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Scheda
di lettura
Michel
Foucault, Le Souci de soi, Editions Gallimard, Paris 1984; tr.
it., La cura di sé. Storia della sessualità 3,
a c. di Laura Guarino, Feltrinelli, Milano 2007.
Prosegue in questo terzo ed ultimo volume
- un quarto volume, Les aveux de la chair (Le confessioni della carne)
è rimasto per ora inedito, in forma di manoscritto incompiuto,
fra le carte di Foucault - la ricerca foucaultiana intorno al costituirsi
storico dell'esperienza della sessualità. Dopo aver riconosciuto
ne La volontà di sapere il campo stesso di ciò che noi oggi
definiamo "sessualità" come un ambito propriamente moderno,
legato a specifici saperi, istituzioni e pratiche di sé che hanno
preso forma tra il XVI ed il XIX secolo nelle società europee,
Foucault aveva intrapreso l'indagine delle forme storiche della soggettivazione
che, nella cultura occidentale, hanno preceduto e preparato il costituirsi
stesso di questo campo, tracciando una genealogia del desiderio e del
soggetto desiderante così come essi sono stati concepiti nella
nostra cultura. Questi interessi lo avevano portato a indagare, ne L'uso
dei piaceri, l'etica sessuale che era stata proposta da medici e filosofi
nella Grecia del IV sec. a.C. La scelta di metodo era chiara: non si trattava
di indagare semplicemente i comportamenti diffusi in quella società,
né di fare una storia delle idee mediche e filosofiche che vi erano
state elaborate, ma di comprendere a partire da quali esigenze e in quali
forme il rapporto tra il soggetto ed il "sesso" vi fosse stato
problematizzato e praticato come ambito morale, analizzando non soltanto
i divieti e gli obblighi che erano imposti agli individui (l'aspetto del
codice morale) ma anche il modo in cui questi ultimi erano indotti a conoscere
ed esercitare se stessi come soggetti di tali obblighi e divieti (l'aspetto
della conoscenza e delle pratiche di sé).
Ne La cura di sé Foucault indaga l'evoluzione di questi precetti
di austerità nella Grecia ellenistica e soprattutto nella Roma
imperiale del I e del II secolo d.C. Attraverso una gustosa analisi del
Libro dei sogni di Artemidoro, Foucault mostra che, quanto alle valutazioni
morali di fondo e ai comportamenti diffusi presso il grosso della popolazione,
l'etica sessuale della Roma del II secolo d.C. era analoga a quella dell'Atene
del IV a.C. Né più né meno rigorosa, né più
né meno interessata allo status sociale e alla sua proiezione nelle
relazioni sessuali (secondo una simbolica tradizionale che riteneva le
relazioni politiche isomorfe a quelle intrattenute nell'atto sessuale).
Ciononostante, pare che nella Roma imperiale, ancora una volta soprattutto
entro il ristretto ambito delle riflessioni di medici e filosofi, fossero
andati affermandosi precetti di austerità ben più esigenti
che in passato. Se già i filosofi del IV secolo si dimostravano
più austeri dei loro contemporanei, quelli dell'età ellenistica
e imperiale lo furono ancora di più. È cosa nota che il
cristianesimo attinse prescrizioni e pratiche proprio dalle etiche filosofiche
elaborate in questi secoli; ad ogni modo, anche in questo caso le affinità
con il Cristianesimo non devono ingannare: la maggiore austerità
rispetto al IV secolo non deriva infatti dal rafforzamento o dall'ampliamento
del codice delle proibizioni vigente nella cultura classica (un ampliamento
che sarebbe avvenuto soltanto in seno alla pastorale cristiana), ma dall'intensificazione
del rapporto con se stessi attraverso il quale ci si costituiva come soggetti
morali. Rispetto al IV secolo non troviamo proibizioni nuove o codici
più dettagliati, ma solo l'incitamento più intenso a praticare
se stessi in relazione alle vecchie forme dell'austerità sessuale.
Comunque, precisa Foucault, sarebbe scorretto ritenere l'etica sessuale
del I e del II secolo nient'altro che l'intensificazione di quella già
vigente nel IV: vi sono in realtà alcuni piccoli ma determinanti
riassestamenti strutturali che riguardano le modalità stesse della
costituzione del soggetto morale. Nel corso dell'età ellenistica
sono sorte filosofie, come quella cinica, stoica ed epicurea (si potrebbe
citare anche la filosofia scettica, ma assai stranamente Foucault non
la prende in considerazione) che avevano lo scopo principale di elaborare
un'arte dell'esistenza (techne tou biou). La figura filosofica fondamentale
intorno alla quale queste scuole fecero gravitare le loro etiche è
quella della cura di sé (epimeleia heautou in greco, cura sui in
latino). Di questa nozione troviamo ampie testimonianze già nel
IV secolo, ad esempio nella Ciropedia di Senofonte e in dialoghi platonici
come l'Alcibiade e l'Apologia di Socrate, e, prima ancora, in un antico
aforisma spartano riportato in epoche più recenti da Plutarco.
