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Giornale Critico di Storia delle Idee
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Sulla
peculiare temporalità di una negazione del tempo. di Pierfrancesco Fiorato |
| 1. Da diverse testimonianze
epistolari risulta che Franz Rosenzweig, nel semestre estivo del 1914, abbia
frequentato le esercitazioni su Maimonide tenute da Hermann Cohen presso la
«Lehranstalt für die Wissenschaft des Judentums» di Berlino[2].
Alla forte impressione suscitata da tale seminario, destinato a esercitare un
influsso duraturo sul pensiero del giovane studioso, è da ricondursi
probabilmente anche la seguente annotazione, registrata nei Diari alla data 27 giugno, in cui
Rosenzweig mette in relazione il tema del «noi siamo già alla meta», tema
particolarmente importante per la sua caratterizzazione dell’ebraismo, con una
peculiare concezione del futuro: Con ogni probabilità Rosenzweig
fa qui riferimento all’interpretazione maimonidea del «mondo a venire» (olam ha-ba) e alla conseguente
distinzione tra «mondo a venire» e «tempo a venire». Cohen aveva già citato il
passo del commento maimonideo alla Mishna
relativo a tale questione nel suo ampio saggio su Maimonide del 1908: Secondo la ricostruzione proposta
da Cohen, la necessità di introdurre una netta separazione tra «vita eterna»
(come lui sceglie qui di tradurre olam
ha-ba) e «tempo messianico» (quale «tempo a venire») sarebbe stata dettata
dal confronto critico con il cristianesimo[4].
Infatti: «il cristianesimo annunciò se stesso come messianesimo [Messiastum]; un tale messia poneva però
come condizione la fede nella vita eterna, di cui lui e lui soltanto voleva
essere il garante». Fu così che, in seguito alle «rappresentazioni secondo le
quali la vita eterna costituirebbe un regno
del futuro che si instaurerebbe con il nuovo
avvento di Cristo», anche nell’escatologia ebraica il «futuro messianico»
finì per confondersi con l’«aldilà», e Contro il «materialismo
racchiuso nella rappresentazione di un mondo futuro destinato alla vita eterna»
(KS IV 258 [= JS III 281 s.]), l’interpretazione maimonidea del «mondo a
venire» condusse così secondo Cohen a una «desensibilizzazione [Entsinnlichung] dell’aldilà», cui poté
corrispondere una «idealizzazione
dell’aldiqua nel tempo messianico» (KS IV 260 [= JS III 283]). Anche Rosenzweig, nel passo
citato, contrappone la concezione ebraica sopra tratteggiata a quella del
cristianesimo e conclude le sue riflessioni sulla nozione di futuro con una
notazione piuttosto sbrigativa sull’islam che può essere letta come
un’anticipazione della sua successiva caratterizzazione di esso come «religione
del progresso» (cfr. SE 251 ss. [242 ss.]): Se secondo La stella della redenzione sarà l’atto di «anticipare la “meta” nel
prossimo istante» a distinguere il «credente nel regno» dall’«adoratore del
progresso» (SE 253 [244]), qui è dunque l’ancora più radicale e per così dire
“iper-escatologico” «noi siamo già alla meta» a risultare sorprendentemente
capace di dischiudere un futuro puramente riferito all’aldiqua, un futuro che
solo così risulta essere – per usare l’espressione di Walter Benjamin – «libero
da ogni incantesimo»[5]. Per
comprendere come per Rosenzweig ciò possa accadere, si dovrà anzitutto
considerare con maggiore attenzione la sua concezione del rapporto tra ebraismo
e cristianesimo, in modo da chiarire soprattutto quel laconico «per noi la cosa
è capovolta», in cui egli condensa l’intera questione. 2. Il rapporto di opposizione tra
ebraismo e cristianesimo è stato interpretato in modo diverso da Cohen e da
Rosenzweig. Nel saggio del 1914 Die
religiösen Bewegungen der Gegenwart anche Cohen si era soffermato sul passo
del vangelo giovanneo cui Rosenzweig attribuirà tanta importanza per la
definizione di tale problema: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno
viene al padre, se non per mezzo mio» (Gv 14,6)
[6].
