G.C.S.I.

Giornale Critico di Storia delle Idee

 

 


Justus Möser e la rivolta contro la razionalizzazione burocratica scarica la versione pdf

di Mario M. Bosincu

 

Il nome di Justus Möser (1720-1794) è comunemente associato a quella rivoluzione filosofico-letteraria che va sotto il nome di Sturm und Drang per via della presenza del suo saggio intitolato Deutsche Geschichte nel volume programmatico Von deutscher Art und Kunst (1773) pubblicato da Herder e Goethe. Si tratta ora di prendere in esame, sulle orme di Karl Mannheim, il suo contributo all’analisi dello Stato burocratico moderno rappresentato dal saggio dal titolo emblematico Der jetzige Hang zu allgemeinen Gesetzen und Verordnungen ist der gemeinen Freiheit gefährlich (1772). Il modus operandi dello Stato è descritto all’inizio del testo come segue:

 

Die Herren beim Generaldepartment möchten gern alles, wie es scheint, auf einfache Grundsätze zurückgeführt sehen. Wenn es nach ihrem Wunsche ginge, so sollte der Staat sich nach einer akademischen Theorie regieren lassen, und jeder Departmentsrat imstande sein, nach einem allgemeinen Plan den Lokalbeamten ihre Ausrichtungen vorschreiben zu können. Sie wollten wohl alles mit gedruckten Verordnungen fassen; und nachdem Voltaire es einmal lächerlich gefunden hat, daß jemand seinen Prozeß nach den Rechten eines Dorfs verlor, den er nach der Sitte eines nahe dabei liegenden gewonnen haben würde, keine andere als allgemeine Gesetzbücher dulden; vermutlich, um sich die Regierungskunst so viel bequemer zu machen, und doch die einzige Triebfeder der ganzen Staatsmaschine zu sein [1] .

 

Come si vede, emerge in questo passo la metafora dello Stato quale macchina che, come ha mostrato Manfred Frank, ebbe un ruolo cruciale nella riflessione settecentesca sulle modalità della sua organizzazione. A questo proposito è degno di nota il brano citato da Frank in cui Federico II di Prussia paragonò lo Stato sapientemente costruito al meccanismo di un orologio in cui ogni ingranaggio persegue lo stesso obiettivo: un ideale, questo della «maschinistische Administration» che fu criticato da Novalis per via della riduzione dello Stato ad una fabbrica che esso implicava [2] . Naturalmente quest’immagine dello Stato quale macchina aveva fatto da tempo la sua comparsa. Fu Hobbes, infatti, a definire il Leviathan come un uomo artificiale richiamandosi al mostro descritto nel Vecchio Testamento come un essere dotato di un cuore di ferro [3] . Fu Kant, inoltre, ad associare tale immagine allo Stato assolutistico e ad utilizzare, invece, il concetto dell’organismo per riferirsi allo Stato democratico stabilendo così il contrasto tra «einem nach inneren Volksgesetzen eingerichteten demokratisch-organischen Staat und einem feudal-absolutistischen Maschinen-Staat» [4] , e Fichte criticò il progetto di «alles Leben in der Gesellschaft zu einem grossen und künstlichen Druck- und Räderwerke zusammenzufügen, in welchem jedes Einzelne durch das Ganze immerfort genöthigt werde, dem Ganzen zu dienen» [5] .

 

Anche Möser fa riferimento all’ideale dello Stato macchina osservando che: «Zwar lobt man an einer jeden Maschine den einfachen Hebel; und die größte Menge der Wirkungen ist nicht bewundernswürdiger, als wenn sie durch die kleinste Kraft (minimum) hervorgebracht wird» [6] . Il funzionamento di un simile meccanismo si fonda sull’unica ‘leva’ rappresentata da una legislazione generale e da una burocrazia onnipervasiva che vede il centro dello Stato governare le azioni della periferia. In altre parole Möser innova la metaforica dello Stato macchina proiettandola con un gesto profondamente moderno sullo Stato centralistico-burocratico. Comprende infatti ben prima di Max Weber che Stato moderno e «bureaukratisch-monokratische aktenmäßige Verwaltung» [7] si sono sviluppati parallelamente e che quest’ultima è il nucleo germinale della sua organizzazione. Nel tracciare la sua diagnosi degli effetti della razionalizzazione burocratica Weber sottolineò anche «die auf unpersönliche Zwecke ausgerichtete Sachlichkeit des bürokratischen Staatslebens» [8] che trovava espressione nella «Ausschaltung von Liebe, Haß und allen rein persönlichen, überhaupt allen irrationalen, dem Kalkul sich entziehenden, Empfindungselementen aus der Erledigung der Amtsgeschäfte» [9] . Mise dunque in luce il carattere corrosivo del processo di modernizzazione, la sua capacità di annientare gli elementi – in questo caso ogni residuo emotivo personale di ostacolo all’esercizio freddo ed obiettivo della razionalità burocratica – tipici della società premoderna. Si spiega così perché in Wirtschaft und Gesellschaft (1922) si legga questo giudizio sull’azione storica della razionalizzazione burocratica:

