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Stendhal
[Henry Beyle], Vie d'Henry Brulard, Souvenirs d'égotisme
(1842) poi in Id., Vie d'Henry Brulard, a c. di Henri Marineau,
Le Divan, Paris 1949 e Id. Souvenirs d'égotisme, a c.
di Henri Martineau, Le Divan, Paris 1950; ora in Id., Oeuvres intimes,
tome 2 (1818-1842), a c. di Victor Del Litto, Editions Gallimard-Bibliothèque
de la Pléiade, Paris 1982; tr. it., Vita di Henry Brulard-Ricordi
d'Egotismo, a c. di Giuliano Pirotta, Adelphi, Milano 1964.
C'est toujours comme les fresques du Campo Santo de
Pise où l'on aperçoit fort bien un bras, et le morceau
d'à côté qui représentait la tête
est tombé. Je vois une suite d'images fort nettes mais sans
physionomie autre que celle qu'elles eurent à mon égard.
Bien plus, je ne vois cette physionomie que par le souvenir de l'effet
qu'elle produisit sur moi.
È sempre come per gli affreschi del Campo Santo
di Pisa dove si vede chiaramente un braccio , e il pezzo accanto che
rappresentava la testa é caduto. Vedo una successione di immagini
molte nette ma senza fisionomia diversa da quella che ebbero nei miei
riguardi. Per di più, vedo questa fisionomia solo attraverso
il ricordo dell'effetto che produsse su di me.
1. Il prisma di Stendhal: "Quel homme suis-je?"
Fabrizio del Dongo, Julien Sorel, Lamiel, Lucien Leuwen, Henry Brulard,
Octave de Malibert, Il cavaliere di Saint-Ismier, Fèder, Philibert
Lescale, tutta questa stratificazione di pseudonimi si addensa attorno
allo pseudonimo che Marie-Henri Bayle aveva optato di affibbiarsi, ma
non con un'arbitrarietà scevra di stravaganza, in omaggio a Johann
Joachim Winckelmann, ovvero Stendhal. La sua opera completa appare come
un tempio ridotto a vestigia a causa dell'eccedenza degli ornamenti: nel
crollo rotolano scontrandosi e sovrapponendosi le colonne, il timpano
ovunque abbozzi, planimetrie, rilevamenti, documenti, memorie, romanzi,
racconti, appunti, note, saggi, affastellati e di nuovo privi di un impiego
effettivo. Un groviglio inestricabile da cui affiorano i dannati come
nelle illustrazioni della Divina commedia realizzate da Gustave Doré.
Il lascito degli scritti postumi, in molti casi sviluppi abbandonati agli
stadi embrionali, si identifica con la volontà tacita e determinata
dell'autore di puntare tutto sul pubblico dei posteri. La Vie de Henry
Brulard, scritta da Stendhal tra Civitavecchia e Roma e si staglia dal
23 novembre 1835 fino al 17 marzo 1836, è indubbiamente del frammento
autobiografico più lungo e intricato che ci sia pervenuto.
La trama degli eventi è frastagliata e si dipana dai diciassette
anni dell'infanzia francese fino al viaggio in Italia e ai primi mesi
della residenza a Milano. Uno Stendhal attempato decide, tra i vari progetti
annotati e mai ultimati, di ordinare i suoi ricordi disseminati in altre
opere facendoli convergere in un'autobiografia rapsodica che intitola,
avvalendosi dello pseudonimo di un suo prozio monaco dalla testa enorme,
a cui sembra che egli assomigliasse, Vie de Henry Brulard. Nelle tre descrizioni
autobiografiche interne vengono diluiti stati umorali e periodi stilistici
eterocliti: all'idea del presente che precede il futuro si sostituisce
la cognizione del dolore che è inamovibile, fino al mero magma
astioso che si abbatte sommergendo l'ambiente famigliare di Grenoble.
