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Giornale Critico di Storia delle Idee
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1. Dopo la fine Nel 1896, sulla “Revue Internationale de Sociologie” diretta da René Worms, Gabriel Tarde (1843-1904) dava alle stampe una rêverie sociologica, titolata con caustica semplicità Framment d'histoire future. Tecnicamente, un'ucronia sociale[1]. Concretamente, una rilessione, in accordo con l'esprit du temps (e la correlata aria intrisa di zolfo e cenere fin du siècle), sull'avvenire dell'umanità dopo, rigorosamente dopo la catastrofe[2]. Da sempre – generalizzando – l'ingenua speranza che il tempo possa consumarsi o essere in qualche misura dominato (speranza che pervade gran parte delle utopie sociali e socialiste del XIX secolo) è andata al passo con l'illusione di una fine e la certezza di un nuovo inizio[3]. Proprio in quest'ottica, in apertura del suo scritto, Tarde faceva cenno a un «grave événement» che – lo scenario temporale è da lui collocato nel XXV secolo – avrebbe già messo fine a un'epoca, la nostra, definita «preistorica». Epoca che, prima della (relativa) fine, era chiamata «cristiana», e questo riferimento al consumarsi e all'estinguersi del Cristianesimo, nell'istante stesso in cui viene meno – ad apocalissi compiuta – l'attesa di una rivelazione non è privo di conseguenze, in Tarde, per Tarde, ma non solo. L'avverarsi della fine dei tempi, infatti, esaurisce il tempo: la felicità futura è una felicità senza futuro, senza possibilità di pensare o «progettare» il futuro. Anche per questa ragione, l'utopia di Tarde è apparsa a non pochi come una distopia mascherata, una prefigurazione fantastica e nera di una società senza conflitto e senza classi, e ingenuamente immune da bisogni.
2. Catastrofi La catastrofe, nel Fragment di Tarde, inaugura come un nuovo anno zero, l'epoca della storia ma, al tempo stesso, mostra un'utopia nella realtà in cui la storia è integrata in un equilibrio dinamico, eppure perfetto. Perfetta, al termine dell'histoire, è la felicità senza desideri degli abitanti della nuova terra. L'attesa di un tempo nuovo è, comunque la si voglia vedere, un altro segno dei tempi. Per Gabriel Tarde, questo tempo è quello del pubblico, entità collettiva che sostituirà, grazie al potere interpsichico dei nuovi media (telefrafo, giornali, onde, etc.) l'oramai obsoleta nozione di folla, con i suoi disagi, i suoi sommovimenti, i suoi conflitti. Scrive Tarde:
C'est vers la fin du XXVe siècle de l'ère préhistorique, jadis appelée ère chrétienne, qu'eut lieu, comme on sait, la catastrophe inattendue d'où procèdent les temps nouveaux, l'heureux désastre qui a forcé le fleuve débordé de la civilisation à s'engloutir pour le bien de l'homme. J'ai à raconter brièvement ce grand naufrage et ce sauvetage inespéré si rapidement accompli en quelques siècles d'efforts héroïques et triomphants. Bien entendu, je passerai sous silence les faits particuliers qui sont connus de tous et ne m'attacherai qu'aux grandes lignes de cette histoire. Mais auparavant, il convient de rappeler en peu de mots le degré de progrès relatif auquel l'humanité était déjà parvenue, dans sa période extérieure et superficielle, à la veille de ce grave événement[4].