 

Ihre Entstehung und Ausbreitung hat daher überall in jenem besonderen, noch zu besprechenden Sinne „revolutionär“ gewirkt, wie dies der Vormarsch des Rationalismus überhaupt auf allen Gebieten zu tun pflegt. Sie vernichtete dabei Strukturformen der Herrschaft, welche einen, in diesem speziellen Sinn, rationalen Charakter nicht hatten [10] .

 

Più precisamente Weber ritiene che la burocratizzazione sia stato lo strumento privilegiato di trasformazione del «Gemeinschaftshandeln» in «rational geordnetes Gesellschaftshandeln» [11] , dove per ‘comunità’ egli intende la forma di vita associata fondata su legami affettivi o tradizionali in contrasto con la ‘società’ basata su rapporti di interesse di tipo wertrational o zweckrational.

 

Vediamo ora quali sono gli effetti della razionalizzazione burocratica e legislativa secondo Möser. Contro lo Stato macchina messo in moto da un’unica ‘leva’ egli propone come ideale quello di uno Stato «wo hundert tausend zusammengesetzte Hebel zugleich das Verdienst der kleinsten Kraft erhalten» [12] , ossia, fuor di metafora, in cui è tutelata la libertà degli individui ed è rispettata la specificità delle situazioni concrete in cui essi si trovano. Si comprende così perché Möser sia dell’idea che imporre una legislazione unitaria significhi far torto alla pluralità delle circostanze della vita reale esemplificata dalla vita delle coppie sposate e dalla situazione economica delle famiglie nel caso di un’eredità [13] . Riguardo alla tirannide burocratica centralizzata questa è inoltre la sua tesi:

 

Die Kontrakte eines Privatmannes gelten bei Entscheidung einer Streitsache mehr, als gemeine Rechte, außerordentliche Fälle ausgenommen. Gewohnheiten, Verabredungen und Vergleiche einer Gemeinschaft gelten auf gleiche Weise und eben aus demselben Grunde mehr als Provinzialverordnungen, und Provinzialabschiede mehr als allgemeine Landesgesetze. Dieses ist allemal der natürliche Hang der gesellschaftlichen Rechte gewesen, welchen man zwar dann und wann aus höhern Ursachen verändert hat, aber doch nicht völlig verlassen kann, ohne den Willen eines einzigen zum Gesetze für alle zu machen [14] .

 

Merita attenzione la difesa delle norme consuetudinarie sedimentatesi nel corso della vita di una comunità in cui si può scorgere la ribellione di Möser al processo di razionalizzazione allora in corso. In questo senso l’intellettuale tedesco può essere accostato a Edmund Burke, definito da Alfred Cobban «the leading figure in the revolt against eighteenth-century politics» [15] . Egli, infatti, fu «an adherent of the past in an age that was beginning to look to the future» e «a philosopher of unreason in the great age of Reason» [16] , come è dimostrato innanzi tutto dal suo senso storico. Si legga a questo riguardo quanto egli scrisse a proposito degli sconvolgimenti rivoluzionari nelle sue Reflections on the Revolution in France (1790):

 

The very idea of the fabrication of a new government is enough to fill us with disgust and horror. We wished at the period of the Revolution, and do now wish, to derive all we possess as an inheritance from our forefathers. […] All the reformations we have hitherto made have proceeded upon the principle of reverence to antiquity [17] .

 

Questo retaggio del passato, «whose merits are confirmed by the solid test of long experience» [18] , è anche oggetto di un investimento emotivo al fine della sua salvaguardia:

 

In this choice of inheritance we have given to our frame of polity the image of a relation in blood; binding up the constitution of our country with our dearest domestic ties; adopting our fundamental laws into the bosom of our family affections; keeping inseparable, and cherishing with the warmth of all their combined and mutually reflected charities, our state, our hearths, our sepulchres, and our altars [19] .