Non restano che i residui dei parenti che si raggrumano grottescamente
da una pagina all'altra: Stendhal a distanza di decenni si improvvisa
monatto e si libera, gettandole dal carro, di queste salme afflosciate
facendole recitare e inchiodandole al palcoscenico per costringerle alla
postura eretta o calandole da botole della memoria ubicate nel soffitto
o nel pavimento, in una tragedia classica adattata al gusto del XVIII
secolo francese che con la sua condizione iniziale non ha più attinenza:
Stendhal da attore di queste sequenze trascorse che lo concernono diventa
un drammaturgo efferato che smarrisce l'intento iniziale: la sovranità
che l'autore dovrebbe esercitare sui personaggi che ha creato si dilegua
e questi gli si rivoltano, volendolo trascinare in un passato nel quale
gli viene negata quella tranquillità che invece gli garantisce
la redazione del romanzo. Sul palcoscenico del romanzo egli crea gli spazi
in cui dosa i tempi delle parti, la durata delle battute, le azioni che
susseguono, gli scontri accesi e le liti furibonde: si tratta di un teatro
interiore in cui lo scrittore infligge agli oppressori del passato il
supplizio della cristallizzazione: in eterno saranno obbligati a decedere
legati alle azioni trascorse, per sempre resterà il passato ma
un trascorso marmoreo ed asfittico unicamente a ritroso. Stendhal con
questo scritto ricompone i frantumi del suo passato. Lo scopo non è
mostrare al lettore l'abilità della ricostruzione mnemonica ma
additare lo squallore a cui era stato aggiogato nella sua infanzia. Stendhal
non è stritolato unicamente dall'acredine: piuttosto balugina nella
sua prosa una pressante propensione al distrarsi, ma non può farlo
in altro modo che registrando le proprie sensazioni; è in balia
del pentagramma del tempo, non sa come sbarazzarsi di questi residui che
tentano di insinuarsi. Scrive, e come scolpiti nelle pagine, emergono
i tratti di una fisionomia. Seleziona, opera dei tagli, procrastina un
abbinamento, ne sviluppa dei rimandi: la sua è una prosa irrequieta,
che non si accontenta di una sola visuale. La stessa esistenza di Stendhal
è una oscillazione ininterrotta tra il romanzo e l'autobiografia:
sempre incompiute, entrambe le strutture ingenerano insoddisfazione. L'unica
eccezione sembrerebbe essere la cronaca, che gli permette l'erosione dell'evento
storico avvalendosi dell'immaginazione. Stendhal non ritiene che il linguaggio
meriti fiducia, perché c'é una difficoltà insormontabile
già solo nel riuscire a descrivere l'universalità degli
aspetti di un'unica sensazione transitoria. Stendhal fino a quel momento
è un cosmopolita affermato, un poligrafo di incerti successi: avverso
all'ordine sistematico, egli esercita un rigore, ma di altro genere; il
discorso che traccia orbita attorno a un'idea fondamentale che corrisponde
alla cristallizzazione. La metafora della cristallizzazione risale alla
pratica, in uso nelle miniere di Salisburgo, di gettare dei rami spogli
per ritirarli qualche tempo dopo invasi dai cristalli di salgemma.
L'ossessione per il dettaglio, che conserva per l'intero tragitto dell'esistenza,
sprofonda in una subduzione di eventi che anche se ritenuti superflui
sanciscono il ritmo della vita. Ma la frammentarietà non è
propria unicamente del passato: nel presente quello che è scorto
detiene la stessa efficacia. Ed è spesso iniziando dal momento
più umbratile che il processo conoscitivo si innesca, e non dal
momento di piena realizzazione del sé. Questo tipo di conoscenza
è lo stesso con cui Stendhal assembla i romanzi: l'individuo che
si riflette nell'affermazione di sé, l'anatomopatologo che disseziona
i tessuti delle passioni. L'eroe stendhaliano si distingue per la linea
di carattere, l'uniformità della volontà, per l'integrità
dell'io nello sperimentare i propri conflitti in una realtà frastagliata.