Il suo commento è drastico: «La solita limitatezza. Cohen scrive “si”, ma ciò vale
soltanto per l’ebreo», chiosa
Rosenzweig a questo proposito nei Diari
(BT 158; annotazione del 20 giugno 1914). A quale «limitatezza» egli faccia qui
allusione, la stessa annotazione diaristica lo aveva già chiarito poco prima: Sempre nel medesimo contesto,
Rosenzweig aveva avanzato delle riserve anche su un altro passo dove Cohen si
era espresso criticamente in merito alla centralità di Cristo, al suo essere Mittelpunkt, lamentando il fatto che in
esso il «processo religioso» sarebbe stato indebitamente costretto a una sorta
di fissità: Nel suo commento, Rosenzweig sottolineava come Cohen, con
le sue parole, avesse sì individuato correttamente «il diverso orientamento
delle due religioni», ma non fosse riuscito a scorgerne l’intima «necessità»
(BT 157 s.). In realtà, come è noto, la particolare attenzione che Rosenzweig
riserva al cristianesimo e il positivo riconoscimento che egli accorda alla sua
specificità non sono in alcun modo separabili dalla peculiare “costruzione”
dell’ebraismo da lui proposta – e la fascinazione per il ribaltarsi degli
opposti, cui l’hegeliano Rosenzweig non appare qui insensibile, finisce per
conferire a quest’ultimo alcuni tratti apertamente paradossali. In questo senso, quel ribaltarsi
paradossale, che già si annunciava nel «per noi la cosa è capovolta» dei Diari, era destinato a trovare la sua
espressione più pregnante in ciò che Rosenzweig – nella lettera a Hans
Ehrenberg dell’11 maggio 1918 (BT 560 ss.) e in una delle ultime pagine di Stern (SE 467 [449]) – chiamerà la negazione del “tra”. La particolare
importanza che Rosenzweig attribuiva a tale concetto risalta già dalla lettera
citata. Qui, infatti, esso viene presentato come il «paradosso fondamentale» [Grundparadoxon] «per mezzo del quale,
probabilmente, tutto ciò che c’è ancora di contraddittorio nel mio materiale
andrà a posto» (BT 561). È proprio al chiarimento del significato e delle
implicazioni di tale paradosso che le considerazioni che seguono intendono
offrire un qualche contributo. Il tema generale del «diverso
orientamento» di ebraismo e cristianesimo subisce una peculiare
radicalizzazione nel momento in cui, nel carteggio con Hans Ehrenberg, viene
affrontata la questione del «rapporto dell’ebraismo nei confronti
dell’“interregno” [Zwischenreich]»[7].
Infatti non è sufficiente dire che «il cristiano vive a partire dall’inizio,
l’ebreo a partire dalla fine del interregno». Nella lettera citata Rosenzweig
esprime l’intenzione di esporre l’intera faccenda in forma «un po’ più dialettica» e afferma che «il rapporto
cristiano con l’interregno è nel segno dell’affermazione, quello ebraico nel
segno della negazione» (BT 560). Ciò che di primo acchito potrebbe qui apparire
quasi un’affermazione banale, assume improvvisamente un’altra luce sulla base
di ciò che Rosenzweig, nel medesimo contesto, chiama i «due fatti fondamentali
della coscienza ebraica» – quelli «del messia non ancora giunto e del regno di
Dio già esistente»: Secondo Rosenzweig, la questione
qui toccata può essere intesa in tutta la sua portata solamente se la si
concepisce come una questione generale relativa alla affermazione o alla
negazione del “tra” (BT 560). Si afferma un “tra” – prosegue – «nel momento in
cui si pone un inizio in senso positivo, come avvenuto, e una fine in senso
negativo, come non ancora avvenuta»: qui la «positività dell’inizio» è «il
momento concettualmente determinante, tetico; e solamente la dialettica dello
sviluppo può condurre anche la componente negativa ad acquisire un proprio
significato autonomo». Per la questione di come sia
possibile negare un “tra” Rosenzweig ritiene di dover trovare invece una
formulazione «più incisiva». Essa suona: «Come si esprime nella forma del tra
il fatto che qualcosa non è tra?» La
nuova formulazione fa risaltare in modo più evidente il punto di vista a
partire dal quale la domanda è posta e da cui essa è guidata. La risposta –
«col fatto che si pone l’inizio in termini negativi, come non ancora stato, e
la fine in termini positivi, come già stata; e dunque col fatto che inizio e
fine non sono scambiati, ma cambiati di segno» – deve dare sì espressione,
infatti, al rapporto che l’ebraismo intrattiene con inizio e fine, ma deve
costituire al contempo e anzitutto la risposta alla domanda di «come appare
l’ebraismo a partire dal cristianesimo» (BT 561). L’impostazione adottata da
Rosenzweig fa sì che queste due questioni, pur profondamente diverse tra loro,
non siano sempre tra loro nettamente distinguibili o separabili. Ciò vale
anzitutto per le considerazioni svolte in questa lettera, ma, almeno in parte,
anche per quelle di Stern, dove non
si parlerà quasi più dell’«interregno» cristiano[9],
ma dove il tema del “tra” continuerà comunque a essere pensato a partire dalla
prospettiva cristiana, per essere poi intrecciato, in compenso, con
considerazioni teoretiche di carattere più generale relative al tempo e alla
storia[10]. 3. Prima di passare alla
considerazione di questi ulteriori aspetti, è opportuno però soffermarsi ancora
sulla lettera a Hans Ehrenberg, per analizzare l’analogia matematica che
Rosenzweig introduce qui allo scopo di chiarire meglio il proprio pensiero.
Rosenzweig afferma infatti che la questione appena citata, «come si esprime
nella forma del tra il fatto che qualcosa non
è tra?», ha «un suo analogon assai
appropriato: il concetto di numero irrazionale». È proprio attraverso tale
analogia che egli ritiene di poter esporre nel modo più chiaro al suo
interlocutore «come appare l’ebraismo a partire dal cristianesimo» (BT 561).
