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Nella sua monumentale opera Philosophie del 1932 Karl Jaspers consacra i due capitoli finali del libro primo, intitolato Orientazione filosofica nel mondo, ad un’analisi meta filosofica che mira a mettere in luce il significato autentico della filosofia come si è venuta a creare nel suo sviluppo storico e sulla sua specificità rispetto ad ogni altra forma di sapere.
Il filosofo tedesco inizia la sua riflessione evidenziando il fatto che la filosofia non può innanzitutto presentarsi come «filosofia scientifica», la quale tende intellettualisticamente a ridurre la conoscenza filosofica ad un insieme di concetti fissi e finiti, nel vano tentativo di rendersi semplice e trasparente. Al contrario, la semplicità del filosofare consiste per Jaspers nella sua costante incompiutezza, nel suo essere sempre in cammino verso la pienezza:
Il filosofare, già in germe, si realizza attraverso una vita intera di cui ne è lo svolgimento e non la semplicità di un istante. È già accessibile al bambino come prima domanda e prima risposta, e poi, in termini sempre più profondi, al vecchio. Già compiuto in ogni tempo, il filosofare non rimane un sapere che sa di sé, ma entra continuamente in crisi ad opera di domande mai appagate, finché dura l’esserci temporale. La semplicità della verità filosofica e l’aspirazione mai soddisfatta di abbracciare illimitatamente l’essere nell’esserci sembrano escludersi, ma entrambe sono presenti nella realizzazione di una vita. [1]
Il motivo profondo per cui il filosofare non può tradursi essenzialmente in un prodotto intellettuale, in uno schema categoriale dipende dalla posizione fondamentale della filosofia come «essere-intermedio»: «la filosofia è tra la realtà passata che in essa si chiarisce e la realtà futura che attraverso essa diventa possibile».[2] Jaspers connette a questo essere tra della filosofia due famose definizioni della stessa data da due pensatori apparentemente molto lontani: G.W.F. Hegel e F. Nietzsche. L’osservazione hegeliana è quella metaforizzata nelle celeberrima immagine della «nottola di Minerva» che allude al fatto che la filosofia faccia la propria comparsa quando la realtà è già accaduta e già divenuta, comparsa che serve ad elevare la realtà al sapere di se stessa dopo l’alienazione dello Spirito nella «vivente unitarietà del molteplice»[3] . In Nietzsche l’idea di filosofia viene invece espressa dall’immagine di un lampo che accende un fuoco nuovo; la filosofia cioè precorrerebbe una nuova realtà anticipandone il possibile e futuro cammino.
Secondo la prospettiva jaspersiana le due posizioni non vanno considerate in senso oppositivo ma, al contrario, al fine di cogliere l’autenticità profonda del filosofare vivente e cioè il pensiero come vita esistente, è necessario tenere insieme la visione dell’autore della Fenomenologia con quella dell’autore dello Zarathustra, poiché il filosofare «è ad un tempo l’una e l’altra cosa; infatti, mediante la chiarificazione del passato e di ciò che al presente sussiste, esso consente di cogliere il reale dal possibile». Il fatto che la filosofia sia «qualcosa di intermedio» tra il passato e il futuro, ribadisce ancora Jaspers, «significa che può possedere verità solo nella totalità dell’esserci singolare dell’uomo, e che non può attenderla da un futuro che la trascende»[4] . Ciò vuol dire, a mio parere, che il passato/ricordo non può mai consistere in una conclusione, ma è unicamente il punto di partenza per una nuova realizzazione nel futuro/produzione, realizzazione che si pone originariamente come «apprensione storicamente memorativa del futuro».[5] Il filosofare vivente si configura costantemente come «una quiete nell’inquietudine», nel senso che l’incontro dell’uomo con se stesso che si realizza nel filosofare esistenziale non è mai soltanto un incontro con ciò che si è già, ma si costituisce sempre anche come apertura a ciò che cerca di diventare ciò che è come possibilità. Per Jaspers il più profondo essere-se-stesso non è recuperabile nella situazionalità dell’esserci, bensì nella dimensione comunicativa ed interumana del filosofare: «Filosofando, infatti, oltrepasso il mio mero esserci empirico e, come esistenza possibile, cerco un’altra esistenza per pormi in comunicazione con lei»[6] . Proprio per questa sua natura relazionale e intersoggettiva il filosofare non può mai costituirsi in un sistema, esso è essenzialmente libertà che avanza aperta verso il mondo. Non è quindi concepibile una filosofia come comprensione sistematica dell’essere atemporale, poiché nessun sistema sfugge all’inquietudine connessa alla decisione esistenziale, e l’esistenza è il suo stesso essere in cammino. Secondo Jaspers non vi può essere alcuna conoscenza atemporale dell’assoluto, poiché per l’esistenza l’assoluto è nel tempo:«L’assoluto per noi è nel tempo, e perciò dissolventesi; ciò che è solo atemporale è relativo, come mera universalità, mera esattezza, mera validità. L’assoluto diventa per noi decisivo quando, come manifestazione nel tempo, è esposto al pericolo»[7] .