Il disegno dell'opera: ogni volontà è autonoma e ricade
in occasioni che le altre si riservano di accettare o accantonare: incidenti
casuali, battute, gradazioni di incertezza, esitazioni, sospetti, raggiri.
In Stendhal c'è sempre un'eccedenza di dettagli, degna di uno zoologo,
tutti espressi con una sinteticità di mezzi descrittivi che seleziona
i nodi di rapporti essenziali del romanzo. In Vita di Henry Brulard, Ricordi
di egostismo gli ambienti, è il caso dei ricevimenti nei salotti,
i luoghi sono definiti dai movimenti dei personaggi, dalle loro ubicazioni
nel momento in cui deflagrano emozioni o conflitti, e reciprocamente ogni
azione è delimitata da un'idraulica propria di quel luogo o di
quell'istante. Allo stesso modo lo Stendhal autobiografico ha sempre la
curiosità di fissare gli ambienti non raffigurandoli ma tratteggiandone
delle mappe essenziali, dove oltre all'elenco delle stanze sono segnati
i punti in cui si trovavano i vari personaggi. Ecco perché la Vita
di Henry Brulard è, in realtà, come un atlante magnificamente
istoriato. Tutte queste indicazioni topografiche che funzione avrebbero?
Per fissare lacerti di descrizioni che altrimenti neppure successivamente
verrebbero ricordati per essere descritti, oppure si tratterebbe di immobilizzare
la sequenza dei singoli avvenimenti che gli interessano e che indubbiamente
seleziona, oppure la mappa registra in un punto dello spazio in cui emerge
il fatto che si verifica, esattamente come il romanzo è un coagulo
nel decorso temporale? Stendhal riproduce persino le vibrazioni interiori
dei suoi protagonisti descrivendo i loro atteggiamenti. L'idea di esistenza
in Stendhal, Ricordi di egotismo, è un rampicante che si insinua
da un capitolo all'altro, e che poi si deposita mollemente a causa dell'eccedenza
della tensione. La spinta centrifuga di Stendhal è il rifiuto della
grettezza provinciale di Grenoble, il rancore verso i famigliari. Stendhal
è un peripatetico da metropoli, la sua è una geografia rocambolesca
che ha il suo epicentro in Francia e le sue propaggini in Italia, in Germania
e in Inghilterra. Parigi, la città del fango, è eletta paradossalmente
a città della vanità, Milano, Firenze e Roma corrispondono
alle passioni sincere e disinteressate attribuite all'Italia, la Germania,
che gli fornisce lo pseudonimo con cui firma i suoi romanzi, tra le tante
maschere assunte è di certo l'identità più definita
anche se lo rimanda alla nostalgia dell'epopea napoleonica, un altro affresco
eroso dal tempo. Ricordi di egotismo, che più che un romanzo è
una comoda mongolfiera policromatica che tratta di un periodo parigino
sospeso tra Milano e Londra, è il testo in cui Stendhal concentra
e delinea la mappa del suo mondo interiore. Si tratta di uno scritto sterminato
ed interminato, forse perché l'autore scevro di un modello di riferimento
non sapeva neppure che da un atto mancato effettivo possono scaturire
narrazioni di mancanze, sviluppi di assenze, riverberi di amnesie. In
Ricordi di egotismo il tema centrale è l'assenza da Milano, abbandonata
proprio a causa di un amore reciso. Dopo Milano è il turno di Parigi,
la quale diventa il nuovo punto in cui far convergere l'assenza; ogni
episodio si dissolve e si risolve in crepitanti fiaschi, nelle frequentazioni
interessate, nelle relazioni di società, persino nello scambio
intellettuale con il filosofo più ammirato, ossia Destutt de Tray.