Nella letteratura secondaria è nota soprattutto l’interpretazione che di questa
analogia è stata proposta da Stéphane Mosès, il quale ha ritenuto di poter
istituire un collegamento tra alcuni aspetti di essa e la teoria kantiana del
sublime matematico[11].
Forse anche più notevoli sono qui tuttavia alcune corrispondenze piuttosto
evidenti con Rosenzweig distingue qui tre diverse
«estensioni numeriche»: -
la prima è quella del numero infinitesimale (da lui chiamato anche
«numero originario operante in modo invisibile»: unsichtbar wirksame Urzahl): per mezzo di esso l’infinito opera quale «forza propulsiva»
«segreta» ed «eternamente invisibile» su quella «realtà effettiva [Wirklichkeit] “visibile”» che è
costituita dal «numero razionale»; -
vi è poi, naturalmente,
l’estensione del numero razionale
stesso, «per il quale l’infinito è il limite eternamente irraggiungibile tanto
verso l’alto quanto verso il basso»; -
e, infine, vi è l’estensione del
numero irrazionale, definito da
Rosenzweig (quasi a contraltare della unsichtbar
wirksame Urzahl infinitesimale) come wirklich
sichtbare Unzahl: dove il termine Unzahl
intende sottolineare non solo (secondo il significato corrente che tale
espressione ha in tedesco) il carattere “innumerevole” che è proprio
dell’entità in questione, ma più ancora – e più incisivamente – il carattere
paradossalmente “innumerico” che essa possiede, a dispetto del suo essere
«effettivamente visibile»; ovvero – come Rosenzweig scrive espressamente – il
suo essere «numero eppure non numero: “innumero” si potrebbe dire». È così che
per Rosenzweig nel numero irrazionale l’infinito
risulta essere «manifesto, visibile, eppure eternamente estraneo». Ciò che dal
punto di vista dei numeri razionali appariva come limite, qui «colpisce in
forma corporea, numerica, presente, ciascun singolo punto» di tale estensione
e, così facendo, la «redime dalla sua astrattezza “lineare” e dall’incertezza
della sua unidimensionalità, conducendola fino all’intero “spaziale” e quindi a
una realtà effettiva certa di sé» (BT 561 s.). Se il numero razionale, nelle intenzioni di Rosenzweig,
rappresenta il cristianesimo, che non solo vive nel “tra”, ma vive come “tra” e dunque afferma il “tra” vivendolo, nel numero irrazionale, in quanto
«numero eppure non numero», dovrà trovare espressione «nella forma del tra»
proprio quell’ebraismo che, come si è visto, il “tra” lo nega. Nel numero irrazionale dovrà venire alla luce, in altre
parole, «come appare l’ebraismo a partire dal cristianesimo». Benché ciò non venga mai
dichiarato espressamente, alla teoria numerica qui presentata da Rosenzweig
sembra essere sotteso un modello di sviluppo triadico che, muovendo dalla forza
propulsiva «eternamente invisibile» dell’infinitesimale, procede verso la
«realtà effettiva “visibile” del numero razionale», per poi sfociare in quel
numero irrazionale con il quale – come Rosenzweig dichiara esplicitamente –
«l’universo del numero» si conclude (BT 562). Ora, è proprio questo lo schema
secondo il quale anche Cohen, nella sua Logica
della conoscenza pura, ha articolato la sezione dedicata ai «giudizi della
matematica», scandendola nei tre momenti di realtà, pluralità e totalità.
Secondo l’esposizione sintetica del contenuto di questa sezione da lui stesso
proposta, la pura realitas (Realität) dell’infinitesimale, che in sé
precede ogni determinazione finita, «trascorre» la «pluralità», intesa come
«unità del numero razionale», per «erigere» infine la «totalità» (Allheit) (LrE 183) – ed è in relazione a
quest’ultima che nella Logik der reinen
Erkenntnis fa la sua comparsa il numero irrazionale. Anche per
l’argomentazione coheniana è anzitutto la «non numerabilità» di questo a
svolgere una funzione chiave. In ciò che di primo acchito potrebbe qui apparire
una mera «indeterminatezza» e quasi l’ammissione di una «debolezza» del
pensiero, si annuncia, in verità, «uno stadio più alto del contenuto»: quello,
cioè, di una «determinatezza suprema» che oltrepassa ogni «pluralità», non
risultando in alcun modo esauribile in essa (LrE 177). È proprio per dare
un’adeguata espressione categoriale a questo «stadio più alto del contenuto»
che la riflessione coheniana sul momento logico della «totalità», dopo essersi
soffermata sui concetti matematici di «serie infinita» e, soprattutto, di
«integrale», introduce infine la categoria di spazio, individuando nella definizione di questo lo scopo stesso
del calcolo integrale (LrE 198). Tra le funzioni principali attribuite da Cohen
allo spazio vi è il compito di «trattenere» il contenuto e di recare così
soccorso – tramite la «sommazione infinita» quale «nuova prestazione»
dell’«assieme» – a quella «relatività priva di compimento» da cui invece, a
causa della relazione costitutiva che lo lega alla «pluralità» del numero
razionale, risulta essere affetto il tempo (LrE 194 s.). Proprio l’«integrazione del tempo
per mezzo dello spazio», di cui Cohen parla a questo proposito (cfr. LrE 193),
può aiutare a comprendere – nonostante alcune rilevanti divergenze di ordine
terminologico[12] – in
quale modo, secondo Rosenzweig, l’infinito «effettivamente visibile» del numero
