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Giornale Critico di Storia delle Idee
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dell’inaudito, di un avvenimento capitale, quest’attesa cruciale può
trasformarsi in illusione, e sarà la speranza di un paradiso sulla terra o altrove;
oppure in ansia, e sarà la visione di un Peggio ideale, di un cataclisma voluttuosamente
temuto[1]. ÉMILE CIORAN.
Cominciamo
col prendere in esame le considerazioni di Spengler sugli effetti della
tecnicizzazione sull’ambiente. Nel corso di appena un secolo l’uomo, si legge
in Der Untergang des Abendlandes, ha alterato così profondamente
l’equilibrio naturale che le tracce lasciate dalla tecnica perdureranno anche
dopo la sua scomparsa[6].
In particolare Spengler denuncia la distruzione delle grandi foreste, con i
conseguenti mutamenti climatici, e la scomparsa di numerose specie animali[7].
Le ripercussioni di quest’aggressione alla natura sono pertanto ormai visibili
su scala planetaria: “Eine künstliche Welt durchsetzt und vergiftet die natürliche”[8].
Ciò nonostante la descrizione allarmata dell’opera di spoliazione e distruzione
della natura tradisce anche l’ammirazione di Spengler per le imprese
straordinarie dell’homo faber tecnocratico. Quanto è avvenuto è infatti
uno spettacolo così grandioso che le generazioni future penseranno che
l’equilibrio naturale sia stato sovvertito[9],
poiché sulla scena della storia ha agito da protagonista l’uomo-demiurgo
faustiano che ha trasformato l’aspetto della superficie terrestre[10].
Emerge così la natura essenzialmente ambivalente del discorso di Spengler sulla
modernità, un discorso che ora assume i toni di un epos democratico[11]
teso a celebrare l’impresa della modernizzazione tecnologica compiuta
dall’umanità faustiana[12]. Il carattere profondamente ambivalente del
quadro spengleriano della civiltà moderna si riflette anche nella forma
intimamente contraddittoria dello sguardo lanciato su di essa. Der Mensch
und die Technik si configura infatti in senso freudiano come una formazione
di compromesso perché Spengler da un lato fornisce una descrizione oggettiva
del suo tempo e delle minacce all’ambiente e dall’altro la deforma allucinatoriamente
mosso dal suo acuto senso di risentimento
nichilistico. Con l’espressione ‘nichilismo
tedesco’ Leo Strauss ha indicato il disagio della modernità, avvertito
acutamente dalla cultura tedesca e sfociante nel “desiderio di distruggere
qualcosa di specifico: la civiltà moderna”[13], giudicata spregevole perché contaminata da ideali
utilitaristici ed edonistici[14]. Una forma di risentimento distruttivo nei
confronti della modernità, dunque, che in Der Mensch und die Technik trova espressione in un fantasma
apocalittico antiprogressista ed antimacchinista[15].
In questo senso il testo di Spengler costituisce un esempio emblematico della
deriva ‘allucinatoria’ del Kulturpessimismus.
Appare infatti come il frutto dell’operazione alchemica in virtù della quale,
come ha mostrato con estrema chiarezza Fritz Stern, il disadattato antimoderno
è spinto dal suo furore contro la civiltà a trasmutarla in uno scenario
puramente fantastico[16]. Spengler bolla come una forma di “trivialer
Optimismus”[17] la
concezione della storia quale itinerario che culminerà in un paradiso
edonistico ed utilitaristico, una fantasia degna dei “Fortschrittsphilister”[18],
e si scaglia contro la religione secolarizzata del progresso[19].
Attacca quindi il Fortschrittsoptimismus da un punto di vista
psicologico vedendo in esso un fantasma evocato per esorcizzare il pensiero
della fine della civiltà[20].
La mossa successiva consiste nel denegare la prospettiva del progresso
mobilitando il concetto dell’anima[21].
Come ha rilevato Merlio, Spengler riprende infatti l’idea della Kulturseele
dalla metafisica romantica del Volksgeist[22].
La sua originalità immaginativa rispetto ai suoi predecessori romantici risiede
tuttavia nell’uso di questo concetto ai fini dell’evocazione di un fantasma
nichilistico e ‘tecnoclastico’ di diniego antiprogressista. Spengler scrive che
“nur von der Seele her läßt sich die Bedeutung des Technischen erschließen”[23] ed in questo modo, in linea con la sua concezione
delle manifestazioni di una civiltà quali emanazioni del suo Seelentum[24],
fa anche della tecnica un prodotto di questo principio metafisico[25].
Adotta perciò la prospettiva ontologica tipica secondo Michela Nacci del
pensiero novecentesco, che tende a cercare un’essenza della tecnica, ad
impostare un discorso di natura ontologica su di essa ed a parlare di una
Tecnica al ‘singolare’[26].
La metafisica della Kulturseele sfocia quindi in una “ontologia della
tecnica”[27]
posta al servizio dell’evocazione di un fantasma apocalittico. Spengler,
infatti, ancorando la tecnica al pulsare dell’anima della civiltà faustiana può
immaginarne il tracollo attraverso la previsione dell’esaurirsi del ciclo
vitale di tale Seelentum. Profetizza quindi il collasso della civiltà
delle macchine e dipinge lo scenario delle future rovine delle ferrovie, dei
battelli a vapore e dei grattacieli delle metropoli occidentali[28].
Lo scenario
con cui si chiude Der Mensch und die Technik tocca perciò il tema del
futuro come tramonto della civiltà tecnologica già affrontato da Herbert George
Wells in The Time Machine (1895), un testo che, se confrontato con
l’opera di Spengler, fa emergere le modalità antitetiche con cui un’immaginazione
progressista ed un’immaginazione nichilistica ed antiprogressista hanno
proiettato nel futuro la visione della fine della società industriale. Con un
gesto decisivo per lo sviluppo dell’immaginario utopico moderno Saint-Simon
aveva spostato lo scenario dell’età dell’oro dal passato verso il futuro[29].