È chiaro che questo concetto ha subito variazioni determinanti
durante i molti secoli in cui ha calcato la scena della filosofia morale,
ma alcuni tratti generali possono essere delineati. Il principio della
cura di sé esibisce molti tratti dell'etica della padronanza di
sé che abbiamo trovato nel IV secolo: si tratta anche in questo
caso di controllare se stessi, di esercitarsi a dominare le forze naturali
del proprio istinto e a preservare così dignità e integrità
personale. Dopo il quarto secolo però, la cultura del sé
tende poco a poco a generalizzarsi: da imperativo rivolto esclusivamente
agli uomini liberi, strettamente legato al loro status sociale, finalizzato
all'esercizio del potere politico e tratteggiato in base alla figura preponderante
del governo, quello della cura di sé diviene gradualmente un precetto
di portata generale, che nelle forme del suo esercizio non dipende più
tanto dallo status sociale quanto dal riconoscimento di principi universali
della ragione e della natura che sono validi tanto per i liberi quanto
per gli schiavi e che nelle sue finalità non è più
legato inscindibilmente all'esercizio delle cariche politiche. L'etica
di sé del IV secolo tendeva generalmente a non mettere in questione
la finalità politica della padronanza di sé: è lo
stesso Socrate che, nell'Alcibiade di Platone, esorta il suo discepolo
a prendersi cura di sé al fine di rendersi capace di prendersi
cura dello stato. Nei secoli successivi verrà spesso ribadito che
è impossibile esercitare degnamente qualsivoglia carica politica
se non si sono curati e non si curano costantemente la propria anima ed
il proprio corpo. Eppure, in più di una occasione il principio
della cura di sé avrebbe fornito un motivo di aperta critica nei
confronti della vita attiva in quanto tale, vista sempre più spesso
come ambito della falsa apparenza e degli affanni inutili. Per curare
se stessi ci si dovrà talvolta allontanare per un certo periodo
da cariche pubbliche e responsabilità direttive, ritirandosi magari
per qualche mese nella scuola di un filosofo ad ascoltare i suoi insegnamenti.
In altri casi, sarà addirittura auspicabile ritirarsi definitivamente
dalla vita attiva, per poter far ritorno a sé e porsi stabilmente
nella condizione di chi non affida più la propria felicità
alle alterne fortune del mondo esterno (carriera, ricchezze, onori), sulle
quali non è possibile avere controllo alcuno, ma soltanto a se
stesso: si dovrà giungere ad avere un rapporto di pieno possesso
di sé, della propria anima e del proprio corpo, che permetta di
trarre da se stessi e da se stessi soltanto un piacere perfetto, senza
desiderio e senza turbamento. Non solo la cura di sé non ha più
come unica e suprema finalità il governo degli altri, ma non ne
ha nemmeno più la struttura: se nel IV secolo la figura etica dominante
era quella agonistica e politica del dominio di sé, a prevalere
nelle etiche del I e del II secolo è quella giuridica del possesso
di sé.
Questa generalizzazione non fu, per altro, solo di carattere sociale,
ma anche anagrafico: da questione di interesse pedagogico che riguardava
essenzialmente i giovani che stavano completando la loro paideia di uomini
liberi, la cura di sé divenne gradualmente una pratica interessante
anche per adulti ed anziani: l'educazione di sé diveniva permanente.