Dopo Parigi è la volta di Londra, che Stendhal decide di raggiungere
per non ricadere nel gorgo della protrazione dell'assenza. In queste pagine
la giostra delle catastrofi raggiunge il culmine dell'assurdità:
un duello che non si concretizza e che si tramuta in un inseguimento attraverso
la taverne del porto, il pernottamento, in uno dei sobborghi più
miseri della città, nella casa di tre giovani prostitute che accolgono
Stendhal e altri due turisti francesi chiassosi conferisce alla scena
un'immagine insipida e vacua. Qui sembrerebbe affiorare lo Stendhal umorista
nero, negativo, che riduce la sua esistenza a una serie inalterabile di
crolli, sfaldamenti, delusioni, dissesti, perdite, rovine, ma il suo valore
non si riduce a queste sole constatazioni: il pregio di Stendhal si trova
nella tensione che scaturisce dai limiti dell'ambiente che lo circonda.
L'esistenza si suddivide in istanti che si succedono disgregandosi e in
impulsi aleatori; Stendhal si prefigge l' obiettivo di sottrarre l'individuo
a questo stritolamento, permettendogli di restare inalterato grazie a
una incessante riproduzione di cariche energetiche. Un registro duplice
costituisce la novità e l'originalità di questa autobiografia,
Vita di Henry Brulard, scritta a cinquant'anni e destinata a essere edita
postuma: da una parte l'affioramento spontaneo delle sensazioni infantili,
dall'altra l'intervento critico dell'adulto che giudica. Nulla in comune
con gli archetipi delle biografie antecedenti, qui non esiste neppure
il racconto, un altro particolare notevole è la presenza di disegni,
di interni e di esterni, allegati allo scritto il cui obiettivo è
di "sorreggere la memoria".
2.
Il caso-Stendhal
La
formazione intellettuale e affettiva di Stendhal si è condensata
precocemente. Questo non può stupire se si pensa che il decesso
della madre ha afflitto lo scrittore spalancando nella sua infanzia un
vuoto glaciale ed incolmabile. Per tutta la sua esistenza Stendhal avvertirà
l'assenza dell'amore materno e da adulto, anche se ritenuto un cinico
libertino, cercherà nelle donne conosciute più che rapporti
burrascosi o sublimati proprio quell'affetto di cui aveva sperimentato
la terribile assenza.
L'autore trascorre la sua infanzia nell'epoca torbida della Rivoluzione.
Il Terrore non si abbatte nelle zone del Delfinato, proprio perché
gli ambienti borghesi e i salotti aristocratici stanziano in una palude
di isolamento e di timore. Nessuno stupore quindi che Stendhal considerasse
quei suoi anni iniziali asfittici, sebbene è proprio allora che
scoprirà il gusto della lettura che non lo avrebbe più abbandonato.
Nel 1796, non appena inaugurata a Grenoble la Scuola centrale, creata
dalla Convenzione, Stendhal può frequentarne i corsi nei tre anni
successivi. Si rivela un'esperienza proficua per gli insegnamenti che
gli vengono impartiti: Dubois-Fontenelle, professore di lettere, lo segue
per le letterature italiana, francese ed inglese, Jay, professore di disegno,
gli fornisce le prime nozioni di storia dell'arte. Stendhal effettua poi
una svolta decisiva interessandosi di matematica, gli viene conferito
il primo premio in questa materia e opta di recarsi a Parigi per presentarsi
al concorso d'ammissione al Politecnico. Ma una volta raggiunta la capitale,
sceglie di non concorrere, in realtà lo studio della matematica
è stato unicamente un alibi per abbandonare la detestata Grenoble.
Stendhal piomba in un periodo di abbattimento da cui si affranca grazie
all'intervento provvido di un cugino facoltoso e politicamente influente:
Pierre Daru, il quale si adopera per fargli assegnare un impiego al ministero
della guerra dandogli modo di partire per l'Italia a seguito dell'esercito
di riserva. Ma anche questa collocazione non sarà definitiva: a
Milano, nel giugno del 1800, verrà nominato sottotenente del 6°
dragoni. Provando per questa città un'ammirazione irrequieta, egli
si trasferisce dalla Lombardia al Piemonte, ma molto presto ritiene la
professione militare degna unicamente di dispregio: nel 1802 rassegna
le dimissioni. Tra il 1802 ed il 1805 inizia il periodo della maturazione
filosofica: Stendhal richiede un sussidio striminzito al padre, il quale
in un primo momento accetta di corrisponderglielo ma senza scadenze fisse,
in seguito, per fare fronte a degli acquisti scriteriati di proprietà
terriere lo reciderà implacabilmente, e decide di entrare nell'arena
letteraria.