In Wells il futuro vede realizzarsi un’età dell’oro che coincide col tramonto
della civiltà. Non a caso, come ha osservato Bergonzi[30],
al primo capitolo, intitolato “In the golden Age”, in cui il protagonista,
partecipe dell’ottimismo progressista del suo tempo, si aspetta di scoprire una
società estremamente evoluta, segue il capitolo col titolo “The Sunset of
Mankind”. Il Time Traveller s’imbatte infatti in un’umanità del futuro
degenerata e composta di esseri, gli Eloi, fisicamente fragili e così infantili
sotto il profilo intellettuale da aver perso ogni conoscenza scientifica e
tecnica. Il simbolo di questo regresso è il museo esplorato dal protagonista le
cui stanze polverose custodiscono come reliquie del passato “the huge bulks of
big machines, all greatly corroted and many broken down”[31].
Il Time Traveller trova inoltre una spiegazione alla degenerazione
dell’umanità facendo appello alle teorie scientifiche e filosofiche del suo tempo,
teorie di cui il testo di Wells rappresenta, per così dire, l’amplificazione
allucinatoria[32]. È
il marxismo a fornire la chiave per comprendere le ragioni dell’evoluzione del
genere umano in due razze, gli Eloi ed i Morlocks: il radicalizzarsi dello iato
tra la upper-class ed il proletariato industriale, scacciato sempre più
nelle viscere della terra, dove si trovano i macchinari, ha generato due razze
mostruose[33]. Le
due grandi teorie ottocentesche, il marxismo ed il darwinismo, convergono
quindi in questa “evolutionary fantasy”[34].
Non a caso il protagonista, facendo riferimento a Darwin, osserva che una
specie sviluppa forza ed intelligenza sotto lo sprone della competizione e che
queste capacità vengono meno quando una condizione di totale sicurezza
garantita dal progresso subentra allo struggle for life[35].
Il compiersi del “civilizing process” ha dunque prodotto una “humanity upon the
wane”[36].
Wells
costruisce perciò la sua immagine del futuro sulla base dell’argomento, ideato
da Rousseau[37], del
progresso perverso, il processo dialettico in virtù del quale proprio le
conquiste della civiltà si ritorcono contro l’uomo. Ciò significa che lo
scrittore britannico crede così fermamente nel progresso che, nel segno di
un’immaginazione iperbolica progressista, prova a descrivere l’aspetto che
avrebbe la società se si avverassero pienamente nel futuro le promesse di
felicità della scienza e della tecnica, il cui realizzarsi porta tuttavia alla
catastrofe. Viene allora in mente una tesi formulata da Günther Anders, che ha
diagnosticato la scomparsa della paura dell’apocalisse quale frutto della
moderna fede nel progresso, per effetto della quale la storia appare come “einen
unbeirrbar und unaufhaltsam vorwärtsgehenden Prozess des immer-besser-Werdens”[38].
Al contrario nel racconto di Wells il crollo della civiltà tecnologica è
tematizzato proprio in forza della fede nel progresso. In altre parole
l’originalità di Wells risiede nel fatto che in The Time Machine la
ricomparsa della paura dell’apocalisse avviene attraverso una fede nel
progresso così intensa da indurre lo scrittore a portarne alle estreme conseguenze
le dinamiche fino a prenderne in considerazione la conclusione catastrofica. Si
spiega così la natura particolare dell’immagine delle macerie tecnologiche.
Wells descrive infatti le macchine in rovina perché è così sicuro della marcia
inarrestabile del progresso che ne segue con l’immaginazione l’intera parabola
di sviluppo culminante nell’autodistruzione della civiltà industriale. In
questo senso l’immagine delle vestigia tecnologiche custodite nel museo è il
prodotto di un’immaginazione iperbolica progressista.
Rientra invece
in un immaginario nichilistico antiprogressista lo scenario con cui si chiude Der
Mensch und die Technik. Il punto di riferimento di Spengler è naturalmente
Nietzsche, il quale deplorò l’ideale della massima felicità e del massimo
benessere vagheggiato dai pensatori progressisti[39]
e lo definì sprezzantemente come “das Himmelreich der Armen des Geistes”[40].
Spengler eredita dal maestro il disgusto nichilistico per le “materialistische
Utopien”, come è attestato da un passo di Jahre der Entscheidung (1933) in cui la meta utopica della
storia sognata dagli ideologi progressisti del XIX secolo è liquidata come “die
materialistische Travestie des Gedankens großer gotischen Christen wie des
Joachim von Floris vom Dritten Reich”[41]
in cui si concretizza l’ideale plebeo del “süßes Nichtstun”[42].
Da questo punto di vista la posizione antiutopica di Spengler conferma
l’analisi del nichilismo effettuata da Strauss, secondo il quale molti giovani
tedeschi reagirono con orrore alla prospettiva di un mondo edonistico, pacificato
e svirilizzato “nel quale ognuno avrebbe avuto il suo piccolo piacere di giorno
come di notte”[43] e
che essi identificarono sulle orme di Nietzsche come “la fine dell’umanità, la
venuta dell’ultimo uomo”[44].
Spengler andò oltre Nietzsche ed i suoi contemporanei in nome di un
antiutopismo nichilistico. Ora, infatti, ad essere respinto è il sogno di un
futuro caratterizzato dal benessere assicurato dalle macchine quale è stato
codificato nel genere delle cosiddette ‘utopie scientiste’[45].
Spengler è disgustato dagli ideali dei Fortschrittsphilister dell’Ottocento,
che si entusiasmavano per ogni “Druckknopf, der eine Vorrichtung in Bewegung
setzte”[46]
perché aspiravano alla “Freiheit vom ‚Elend der Lohnsklaverei‘”[47]
grazie alle macchine. Anche in questo caso non si può escludere l’influenza di
Nietzsche, che condannò il culto del “Gott der Maschinen und Schmelztiegel”[48]
e l’uso della tecnica “im Dienste des höheren Egoismus”[49].