irrazionale possa «redimere» l’estensione dei numeri razionali «dalla sua
astrattezza “lineare” e dall’incertezza della sua unidimensionalità», per
condurla «fino all’intero “spaziale” e quindi a una realtà effettiva certa di
sé». Più istruttivo ancora il confronto tra i due autori lo diventa però quando
si consideri anche la ‘ripresa’ del medesimo percorso argomentativo che Cohen
propone nelle pagine dell’Etica della
volontà pura dedicate al concetto di eternità. Qui egli torna a considerare da
un nuovo punto di vista la differenza tra tempo e spazio: mentre «lo spazio, in
quanto spazio infinito, significa la totalità dello spazio», il tempo, nella
sua costitutiva anticipazione del futuro, «non si lascia riassumere in alcuna
totalità». Nel caso del tempo «non è possibile comporre una somma infinita:
ogni somma sarebbe qui d’intralcio – nuovi addendi devono poter aggiungere
nuove forme, nuovi contenuti» (ErW 400 [288]). È così che «all’infinità dello
spazio, che significa totalità, si affianca un analogon dell’infinità nel tempo, che alla totalità si oppone»: ed
è questo, per Cohen, «il significato del concetto di eternità» (ErW 400 [289]).
Tale concetto viene qui introdotto per avviare a una soluzione il problema
della «realtà effettiva della moralità». Infatti, dal momento che «il concetto
della volontà pura attua se stesso conformemente al concetto fondamentale del
tempo» (ErW 398 [287]), proprio quella «relatività priva di compimento», nella
quale È così che Cohen ritiene
possibile avviare a una soluzione, dal punto di vista concettuale, il problema
di una «realizzazione effettiva della moralità», senza tradire quella
insopprimibile apertura al futuro che è costitutiva del tempo. Non avrebbe
senso infatti, in nome di tale realizzazione, pretendere di annullare il futuro
in un presente, con il risultato paradossale di negare così nei suoi stessi
fondamenti proprio quella dimensione al cui interno soltanto la volontà pura,
le sorti del cui oggetto stanno qui tanto a cuore, può esplicarsi. Anziché
appiattire il futuro sul presente – «il futuro non può mai diventare un
presente» (ErW 408 [294]) –, si tratterà invece di conferire al presente, a
ogni presente, la profondità del futuro, fino a trasformare così «tutto ciò che
è temporale» in uno «specchio dell’eterno» (ErW 412 [296 s.]). Infatti è
proprio il concetto di eternità a costituire, quale «nuovo significato» cui va
condotto il concetto di futuro e quale nuova «integrazione» del tempo (ErW 408
[294]), quel focus imaginarius che,
solo, consente di costruire, di volta in volta, la “prospettiva” di una simile
profondità: Anche secondo il testo della lettera
a Hans Ehrenberg quel «limite dell’estensione dei numeri razionali» che è
costituito dal numero irrazionale «colpisce in forma corporea, numerica,
presente, ciascuno dei singoli punti»
di quella, per redimerla «dalla sua astrattezza ‘lineare’ e dall’incertezza
della sua unidimensionalità, conducendola fino [...] a una realtà effettiva
certa di sé». Per quanto significative possano anche apparire, tuttavia,
singole corrispondenze tra i due testi, resta il fatto che la cornice generale
in cui esse, nei rispettivi casi, sono inserite sembra essere, almeno di primo
acchito, assai diversa, anzi quasi incomparabile. È impressione di chi scrive,
però, che proprio il confronto con le argomentazioni di Cohen faccia emergere
nel testo di Rosenzweig elementi che, almeno in parte, infrangono la cornice
interpretativa, da lui stesso proposta, del suo paragone matematico; e la forma
in cui il tema della «negazione del tra» viene ripreso alla fine di Stern der Erlösung sembra confermare
tale impressione. 4. Nel numero irrazionale, in quanto
«numero eppure non numero», l’infinito si fa «manifesto, visibile, eppure eternamente estraneo»: è in questo senso
che per Rosenzweig tale numero sarebbe adeguato a esprimere l’«eterna»
estraneità che l’ebraismo rappresenta agli occhi del cristianesimo. Una tale
«eterna» estraneità dovrà però necessariamente caratterizzare anche il rapporto
dell’ebraismo nei confronti di una storia che intende se stessa quale
cristiana. E l’analogia matematica contiene in effetti, oltre alla risposta alla
domanda di «come appare l’ebraismo a partire dal cristianesimo», anche elementi
utili a una definizione concettuale di tale rapporto. Questi elementi possono
però trovare piena esplicazione soltanto sulla base di alcuni presupposti che
nella lettera a Hans Ehrenberg non sono espressamente presenti. Le cose stanno diversamente nella
Stella. Il tema del carteggio con
Hans Ehrenberg ritorna qui, verso la fine dell’opera, nella forma di una
riflessione più generale su ciò che significa «vivere nel tempo»: La riflessione teoretica, al cui interno la questione del
“tra” è qui ripresa e discussa, muove dunque dalla constatazione del comune
trovarsi situati «nel tempo» di ebraismo e cristianesimo, per considerare poi
le diverse forme in cui ciascuno di essi prende posizione rispetto a tale
circostanza «naturale». È solamente per il fatto che anche l’ebraismo si trova
«nel tempo» che a lui si dischiude la possibilità di negare il “tra”.
