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Scheda
di lettura
Michel
Foucault, La volonté de savoir, Editions Gallimard, Paris
1976; tr.it., La volontà di sapere. Storia della sessualità
1, a c. di Pasquale Pasquino e Giovanna Procacci, Feltrinelli, Milano
2008.
di Raffaele Ariano
La
volontà di sapere è presentato dal suo autore come
introduzione e prima presentazione d'insieme di un campo di ricerca nuovo,
che ha per oggetto il problema della sessualità o, per essere più
precisi, quello della nascita storica, nell'Età Moderna, di una
serie multiforme e complessa di dispositivi di sapere e di potere che
hanno per bersaglio il soggetto umano in quanto esso è dotato di
qualcosa come una sessualità. Foucault persevera perciò
nella scelta metodologica già percorsa nelle precedenti opere sulle
istituzioni psichiatriche, mediche e carcerarie e sulla nascita delle
scienze umane: quella di non fare né una semplice "storia
degli oggetti", né una "storia della mentalità",
concentrandosi invece sul tentativo di costruire da un lato una archeologia
dei regimi discorsivi e dall'altro una genealogia dei dispositivi di sapere
e di potere e degli effetti di assoggettamento che essi producono.
Quali i rapporti tra potere e sessualità? La narrazione più
volte sentita, più volte sbandierata, più volte acclamata
come verità auto evidente, è quella secondo cui i rapporti
tra potere e sessualità sarebbero essenzialmente caratterizzati
dalla cifra della repressione. Quella che Foucault chiama "l'ipotesi
repressiva". Se nel Medio Evo la preoccupazione per la carne, la
concupiscenza ed il peccato faceva già sentire forte il suo peso,
è dalla Controriforma in poi che si sarebbe instaurato nei confronti
della sessualità un vero e proprio regime repressivo, la cui intensità
sarebbe cresciuta sempre più, dal XVII secolo in poi, fino a condurre
- al suo apice - a quella morale borghese ottocentesca pudibonda e ipocrita
sulla quale tanto si è scritto e tanto si è detto. La logica
di questa repressione sarebbe quella di distinguere nettamente tra pratiche
lecite e pratiche illecite, per poi affermare che queste ultime non solo
sono vietate, ma non esistono, e che perciò non se ne deve affatto
parlare. Una logica di censura: divieto, inesistenza, mutismo. Pratiche
sessuali lecite sarebbero state quindi unicamente quelle interne alla
coppia monogamica eterosessuale, e soltanto se finalizzate al concepimento..
Tutto il resto, sarà via via peccaminoso, dissoluto, criminoso,
folle, malato. Non solo divieti, ma anche "polizia degli enunciati".
Il pudore della parola si afferma: metafore, allusioni, giri di parole,
e al meglio - quando possibile - il silenzio. Persino nei manuali sulla
confessione, che pure non potevano avere che una finalità pia,
dalla fine del XVI secolo in poi si inizia a essere molto meno espliciti
e a raccomandare la prudenza: suscitare la confessione sugli affari del
sesso rimane un compito fondamentale del confessore, ma diviene necessario
usare un linguaggio che sia il più possibile casto. Il perché
di questa storia di repressione è presto detto: dapprima, l'avrebbe
richiesta la teologia cristiana della caduta, della carne e della redenzione,
unita come ovvio alla volontà di dominio esercitata delle gerarchie
ecclesiastiche; di seguito, sarebbe stata l'organizzazione capitalistica
dei rapporti di produzione ad esigere che, in seno alla forza lavoro (e
quindi in ultima analisi al proletariato), venisse represso ogni dispendio
inutile di energia, qualsiasi uso infruttuoso della sessualità;
qualsiasi uso cioè che non fosse legato alla procreazione, la quale
permette alla forza lavoro di perpetuarsi. Portato implicito di questa
"ipotesi repressiva" sarebbe, secondo Foucault, che a variare
storicamente siano soltanto le modalità della repressione (prima
cristiana e confessionale, poi economica e capitalista), mentre l'oggetto
su cui essa si esercita, la sessualità appunto, permane invariato,
come una sorta di forza nuda e primordiale, un puro istinto di vita che
incessantemente e selvaggiamente preme di sotto alla cappa opprimente
del potere. Compito precipuo del pensiero e della critica politica sarebbe
oggi proprio quello di liberare la sessualità dai suoi ceppi. Innanzitutto,
e questo è essenziale, cominciando a parlarne liberamente. Cominciando
cioè a trarre fuori dal divieto e dalla rimozione quanto attiene
alla sfera della sessualità. È questo, in fondo, il proposito
della psicanalisi, la sua missione storica (e politica): far riemergere,
dal fondo inconfessato della coscienza individuale, le tracce di un desiderio
sessuale rimosso. Il discorso sul sesso come atto di sovversione, quindi.