Il primo abbozzo di composizione del Fragment risale al 1879, ma Tarde lo portò a termine solo cinque anni più tardi, rimandeggiandolo via via, mentre incubi sociali (o sogni, dipende dai punti di vista) venivano banalmente smentiti o prendevano (spesso non meno banalmente) corpo, come attesta l'evidente richiamo nel libro alla Tour Eiffel, inaugurata con misto di clamore e sdegno nel 1889, «cifra di una vocazione infinita» (e al contempo «chiffre de l'âge nouveau») destinata secondo Roland Barthes a identificare, di volta in volta, il simbolo «della modernità, della comunicazione, della scienza o del XIX secolo»[5]. Oltre alla pubblicazione sulla “Revue Internationale de Sociologie”, una prima edizione in forma-libro del Fragment d'histoire future apparve per i tipi parigini di delle Éditions Giard et Brière[6], mentre per la seconda edizione si dovette attendere il 1904, quando il lavoro passò alle edizioni Storck, con sede a Lione[7]. Appare significativo ricordare che l'elaborazione del Fragment d'histoire future risalga agli anni in cui Tarde lavorava a una delle sue opere principali e di maggiore ambizione, Les lois de l’imitation (1890), studio per la prima volta non incentrato su questioni criminologiche e di scienza penale (Tarde era magistrato), ma sull'imitazione cooperante intesa come fondamento dell'ordine sociale. Un'opera, Les lois e l'imitation, della quale il Fragment è stato considerato una sorta di trasferimento avventuroso sul terreno utopico[8]. Nel Fragment, Tarde presenta un paese immaginario, ma nel suo piano di ricerca per nulla irrealistico (e forse neppure irreale), è anche un paese che è una sorta di termine ad quem, di compimento effettuale della naturale evoluzione sociale delineata nelle Lois de l'imitation e, più tardi, ne La logique sociale (1895)[9]. Osservata dal punto di vista evolutivo, tipico di certa sociologica in nuce, la catastrofe riveste nella dimensione del conte philosophique di Tarde una funzione specifica: permette all'umanità di liberare energie nuove, raggiungendo un punto di equilibrio nel legame sociale, liberandosi così di legami e ordinamenti inutili (giustizia sociale compresa, a detta dei suoi critici). In questo senso è significativo rilevare come l'era che nel prologo si definisce «preistorica», venga al tempo stesso detta «quella che un tempo si chiamava cristiana» («l'ère préhistorique, jadis appelée ère chrétienne»). Il richiamo alla fredda eugenetica non è una coincidenza, nel Fragment. L'espediente narrativo della catastrofe permette descrittivamente a Tarde di immaginare l'ordine felice che, nelle opere di taglio scientifico, poteva solo asserire prescrittivamente. Ovviamente si tratta di una finzione, dove l'autore gioca sì col profetismo, ma si serve soprattutto dell'impulso dell'espediente del récit fictionnel per avventurarsi su un piano teorico altrimenti, e in altri contesti, farraginoso. Ovviamente, il récit fictionnel muove da e si svolge su un terreno fattuale. In questo senso, il récit di Tarde, come ogni récit inscritto per quanto in senso lato nella forma utopica, veicola una di per sé «significativa riflessione sulla differenza, sull'alterità radicale e sulla natura sistemica della totalità sociale»[10]. Anche la narrazione del Fragment d'histoire future reca in se quella che Fredric Jameson, sulla stregua di Ricoeur, definisce un'aporia della traccia: l'utopia avrebbe, infatti, uno statuto filosoficamente analogo a quello della traccia, appartenendo al contempo e al passato e al presente, misto di essere (nel presente del testo), non essere ancora (il futuro oggettuale) e dover essere (implicazioni socio-politiche), strutturalmente diverso dalla categoria di un divenire lineare. La particolarità del Fragment d'histoire future potrebbe, a titolo di ipotesi, essere circoscritta nello specifico sottoinsieme dell'ucronia, proprio per l'anfibologia del discorso che veicola e per la dimensione di messa al lavoro, sul piano fantastico, di un concretissimo modello sociale (Lois de l'imitation).