Attraverso tale negazione, però, l’ebraismo si oppone, nello stesso tempo, al
cristianesimo – e vi si oppone, come avremo modo di vedere, in modo «attivo» –
perché il cristianesimo non solo vive nell’«estensione dei numeri razionali»
che è propria del tempo, ma vive anche in conformità a essa; o meglio: perché
il cristianesimo ‘vive’ [erlebt]
anche, propriamente, tale estensione numerica e così la fa sua. Infatti, benché qui – a
differenza di quello che accade nella lettera a Hans Ehrenberg – i riferimenti
all’interregno cristiano quasi non traspaiano, nel leggere questa pagina non si
deve dimenticare che la possibilità di fare del presente un “tra” si dischiude
per Rosenzweig solamente grazie al cristianesimo. L’istante, aveva scritto in
tal senso nel capitolo dedicato alla «storia cristiana», «vola via veloce come
una freccia e di conseguenza non è mai “tra” il proprio passato e il proprio
futuro, ma, prima di poter essere tra qualche cosa è già volato via» (SE 374
[360]). Solamente in forza del fatto che «la rivelazione [cristiana] fissa il
suo contrassegno nel centro del tempo», sorgono «un prima e un dopo che non si
possono più spostare» (SE 401 [385]), e il presente può «essere elevato a
libero signore del tempo» (SE 375 [361])[14].
È così che per il cristiano si dischiude la possibilità, lungo la «via eterna»,
di ‘vivere’ il tempo stesso nella forma del “tra”. Rosenzweig fa espressamente
riferimento a questo tema al termine delle sue riflessioni sulla «negazione del
tra», concludendole con la considerazione che il popolo ebraico, in quanto
popolo eterno, Nell’affermazione che il popolo
eterno ‘vive’ il «capovolgimento del
tra» fa qui la sua comparsa un ulteriore aspetto che approfondisce e integra le
considerazioni della lettera a Hans Ehrenberg. Nella Stella, infatti, Rosenzweig sottolinea che se la «negazione del
tra» mira a ottenere non solo «un non-vivere nel tempo, ma un positivo
vivere-eternamente», essa deve essere una «negazione attiva». In quanto tale, la «negazione del tra» non descriverà però
più allora soltanto «come appare l’ebraismo a partire dal cristianesimo», ma
esprimerà anzitutto, in termini positivi, in quale modo il popolo «eternamente
estraneo» al cristianesimo si atteggi nei confronti della temporalità e della
concezione cristiana della storia che su di essa è edificata. L’“atto” cui è affidata la
«negazione attiva» del tra non può
essere che quello di un «capovolgimento»: «capovolgere un tra vuol dire fare
del suo dopo un prima, del suo prima un dopo, della fine l’inizio e dell’inizio
la fine. E il popolo eterno fa appunto questo». Una «inversione [Verkehrung] della successione temporale»
fonda in tal senso la vita di quest’ultimo. «La sua vita eterna [...] anticipa
costantemente la fine e ne fa l’inizio»: esso celebra infatti nei suoi sabati
«il compimento sabbatico del mondo» e «ne fa il fondamento e il punto d’origine
del suo esserci». Esso fa però d’altro lato anche «dell’inizio la fine»,
ponendosi come meta proprio «ciò che temporalmente sarebbe soltanto un punto di
partenza»: la legge (SE 467 [449]). 5. Proprio il passo appena citato –
individuando nella legge il «punto di partenza» che il «popolo eterno», sulla
base del «capovolgimento del tra», si pone come meta – offre una chiave per
intendere meglio il rapporto, di primo acchito paradossale, che si è visto
sussistere per Rosenzweig tra quello che abbiamo definito un
“iper-escatologico” «noi siamo già alla meta» e il dischiudersi di un futuro
che sia rein diesseitig, «puramente
riferito all’aldiqua». Nella Stella della
redenzione Nel capitolo così intitolato, il
particolare riferimento al futuro che si dischiude per l’ebraismo sulla base di
questa caratterizzazione del mondo emerge in tutta la sua radicalità
soprattutto là, dove Rosenzweig sottolinea come la legge, «con la sua forza e
la sua poliedricità, [...] che abbraccia [...] tutta la vita dell’aldiqua,
[...] rende questo mondo indistinguibile dal mondo futuro» (SE 451 [434]).