Un sistema filosofico che comprendesse l’origine dell’essere avrebbe raggiunto la sua meta, ma così la libertà sarebbe annullata e il tempo giunto alla sua fine. Un sistema onnicomprensivo sarebbe quindi possibile soltanto apocalitticamente alla fine dei giorni, quando non avrebbe più alcuna necessità di sussistere. Al contrario «una sistematica del filosofare» è sempre «oltrepassante» in quanto si fonda sulla coscienza esistenziale dell’essere nell’esserci, in cui tutto ciò che sopraggiunge temporalmente si muove nella molteplicità dell’esperienza e nell’apertura delle possibilità, e non in una collocazione già predisposta nello schema di un sistema:«Mentre, come prodotto intellettuale, la filosofia si irrigidisce in una forma particolare, come filosofare, è in sé infinitamente mobile»[8] . Per il filosofare autentico, quindi, il passato assume un’importanza fondamentale; ma il passato non è mai pura e semplice restaurazione, ritrasmissione di qualcosa di identico, nel senso che in esso si deve, al contrario, radicare il futuro come capacità di ridestare e ricreare una nuova origine. La stessa filosofia, nel suo sviluppo storico, è questo continuo ridestare. Essa risveglia di continua anche se stessa, e in tal modo riesce a portare a manifestazione ciò che nel suo primo prodursi non aveva potuto manifestarsi: «Nel pensiero non si vive e non si fa mai la stessa cosa un’altra volta, perché se, come vissuto e come fatto, qualcosa parla dal passato, è perché il suo essere non è ancora compiuto»[9] . La vera appropriazione del passato è un prendere che trasforma, ma nessuno può avere accesso alle verità tramandare se non ne possiede già in se la scintilla. Il passato non vive se non nello slancio esistenziale verso il futuro. Se il passato viene invece considerato come un contenuto oggettivamente conoscibile la filosofia è già smarrita e privata di qualsiasi movimento spirituale:
La filosofia si realizza se ci si riprende dallo smarrimento in cui sempre e di nuovo si cade. Essa non può rivolgersi, come fa la scienza, a degli specialisti, ma solo alla vita filosofica presente in ogni uomo, sia esso scienziato, ricercatore o erudito. Originariamente filosofi, costoro si prendono la libertà di oltrepassare, nel pensiero, il pensiero, per giungere là dove non si ha a che fare col sapere vincolante, ma con la totalità, ossia con l’essere stesso.[10]
Lo scopo delle scienze «obietti vanti», come le chiamava Husserl, è la conoscenza determinata del proprio oggetto, lo scopo del filosofare è invece l’autocomprensione dell’esistenza, nel senso che il filosofare progetta possibilità non in quanto oggetto di scelta, ma in quanto possibilità incondizionate che riguardano tutti coloro che entrano in comunicazione con questo stesso filosofare. La parola filosofica vincola «il se- stesso al se-stesso», essa è sempre «alla ricerca dell’incondizionato, ossia all’essere autentico, ma non può coglierlo se non nel particolare che è l’unico ambito della sua esperienza. Si volge al sapere come possesso per superare, con domande radicali, ogni possesso raggiunto»[11] . Nello stesso nome “filosofia” è racchiusa una tensione: ogni definitivo possesso avrebbe