Si può anzi affermare che l'età perfetta per la cura di
sé fosse oramai considerata proprio la vecchiaia, nella quale la
morsa delle passioni e dei sentimenti ambiziosi si allenta e diviene così
più facile trarre da se stessi e dal proprio equilibrio tutto ciò
ci cui si ha bisogno. Si può comprendere perciò come mai,
alla problematizzazione del corpo volta nel IV secolo essenzialmente a
contenere l'esuberanza di istinti giovani e vigorosi, ne fosse ormai subentrata
una che poneva in questione soprattutto l'integrità psichica e
fisica di un corpo anziano, fragile e minacciato. Non siamo ancora dinnanzi
alla convinzione di una intrinseca miseria della carne e dei piaceri sessuali,
che avrebbe caratterizzato la morale cristiana, ma è comunque possibile
comprendere come su queste nuove basi potessero essere giustificati timori
circa il rapporto tra salute e sessualità ben più intensi
che nella cultura classica. Infine, rispetto all'etica della padronanza
tipica del IV secolo, nella cultura di sé prese una importanza
molto maggiore la questione della conoscenza di sé: si era affermato
infatti, accanto ai vecchi allenamenti alla virtù, il compito di
mettersi alla prova, controllarsi e analizzarsi attraverso una serie di
esercizi nei quali era posta con una importanza inaudita la questione
della verità di ciò che si è e di ciò che
si è in grado di fare. La verità guadagnava insomma un rilievo
nuovo nella costituzione del soggetto morale. Non siamo ancora, secondo
Foucault, dinnanzi a quell'ermeneutica del soggetto desiderante che si
sarebbe affermata nell'istituzione pastorale e confessionale, ma nemmeno
più nel regime dei rapporti tra soggetto e verità che aveva
caratterizzato la cultura del IV secolo.
Foucault passa quindi all'analisi dettagliata della cultura dell'età
imperiale nei tre ambiti di problematizzazione già affrontati ne
L'uso dei piaceri: quello del corpo, dei rapporti matrimoniali e dell'amore
per i ragazzi. Il primo ambito è quello che probabilmente esibisce
i minori cambiamenti rispetto alla riflessione medica e dietetica del
IV secolo: i principi rimangono grosso modo gli stessi, mentre ad aumentare
è soltanto l'intensità dell'inquietudine circa gli aphrodisia
e del dominio che si chiede di esercitare su di essi. Ancora nel II secolo
d. C., ritroviamo la tradizionale concezione degli aphrodisia come punto
di congiungimento naturale tra la finitudine individuale e la necessità
della specie di perpetuare se stessa; troviamo ancora una volta definito
l'atto sessuale, con la sua meccanica e la sua fisiologia, come una debilitante
forma di dispendio delle proprie energie vitali che, quando non adeguatamente
rarefatta e controllata attraverso il rigore di un regime dietetico, è
destinata a portare a malattie pericolose per l'individuo e per l'intera
comunità; troviamo ancora una volta un complesso insieme di principi
di condotta volti ad ancorare l'uso dei piaceri e le attività procreative
ad un istinto naturale che sia però ben temperato dalla conoscenza
razionale del giusto mezzo. I caratteri fondamentali della dieta dei piaceri
che veniva proposta dai medici greci del IV secolo rimangono insomma sostanzialmente
invariati. Ciò che avviene di innovativo è una elaborazione
più approfondita e preoccupata delle possibili conseguenze morbose
degli atti sessuali che, come si è già notato sopra, pone
in modo più determinato l'accento sulla intrinseca debolezza e
precarietà del corpo individuale, senza avvicinarsi però
né alla convinzione dell'intrinseca peccaminosità della
carne, che sarebbe stata tipica del Cristianesimo, né alla particolareggiata
discriminazione tra forme patologiche e forme normali del desiderio sessuale,
che si sarebbe avuta invece con la "scienza del sesso" del XVIII
e XIX secolo. Nell'età imperiale sono inoltre sottolineati più
intensamente che in passato i poteri corroboranti dell'astinenza sessuale,
alla quale i medici attribuiscono ormai conseguenze quasi unicamente positive;
si giunge infine a raccomandare che si pratichino, eventualmente, i rapporti
sessuali non tanto in cerca del piacere che ne è il coronamento,
ma come precauzione dietetica volta a "liberare gli umori in eccesso",
che accumulati troppo a lungo minaccerebbero la salute dell'intero corpo.
Non siamo ancora dinnanzi all'affermazione dell'esclusività della
funzione procreatrice nei rapporti sessuali, ma è chiaro che l'esigenza
di una esclusione etica del piacere come finalità di questi rapporti
è posta ormai con una certa fermezza: il piacere è ancora
considerato il naturale e legittimo compimento dell'atto sessuale, eppure
si comincia a ritenere che una gestione etica di sé comporti che
si tenga sotto controllo ciò che verso il piacere ci spinge, e
cioè quell'istinto che è ritenuto portatore di passività
e di malattia (due nozioni unite in quella di pathos); è necessario
perciò informare le nostre azioni dei principi razionali di condotta
che discendono dalla conoscenza esatta delle esigenze fisiologiche e chimiche
del nostro corpo, i quali soltanto possono permettere un uso non passivo
degli aphrodisia. Non era certo questo l'approccio diffuso presso il grosso
della popolazione nel II secolo, ma non per questo la portata storica
di queste novità può essere trascurata.