Infatti, come egli aggiunge poco dopo, chiarendo meglio il proprio pensiero: l’idea [Gedanke] della transizione [Übergang] da questo mondo a quello futuro, l’idea del tempo messianico che se ne sta sospesa sopra la vita come un oggi che eternamente dev’essere atteso, qui si stabilizza e si fa quotidiana in una legge, nella cui osservanza, quanto più è perfetta, è comunque sminuita la serietà di quella transizione. (SE 452 [435]) [15]È Rosenzweig stesso a
sottolineare come la concezione del futuro che qui si annuncia nei suoi tratti
essenziali si trovi in una «opposizione profonda» rispetto a ciò che egli
chiama in questo contesto la christliche
Gesetzlosigkeit des Sichüberraschenlassenkönnens und -wollens ossia la
«anomia cristiana del potere e volere-lasciarsi-sorprendere» (SE 452 [434]). In
realtà, nell’ambito della propria teoria della rivelazione, Rosenzweig aveva
saputo valorizzare con efficacia proprio il carattere «sempre improvviso,
sempre sorprendente» di quel «libero atto d’amore» (SE 242 [234]), che lui
aveva definito incisivamente come «evento avvenuto» [ereignetes Ereignis] (SE 178 [170])[16].
Qui tuttavia, dove, con riferimento al mondo, ne va della legge e non più – come egli stesso sottolinea espressamente – del comandamento, inteso come «contenuto
della rivelazione ed esigenza posta al singolo» (SE 451 [434]; cfr. 197 s. [189
s.])[17],
sono proprio tali caratteri distintivi a essere espressamente respinti per fare
largo a una concezione del futuro che, sulla base del «capovolgimento del tra»,
intende mantenere tale dimensione del tutto sgombra da ogni intrusione di
elementi di “storia della salvezza”. Nella prospettiva ebraica, quale viene
delineandosi nella terza parte della Stella,
non vi è spazio alcuno per eventi salvifici. È significativo, in questo senso,
che il concetto di Ereignis, dopo
aver costituito la categoria centrale per definire la rivelazione nel secondo
libro della seconda parte dell’opera, torni a essere rilevante nella terza
parte solo con riferimento alla «storia cristiana» e alla definizione, in quel
contesto, della «via eterna» (cfr. SE 374-378 [360-363]). L’«eterna» estraneità che,
secondo la lettera a Hans Ehrenberg, deve caratterizzare l’«innumerevole»
ebraico rispetto all’«estensione dei numeri razionali» del cristianesimo e
della sua storia, comporta, in quanto tale, che anche la speranza messianica
non vada confusa con la speranza in un evento di “storia della salvezza”. Là dove
Rosenzweig nella Stella, alla fine
della sua trattazione della «storia cristiana», giunge a parlare di una tale
speranza, lo fa impiegando a tal fine un’espressione che richiama
significativamente alla memoria il «punto prospettico» dell’eternità di cui aveva
parlato Cohen. Egli scrive infatti che la speranza ebraica «esce da tutta la
molteplicità del tempo per raccogliersi eternamente nell’unico punto prospettico,
lontano e vicino, della fine [in dem
einen fern und nahen Augenpunkt des Endes]»
(SE 386 [371]; c.vo. P.F.). Certo Cohen, sulla base dell’impostazione
rigorosamente antiescatologica del proprio messianismo, non avrebbe mai scelto
una simile espressione. La radicalità con cui egli concepisce, già nella Logica della conoscenza pura, quello che lui chiama l’«atto
originario del futuro» (LrE 155) fa sì che egli non abbia bisogno, in realtà,
di alcun tonificante escatologico per distinguere l’«anticipazione», che è
definita da tale atto, dalla concezione ordinaria di un mero procedere in una
‘dimensione’ temporale già preliminarmente data. Lo stesso non sembra valere,
almeno di primo acchito, per Rosenzweig che, nella sua polemica contro la
«religione del progresso», pare piuttosto voler far dipendere la possibilità
che il futuro si converta in un «tempo dell’eternità» da una anticipazione che
deve la sua pregnanza al riconoscimento del «fatto che la fine dev’essere
attesa ogni momento» (SE 252 [243])[18].