come unico effetto quello di annullare la tensione originaria e vivificante che sta all’origine di ogni autentico filosofare. Mentre la scienza indaga l’essere come qualcosa di indipendente dall’essere dell’indagatore, la filosofia dipende sempre dal mio essere - dal suo radicamento nel passato come dal suo tendere al futuro – di cui ne costituisce l’autoaccertamento. Allora si comprende forse meglio il senso del filosofare come «essere intermedio» che oltrepassa il passato inteso meramente come fissazione dei risultati conseguiti divenendo processo di appropriazione delle possibilità dell’uomo: «Poiché io solo sono soggetto pensante, e poiché il filosofare è quel pensare che si realizza nell’esserci, se in ciò l’esistenza possibile è compresa nella sua libertà come incondizionatezza, la filosofia, per quel tanto che è espressa, è per un momento dottrina, ma non come semplice comprensione oggettiva, ma come possibile traduzione nel se-stesso»[12] .
L’intenzione profonda di Jaspers non è quella di separare il filosofare dalla conoscenza scientifica, che anzi mantengono tra loro un legame intrinseco fondato sul comune cammino verso la chiarezza, né quella di mirare ad un sapere filosofico privo di rigore concettuale. Egli sottolinea invece la necessità dell’ordine logico per il procedere filosofico, ma nello stesso tempo mette in luce il fatto che questo stesso ordine logico non costituisce l’essenza del filosofare come avviene per la conoscenza scientifica. La filosofia non può limitarsi «a quell’oggettività in cui non è più in gioco alcun se-stesso»[13] , non può neppure, però, disprezzare il sapere e il fondamento concettuale su cui si dispone ogni forma comunicativa della ragione stessa. Essa si muove sempre “tra” vita contemplativa e vita attiva proprio perché è profondamente consapevole che la perdita di una delle due dimensioni comporta necessariamente la perdita dell’altra: «Il filosofare si trova sempre tra questi due poli che lo animano. La filosofia è quell’ avviarsi nella scienza per rendersi conto della verità nella propria vita»[14] .
In conclusione Jaspers distingue una filosofia dogmatica che si fissa in un mero sapere da una filosofia della libertà che si eleva ad un sovra-sapere[15] . La filosofia si crea quindi in e attraverso il sapere, ma è nel sapere stesso che tende continuamente a superarsi.
[1] K. Jaspers,
Philosophie, Verlag, Berlin 1932; trad. it a cura di U. Galimberti, Filosofia, UTET, Torino 1996 (ristampa riveduta e aggiornata), p. 389.
[2] Ibid. p. 391.
[3] Per una contestualizzazione più ampia del rapporto tra filosofia e realtà nel pensiero hegeliano, mi permetto di rinviare al mio recente lavoro
Hegel.Biografia dell’assoluto, pref. di Massimo Donà, SpazioTre, Roma 2008.
[4] K. Jaspers, op.cit., p. 391.
[5] Ibid., p. 392.
[6] Ibid., p. 393.
[7] Ibid., p. 398.
[8] Ibid., p. 402.
[9] Ibid., p. 407.
[10] Ibid., p. 414
[11] Ibid., p. 447.
[12] Ibid., p. 450.
[13] Ibid., p. 451.
[14] Loc. cit.
[15] Per un approfondimento del rapporto tra saper e sovra-sapere si rimanda agli imprescindibili lavori di Giorgio Penzo dedicati al pensiero jaspersiano
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