Non ci si riferisce qui alla sola psicanalisi, come ovvio: il libro è
uscito nel'76 ed è bene tenerlo presente. Si tratta di quello che
Foucault chiama "beneficio del locutore": oggi, il solo parlare
del sesso liberamente, il solo tentativo di dirne finalmente la verità
- a lungo fraintesa, obliata, nascosta - pone nella condizione di chi
sfida l'ordine costituito e così facendo anticipa la venuta di
una nuova era, più felice, più libera, più sincera.
" Alcune delle vecchie funzioni tradizionali della profezia vi si
trovano riattivate " (p.12).
Rispetto a questa "ipotesi repressiva", Foucault solleva alcuni
dubbi. Non si tratta, per lui, di confutarla, rovesciandone semplicemente
le affermazioni; d'altro canto, non sono certo dubitabili i fatti storici
da cui essa muove (la crescita dal XVII secolo dei divieti sul sesso,
l'intensificazione dei controlli, l'instaurazione di regole rigide per
purificare il linguaggio, la delimitazione rigorosa di quali sono gli
ambiti relazionali in cui non è in alcun modo possibile che si
producano atti o discorsi di tipo sessuale - tra genitori e figli, tra
educatori ed alunni, tra padroni e domestici etc.). Ma, si chiede Foucault,
sono davvero questi fatti in grado di riassumere in modo esaustivo tutti
i cambiamenti avvenuti nel regime di potere sul sesso dal XVII secolo
ad oggi? Davvero l'unica interpretazione che se ne può dare è
quella in termini di repressione? E ancora: il discorso che parla della
repressione della sessualità e ritiene nostro compito storico fondamentale
quello di dirne, finalmente, la verità nascosta non è forse
parte di una economia discorsiva sul sesso molto più antica, che
si basa precisamente sull'ingiunzione di dire la verità sul sesso?
La tesi di Foucault è spiazzante, tanto vale saltare i preamboli.
Secondo l'autore della Storia della sessualità, la cifra fondamentale
del rapporto tra soggetto e sessualità è, da Medio Evo ad
oggi, l'obbligo di confessare la verità sul sesso, di oggettivare
tutto ciò che in noi ha a che fare con il sesso in un discorso
vero riferito a un Altro, che è di volta in volta Dio, il prete
direttore di coscienza, il pedagogo, il medico, lo psichiatra, lo psicanalista.
Vale cioè per la sessualità in modo eminente quel tipo fondamentale
di rapporto tra soggettività è verità che ha caratterizzato
il mondo occidentale dalla pastorale cristiana in poi, il quale implica
che il soggetto oggettivi se stesso in un discorso vero dinnanzi a un
Altro che esercita su di lui il potere di richiedere, soppesare e giudicare
la confessione, comminando eventualmente penitenze (il prete), condanne
(il giudice), cure (lo psichiatra). In questa pratica, il rapporto di
potere vige in maniera esattamente invertita rispetto a quanto avveniva
nella cultura greca e romana tra maestro e discepolo: nella pratica cristiana
della confessione, il potere è detenuto non da chi conosce la verità
e la insegna a un discepolo, ma da chi tace, esige e ascolta la confessione
delle verità interiori di colui che parla. L'intera società
occidentale sarebbe stata caratterizzata quindi da un rapporto tra soggetto
e verità orientato essenzialmente alla pratica della confessione,
la quale avrebbe poi avuto, secondo Foucault, ampie conseguenze anche
sul modo di concepire la letteratura - che avrebbe cessato di essere racconto
eroico e meraviglioso di gesta e prove di santità per divenire
anch'essa una forma di ermeneutica del profondo - e su quello di fare
filosofia - la quale avrebbe dovruto da un certo momento in poi principiare
da un esame di se stessi che riveli le certezze fondamentali della coscienza.
