impossibilità della sosta, l’andare oltre, l’essere necessariamente sospinti in avanti dal palmo della temporalità: questi concetti fanno pensare a quelli opposti di staticità, reversibilità, sicurezza, squadratura, e chiedono di non avere mai conclusione; pretendono una dinamica continua e molto elaborata; intendono riprodurre la pluralità e il nodo delle intenzioni.

Una varietà ampia di elementi si articola a incastro. E prosegue con risolutezza.

Questi concetti sono il riflesso pieno e complicato di una serie di momenti esistenziali, intessuti di emotività e limpidezza, di coerenze e contraddizioni, di esplosioni e implosioni, di segni positivi e negativi. Essi stringono insieme cronaca e storia, tempi di liberazione e tempi inibitori.

L’aderenza all’istante in cui il fatto è osservato – nel suo prender forma e nel suo definirsi – conduce la riflessione al cerchio del caleidoscopio. Minimi impulsi possono sempre sconvolgere il disegno, condurre a un nuovo inizio.

Siamo attratti più dall’interesse per il mobile ventaglio delle possibilità che da quello delle scelte precisate. I nostri inventari diventano trasparente epidermide sulla linea vertebrale che li sostiene.

Questa struttura non si fregia mai di certezze. Pur possedendo momenti di serenità. Essa prosegue inflessibilmente nel condotto della temporalità, con le sue sconnessioni e le sue ansie profonde.

Dove la struttura diventa frammentazione, si è indotti a pensare a propositi irrealizzati, a brani di utopia, a sperimentazioni abbandonate.

Aderire al presente significa arrendersi all’attenuarsi della luce.

L’essere umano non è che il modellatore del suo nulla finale. Ma ciò non può impedirgli di andare verso qualcuno o qualcosa, di mantenersi in una posizione di dialogo.

Anche se lo stato di solitudine che ci domina appare invalicabile, la ventosa del futuro è ancora là, insonne, dopo il sipario di una giornata finita. Ci obbliga a rimettere in moto il rullo oscuro delle nostre decisioni.

 

 

2. La seconda nascita

Registra Aldo Giorgio Gargani: «Noi siamo al tempo stesso attori e spettatori di un grande dramma dell’esistenza ... Abbiamo una nascita che è determinata dall’atto di procreazione dei nostri genitori, e che poi è modellata dalle autorità parentali, familiari, sociali, culturali, e da tutte quelle istanze noi siamo resi di colpo responsabili senza per così dire averlo richiesto. Ma poi c’è una nuova nascita, che non è quella recepita dall’esterno e che è precisamente la nascita che noi ci diamo da noi stessi raccontando la nostra storia, ridefinendola con la nostra scrittura che stabilisce il nuovo stile secondo il quale noi ora esigiamo di essere compresi dagli altri».

Per far sì che ciò avvenga, è necessario far aderire la “ventosa” del futuro al principio, rendendoci nuovamente “principiali”; restituire la nostra persona alla sua intatta verginità; raccontandoci come per la prima volta.

La repressione dei sentimenti è stato l’alto prezzo che la civiltà ha dovuto pagare per affermarsi. L’origine, quale “nuova nascita”, diventa un modo per fare i conti con le laceranti contraddizioni della modernità e, in pari tempo, con il proprio inconscio vitale.

L’unità dell’origine torna a fare capolino nella seconda nascita: portando con sé un pensiero che nulla sa ancora della separazione tra uomo e mondo, soggetto e oggetto: frattura da cui l’umanità successiva è stata così profondamente scossa.

Riconosciamo la vita come nostra sorella. In essa forma e movimento sembrano essere sorti come un parto celeste dal grembo della terra.

Sole, terra ed elementi, vita e morte, storia e futuro ci parlano ancora con la lingua delle essenze albali, affidandosi a parole incustodite.

Solo là dove ogni singolo può essere compiutamente se stesso, dandosi una seconda nascita, c’è vita vera. Ciò che vi è di più originario – e dunque di più “futuro” – si fa presente nell’autotrasformazione dell’uomo.

Va impegnata l’intera natura umana in questa impresa.

 

 

3. Il vero luogo natale

L’uomo ha varcato una soglia elevata: l’età del mondo che è tornata lo ha tratto verso il futuro. La seconda nascita, scrive Gargani, «si è compiuta con noi mentre raccontavamo tutto quello che siamo stati e tutto il dolore che abbiamo attraversato».

