G.C.S.I.

Giornale Critico di Storia delle Idee

 

 


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L’animale che noi siamo

 

«Se non esistessero gli animali», scriveva Georges-Louis Buffon, intendente dei giardini reali di Luigi XV e autore della più famosa Histoire naturelle d’ispirazione illuministica, «la natura umana sarebbe ancora più incomprensibile». Nello specchio animale l’uomo si conosce e si riconosce. Ma questo riconoscimento approda sempre a una negazione. L’umanità dell’uomo sembra essere possibile solo a partire da quel limite in cui l’animalità che ci abita è rifiutata e negata. Così, l’animalità viene respinta in un immemoriale passato evolutivo, da cui abbiamo preso congedo sin dall’origine, nei geni di quello scimpanzé che per il 98 per cento noi ancora siamo, oppure essa rimane circoscritta alla funzionalità biologica, al sotterraneo strato spinale delle pulsioni e degli istinti, su cui si esercita la sovranità del propriamente umano, ossia della coscienza, del pensiero e della parola.
«Il conflitto politico decisivo, che governa ogni altro conflitto», ha scritto Giorgio Agamben, «è, nella nostra cultura, quello fra l’animalità e l’umanità dell'uomo». Lo è a tal punto che, aggiunge il filosofo italiano, «chiedersi in che modo – nell’uomo – l’uomo è stato separato dal non-uomo e l’animale dall’umano, è più urgente che prendere posizione sulle grandi questioni, sui cosiddetti valori e diritti umani». Ripensare oggi la differenza fra l’uomo e l’animale significa innanzitutto essere consapevoli che questa differenza non è un dato di fatto del senso comune, ma è un risultato, ossia che umanità e animalità sono due grandi metafore funzionali a quella macchina antropologica che, nel corso della tradizione occidentale, ha articolato, con diversi dispositivi congiuntivi, corpo e anima, materia e spirito, vita animale e lògos, naturale e soprannaturale, sesso e amore, sensibilità e intelletto, emotività e ragione. L’animale, come suggerisce l’ultima riflessione di Jacques Derrida, è l’esperienza stessa dell’alterità che ci fonda e che incalza la miseria della nudità a cui oggi siamo ridotti.


G.-L. Leclerc, comte de Buffon, Histoire naturelle générale et particulière, in 44 voll., Imprimerie Royale, Paris 1749-1804, ora in Id., Oeuvres complètes, in 14 voll., a cura di J. L. de Lanessan, Le Vasseur, Paris 1884-1885.

G. Agamben, L’aperto. L’uomo e l’animale, Bollati Boringhieri, Torino 2002, pp. 82 e 24.

Si tratta del volume postumo J. Derrida, L’animal que donc je suis, Éditions Galilée, Paris 2006; tr. it., L’animale che dunque sono, Jaca Book, Milano 2006.