Già in tale contesto, tuttavia, l’indisconoscibile accento escatologico, che è
pur presente, può essere interpretato adeguatamente soltanto se non si
dimentica che è proprio il fatto «che ogni
istante possa essere l’ultimo» ciò che per Rosenzweig «lo rende eterno» (SE 252 s. [243]; c.vo P.F.) – dove, nota bene, a
esser reso eterno è, appunto, «ogni
istante»: già qui, dunque, quella che di primo acchito poteva sembrare una
teoria sulla fine del tempo, a uno sguardo più attento si rivela essere
l’ingiunzione di produrre, attraverso l’anticipazione continua della fine, una «serie»,
come Rosenzweig scrive espressamente, «nella quale ogni membro è anticipato dal primo» (SE 253 [243]; c.vo. P.F.). Sulla base della capovolgente
«negazione del tra», che fa «della fine l’inizio e dell’inizio la fine», dovrà,
tanto più, però allora potersi leggere diversamente anche quel «punto
prospettico della fine» di cui Rosenzweig
parla con riferimento alla speranza ebraica. E, in effetti, come «lontano» e «vicino»
nello stesso tempo, un tale «punto prospettico» potrà farsi valere solamente se
esso non rappresenta un punto appartenente all’«estensione dei numeri razionali»,
ma viene inteso invece – secondo le parole di Cohen – come quel «punto infinitamente lontano» che «costituisce
l’eternità per ogni punto finito». Quando dunque Rosenzweig,
nell’Introduzione alle Jüdische Schriften
di Cohen, con riferimento al concetto di eternità esposto nell’Etica della volontà pura, parla del «futuro più lontano riferito all’attimo e
“attuato” nel “guscio di noce” dell’attimo» (ZW 196
[47]), è lecito assumere che tale concezione dovesse risultargli più vicina di
quanto non possa sembrare di primo acchito. La formulazione originaria di
Cohen, cui Rosenzweig qui si riferisce, suonava in realtà: «In ogni guscio di
noce risiede l’infinito; non risiede
in esso, ma si attua in esso» (ErW 424 [305]; c.vo P.F.). Sostituendo all’«infinito»
il «futuro più lontano», Rosenzweig si rivela felice lettore dell’opera
coheniana: contro facili fraintendimenti e banalizzazioni, egli riesce infatti a
evidenziare con efficacia come quello di cui Cohen parla sia un futuro che –
senza mai diventare presente – si realizza, appunto come futuro, in ogni presente. L’affermazione che il «futuro più
lontano» sarebbe riferito all’attimo costituisce,
nella versione della definizione coheniana dell’eternità proposta qui da Rosenzweig,
la seconda e più rilevante variazione rispetto al testo originale. Qui Rosenzweig
traduce i pensieri di Cohen nella propria terminologia. Egli lo aveva già fatto,
peraltro, anche alla fine della seconda parte della Stella, dove aveva riferito di quel «Ma noi siamo eterni», che
Cohen avrebbe esclamato al termine del suo ultimo intervento pubblico. In quel
caso Rosenzweig aveva parlato di un «“noi” che fa irrompere esortativamente
tutta l’eternità futura nell’adesso presente dell’attimo» (SE 281 [271]). Il nesso
con la teoria dell’eternità sviluppata nell’Etica
della volontà pura sarebbe stato poi da lui espressamente stabilito
nell’Introduzione alle Jüdische Schriften,
con le parole: Rosenzweig allude qui agli ultimi anni berlinesi di Cohen,
anni caratterizzati da un sensibile intensificarsi del suo impegno sul fronte
dell’ebraismo. Ma anche quel «ritorno a casa», quella Heimkehr, di cui Rosenzweig parla, come è noto, con riferimento alla
complessa relazione di Cohen con la cultura e la religione dei padri (ZW 183 s.
[25 s.]), sulla base del «capovolgimento del tra», non potrà più essere inteso come
appagante e acquietante approdo finale: sulla falsariga delle parole che Cohen
stesso impiega una volta in Religion der
Vernunft, esso potrà essere inteso soltanto come un «ritorno», una Heimkehr, a un «compito infinito», a quel
«compito infinito della santità, che ha la sua origine in Dio» (RV 354 s. [446]).
[1]
Il presente testo costituisce la
versione italiana rielaborata della relazione «Die Umkehr des Zwischen.
Über die eigentümliche Zeitlichkeit der Zeitverneinung» tenuta il 30
giugno 2007 presso
[2] Cfr. BT 588 (lettera del 7 agosto 1918 alla
madre), BT 805 (lettera del 30 luglio
[3] A questo proposito cfr. le
considerazioni di Almut Sh. Bruckstein nella sua edizione commentata del saggio
Charakteristik der Ethik Maimunis: H.
Cohen, Ethics of Maimonides,
translated with commentary by A. Sh. Bruckstein, The University of Wisconsin
Press, Madison 2004, pp. 169-177, e della stessa: Moses Maimonides: Jüdische Kritik am Mythos der Endzeit, in: Helmut
Holzhey, Georg Kohler (a c. di), In
Erwartung eines Endes. Apokalyptik und Geschichte, Pano Verlag, Zürich
2001, pp. 69-81.
[4] Su tale distinzione si veda la
nota filologica di H. Wiedebach in KS IV 256.
[5] Cfr. W.
Benjamin, Gesammelte Schriften, a c.
di Rolf Tiedemann e Hermann Schweppenhäuser con la collaborazione di Theodor W.
Adorno e Gershom Scholem, 7 voll., Suhrkamp, Frankfurt a. M. 1972-1989,
I 2, p. 704: Über den Begriff der
Geschichte, tesi B [tr. it. a c. di Gianfranco Bonola e Michele Ranchetti: Sul concetto di storia, Einaudi, Torino
1997, p. 57].