Il rapporto tra potere e sesso, per ritornare al nostro ambito specifico,
è quindi stato orientato dal compito infinito di una trasposizione
in discorso della sessualità. All'origine, quindi, delle tecnologie
e dei saperi moderni sulla sessualità vi sono, secondo Foucault,
le pratiche medievali della confessione e i metodi dell'ascetismo, dell'esercizio
spirituale e del misticismo sviluppatisi nell'ambito delle istituzioni
monacali. Durante il Medio Evo, la pratica confessionale implicava soprattutto
che si confessassero al direttore di coscienza le infrazioni rispetto
alle regole del lecito che riguardavano il sesso. Con la Controriforma,
però, alcuni cambiamenti importanti sarebbero sopravvenuti. Innanzitutto,
ci si impegna, con il Concilio di Trento, affinché venga accelerato
il ritmo della confessione annuale. Si elaborano ed impongono inoltre
regole più meticolose per l'esame di coscienza e si accorda al
sesso una importanza ancora maggiore nelle pratiche penitenziali. L'aspetto
determinante di quest'estensione ed intensificazione della pratica confessionale
è che esso implica sempre più per colui che è diretto
l'obbligo di scoprire in sé e confessare all'altro non solo le
trasgressioni rispetto alla legge del sesso, ma tutto quanto ha o può
aver a che fare con il desiderio e la carne. Nella pastorale cristiana
si afferma infatti in modo sempre più netto la vecchia idea che
la concupiscenza sia nascosta e pronta a far valere i propri effetti nefasti
al di sotto e dal di dietro di ogni atto, di ogni pensiero, di ogni minuscolo
moto della coscienza e della volontà. Anche le rappresentazioni
all'apparenza più innocenti devono essere scandagliate con sospetto,
alla ricerca della più piccola traccia di una inclinazione carnale.
Il sesso, e questa convinzione avrà fortuna ben oltre la pastorale
cristiana, è concepito come il pericolo segreto che si annida in
ogni dove, un pericolo che estende in modo subdolo la trama della propria
efficacia corruttrice in ogni aspetto della vita e del pensiero umano.
Molto prima di Freud, il pansessualismo è stato la malattia della
pastorale cristiana. Il soggetto deve quindi indagare se stesso in modo
incessante e spietato, come già Agostino aveva fatto nelle Confessiones,
e trasporre in seguito in discorso tutto quanto questa indagine abbia
rivelato. Questo dispositivo confessionale rinnovato durante la Controriforma
sarebbe durato nei secoli, trovando per altro istituzioni del tutto analoghe
anche nei paesi riformati. Ma le sue influenze non si fermano qui: l'ingiunzione
di confessare la verità avrebbe finito addirittura per andare a
fondersi coi metodi della scienza moderna, almeno in quegli ambiti disciplinari
per i quali la posta in gioco era lo studio e l'organizzazione della realtà
umana. La pedagogia, ad esempio, tra il XVII e il XVIII secolo, ha fatto
largo uso di strumenti di tipo confessionale; lo stesso dicasi per la
criminologia, la medicina del sesso e la psichiatria nel XIX, nonché
per la già citata psicanalisi a cavaliere dei due secoli. Strumenti
analitici di tipo scientifico vengono associati cioè a procedure
di indagine in cui è richiesto al paziente di narrare se stesso,
esponendo linguisticamente i segni di follia, degenerescenza fisica e
deviazione sessuale che sono in lui. Di fondamentale importanza, per Foucault,
è che, nonostante anche in questi ambiti disciplinari fossero giunti
a far sentire i propri effetti i noti pudori controriformati e borghesi,
queste discipline scientifiche e le relative istituzioni in cui esse si
articolavano si siano concentrate sempre più, nel corso dei tre
secoli che vanno dalla fine del XVI a quella del XIX, sulla questione
della sessualità. Appuntando l'attenzione sul livello superficiale
degli imperativi di decenza linguistica diffusi presso la popolazione,
si è mancato di cogliere quella che Foucault definisce una vera
e propria esplosione discorsiva dei saperi sulla sessualità. È
certamente vero che si dovevano osservare prudenza e decenza, circa il
sesso, nella vita quotidiana; ma se andiamo a indagare presso il sapere
degli scienziati e presso le istituzioni, allora ci accorgiamo che il
discorso sulla sessualità è stato sottoposto nell'Età
Moderna non a una soppressione, bensì ad un regime progressivo
di sempre maggiore espansione, intensificazione e valorizzazione. Se ne
è parlato sempre di più e in luoghi di potere sempre più
eterogenei. Sembra insomma che l'antica ingiunzione che legava al sesso
l'obbligo della ricerca della verità abbia trovato tutto uno stuolo