Traducendo l’antimacchinismo nichilistico nietzschiano in una forma di luddismo
fantasmatico Spengler immagina allora le forme contorte delle macchine in un
mondo futuro postindustriale ed evoca così un fantasma apocalittico e
tecnoclastico che appaga l’odio nichilistico contro la volgare prospettiva
futura di un’utopia banausica e la denega allucinatoriamente.
II. Accanto
allo Spengler ‘luddista’ vi è però anche lo Spengler cantore della tecnica che
ostenta un disprezzo provocatorio per i valori della cultura umanistica
facendosi beffe dei “Literaten und Ästheten, welche die Anfertigung eines
Romans für wichtiger halten als die Konstruktion eines Flugzeugmotors”[50]. Dietro questa presa di
posizione non vi è solo il meccanismo psicologico che fa sì che il cultore
sensibile delle arti che emerge negli appunti autobiografici posi a duro Tatsachenmensch[51].
Spengler è affascinato dal punto di vista estetico dalla modernità tecnologica
e celebra la nuova, gelida bellezza delle “prachtvoll klaren,
hochintellektuellen Formen eines Schnelldampfers, eines Stahlwerkes, einer
Präzisionsmaschine”[52].
Ma la tecnica
non è presa in esame solo sotto il profilo estetico. In essa, infatti, vibra
l’impulso della volontà di potenza. Spengler la concepisce come l’organo della
vita in lotta per affermare se stessa: “Die Technik ist die Taktik des ganzen
Lebens.
Sie ist die innere Form des Verfahrens im Kampf, der mit
dem Leben selbst gleichbedeutend ist”[53].
Questa definizione è
radicata in un humus ideologico in cui si mescolano il darwinismo sociale[54]
e l’idea nietzschiana della volontà di potenza, come è provato dalla visione
della vita quale “Kampf aus dem Willen zur Macht”[55].
Il risultato è dunque quella che Merlio ha chiamato la “conception
héroīque de la technique” che la presenta come un’arma forgiata dalla
volontà di potenza per trionfare in quell’incessante lotta che è l’esistenza[56].
Non si può escludere che quest’immagine vitalistica della tecnica abbia anche
una funzione politica. Identificare l’essenza della tecnica con la lotta per la
potenza connaturata al bios animale ed associarla alla dimensione della
ferinità ― per Spengler è tecnica anche la tattica predatoria di un
leone, “der eine Gazelle überlistet”[57]
― significa infatti stabilire un nesso tra di essa e la vita febbrile
degli animali da preda, il che permette di spronare i lettori a votarsi alla
tecnica facendo balenare loro il miraggio dell’accesso ad una forma d’esistenza
trasfigurata e potenziata. Sotto questo aspetto l’immagine ferina della tecnica
potrebbe essere interpretata come un mito politico mirante a dare impulso alla
tecnicizzazione e del tutto in linea con gli obiettivi del modernismo
reazionario, la galassia ideologica che, pur respingendo i valori della
modernità liberale, propugnava la modernizzazione tecnologica, vista come il
presupposto essenziale della Machtpolitik[58].
Che la
riflessione di Spengler sulla modernità abbia anche il carattere di una forma
di mitopoiesi politica d’incitamento alla conversione alle ragioni dello
sviluppo tecnologico è testimoniato, del resto, da Der Untergang des Abendlandes.
Alla luce della concezione organologica della storia l’epoca attuale vi è
descritta come la fase declinante della Kultur faustiana, ossia come
Una tesi
analoga è enunciata da Spengler nelle sue riflessioni sull’arte di governare.
Il politico abile, del tutto privo d’interesse per il contenuto di verità delle
dottrine politiche moderne, è in grado di sedurre e di guidare le masse
sfruttando il potere ammaliante che tali teorie hanno acquisito sin dal Settecento,
quando si diffuse la convinzione che fosse possibile riplasmare la società
secondo un progetto razionale[68].
Sono affermazioni che collocano Spengler nella tradizione dell’antirazionalismo
politico, espressione con cui Emilio Gentile ha indicato la strategia politica
consistente nello svalorizzare la ragione quale forza motrice del processo
storico e nell’utilizzare mezzi irrazionali per manipolare le masse[69].
Spengler, del resto, è pienamente consapevole della svolta causata nel
Novecento dall’affermarsi della psicologia[70],
che ha portato a non credere più all’egemonia della ragione sulla vita[71],
e la sua indifferenza nei confronti del contenuto di verità delle idee politiche
unita all’accento posto invece sulla loro efficacia suggestiva segna una convergenza
con la psicologia delle masse di Le Bon[72].
È proprio facendo leva sulla
forza persuasiva dei miti politici dell’imperialismo quale destino e della
tecnica come strumento della volontà di potenza che Spengler offre il proprio
contributo alla causa della modernizzazione tecnologica nei panni del praceptor
Germaniae e del maestro d’attivismo politico[73].
E quale utopia egli vagheggiasse risulta evidente dalle seguenti parole: “Zu
einem Goethe werden wir Deutschen es nicht wieder bringen, aber zu einem Cäsar”[74].
Emerge così un’ultima ambivalenza radicata nella contraddittorietà della
fisionomia ideologica di Spengler. In qualità di esponente del modernismo reazionario
egli crea un mito ‘macchinista’ e si batte così affinché la sua patria fondi l’Imperium
Germanicum del futuro; come intellettuale visceralmente antiprogressista,
invece, gode nel contemplare con l’immaginazione le macchine in rovina perché
ha orrore della prospettiva del concretizzarsi di un’utopia tecnica. Distrugge
pertanto allucinatoriamente le macchine esaltate nel contempo con accenti
vitalistici ai fini del potenziamento della Germania. L’atteggiamento di
Spengler nei confronti della tecnica, oscillante tra i due poli della
‘tecnoclastia’ fantasmatica e della ‘tecnofilia’ politica, costituisce quindi
l’ennesima prova del suo rapporto problematico con la modernità.
[1] Cioran, E. M., 1982, Storia e utopia, Milano, Adelphi, p.
105.