 

Di più: Burke mette in luce il potere corrosivo del razionalismo illuministico. Parlando dei rivoluzionari egli descrive come segue la loro azione:

 

They despise experience as the wisdom of unlettered men; and as for the rest, they have wrought under-ground a mine that will blow up, at one grand explosion, all examples of antiquity, all precedents, charters, and acts of parliament. They have “the rights of men.” Against these there can be no prescription; against these no agreement is binding: these admit no temperament, and no compromise. […] The objections of these speculatists, if its forms do not quadrate with their theories, are as valid against such an old and beneficent government, as against the most violent tyranny, or the greenest usurpation [20] .

 

Paragonando l’azione distruttiva dell’idea dei diritti dell’uomo nei confronti di «all examples of antiquity» Burke offre un esempio emblematico di quella metaforica della dissoluzione che è tipica secondo Marshall Berman dell’immaginazione modernista [21] e che pone in primo piano la miscela di fascinazione e orrore con cui i critici della modernità hanno guardato alla sua potente marcia trionfale su un cammino costellato di macerie.

 

Nel caso di Möser la modernità burocratica è descritta prima di Weber come l’avversario per eccellenza delle tradizioni particolari di una comunità, ora minacciate dalle «allgemeine Landesgesetze». Si annuncia in questa critica alla modernizzazione quello che sarà «the Romantics’ ideological struggle against abstraction» in nome di «a return to the concrete» [22] . Più precisamente siamo di fronte, per usare le parole di Mannheim, alla «Betonung des Individuellen gegenüber dem Generalisieren der Bureaukratie» [23] , in cui lo studioso ungherese ravvisa un «Vorläufer der Lebensphilosophie“» [24] . Ispirandosi alla sua definizione del compito della sociologia delle idee, consistente in «die vorhandenen Gedankenmassen in jener historisch-soziologischen Gesamtkonstellation, aus der sie jeweils genuin hervorgetreten sind, zurückzuverankern» [25] , si tratta ora di riflettere sul radicarsi in un preciso frangente storico e sociale della posizione del Particolare quale valore. Möser contrappone infatti il Particolare, sia esso rappresentato da questo singolo individuo impegnato nella conclusione di un contratto o da questa precisa comunità storica dotata di propri specifici ordinamenti consuetudinari, come un valore connesso alla libertà al dispotismo immanente al centralismo burocratico. Siamo dunque di fronte alla scoperta del valore dell’Individuale per effetto di una reazione alla moderna razionalizzazione burocratica.


NOTE:


[1] Möser, J., Gesellschaft und Staat. Eine Auswahl aus seinen Schriften, Drei Masken Verlag, München 1921.

[2] Cfr. Frank, M., Der kommende Gott. Vorlesungen über die Neue Mythologie, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1982.

[3] Ibidem, p. 172.

[4] Ibidem, p. 171.

[5] Fichte, J. G., Reden an die deutsche Nation, Brockhaus, Leipzig 1871, p. 83.

[6] Möser, J., Gesellschaft und Staat. Eine Auswahl aus seinen Schriften, cit., p. 162.

[7] Weber, M., Wirtschaft und Gesellschaft, J. C. B. Mohr (Paul Siebeck), Tübingen 1922, p. 128.

[8] Ibidem, p. 758.

[9] Ibidem, p. 662.

[10] Ibidem, p. 677.

[11] Ibidem, p. 668.

[12] Möser, J., Gesellschaft und Staat. Eine Auswahl aus seinen Schriften, cit., pp. 162-163.

[13] Ibidem, p. 162.

[14] Ibidem, p. 161.

[15] Cobban, A., Edmund Burke and the Revolt against the Eighteenth Century. A Study of the Political and Social Thinking of Burke, Wordsworth, Coleridge and Southey, George Allen & Unwin LTD, London 1960, p. 38.

[16] Ibidem, p. 75.

[17] Burke, E., On Taste, On the Sublime and Beautiful, Reflections on the French Revolution, A Letter to a Noble Lord, P. F. Collier and Son, New York 1909, p. 179.

[18] Ibidem, p. 206.

[19] Ibidem, p. 182.

[20] Ibidem, p. 206.

[21] Cfr. Berman, M., All That is Solid Melts Into Air. The Experience of Modernity, Verso, London-New York 1983, p. 89.

[22] Löwy, M., Sayre, R., Romanticism against the Tide of Modernity, Duke University Press, Durham-London 2001, p. 40.

[23] Mannheim, K., Konservatismus. Ein Beitrag zur Soziologie des Wissens, Suhrkamp, Frankfurt am Main 1984, p. 163.

[24] Ibidem, p. 165.

[25] Ibidem, p. 48.