[6] Come è noto, la terza parte
della Stella desume proprio da questo
passo la scansione in vita, via e verità eterne, cui sono dedicati
rispettivamente il primo, il secondo e il terzo libro.
[7] Sul significato centrale che
tale problematica assume nel contesto del confronto tra Rosenzweig e Hans
Ehrenberg si è soffermato Heinz-Jürgen Görtz nel saggio Franz Rosenzweig und Hans Ehrenberg. Jüdisch-christliches
Religionsgespräch als „Entdeckungsreise“ in ein „neues Denken“, in: Heinz
Kremers/Julius H. Schoeps (a c. di), Das
jüdisch-christliche Religionsgespräch, Burg Verlag, Stuttgart/Bonn 1988,
pp. 90-113, spec. pp. 107-111, dedicate proprio alla lettera dell’11 maggio
1918.
[8] L’espressione della preghiera
del mattino cui Rosenzweig fa qui riferimento era stata significativamente
collegata da Cohen proprio alla distinzione maimonidea tra «mondo a venire» e
«tempo a venire»: cfr. RV 360 s. [452 s.].
[9] Di Zwischenreich
[10] Le valenze assunte dal “tra”
negli scritti di Rosenzweig non si esauriscono tuttavia in quelle che sono
oggetto di attenzione nel presente saggio. Per una riflessione sui principali
significati che tale determinazione viene a rivestire in altri contesti, e in
particolar modo in quella peculiare Popularphilosophie
che Rosenzweig elabora nel corso degli anni Venti a partire dalla Stella, si veda l’attento contributo di
H. Wiedebach Gestalten des Zwischen:
Rosenzweigs Weisheitslehre, relazione tenuta al congresso Faith, Truth & Reason. An International
Conference on the Philosophy of Franz Rosenzweig organizzato dalla
Internationale Rosenzweig-Gesellschaft a Gerusalemme nel settembre del
[11] Cfr. il terzo capitolo di S.
Mosès, L’ange de l’histoire. Rosenzweig,
Benjamin, Scholem, Éditions du Seuil, Paris 1992; tr. it. di Michele
Bertaggia, La storia e il suo angelo.
Rosenzweig, Benjamin, Scholem, Anabasi, Milano 1993, pp. 83-100, spec. pp.
87-95.
[12] Mentre Rosenzweig parla di «intero spaziale» («räumliche Ganzheit»), Cohen, aprendo il capitolo sulla «totalità»,
insiste subito sulla necessità di distinguere
[13] Per un’analisi più dettagliata
di questo aspetto mi permetto di rinviare al mio precedente saggio Der Blickpunkt der Ewigkeit. Zur Optik des
Messianismus bei Hermann Cohen, in: «Archivio di Filosofia» LXXI (2003) [=
Gianna Gigliotti, Irene Kajon, Andrea Poma (a c. di), Man and God in Hermann Cohen’s Philosophy, Biblioteca
dell’«Archivio di Filosofia», Cedam, Padova 2003], pp. 233-244.
[14] Su questi aspetti si è
soffermato Francesco Paolo Ciglia nel saggio Der gordische Knoten der Zeit. Aspekte des Dialogs zwischen Rosenzweig
und Augustin, in: Wolfdietrich Schmied-Kowarzik (a c. di), Franz Rosenzweigs „neues Denken“, Alber,
Freiburg/München 2006, vol. 1, pp. 323-345.
[15] A un’interpretazione di questo
tema sono dedicate le ultime pagine del saggio di G. Bonola La vera struttura del futuro. Lo Heute di F. Rosenzweig, un antecedente per W.
Benjamin, in: «Filosofia e Teologia» 14 (2000), pp. 268-288, spec. pp.
286-288.
[16] L’insistenza sul carattere
«improvviso» dell’evento ritorna, in una forma particolarmente rilevante per la
problematica del presente saggio, nel III capitolo degli appunti per il ciclo
di lezioni Glauben und Wissen, tenuto
da Rosenzweig nel
[17] Per un commento dei passi citati
si veda Robert Gibbs, Gesetz in The
Star of Redemption, in: Martin Brasser (a c. di), Rosenzweig als Leser. Kontextuelle Kommentare zum »Stern der Erlösung«,
Niemeyer, Tübingen 2004, pp. 395-410; in part. pp. 397-401. Tale commento
analitico porta l’autore a proporre una distribuzione di accenti diversa da
quella invalsa soprattutto presso gli interpreti cristiani della Stella: «As interruptive as the eternity
of the present moment of revelation is, the eternality of law makes redemption
not a discontinuous moment of call but rather an ongoing cycle of life in which
the historical past is always our present, and the messianic future comes into
our world through the law: This particular Jewish feeling is much vaster than
the experience of the moment of love, and perhaps it is just why Rosenzweig’s
book is named for redemption» (ivi, p. 409).
[18] Un confronto tra Rosenzweig e
Cohen su questo punto e a partire da questo passo è stato recentemente proposto
da Myriam Bienenstock, Cohen face à
Rosenzweig. Débat sur la pensée allemande, Vrin, Paris 2009, pp. 172-179.
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