[2]
Merlio ricostruisce con queste parole il trapasso verso questa seconda fase del
suo pensiero: “Après la parution du Déclin, Spengler, sous l’influence
notamment de l’ethnologue Frobenius, abandonnera le champ des ‘hautes cultures’
pour s’intéresser de plus en plus étroitement à la préhistoire et aux cultures
primitives. Il élargira ainsi vers le bas sa vision historique et s’acheminera
vers ce que l’on peut appeler sa deuxième philosophie de l’histoire” (Merlio, G.,
1982, Oswald Spengler. Témoin de son temps, Stuttgart, Akademischer
Verlag Hans-Dieter Heinz, p. 456). Lo stesso
Felken parla in questi termini di Der Mensch und die Technik: “Die
Abhandlung ist bestimmt von Spenglers Beschäftigung mit anthropologischen
Fragen und liest sich stellenweise wie ein Prolegomenon zur angekündigten ‹Geschichte
des Menschen von seinem Ursprung an›” (Felken, D., 1988, Oswald
Spengler: Konservativer Denker zwischen Kaiserreich und Diktatur, München,
C. H. Beck Verlag,, pp. 177-178).
[3]
“Spengler gehört wahrscheinlich zu den ersten, die die Ausraubung der Natur
durch den Menschen denunziert haben. Er entwirft ein Bild der mechanisierten
und vergifteten Welt, dessen Hellsichtigkeit und Prägnanz den heutigen Ökologen
behagen könnte” (Merlio, G., 1980, Spengler und die Technik, in: Ludz,
P. C. (a cura di), Spengler heute, München, C. H. Beck Verlag, p. 111).
[4]
“Mais à côté de cette critique de la technique en tant que rationalité, il y a
chez Spengler un éloge de la technique en tant que moyen de puissance et, plus
précisément, moyen de la puissance occidentale ou allemande” (Merlio, G., 1982,
Oswald Spengler. Témoin de son temps, cit. p. 478).
[5] Così lo definisce Lübbe. Cfr. la
sua prefazione a Ludz, P. C. (a cura di), 1980, Spengler heute, cit. p.
IX. Per l’inserimento di Spengler nel filone della Technikkritik
cfr. le seguenti considerazioni di Hans Urs von Balthasar: “Spengler schildert
die Verwüstung der Erde durch Maschine und Technik mit genau denselben Farben
wie Klages” (von Balthasar, H. U., 1998, Apokalypse der deutschen Seele.
Studien zu einer Lehre von letzten Haltungen, Freiburg Bd. II, Johannes
Verlag, p. 107).
[6] “Auch sonst ist die
Politik über Städte und Völker hinweggeschritten; menschliche Wirtschaft hat
tief in die Schicksale der Tier- und Pflanzenwelt eingegriffen, aber das rührt
nur an das Leben und verwischt sich wieder. Diese Technik aber wird die Spur
ihrer Tage hinterlassen, wenn alles andere verschollen und versunken ist”
(Spengler, O., 1923, Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie
der Weltgeschichte, München, Deutscher Taschenbuch Verlag, pp. 1188-1189).
[7] “Die Mechanisierung der Welt ist in ein Stadium
gefährlichster Überspannung eingetreten. Das Bild der Erde mit ihren Pflanzen,
Tieren und Menschen hat sich verändert. In wenigen Jahrzehnten sind die meisten
großen Wälder verschwunden, in Zeitungspapier verwandelt worden und damit
Veränderungen des Klimas eingetreten, welche die Landwirtschaft ganzer
Bevölkerungen bedrohen; unzählige Tierarten sind wie der Büffel ganz oder fast
ganz ausgerottet” (Spengler, O., 1933, Der Mensch und die Technik. Beitrag
zu einer Philosophie des Lebens, München, C. H. Beck Verlag, p. 78).
[8]
Spengler, O., 1933, Der Mensch und die Technik. Beitrag zu einer Philosophie
des Lebens, cit. pp. 78-79.
[9]
“Was sich nun im Laufe kaum eines Jahrhunderts entfaltet, ist ein Schauspiel
von solcher Größe, daß den Menschen einer künftigen Kultur mit andrer Seele und
andern Leidenschaften das Gefühl überkommen muß, als sei damals die Natur ins
Wanken geraten” (Spengler, O., 1923, Der Untergang des Abendlandes. Umrisse
einer Morphologie der Weltgeschichte, cit. p. 1188).
[10] “Diese faustische
Leidenschaft hat das Bild der Erdoberfläche verändert” (Ibidem).
[11] Per un’analisi del moderno
epos democratico che canta un’impresa collettiva di modernizzazione cfr. Brugnolo,
S., 2000, La letterarietà dei discorsi scientifici. Aspetti figurali e
narrativi della prosa di Hegel, Tocqueville, Darwin, Marx, Freud, Roma,
Bulloni, pp. 127-129.
[12] Se Tocqueville aveva
esaltato l’opera di trasformazione della natura e della società portata avanti
dal popolo americano, Spengler evoca il grandioso processo di tecnicizzazione
avviato dal faustischer Mensch: “Deshalb entsteht dieser phantastische
Verkehr, der Erdteile in wenigen Tagen kreuzt, der mit schwimmenden Städten
über Ozeane setzt, Gebirge durchbohrt, in unterirdischen Labyrinthen rast, von
der alten, in ihren Möglichkeiten längst erschöpften Dampfmaschine zur Gaskraftmaschine
übergeht und von Straßen und Schienen sich endlich zum Flug in die Lüfte
erhebt” (Spengler, O., 1923, Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer
Morphologie der Weltgeschichte, cit. p. 1189).
[13] Strauss, L., 2000, “Il nichilismo
tedesco”, in: Esposito, R., Galli, C., Vitello, V. (a cura di), Nichilismo e
politica, Roma-Bari, Laterza, p. 112.
[14] «Il significato morale della
civiltà moderna cui si oppongono i nichilisti tedeschi è espresso in formulazioni
come le seguenti: alleviare la condizione dell’uomo; o, salvaguardare i diritti
dell’uomo; o, la più grande felicità per il maggior numero di persone
possibile» (Strauss, L., 2000, “Il nichilismo tedesco”, cit. p. 113).