3. Prima del tempo Il termine uchronie, qui applicato al Fragment d'histoire future, venne esplicitato nel 1876 da un allievo di Auguste Comte, Charles Renouvier, e rimanda direttamente a una dislocazione temporale, a un non-luogo del tempo o, altrimenti detto, a un “luogo-non-luogo” dove il tempo si tramuta in spazio e, retrospettivamente, illumina su certe possibilità in latenza nel presente. È questo circolo, che nelle utopie migliori cortocircuiterà (l'Eliogabalo di Antonin Artaud potrebbe essere letto in quest'ottica), a funzionare magistralmente nel Fragment d'histoire future. Nel 1876, Renouvier aveva dato alle stampe un volume dal titolo esplicito, Uchronie (l'utopie dans l'histoire), e dal sottotitolo certo non più oscuro: Esquisse historique apocryphe du développement de la civilisation européenne tel qu'il n'a pas été, tel qu'il aurait pu être. Ucronia, se ci limitiamo al livello superficiale della definizione suggerita da Renouvier senza entrare nello specifico della sua criticabile, ma non banale impostazione[11], è dunque un'utopia nella storia, non fuori di essa. Il modello storico si cala direttamente nel gioco della storia, ne irradia il campo, facendolo (nel caso di Renouvier è dubbio) deflagrare. Se Renouvier “viaggia” a ritroso (la sua ucronia è un utopico viaggio nel passato), Tarde “contro-viaggia” nel futuro. In entrambe le polarità, però, è il senso della storia a dover mutare (viaggio nel passato o mmersione nel futuro) il proprio corso[12]. Il Fragment è strutturato in sette capitoli: 1. La Prospérité; 2. La Catastrophe; 3. La Lutte; 4. Le Salut; 5. La Régénération; 6. L'Amour; 7. La vie esthétique. Questi capitoli, nella struttura della narrazione, si intrecciano a tre movimenti: 1) Finzione: l'autore (anonimo) costruisce lo scenario planning, ossia prefigura lo sviluppo che attende il genere umano; 2) descrizione (sempre dell'anonimo) della catastrofe che ha messo fine alla civiltà umana dell'era preistorico-cristiana. Catastrofe dalla quale si salverà solo un piccolo gruppo destinato a porre le basi della civiltà a venire. È comunque da qui, dal punto della catastrofe, che si snoda lo sguardo mobile (verso le rovine del passato, verso l'equilibrio del futuro) del narratore; 3) «fase del consolidamento di questo nuovo mondo»[13] e dell'Era della Salvezza («l'ère salutaire»). La catastrofe ha posto fine alle guerre che avevano condizionato «l'humanité anté-salutaire». A saltare, dopo la catastrofe (glaciazione), è lo spazio planetario di una confederazione globale, euro-asiatico-americana, che nel piano contro-storico narrato da Tarde aveva portato benessere, unificazione linguistica, incrementato la libera circolazione delle merci e delle informazioni, sempre su scala globale, m aveva affievolito i desideri. La garanzia di prosecuzione dell’umanità del futuro, dopo la catastrofe di questa globalizzazione prefigurata, è data da uno sparuto gruppo di superstiti che, tornati a una specie di società delle caverne, imparano a vivere scavando nelle rocce, dando luogo a un esperimento di involontaria psicologia sociale, ma al tempo stesso recuperando il sapere scientifico. Ogni sapere viene messo al riparo sottoterra, nascosto e protetto dalle rocce: tutto si salverà, nel futuro, se sarà protetto il capitale immaginale (libri, opere d'arte, modelli architettonici). La salvezza e la possibilità di rimodellare il mondo nuovo è data dai tre cardini della concezione di Tarde: invenzione da parte degli individui, imitazione diffusa su scala sociale, presenza di un apparato di conoscenze e di convinzioni condivise. Psicologia e chimica (psico-chimica) sostituiranno fede, scienza speculativa tout court, politica e religioni. L'imitazione e il reciproco godimento estetico, le pulsioni desideranti e lo scambio non di beni e servizi materiali, ma di implusi, saranno alla base della società futura, modellata sulla “force de l'opinion” e sul pubblico.
Già alla fine del XIX secolo, Tarde proponeva un modello di comunicazione basato su imitazione, "contagio psichico" e possibilità di veicolare emozioni, "valori", persino "fatti" attraverso le "lois de l'imitation". Centrale, nel suo sistema, era la possibilità di costruire un'opinione pubblicamente basata, appunto, su un senso di perenne attualità, su un regime di storicità in qualche modo innestato su un "presente eterno" e sulla malleabilità del pubblico, nuovo "soggetto collettivo" che presto avrebbe sostituito le "folle" (à la Gustave Le Bon). Il modello di Tarde pone alla ribaltà il pettegolezzo, come implicito fenomeno intrapsichico di contagio sociale che sfocia nell'imitazione, vera spinta al progresso sociale. «Scimmiottarsi reciprocamente, e, a forza di scimmiottarsi, differentemente combinati, giungere all’originalità: ecco l’essenziale», scrive Tarde. Infatti: La société, nous le savons maintenant, consiste dans un échange de reflets. Se singer mutuellement, et, à force de singeries accumulées, différemment combinées, se faire une originalité: voilà le principal. Se servir réciproquement n'est que l'accessoire. C'est pourquoi la vie urbaine d'autrefois, fondée principalement sur le rapport, plutôt organique et naturel que social, du producteur au consommateur ou de l'ouvrier au patron, n'était elle-même qu'une vie sociale très impure, source de discordes sans fin[14].