di nuovi esecutori. La pedagogia nel XVII secolo, ad esempio, si concentra
sempre più spesso sulla questione, negata ufficialmente, della
sessualità infantile. Mette in guardia genitori e precettori dei
pericoli che l'onanismo potrebbe costituire per la salute fisica del bambino,
per l'avvenire della famiglia, addirittura per quello della specie. Tutti
coloro che ruotano intorno ai bambini vengono messi in allarme: "sorvegliate
la sessualità degli infanti, essa è naturale e contronatura
insieme, segreta e insieme onnipresente". "Repressione",
si dirà. Certo è, risponderebbe Foucault, che in tal modo
si è sviluppato intorno alla sessualità dei bambini tutto
un discorso scientifico, del quale sono stati resi per giunta partecipi
precettori, parenti e genitori. Vi è, poi, nel corso del XVIII
secolo un ulteriore investimento da parte delle istituzioni di potere
e delle discipline di sapere nei confronti della sessualità, un
investimento che questa volta ha una motivazione direttamente e consapevolmente
economico-politica: sorge infatti, presso i governanti, una più
acuta consapevolezza di non aver semplicemente a che fare né con
dei "sudditi", né con un "popolo", bensì
- ed è un passaggio fondamentale - con una popolazione, caratterizzata
da peculiari caratteristiche di morbosità, habitat, abitudini alimentari,
natalità, fecondità, durata della vita, le quali possono
e debbono essere inserite in sistemi di utilità e successivamente
governate. Esplosione della scienza demografica e di tutte le discipline
di governo dei viventi ad essa connesse. Nasce insomma lo stato di polizia,
ove per polizia non si deve intendere l'istanza di repressione del disordine,
ma quella di uno "sviluppo ordinato delle forze collettive e individuali".
Non è certo la prima volta che viene affermato che uno stato può
essere prospero e potente solo se è popoloso (l'economia mercantilista
lo faceva da più di un secolo); ma è la prima volta che
si giunge all'instaurazione di una strategia così ampia e articolata
di studio e di intervento sulla popolazione che abbia come bersaglio l'uso
che questa fa del sesso. Pare proprio che al sesso e alla sua retta utilizzazione
si ritenga oramai legato l'avvenire stesso della nazione. Nel XIX secolo
il regime dei saperi/poteri del sesso fu caratterizzato da una serie consistente
di ulteriori modificazioni. Scienze come la biologia, la medicina, la
psichiatria, la psicologia e la criminologia investono il soggetto desiderante
in un modo nuovo. È questa l'età di quello che Foucault
chiama insediamento perverso. Ancora alla fine del XVIII secolo, nei tre
grandi codici espliciti che regolavano le pratiche sessuali - diritto
canonico, pastorale cristiana e legge civile - la relazione centrale cui
applicare norme, di cui regolare i comportamenti, di cui salvaguardare
i contraenti, era quella matrimoniale. Nel XIX secolo avviene invece,
rispetto alla passata centralità della monogamia eterosessuale,
una sorta di "movimento centrifugo": la coppia sposata rimane
certamente la regola interna dei rapporti sessuali, ma di essa si inizia
gradualmente a parlare di meno. Si allenta, soprattutto, un po' per volta
l'attenzione - un tempo ossessiva - nei confronti della regolamentazione
minuziosa degli atti sessuali dei coniugi. Piuttosto che la coppia eterosessuale,
le discipline del sesso sembrano interessarsi ora sempre più intensivamente
alla sessualità di bambini, donne isteriche, pazzi, criminali e
omosessuali. Alla multiforme famiglia dei perversi, insomma. Da costoro,
classificati di volta in volta come delinquenti, come folli e come malati,
le scienze del sesso giungono ad estrarre una sorta di dimensione specifica
della contronatura. Viene così a perfezionarsi un processo di lunga
data, il cui avvio può essere fatto coincidere proprio con la nascita
moderna delle "scienze-confessione": se la pastorale cristiana
classificava gli atti sessuali in base alla teologia della carne e in
base a regolamenti via via più rigidi che cercavano di sottometterla
ad una Legge Universale rivelata, la moderna scientia sexualis che si
compie nell'Ottocento non è più interessata alla carne,
ma all'organismo, alla vita e alla malattia, e soprattutto non commisura
più gli atti individuali ad una legge universale di cui esige l'obbedienza
e teme la trasgressione, ma ad una normalità rispetto alla quale
possono essere medicalizzati e corretti tutti i casi devianti. Non vige
più, insomma, la coppia legge-punizione, bensì quella norma-correzione.