[15] Col termine ‘fantasma’ si
intende in senso freudiano un prodotto illusorio che appaga allucinatoriamente
il desiderio da cui è generato. Come scrive Freud in Der Dichter
und das Phantasieren (1908), “Unbefriedigte Wünsche sind die Triebkräfte
der Phantasien, und jede einzelne Phantasie ist eine Wunscherfüllung, eine
Korrektur der unbefriedigenden Wirklichkeit” (Freud, S., 1974, Der Dichter
und das Phantasieren, in: Der Moses des Michelangelo. Schriften
über Kunst und Künstler, Frankfurt am Main, Fischer Taschenbuch Verlag, p.
34).
[16]
Così Stern osserva a proposito di Moeller van den Bruck: “For it was he who in
the years after Germany’s defeat, when the illusions of the imperial Reich had
vanished, wrote the most popular sketch of a Third Reich, and so veiled for
himself and others the realities of their unhappy age” (cfr. Stern, F., 1961, The Politics of Cultural Despair. A Study in
the Rise of the Germanic Ideology,
[17]
Spengler, O., 1933, Der Mensch und die Technik. Beitrag zu einer Philosophie
des Lebens, cit. p. 5.
[18]
Spengler, O., 1933, Der Mensch und die Technik. Beitrag zu einer Philosophie
des Lebens, cit. p. 4.
[19] “An
Stelle der echten Religion früher Zeiten tritt die platte Schwärmerei für die
‚Errungenschaften der Menschheit‘, worunter lediglich Fortschritte der
arbeitersparenden und amüsierenden Technik verstanden wurden. Von der Seele war
nicht die Rede” (Ibidem). A proposito della religione del progresso
tecnico Carl Schmitt formulò nel 1929 le seguenti considerazioni: “Unter der
ungeheuren Suggestion immer neuer, überraschender Erfindungen und Leistungen
entsteht eine Religion des technischen Fortschritts, für welche alle anderen
Probleme sich eben durch den technischen Fortschritt von selber lösen. Den
großen Massen industrialisierter Länder war dieser Glaube evident und
selbstverständlich. Sie überspringen alle Zwischenstufen, die für das Denken
der führenden Eliten charakteristisch sind, und bei ihnen wird aus der Religion
des Wunder- und Jenseitsglaubens ohne Mittelglied gleich eine Religion der
technischen Wunder, menschlicher Leistungen und Naturbeherrschung. Eine magische
Religiosität geht in eine ebenso magische Technizität über. So erscheint das
20. Jahrhundert bei seinem Beginn als das Zeitalter nicht nur der Technik,
sondern auch eines religiösen Glaubens an die Technik” (Schmitt, C., 1988, Das Zeitalter der Neutralisierungen und
Entpolitisierungen, in: Positionen
und Begriffe im Kampf mit Weimar-Genf-Versailles (1923-1939), Berlin,
Duncker & Humblot, p. 124).
[20] “Man war – und ist – zu flach und feige, die Tatsache der Vergänglichkeit altes Lebendigen zu ertragen. Man
wickelt sie in einen rosaroten Fortschrittsoptimismus, an den im Grunde selbst
niemand glaubt, man deckt sie mit Literatur zu, man verkriecht sich hinter
Idealen, um nichts zu sehen” (Spengler, O., 1933, Der Mensch und die
Technik. Beitrag zu einer Philosophie des Lebens, cit. p. 11).
[21] Sul meccanismo di difesa del
diniego in fantasia Anna Freud ebbe ad osservare a proposito di un caso
clinico: “Hans negò la realtà per mezzo delle sue fantasie, la trasformò
secondo i suoi fini e in modo che soddisfacesse i suoi desideri” (Freud, A.,
1967, L’Io e i meccanismi di difesa, Firenze, Martinelli, p. 81). E
ancora: “L’Io del bambino si rifiuta di riconoscere una parte di realtà
spiacevole, rifugge da essa, la nega e la sostituisce con dei fatti immaginari
totalmente opposti” (ibid., p. 88).
[22]
Cfr. Merlio, G., 1982, Oswald Spengler. Témoin de
son temps, cit. p. 123.
[23]
Spengler, O., 1933, Der Mensch und die Technik. Beitrag zu einer Philosophie
des Lebens, cit. p. 7.
[24]
“Mit aller Schärfe soll festgestellt werden: die großen Kulturen sind etwas
ganz Ursprüngliches und aus den tiefsten Gründen des Seelentums Aufsteigendes”
(Spengler, O., 1923, Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer
Morphologie der Weltgeschichte, cit. p. 760).
[25] Come scrive Michela Nacci, “Spengler
fa parte di quegli autori per i quali la tecnica è qualcosa di più e qualcosa
di diverso da un fenomeno empirico: prima di tutto racchiude un’essenza,
incarna una metafisica. Nel linguaggio del Tramonto, la tecnica ha un
valore simbolico, esprime l’anima di una civiltà” (M. Nacci, 2000, Pensare
la tecnica. Un secolo di incomprensioni, Roma-Bari, Laterza, p. 56).
[26] Nacci sintetizza così la
riflessione novecentesca sulla tecnica: “Che cosa hanno cercato tutti questi
intellettuali nella tecnica? Si può rispondere in sintesi che vi hanno cercato
una essenza: di tutte le tecniche hanno fatto la tecnica, annullando le
differenze fra l’una e l’altra, fra i tipi di tecniche diverse che si sono
succedute nella storia” (Nacci, M., 2000, Pensare la tecnica. Un secolo di incomprensioni,
cit. p. 3).
[27] Nacci, M., 2000, Pensare la
tecnica. Un secolo di incomprensioni, cit. p. 7.