Abbozza una serie di progetti, tanto ambiziosi quanto irrealizzabili,
con cui dovrebbe riscuotere il meritato successo ed essere acclamato dal
pubblico: prima è il turno di un poema epico articolato in dieci
libri, Le Pharsale, il cui esito avrebbe dovuto essere il modesto oscuramento
di Lucano e di tutti gli altri poeti dell'antichità; poi si cimenta
in due tragedie in cinque atti e in versi, rispettivamente Ulysse e Hamlet;
altri lavori gli si frantumano accidentalmente sul cranio come delle tegole
e vengono classificati come commedie. Di tutti questi progetti non restano
che abbozzi di mere velleità: il poema comico resta come una larva
che si dibatte laconica in una bibliografia di decine di opere antiche
e moderne da sezionare e studiare dettagliatamente, le tragedie si afflosciano
immancabilmente per assenza di densità; solo le commedie sono l'unica
eccezione a questa ecatombe creativa: esse ricevono un'adeguata stesura
e vengono intitolate Les deux hommes e Letellier. Entrambe, intrise di
satira, sono rivolte contro gli antifilosofi che nell'ambito culturale
si schieravano contro i principi dell'Illuminismo e in quello politico
favoriranno i disegni ambiziosi di Bonaparte Primo console. Nonostante
il lavoro ininterrotto Stendhal, con profondo disappunto, si accorge che
non riuscirà mai a essere un autore drammatico; eppure gli anni
che si susseguono non sono affatto sterili: egli affina ulteriormente
il gusto e il senso del teatro, questi due aspetti perdurano in Stendhal
sia nell'ideologia, nel conflitto con il Romanticismo imperniato sul teatro,
e sia nella scrittura, i suoi romanzi restano effettivamente una sequenza
di azioni sceniche. Epigono eclettico dei filosofi del Settecento, Stendhal
si dedica a un'accurata e incessante indagine critica perché è
certo che l'opera artistica deve essere la sintesi di un atto razionale
e non il prodotto di un'improvvisazione bizzarra e originale, nulla deve
essere affidato al caso, ecco perché intende ideare un sistema
che avvalendosi della codificazione di un certo numero di precetti gli
consenta di esplorare gli abissi dell'interiorità e di creare così
abbinando caratteri e passioni, classici imperituri . Le influenze derivate
dalle letture di Montaigne, Hélvetius, Lancelin, Brissot, Maine
de Birain ultimano la sua formazione che resterà inalterata negli
anni successivi. L'attesa della gloria si rivela, in realtà, un'assenza
crudele, "litterae non dant panem", ormai spossato dall'assenza
di un'attività che si possa definire concreta e redditizia, decide
di inserirsi nell'ambito bancario, in realtà occulta con questo
trasferimento a Marsiglia, dal 1805 al 1806, il vero motivo della scelta
ovvero la conquista di Mélanie Guilber, ma presto si stanca anche
dell'attrice e i progetti finanziari tanto vagheggiati precipitano miseramente
in un gorgo di fallimenti incontrastabili. Senza più alternative
Stendhal contatta i Daru e riesce a farsi nuovamente inserire nell'amministrazione