Sorvegliare e correggere, anziché punire. In questi anni, tutta
una serie di figure che prima rimanevano relativamente in ombra, tutta
una serie di perversi e di anormali che difficilmente avevano avuto il
privilegio di finire sui libri, iniziano ad essere studiati, classificati,
internati e infine curati. A braccare di presso questi personaggi, viene
disposta tutta una serie di dispositivi di sollecitazione, di linee di
penetrazione indefinita, che permettono al potere e all'oggetto su cui
esso si esercita di espandersi ed articolarsi simultaneamente. Riprendiamo
il caso della sessualità infantile. Essa non viene semplicemente
scoperta ed elaborata come problema scientifico, ma viene propriamente
suscitata, eccitata, posta addirittura in essere attraverso il gioco continuamente
rilanciato delle attenzioni, dei divieti e delle preoccupazioni che genitori,
pedagoghi, maestri, domestici sono chiamati a esercitare. Si sorveglia,
e così facendo si eccita nel sorvegliato ciò che si è
preventivamente istituito come il segreto da nascondere. L'omosessualità
è un altro esempio lampante di questo procedimento. Nei secoli
precedenti, il sodomita era semplicemente chi peccava contro natura avendo
rapporti con persone del suo stesso sesso; tutt'al più, era chi
recidivava in questa infrazione. Nell'Ottocento, invece, l'omosessuale
è ritenuto caratterizzarsi per una sorta di ermafroditismo interiore,
venendo a costituire una vera e propria natura sessuale separata. Foucault
scrive scherzosamente (forse non troppo) che nel XIX secolo l'omosessuale
giunge ad essere considerato una vera e propria"specie": verrà
indotto a comportarsi come tale. In tal modo, è questa la tesi
in parte stupefacente di Foucault, le sessualità anomale non vengono
soltanto perfezionate dal punto di vista teorico, ma installate, specificate,
solidificate e disseminate nel corpo sociale ed individuale. È
la natura stessa della sessualità, una volta caratterizzata scientificamente
come qualcosa che ha una intrinseca latenza e una efficacia causale generale
e diffusa (convinzioni già operanti nella pastorale cristiana della
carne), ad autorizzare una indefinita espansione della superficie di intervento
del potere che si indirizza ad essa. Questo potere si capillarizza, si
fa più sottile, più efficace, più produttivo. Esso
non ha la semplice funzione di reprimere le multiformi attitudini sessuali
che la natura avrebbe istillato nella mente e nel corpo degli uomini,
ma di eccitarle, disseminarle, produrle e organizzarle.
Nell'Occidente moderno, ciò che noi chiamiamo la sessualità,
e cioè quel particolare insieme di aspetti del nostro corpo e della
nostra mente che hanno a che fare con un desiderio sempre latente e insieme
infinitamente efficace, con un segreto che sempre sfugge ma al quale siamo
incessantemente chiamati a chiedere la verità - la nostra verità,
la profonda e totalizzante verità del nostro essere - non è
stata semplicemente studiata, ma istituita. Oggi, al desiderio sessuale
chiediamo la verità segreta e profonda di noi stessi: proprio là
dove l'ironia della sorte ha voluto che, per secoli, greci e romani abbiano
visto una forza naturale sì, ma del tutto magmatica e senza ordine.