[28] “Diese
Maschinentechnik ist mit dem faustischen Menschen zu Ende und wird eines Tages
zertrümmert und vergessen sein – Eisenbahnen
und Dampfschiffe so gut wie einst die Römerstraßen und die chinesische Mauer,
unsere Riesenstädte mit ihren Wolkenkratzern ebenso wie die Paläste des alten
Memphis und Babylon” (Spengler, O., 1933, Der Mensch und die Technik.
Beitrag zu einer Philosophie des Lebens, cit. p. 88).
[29]
“The imagination of poets has placed the golden age at the cradle of the human
species, among the ignorance and coarseness of the early times; the age of iron
should rather be relegated to those days. The golden age of mankind is not behind
us; it is in front of us; it is in the perfection of the social order: our
fathers have not seen it, our children will arrive there one day; it is for us
to pave the way” (cfr. Talmon, J., 1985, Political
Messianism. The Romantic Phase,
[30]
Bergonzi, B., 1961, The early H. G. Wells. A study of the scientific
romances,
[31]
Wells, H. G., 2007, The Time Machine,
[32]
Si veda la definizione di The Time Machine come “a compendium of
nineteenth-century theory projected into the future” in Kern, S., 1983, The
Culture of Time and Space 1880-1918, Cambridge, Harvard University Press,
p. 96).
[33] “At first,
proceeding from the problems of our own age, it seemed clear as daylight to me
that the gradual widening of the present merely temporary and social difference
between the Capitalist and the Labourer, was the key to the whole position. […]
There is a tendency to utilize underground space for the less ornamental
purposes of civilization; there is the Metropolitan Railway in London, for
instance, there are new electric railways, there are subways, there are
underground workrooms and restaurants, and they increase and multiply.
Evidently, I thought, this tendency had increased till Industry had gradually
lost its birthright in the sky. I mean that it had gone deeper and deeper into
larger and ever larger underground factories, spending a still-increasing
amount of its time therein, till, in the end -- ! […] Again, the exclusive
tendency of richer people -- due, no doubt, to the increasing refinement of
their education, and the widening gulf between them and the rude violence of
the poor -- is already leading to the closing, in their interest, of considerable
portions of the surface of the land. […] So, in the end, above ground you must
have the Haves, pursuing pleasure and comfort and beauty, and below ground the
Have-nots, the Workers getting continually adapted to the conditions of their
labour” (Wells, H. G., 2007, The Time Machine, cit., p. 48).
[34]
Sussman, H. L., 1969, Victorians and the Machine. The literary Response to
Technology, Cambridge, Harvard University Press, p. 174.
[35] “The ruddy sunset set me thinking of the sunset of
mankind. For the first time I began to realize an odd consequence of the social
effort in which we are at present engaged. And yet, come to think, it is a
logical consequence enough. Strength is the outcome of need; security sets a
premium on feebleness. The work of ameliorating the conditions of life ―
the true civilizing process that makes life more and more secure ― had
gone steadily on to a climax. One triumph of a united humanity over Nature had
followed another. Things that are now mere dreams had become projects deliberately
put in hand and carried forward. And the harvest was what I saw!” (Wells, H.
G., 2007, The Time Machine, cit., p. 31).
[36] Ibidem
[37] Il testo in cui
Rousseau ha illustrato tale argomento è naturalmente il Discours sur les
sciences et les arts (1750), in cui si legge che “nos âmes se sont
corrompues à mesure que nos sciences et nos arts se sont avancés à la
perfection” (Rousseau, J. - J., 1964, Discours sur les sciences et les arts,
in: Œuvres complètes, vol. III, Paris, Gallimard, p. 9). In questo senso
l’argomento del progresso perverso può essere visto come una variante della
“perversity thesis”, l’argomento tipico secondo Albert Hirschman della retorica
reazionaria secondo cui “any purposive action to improve some feature of the
political, social, or economic order only serves to exacerbate the condition
one wishes to remedy” (Hirschman, A., 1991, The rhetoric of reaction :
perversity, futility, jeopardy, Cambridge-London, The Belknap Press of
Harvard University Press, p. 7).
Nel
caso di Rousseau, infatti, è proprio il progresso delle arti e delle scienze,
da cui i pensatori illuministi s’attendevano il progresso morale dell’umanità,
a causarne la degenerazione morale.
[38] G.
Anders, 1956, Die Antiquiertheit des Menschen. Über die Seele im Zeitalter
der zweiten industriellen Revolution, München, C. H. Beck Verlag, p. 278. Già Ortega y Gasset ne La
rebelión de las masas (1930) aveva interpretato il venir meno del “timore
della storia” (Ortega y Gasset, J., 1979, La ribellione delle masse, in:
Scritti politici, Torino, UTET, p. 837) come risultato dell’ottimismo
del progresso. Il progressista, infatti, sia che aderisca al liberalismo sia
che creda nel socialismo, è sicuro che “il mondo procederà in linea retta,
senza sviarsi né retrocedere”, sicché “ritira la sua inquietudine
dall’avvenire” (Ibidem).
[39]
“Die glücklichste und behaglichste Gestaltung der politisch-socialen Lage ist
am wenigsten bei den Griechen zu finden; jenes Ziel schwebt unseren
Zukunftsträumern vor. Schrecklich! Denn man muss es nach dem Maasstab
beurtheilen: je mehr Geist, desto mehr Leid (wie die Griechen beweisen). Also
auch: je mehr Dummheit, desto mehr Behagen. Der Bildungsphilister ist das
behaglichste Geschöpf, welches je die Sonne gesehen hat; er wird eine gehörige
Dummheit haben” (Nietzsche, F., 1980, Nachgelassene Fragmente 1875-1879,
in: Sämtliche Werke, Bd. 8, München, Deutscher Taschenbuch Verlag - de
Gruyter, p. 33).
[40]
Nietzsche, F., 1980, Nachgelassene Fragmente 1884-1885, in: Sämtliche
Werke, Bd. 11, , München, Deutscher Taschenbuch Verlag - de Gruyter, p. 61.
[41]
Spengler, O., 1933, Jahre der Entscheidung. Erster Teil: Deutschland und die
weltgeschichtliche Entwicklung, München, C. H. Beck Verlag, pp. 97-98.