È un autentico viaggio; insieme dislocazione nel tempo e nello spazio; itinerario che attraversa non solo la geografia esterna, ma soprattutto quella interna di chi lo intraprende.

Tale viaggio implica tre momenti fondamentali: il distacco da ciò che lascia, il raggiungimento della meta, il ritorno. La fine viene a coincidere con l’inizio; il punto di arrivo, con quello di partenza.

È questo nuovo principio, questa seconda nascita, il vero luogo natale. Verso di esso deve muovere il nostro viaggio: in direzione della nostra provenienza.

Il viaggio coincide con l’aspirazione al ritorno a quella lingua originaria nella quale la cosa nominata aderisce perfettamente al suo nome: la lingua stessa della creazione.

Con la seconda nascita lavoriamo per un cambiamento che in parte già rappresentiamo nella nostra essenza ortiva.

 

 

4. Un rapporto processuale mai concluso

Non sbaglia Heidegger ad assegnare al futuro il primato tra le dimensioni del tempo. Gli fa eco Guido Guglielmi quando scrive: «Il tempo non proviene dal passato, proviene dal futuro. Quindi la ricerca della propria origine viene a essere la stessa che la ricerca del proprio futuro. L’origine non ha nulla che vedere con un mondo perduto».

Dunque, l’origine non sta né nel passato né nel presente. È, come precisa Guglielmi, «un atto fondatore di un’apertura o di un rischio. E solo in questa apertura si annuncia». E poiché, come annota Pavese, «le cose non si vedono mai la prima volta», ecco che solo una seconda nascita può imprimere a quel flusso sensoriale una forma, generando mappe cognitive il cui riferimento specifico è un mondo che come spazio ha l’aperto e come tempo il futuro.

I poli di questa traiettoria sono costituiti da uno stato di naturalità non ancora compromesso con la coscienza; da uno stato di formazione dell’uomo, creato come movimento di uno spirito che si autodetermina.

La nuova nascita – con la speranza di futuro che si dà – non dipende più da una procreazione voluta da altri, non è più determinata da istanze politiche e sociali. Dipende da noi, esclusivamente. Segue una traiettoria che porta a momenti di massima vicinanza al futuro, rappresentato dall’armonia originaria.

L’origine è coperta da macerie che sembrano  destinate impedire l’accesso all’originario e a condurre così il nostro pensiero allo scacco.

Eppure è proprio qui che «noi possiamo prefiggerci la direzione a noi propria», come indica Hölderlin; quella direzione che partendo dalla seconda nascita ci consenta di «sentirci uguali e in armonia con tutte le cose, grandi o piccole che siano, ma nella direzione particolare che noi assumiamo».

Questo modo di intendere implica un rapporto col tempo che non coincide con la semplice conservazione di un lontano “passato”, così come non è uno strumento di conservazione del tempo nelle scansioni tradizionali, ma è un modo di revocare al futuro la capacità di visione dell’originario, frutto di una rivelazione in cui il contatto con la verità si presenta come un rapporto processuale mai concluso.

 

 5. La forma dell’addio

Il futuro è una semplificata abitazione. Le sue costruzioni sono più vicine alla capanna che al disegno tecnologico.

Possiedono il dono della parola poetica. Pur sembrando facilmente sradicabili, hanno fondamenta molto resistenti, che la loro esasperata essenzialità non lascia intravedere.

È facile ordinare tutto secondo il prima e il poi, ma il bilancio alla fine non è quello giusto, non ci corrisponde intimamente.

Un oscuro bisogno ci induce a raggiungere la nostra stessa natura, sottraendoci alla dittatura delle successioni temporali per consacrarci a un eterno futuro.

All’interno di quelle abitazioni trova ospitalità il concetto di “antipensiero” che l’uomo contemporaneo ha dimenticato e insegue battendo strade tortuose o sbagliate.

L’“antipensiero – propriamente la parte in ombra del pensiero – consente di stabilire un punto di contatto col mondo invisibile. Là dove batte una misteriosa e aritmica pulsazione, e dove – con l’annuncio della seconda nascita – un accadere si dà nella forma dell’addio alle parti vecchie di noi.

Riflette Hölderlin: «In questa nascita dell’estrema ostilità sembra realizzarsi la riconciliazione suprema».