Sono queste le lunghe influenze della pratica confessionale. La sessualità
dell'individuo moderno è, insomma, il prodotto di una secolare
volontà di sapere esercitata intorno al corpo, al desiderio, ai
piaceri e ai saperi ad essi legati.
Il potere sul sesso nell'Occidente Moderno non è perciò
di natura essenzialmente repressiva, come vorrebbe quella che Foucault
definisce la concezione giuridico-discordiva del potere, ma positiva,
produttiva ed organizzativa. L'Età Moderna vede quindi affermarsi
un potere nuovo, un potere sulla vita, la cui economia secondo Foucault
costituisce una dirompente novità all'interno delle società
occidentali. Due sono le forme principali di questo moderno bio-potere:
la prima è quella che Foucault definisce come anatomo-politica
del corpo umano, la quale si indirizza ai soggetti attraverso interventi
disciplinari che mirano a potenziare ed organizzare i loro corpi individuali,
integrandoli all'interno di sistemi di controllo e di utilità economici
ed efficaci; la seconda, elaboratasi circa un secolo più tardi,
nel XVIII, è invece una bio-politica della popolazione, che come
abbiamo già visto investe la vita attraverso controlli regolatori
che si indirizzano agli uomini dal punto di vista della popolazione e
della specie. L'esistenza di questo bio-potere è stata secondo
Foucault condizione essenziale della nascita della moderna società
capitalistica, ma non può in alcun modo essere ridotta a mera sovra-struttura
dei rapporti di produzione che in essa si sono affermati. La sessualità,
essendo stata concepita come punto di intersezione tra corpo biologico
individuale, corpo sociale e specie, è un plesso di importanza
fondamentale nell'esercizio del bio-potere, in quanto permette di articolare
tra loro anatomo-politica del corpo umano e bio-politica della popolazione.
Nel dispositivo ottocentesco della scientia sexualis non si è trattato
quindi di reprimere le energie altrui, ma di potenziare, mettere in forma
e garantire la prolificità delle proprie. La sessualità
è stata insomma, secondo Foucault, l'ambito privilegiato dell'autoaffermazione
della classe borghese. Non a caso, è su se stessa che la borghesia
ha esercitato dapprima, e per lungo tempo in modo esclusivo, le tecnologie
e i saperi del sesso. Il dispositivo della sessualità è
stato esteso alle classi popolari, dopo ben tre secoli di elaborazione
e perfezionamento, solo durante l'Ottocento, e solo in seguito a specifiche
urgenze politiche che lo hanno reso necessario (epidemie, prostituzione,
organizzazione degli spazi urbani, etc.). Quando è infine avvenuta
questa generalizzazione del dispositivo della sessualità, è
intervenuto il sapere psicanalitico a ri-affermare, ancora una volta,
la differenza specifica della sessualità borghese. Interpretando
in modo nuovo l'ingiunzione secolare di dire la verità del soggetto
e in particolare la verità del sesso, la psicanalisi ha iniziato
per la prima volta ad attribuire il pericolo nascosto della sessualità
non tanto alla sua intrinseca natura, quanto al fatto - oramai ritenuto
lampante - che essa fosse repressa; alla dinamica cioè della sua
profonda e radicata rimozione. La sessualità borghese avrebbe questo
di peculiare: di essere repressa, avendo quindi bisogno di un discorso
vero che elimini finalmente la rimozione dolorosa che la opprime. Lo studio
condotto ne La volontà di sapere del dispositivo della sessualità
può quindi, scrive Foucault, essere considerato anche come una
archeologia della psicanalisi. Essa ci chiede oggi di eliminare la rimozione,
di portare allo scoperto la verità nascosta della nostra sessualità,
liberandoci così dai ceppi che ci hanno costretti ad obliarla.
La psicanalisi ci promette la nostra liberazione, eppure non fa altro
in realtà che rilanciare in una forma nuova la antica pratica della
confessione cristiana, la cui funzione nella società occidentale
è stata, durante i lunghi secoli in cui si è esercitata,
precisamente quella di produrre l'assoggettamento degli individui, e cioè
la loro duplice costituzione come soggetti e come sudditi.
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