[42] Ibidem. È degno di nota
il fatto che Spengler sia così coerente nel suo antiutopismo nichilistico da
condannare in Jahre der Entscheidung il millenarismo nazista come
materialistico. Si veda in proposito un’annotazione del Nachlass citata
da Merlio: “Aber dieser Glaube an das Dritte Reich, die endgültige Seligkeit
auf Erden ― Idioten haben von zehntausend Jahren gefaselt ― ist die
letzte lächerliche Konsequenz des Fortschrittsgedankens des 19. Jahrhunderts”
(Merlio, G., 1982, Oswald Spengler. Témoin de
son temps, cit. p. 901).
[43] Strauss, L., 2000, “Il
nichilismo tedesco”, cit. p. 116.
[44] Ibidem
[45] Cfr. Nacci, M., 2000, Pensare
la tecnica. Un secolo di incomprensioni, cit. p. 208.
[46]
Spengler, O., 1933, Der Mensch und die Technik. Beitrag zu einer Philosophie
des Lebens, cit. p. 4.
[47] Ibidem
[48]
Nietzsche, F., 1980, Die Geburt der Tragödie, cit. p. 115.
[49] Ibidem
[50]
Spengler, O., 1933, Der Mensch und die Technik. Beitrag zu einer Philosophie
des Lebens, cit. p. 3. Già in Der Untergang des Abendlandes Spengler
aveva giudicato la costruzione di un motore d’aeroplano più utile dell’elaborazione
di “eine neue und ebenso überflüssige Theorie der Apperzeption” (Spengler, O.,
1923, Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie der Weltgeschichte,
cit. p. 61).
[51]
Merlio osserva a questo proposito: “Aber vieles bei Spengler (übrigens
wahrscheinlich auch schon bei Nietzsche) erklärt sich durch den Selbsthaß: der
träumende Grübler preist die Tat, den Tatsachenmenschen, den großen Realisten”
(Spengler, O., 2007, Ich beneide jeden, der lebt, Düsseldorf, Lilienfeld
Verlag, p. 110).
[52]
Spengler, O., 1923, Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie
der Weltgeschichte, cit. p. 61.
[53]
Spengler, O., 1933, Der Mensch und die Technik. Beitrag zu einer Philosophie
des Lebens, cit. p. 7.
[54]
Come scrive Merlio, la tecnica “wird jetzt sozialdarwinistisch definiert als
Waffe des Willens zur Macht” (Merlio, G., 2000, Kultur- und Technikkritik
vor und nach dem Ersten Weltkrieg, in: Strack, F. (a cura di), Titan
Technik. Ernst und Friedrich Georg Jünger über das technische Zeitalter,
Würzburg, Königshausen & Neumann, p. 33).
[55]
Spengler, O., 1933, Der Mensch und die Technik. Beitrag zu einer Philosophie
des Lebens, cit. p. 13.
[56] Merlio,
G., 1982, Oswald Spengler. Témoin de son temps,
cit. p. 464.
[57]
Spengler, O., 1933, Der Mensch und die Technik. Beitrag zu einer Philosophie
des Lebens, cit. p. 8.
[58] Sul modernismo reazionario cfr.
lo studio ormai classico di Herf, J., 1984, Reactionary Modernism. Technology,
culture, and politics in Weimar and the Third Reich,
Cambridge, Cambridge University Press. Da notare che Herf vede in Der Mensch
und die Technik “a response to the antitechnological sentiments fostered by
the youth-movements, the expressionists, and weary humanist intellectuals that
Spengler thought constituted a distinct cultural threat to the kind of
nationalist revival for which he yearned” (Herf, J., 1984, Reactionary
Modernism. Technology, culture, and politics in Weimar and the Third Reich,
cit. p. 64).
[59]
Spengler, O., 1923, Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie
der Weltgeschichte, cit. p. 9.
[60] “Ich lehre hier den Imperialismus,
als dessen Petrefakt Reiche wie das ägyptische, chinesische, römische, die
indische Welt, die Welt des Islam noch Jahrhunderte und Jahrtausende stehen
bleiben und aus einer Erobererfaust in die andere gehen können – tote Körper, amorphe,
entseelte Menschenmassen, verbrauchter Stoff einer großen Geschichte –, als das
typische Symbol des Ausgangs begreifen. Imperialismus ist reine Zivilisation.
In dieser Erscheinungsform liegt unwiderruflich das Schicksal des Abendlandes”
(Spengler, O., 1923, Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer
Morphologie der Weltgeschichte, cit. p. 51).
[61] “Wenn unter dem
Eindruck dieses Buches sich Menschen der neuen Generation der Technik statt der
Lyrik, der Marine statt der Malerei, der Politik statt der Erkenntniskritik
zuwenden, so tun sie, was ich wünsche, und man kann ihnen nichts Besseres
wünschen” (Spengler, O., 1923, Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer
Morphologie der Weltgeschichte, cit. p. 57).
[62] Per
un’interpretazione generale di Der Untergangs des Abendlandes quale mito
politico cfr. le seguenti considerazioni di Merlio: “Spenglers Erzählung vom
Untergang des Abendlandes ist nichts anderes als ein Mythos, der ihre Leser zu
bestimmten Zwecken mobilisieren will. Vom Mythos hat sie den Wahrsagercharakter
und die Berufung auf einen geheimnisvollen, sich immer wieder zyklisch
ereignenden, schicksalhaften Geschichtsverlauf. Wie der Mythos, wie ihn Sorel
definierte, will sie Energie, Kraft zum Martyrium und Mut zur Gewaltanwendung
einflößen” (Merlio, G., 2006, Die mythenlose Mythologie des Oswald Spengler,
in: Vietta, S., Uerlings, H. (a cura di), Moderne und Mythos, München,
Wilhelm Fink Verlag, p. 219). Sulle affinità tra Spengler e
Sorel cfr. quanto scrive H. Stuart Hughes: “Although Spengler included Sorel
among those he called ‘Socialists of higher quality and conservative ways of
thinking’, the reference is again from one of his later works and does not
necessarily indicate any acquaintance with Sorel’s ideas at the time the Decline
was written” (Stuart Hughes, H., 1962, Oswald Spengler. A critical
estimate, New York, Charles Scribner’s Sons, p. 52). Hughes fa
riferimento al passo di Jahre der Entscheidung in cui Spengler elogia
Sorel come il pensatore socialista “der die Verteidigung von Vaterland, Familie
und Eigentum als vornehmste Aufgabe des Proletariats betrachtete und von dem
Mussolini gesagt hat, daß er ihm mehr verdanke als Nietzsche” (Spengler, O.,
1933, Jahre der Entscheidung, cit. p. 96).