Attraverso questa semplificazione organica, la società potrà dedicarsi ai propri bisogni primari estetici:
La part du nécessaire se réduisant à presque rien, la part du superflu a pu s'étendre à presque tout. Quand on vit de si peu, il reste beaucoup de temps pour penser. Un minimum de travail utilitaire et un maximum de travail esthétique: n'est-ce pas la civilisation même en ce qu'elle a de plus essentiel? La place que les besoins retranchés ont laissée vide dans le cœur, les talents la prennent, talents artistiques, poétiques, scientifiques, chaque jour multipliés et enracinés, devenus de véritables besoins acquis, mais besoins de production plutôt que de consommation. Je souligne cette différence. L'industriel travaillant toujours, non pour son plaisir, ni pour celui de son monde à lui, de ses congénères, de ses concurrents naturels, mais, pour une société différente de la sienne, - à charge de réciprocité, n'importe - son travail constitue un rapport non social, presque antisocial avec ses dissemblables, au grand détriment de ses rapports entravés avec ses semblables ; et l'activité croissante de son travail tend à accroître, non à atténuer, la dissemblance des sociétés différentes, obstacle à leur association générale. On l'a bien vue, au cours du XXe siècle de l'ère ancienne, quand toute la population s'est trouvée divisée en syndicats ouvriers des diverses professions, qui se faisaient entre eux une guerre acharnée, et dont les membres, dans le sein de chacun d'eux, se haïssaient fraternellement.[15]
Armand Mattelart ha osservato come la riflessione “futurologica” di Tarde sia alla base di quella che si potrebbe definire “l'era dei pubblici”. La folla è un gruppo sociale del passato, sosteneva Tarde, negli anni in cui Scipio Sighele pubblicava la sua Folla delinquente (1891). Scriveva pochi anni prima Charles Dickens:
Erano i giorni migliori, erano i giorni peggiori, era un'epoca di saggezza, era un'epoca di follia, era tempo di fede, era tempo di incredulità, era una stagione di luce, era una stagione buia, era la primavera della speranza, era l'inverno della disperazione, ogni futuro era di fronte a noi, e futuro non avevamo, diretti verso il paradiso, eravamo incamminati nella direzione opposta. Il gruppo sociale del futuro, per Tarde, non è dunque la folla, ma il pubblico:
stampa tipografica, ferrovia, telegrafo e pubblicazioni giornalistiche hanno reso possibile la formazione di un pubblico la cui caratteristica è quella di essere indefinitamente estensibile. I relativi cambiamenti dono stati preceduti dalla lunga storia dello sviluppo delle poste, delle strade, degli eserciti permanenti (che hanno fatto sì che nello stesso campo di battaglia soldati di ogni angolo di un paese si conoscessero e fraternizzassero), della diffusione dell'istruzione popolare. Il “senso dell'attualità” è, da allora in poi, un dato della vita civile[16].
Diversamente dalla folla, dove il meccanismo del contagio è generato da contatti fisici, nel pubblico (ad es. negli esteti-sopravvissuti del Fragment d'histoire future), l'imitazione si produce allo stadio mentale. Il contagio, qui, è «senza contatto», la suggestionabilità è «puramente ideale». Ecco che, in questa meccanica spiritualizzata del pubblico a venire, il giornalismo, inteso da Tarde (prefiguratore certo di alcune tesi di Jean Baudrillard e Peter Sloterdijk) come «pompa aspirante e premente di informazioni» gioca il ruolo di mediatore primario, oltre che di produttore di impulsi delocalizzati ma capaci di diffondersi su tutto il globo terracqueo. Attraverso la diffusione di informazione e la correlativa aspirazione, nel momento in cui le società di controllo muovono i primi passi, i giornali riescono a costituire un pubblico, operando come simulatori di prossimità. Il pubblico, per Tarde, è il pubblico dei media, è «folla a distanza». Per questa ragione, il pubblico si costituisce nel tempo, non nello spazio[17]. La sua soggettivazione nel tempo lo rende non solo aperto, ma impastato di futuro. Se le tecniche disciplinari