imperiale, ma non è che uno degli impieghi che proseguirà
ad assumere e ad abbandonare: aggiunto provvisorio ai commissari di guerra,
amministratore dei beni dell'ex ducato a Braunschweig nel 1806, uditore
al consiglio di stato a Parigi nel 1810, intendente nella campagna di
Russia nel 1812, intendente a Sagan in Slesia nel 1813, l'impero napoleonico
conflagra a causa delle truppe di coalizione, si vede sopprimere l'incarico
di uditore del consiglio di stato: senza stipendio, privo di risparmi,
decide di trasferirsi a Milano. In quei giorni le ombre opprimenti dell'indigenza
e della frenesia lo crivellano e lui redige le Vite di Haydn, di Mozart
e di Metastasio: il testo è un plagio clamoroso assemblato leggendo
Haydine di Giuseppe Carpani, da cui in seguito verrà denunciato
pubblicamente, poi un saggio di C. Winkler e altri scritti di Baretti
e Sismondi. Contrariamente a quanto riportato relativamente al periodo
milanese che si estende dal 1814 e arriva fino al 1821, inframmezzato
da ulteriori viaggi a Grenoble e poi Roma, Napoli, Parigi e Londra, Stendhal
non solo non trascorre un'epoca dorata, ma causa della scissione del rapporto
con Angela Pietraruga, medita il suicidio. A questa condizione, già
odiosa e difficile da dirimere, si aggiunge l'altra sconfitta sentimentale
legata a Matilde Viscontini Dembowski, che presto si tramuta in un'ulteriore
fonte di sofferenza. All'intrico delle macerazioni interiori si aggiungono
i dissesti finanziari e l'angoscia relativa alla sua condizione. Stendhal,
in questo stato, affonda gradualmente in una densa attività fino
a quando nel 1817 pubblica i due volumi della Storia della pittura italiana,
apponendo le iniziali M.B.A.A. ovvero Monsieur Beyle Ancien Auditeur,
e Roma, Napoli e Firenze nel 1817 in cui adotta lo pseudonimo, Stendhal,
che amplificherà la sua celebrità. Queste due opere sono
il risultato della sofistica di Stendhal: la prima non è un'autentica
storia della pittura italiana esattamente come l'altra non è un
diario di viaggio. Entrambe sono state elaborate in un contesto di matrice
politica: per intenderne appieno il significato occorre collocarle nella
temperie sismica della Restaurazione, al "Terrore bianco" che
è legato alla presenza e al ritorno dei Borboni: per opposizione
al governo reazionario instaurato proprio dai Borboni Stendhal, pur avversario
del despotismo napoleonico, decide di ostentare sentimenti liberali e
bonapartisti. In ogni pagina della Storia della pittura in Italia vi sono
sedimentate allusioni beffarde concernenti l'imperatore e il governo borbonico.
"Dopo la gloria, il fango" è la formula lapidaria che
riassume il suo atteggiamento. Allo stesso modo Roma, Napoli e Firenze
nel 1817 è un'invettiva mercuriale riguardo allo stato paludoso
in cui era ripiombata l'Italia dopo l'assenza di Bonaparte. Proprio a
questo aspetto del libro si riconnette il nome del presunto autore , "M.