[63] Sorel, G., 1963, Riflessioni
sulla violenza, in: Scritti politici, Torino, UTET, p. 105.
[64] A
torto, pertanto, Lukács giudicò Der Untergang des Abendlandes “eher ein
Opiat als ein Stimulans” (Lukács, G., 1974, Die Zerstörung der
Vernunft, Darmstadt, Luchterhand, p. 412). Al contrario
Ernst Cassirer ne riconobbe gli effetti funesti sul piano politico: “Technics
instead of logics, politics instead of epistemology – this advice of a philosopher
could easily be understood and was eagerly followed by the new generation that
grew up in Germany” (Cassirer, E., 1979, Philosophy and Politics, in: Symbol,
Myth and Culture. Essays and Lectures of Ernst Cassirer 1935-1945, New
Haven and London, Yale University Press, p. 228). Per una ricostruzione del modo
con cui Cassirer si confrontò con l’opera di Spengler cfr. Gusejnova, D., 2006,
Concepts of culture and technology in Germany, 1916-1933. Ernst
Cassirer and Oswald Spengler, in: Journal of European
Studies, Bd. XXXVI, N° 1., Cambridge, pp. 5-30.
[65]
Cfr. Spengler, O., 1923, Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer
Morphologie der Weltgeschichte, cit. p. 512.
[66] Si
veda a questo proposito la penetrante analisi di questo fenomeno effettuata da
Cassirer: “Our modern political myths are by no means the outgrowth of a dark
or mythic power. They did not, slowly and unconsciously, grow
up from the ‘national spirit’. They were made deliberately and destined for
special purposes. They were brought into being by the word of command of the
political leaders. That was one of the greatest triumphs of modern political
warfare. It became the very center in the new art of political tactics and strategy.
From now on myth was no longer an incalculable and uncontrollable thing. It
could be made at pleasure; it became an artificial compound manufactured in the
great laboratory of politics” (Cassirer, E., 1979, Judaism and the Modern
Political Myths (1944), in: Symbol, Myth and Culture. Essays and
Lectures of Ernst Cassirer 1935-1945, cit. pp. 235-236).
[67] “To inquire into the
‘truth’ of the political myths is, therefore, as meaningless and as ridiculous
as to ask for the truth of a machine gun or a fighter plane. Both are weapons;
and weapons prove their truth by their efficiency” (ibid., p. 237).
[68] “Ob diese Lehren
‚wahr‘ oder ‚falsch‘ sind, ist für die Welt der politischen Geschichte – das
muß immer wieder betont werden – eine Frage ohne Sinn. Die ‚Widerlegung‘ etwa
des Marxismus gehört in den Bereich akademischer Erörterungen oder öffentlicher
Debatten, wo jeder recht hat und die andern immer unrecht. Ob sie wirksam
sind, – seit wann und für wie lange der Glaube, die Wirklichkeit nach einem Gedankensystem
verbessern zu können, überhaupt eine Macht ist, mit der die Politik zu rechnen
hat, darauf kommt es an. Wir befinden uns in einer Zeit grenzenlosen Vertrauens
auf die Allmacht der Vernunft. Die großen allgemeinen Begriffe Freiheit, Recht,
Menschheit, Fortschritt sind heilig. Die großen Theorien sind Evangelien”
(Spengler, O., 1923, Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer
Morphologie der Weltgeschichte, cit. p. 1128).
[69] Cfr. Gentile, E., 1982, Il
mito dello Stato nuovo dall’antigiolittismo al fascismo, Roma-Bari, Laterza,
pp. 15-16.
[70] Osserva infatti con grande
acutezza: “Das 19. Jahrhundert war das der Naturwissenschaft; das
20. gehört der Psychologie” (Spengler, O., 1933, Preußentum und Sozialismus,
in: Politische Schriften, München, C. H. Beck Verlag, p. 84).
[71]
“Wir glauben nicht mehr an die Macht der Vernunft über das Leben. Wir fühlen,
dass das Leben die Vernunft beherrscht” (Ibidem).
[72]
“Der Wert einer Idee ihrer Rangordnung nach ist übrigens bedeutungslos; nur die
von ihr erzeugten Wirkungen sind zu beachten. Die christlichen Ideen des
Mittelalters, die demokratischen Ideen des 18. Jahrhunderts, die
sozialistischen Ideen der Gegenwart stehen gewiß nicht besonders hoch, man kann
sie in philosophischer Beziehung als ziemlich armselige Irrtümer betrachten,
aber ihre Bedeutung war und ist ungeheuer, und noch langer werden sie die
wesentlichsten Mittel zur Führung der Staaten bleiben” (Le Bon, G., 1911, Psychologie
der Massen, Stuttgart, Alfred Kröner Verlag, p. 40).
[73] In Pessimismus? Spengler
indica con queste parole i destinatari di Der Untergang des Abendlandes:
“Nun wandte sich aber das Werk schon in seinem ersten Teile durchaus an tätige
und nicht an kritische Menschen. Ein Weltbild, in dem man leben, und nicht ein
Weltsystem, in dem man grübeln kann, war das eigentliche Ziel meiner Arbeit”
(Spengler, O., 1937, Pessimismus?, in: Reden und Aufsätze,
München, C. H. Beck Verlag, p. 64).
[74] Spengler,
O., 1937, Pessimismus?, cit. p. 79. |