classiche operavano attraverso sistemi spaziali di manipolazione, le tecniche di controllo operano attraverso una dislocazione temporale (media). Il piano del tempo e le sue virtualità, notava Maurizio Lazzarato, vengono poste da Tarde in primo piano. Così facendo, e insistendo sulla trasmissione, sulla cooperazione anonima tra cervelli e sul contagio a distanza (con linguaggio spesso affine alla psicopatologia), persino nel Fragment d'histoire future, Tarde riesce così a toccare gli snodi critici di alcuni fenomeni che si svilupperanno – esempio di un'ucronia realizzatasi – solo alla fine del secolo a venire, quando i frammenti di quella storia si innesteranno su una storia oramai ridotta a frammenti e «l'humanité anté-salutaire» avrà lasciato spazio a un'umanità «post-salutaire». [1]Di utopia sociale, in rapporto al testo di Tarde, parla Vincenzo Bagnoli, Letterati e massa. L'idea liberale (1891-1906), Carocci, Roma 2000, p. 199. [2] Per un quadro generale sulla produzione utopico-ucronica di fine secolo, in Francia, si rimanda allo studio di Claudio de Boni, Descrivere il futuro. Scienza e utopia in Francia nell'età del positivismo, Firenze University Press, Firenze 2003. [3] Di certezza di un nuovo inizio parla Mircea Eliade (Mith and Reality, Harper & Row, New York 1963; trad. it. di Giovanni Cantoni: Mito e realtà, Borla, Torino, 1966, p. 103. La traduzione di cantoni è condotta sulle versione inglese di Willard R. Trask). [4] Gabriel Tarde, Fragment d'histoire future, Séguier, Biarriz 2000, p. 6. [5] Roland Barthes, La Tour Eiffel, Centre National de Photographie/Éditions du Seuil, Paris 1964; trad. it. di Caterina Medici: La Tour Eiffel, Abscondita, Milano 2009. [6] Gabriel Tarde, Fragment d'histoire future, V. Giard et E. Brière, Paris 1896 (Extrait de la “Revue internationale de sociologie”). [7] Gabriel Tarde, Fragment d'histoire future, A. Storck, Lyon 1904. Successive edizioni: Slatkine, Genève-Paris 1980 (con una presentazione di Raymond Trousson), Séguier, Biarriz 2000 (con la prefazione di René Schérer e la postfazione di H. G. Wells), testo da cui si cita. [8] Claudio de Boni, Descrivere il futuro. Scienza e utopia in Francia nell'età del positivismo, cit., p. 82. [9] Armand Mattelart, L'invention de la communication, Éditions de la Découverte, Paris 1994; trad. it. di Gaetano Solinas: L'invenzione della comunicazione. Le vie delle idee, Il Saggiatore, Milano p. 262. [10] Cfr. Fredric Jameson, Archaelogies of the Future. The Desire Called Utopia and Other Science Fiction, Verso, London-New York 2005; trad. it. di Giancarlo Carlotti: Il desiderio chiamato Utopia, Feltrinelli, Milano 2007, p. 11. Va detto che la polarità del racconto (e dell'innervatura politica generale) di Tarde è stata quasi sempre letta in chiave conservatrice, quando non élitaria o razzista. [11] Su Renouvier, la sua teoria della conoscenza e la sua filosofia della storia, si vedano quanto meno Roger Verneaux, Renouvier disciple et critique de Kant, Librairie philosophique J. Vrin, Paris 1945 e Laurent Fedi, Le problème de la connaissance dans la philosophie de Charles Renouvier, L'Harmattan, Paris 1999, oltre alle considerazioni di Augusto Del Noce in Id., Filosofi dell'esistenza e della libertà, a cura di Francesco Mercadante e Bernardino Casadei, Giuffre, Milano 1992. [12] Cfr. Jean Milet, Gabriel Tarde et la philosophie de l'histoire, Vrin, Paris 1970. [13] Claudio de Boni, Descrivere il futuro. Scienza e utopia in Francia nell'età del positivismo, cit., p. 84. [14] Gabriel Tarde, Fragment d'histoire future, cit., p. 34. [15] Ivi, p. 35. [16] Armand Mattelart, L'invenzione della comunicazione, cit., p. 259. Cfr. su un piano più generale Palano, Damiano, Il potere della moltitudine. L’invenzione dell’inconscio collettivo nella teoria politica e nelle scienze sociali italiane tra Otto e Novecento, Vita e Pensiero, Milano 2002. [17] Maurizio Lazzarato, La politica dell'evento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2005, p. 44.
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