de S. officier de cavalier", più che un vago sentore prussiano,
difficilmente non avrebbe destato sospetti Stendhal, mentre il viaggio
di M. de S. officier de cavalier inizia e termina proprio a Monaco di
Baviera. Questo ufficiale di cavalleria che si occupa di soggetti storici,
questo melomane che visita l'Italia unicamente per i teatri e per frequentare
le cantanti affermate, in realtà è un agente in incognito
che delinea il quadro della decadenza dell'Italia asservita alla Santa
alleanza. Da Stendhal si origina un torrente che tra i suoi flutti include
tutta una serie di opere che si rivoltano sul fondale: Vita di Napoleone,
vivacità della costruzione, ironia glissata, notazioni che si accavallano,
in breve impubblicabile già a partire dall'argomento, i pamphlets
concernenti la lingua italiana ed i classici opposti al Romanticismo segnati
dai conflitti che incendiavano Milano che mostrano Stendhal incline alla
seconda fazione, nel 1823 pubblica una Vita di Rossigni, ancora oggi di
interesse storico , nel 1824 abbandona Roma e risiede a Londra, nel 1827
in Itali, nel 1829 viaggia dal mezzogiorno della Francia e arriva in Spagna
per visitare Barcellona. Nel 1825 pubblica un opuscolo polemico intitolato
Su un nuovo complotto contro gli industriali", nel quale egli critica
la dottrina di Claude-Henry de Rouvroy de Saint-Simon. Si tratta di uno
scritto interessante perché mette in risalto la curiosità
dello scrittore. Decide di collaborare con riviste europee, "New
Monthly Review", "London Magazine", "Athenaeum",
in cui passa in rassegna i principali avvenimenti sia letterari che politici,
Stendhal ritiene che, essendo l'esistenza unica, è un atto arbitrario
il volere astrarre dal tutto una sola manifestazione del pensiero e dell'operato
umano, in definitiva la letteratura mera è un assurdo. La Rivoluzione
di Luglio vede Stendhal eletto alla carica di console a Triste: Metternich
gli nega l'exequator e il governo pontificio, dimostrandosi meno rigido,
non si oppone alla sua nomina a Civitavecchia. e a Roma, dove trova rifugio
contro il tedio, trascorre l'ultimo decennio di esistenza interrotto da
tre periodi di congedo che hanno come meta unicamente la Francia: il primo
da settembre a dicembre del 1833, il secondo dalla fine di maggio del
1836 all'estate del 1839, il terzo dall'ottobre del 1841 fino al decesso.
Sono questi gli anni in cui confluisce nella melanconia riflessa dell'infanzia
e dalle donne incontrate. Da queste rievocazioni germogliano due opere
autobiografiche, i Ricordi di egostismo (1832) e la Vita di Henry Brulard
(1836) pubblicate infine rispettivamente nel 1892 e nel 1890. Nel 1838
stampa le Memorie di un turista, presentate come il diario di viaggio
di un sedicente negoziante di ferramenta: si tratta di un testo oscillante
che fornisce della Francia, sotto la monarchia di Luglio, un quadro spietato
attraverso l'eterogeneità degli argomenti esposti. Oltre a un nuovo
libro che concerne Napoleone, differente dalla biografia del 1817, a cui
ha lavorato dal 1836 al 1838 ma che resta in sospeso, accantona anche
altri romanzi: Una posizione sociale (1832), Lucien Leuwen (1834), Il
rosa e il verde (1838) e Lamiel (1839). Tra questi risaltano, per efficacia,
Lucien Leuwen che, scritto in chiave autobiografica e realistica, include
pagine di uno straordinario valore suggestivo accanto a capitoli di carattere
politico, in cui sono esposti, con acume e ironia, gli obiettivi e le
trame ordite dagli uomini di potere e Lamiel, che è interessante
per il carattere singolare del personaggio e per l'utilizzo della nuova
tecnica che l'autore intendeva metterne in atto, ovvero raccontare narrativamente,
alleggerendo cioè la parte correlata alla cronaca ed incrementando
quella dell'azione romanzesca. Le opere narrative pubblicate sono le Cronache
italiane e La Certosa di Parma. Verso il 1833 era infatti accaduto che
a Roma Stendhal si imbattesse in alcuni documenti cinquecenteschi che
racchiudevano relazioni riguardo a massacri, processi ed esecuzioni capitali:
subito incuriosito aveva dato l'ordine di farne delle copie. Da questo
materiale sarebbero scaturite quattro cronache: Vittoria Accoramboni,
i Cenci, La Duchessa di Paliano, La badessa di castro, tutte pubblicate
nella "Revue des deux Mondes" e riunite, ad eccezione della
terza, nel 1830 in volume. In merito a questa operazione di Stendhal è
stato asserito che l'interesse per quelle vecchie cronache in realtà
sarebbe dovuto a un gusto recondito per le atrocità: il giudizio
non considera il concetto stendhaliano , di matrice romantica, della storia
intesa in quanto cronaca. L'autore non ha l'obiettivo di offrire un quadro
irreprensibile di acribia storica dei costumi italiani del Rinascimento,
non si cura di verificare l'attendibilità dei dati storici che
reperisce nei manoscritti italiani, ma si propone di opporre al Rinascimento,
di cui esalta l'energia stessa come libera espressione dell'istinto e
scevra di ogni ipocrisia individuale e sociale, l'inesattezza che invece
affligge il secolo XIX.
Le vecchie cronache di cui Stendhal si occupa si coagulano duttilmente
in sontuose cornici e in orditi già realizzati che gli permettono
di addentrarsi nel gioco delle passioni, causa di ogni azione umana. Le
Cronache italiane anticipano La certosa di Parma: uno scritto che germoglia
inspiegabilmente in soli cinquantadue giorni, dal 4 novembre al 26 dicembre
del 1838, proprio quando Stendhal scriveva in genere con grande lentezza,
e si innesca grazie a una cronaca italiana sulla gioventù del Pontefice
Paolo III, di cui si è conservata una replica abbreviata con il
titolo Origine della grandezza della famiglia Farnese.
In quest'opera si narra dell'ascensione di Alessandro Farnese, nipote
di Vandozza, che per avere rapito una giovane donna viene imprigionato
per ordine di Innocenzo III a Castel Sant'Angelo, da cui evade rocambolescamente
valendosi di una corda. Assurto il cardinale Roderigo al pontificato con
il nome di Alessandro VI, Alessandro Farnese viene creato cardinale per
protezione di Vandozza, e questo convivendo con una gentildonna romana
di nome Cleria. Alla morte di Clemente VIII, Alessandro diviene papa con
il nome di Paolo III.
Quanto si riporta a proposito de Il rosso e il nero a proposito della
fonte del romanzo si ripropone per La Certosa di Parma: alcuni elementi
fondamentali della cronaca sussistono nel romanzo, come, ad esempio, la
figura di Vandozza, la reclusione di Alessandro a Castel Sant'Angelo,
la sua evasione, il suo amore per Cleria, nome che indubbiamente riecheggia
Clelia, eppure tutto questo non intacca minimamente l'originalità
di Stendhal.
La trama mette in rilievo che il romanzo non è un semplice ricalco
della cronaca. Se l'originalità della creazione dei caratteri è
indubbia, su di un particolare la critica, e soltanto recentemente, ha
posto la sua attenzione: l'atmosfera contemporanea che permea il romanzo.
La realtà storica che è infatti utilizzata, in tutte le
parti del romanzo, come sfondo è l'Italia negli anni intorno al
1830, più precisamente nel periodo di egemonia della Santa alleanza.
La Certosa di Parma, che connessa a Il rosso e il nero costituisce nei
riguardi dell'Italia il riscontro di quanto effettua il secondo scritto
nei confronti della Francia della restaurazione, sancisce di fatto l'apogeo
dell'arte della scrittura di Stendhal, perché in questa sono collimanti
oltre la cronaca e la realtà contingente, la ricerca psicologica,
le reminiscenze autoreferenziali, gli elementi avventurosi, i giudizi
polemici, tutto crepita in una vaporosa atmosfera musicale. Per questo
motivo i sentimenti e le azioni dei personaggi non possono essere equiparati
alla stregua dell'umanità ordinaria, non a caso infatti l'epilogo
del romanzo include la dedica "to the happy few", rimando indubbio
a un esiguo gruppo di lettori in grado di condividere ed apprezzare queste
sensazioni. I racconti iniziati dopo La Certosa di Parma: Il cavaliere
di Saint-Ismer, Troppi favori nuocciono, Suora Scolastica, per la pubblicazione
dei quali aveva firmato un contratto con la "Revue des Deux Monds"
il 21 marzo 1842, cioè il giorno prima di decedere a causa di un
colpo apoplettico in Rue Neuve-des-capucines, nei paraggi del ministero
degli esteri, sono rimasti allo stato di semplici abbozzi, ed è
quindi difficile stabilire se avrebbero apportato effettivamente delle
innovazioni.
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