L'ambito nel quale le riflessioni del I e II secolo mostrano un carattere
maggiormente innovativo è quello dei rapporti matrimoniali. Nel
secondo volume della Storia della sessualità Foucault aveva diffusamente
approfondito il tipo di proposta etico-relazionale che scritti come quelli
di Platone, Senofonte e Aristotele avanzavano circa i rapporti tra marito
e moglie: si trattava, per la cultura del IV secolo, di instaurare tra
coniugi un rapporto solido e duraturo, nel quale i ruoli di ciascun membro
fossero chiaramente definiti e orientati eminentemente al duplice fine
della gestione economica dell'oikos e della generazione di una progenie
retta che di questo oikos potesse un giorno farsi carico. Il rapporto
tra i due era del tutto asimmetrico, in vari sensi: innanzitutto, al marito,
in quanto capofamiglia, spettava non solo la responsabilità pressoché
esclusiva di prendere le decisioni rilevanti per l'amministrazione della
casa, ma anche quella altrettanto importante di educare e dirigere la
sposa stessa al fine di renderla capace di affiancarlo negli affari di
cui egli non si poteva occupare direttamente; asimmetrica era inoltre
la gestione dell'obbligo morale alla fedeltà sessuale, giacché
esso valeva in modo incondizionato per la sola moglie, mentre al marito
era garantito il diritto di cercare il proprio piacere al di fuori della
coppia, posto che così facendo non andasse a contestare la legittima
potestà di un altro marito su sua moglie, a procurarsi concubine
troppo invadenti o una prole illegittima che potessero mettere in questione
il ruolo statutario della moglie all'interno dell'oikos. Ad ogni modo,
al di là di queste limitazioni esteriori, la fedeltà sessuale
che un uomo doveva eventualmente tributare a sua moglie non era mai finalizzata
al rispetto della sua dignità personale o del loro rapporto affettivo,
ma alla pubblica dimostrazione della sua capacità di autodominio,
la quale lo giustificava come legittimo capofamiglia e come uomo capace
di esercitare rettamente le cariche politiche della città cui apparteneva.
In questo rapporto, così asimmetrico e così direttamente
finalizzato a questioni di utilità economica, l'amicizia e l'amore
tra i coniugi non erano necessariamente esclusi, ma di certo non figuravano
che come sentimenti accessori, che andavano a condire ed eventualmente
a perfezionare una relazione i cui fini risiedevano essenzialmente altrove.
È molto probabile che, ancora in età imperiale, la prassi
diffusa presso la maggioranza della popolazione non differisse poi tanto
da quella qui esposta; ciononostante, se ci rivolgiamo ancora una volta
agli scritti di moralisti e filosofi, in questo caso soprattutto stoici,
emergono alcune novità essenziali. Nonostante la sottolineatura
delle finalità economico-gestionali del matrimonio sia ben lungi
dallo scomparire, pare che in questi anni sia venuta elaborandosi a fianco
a essa una vera e propria stilistica dell'esistenza a due, una sorta di
arte del legame coniugale nella quale emerge per la prima volta come centrale,
nel rapporto tra i coniugi, la valorizzazione del loro esclusivo, intimo
e simmetrico legame affettivo. Si sottolinea sempre di più il carattere
speciale e "separato" del legame affettivo della coppia monogamica
eterosessuale rispetto a tutte le altre forme di relazione sociale; si
inizia a ritenere che la presenza reciproca dei coniugi e l'intimità
che essi possono trovare l'uno nell'altra abbiano un carattere peculiare,
che afferisce a una sorta di bisogno affettivo fondamentale, ritenuto
tanto naturale quanto quello sessuale, ma ancora più importante
per il conseguimento di una vita felice. Alcune istanze del tema tradizionale
dell'amicizia si trovano qui trasferite e innalzate a una dignità
superiore. Sembra insomma che per conseguire un compiuto rapporto con
se stessi sia ora ritenuto indispensabile stabilirne uno armonioso con
quell'Altro che è la moglie; nel IV secolo era invece per giustificare
il governo nei confronti della moglie che era necessario esercitare il
governo di sé. Lo stoico Musonio giunge addirittura a ritenere
non solo che la vita in comune e il rapporto affettivo che essa permette
siano esigenze che la Natura ha posto nel cuore degli uomini alla stregua
di tutti gli altri istinti fondamentali quali quelli della procreazione,
dell'alimentazione e del sonno, ma che il matrimonio stesso sia un dovere
universale che ciascuno deve sentire nei confronti della comunità
cui appartiene e del deus sive natura razionale e provvidenziale di cui
non è che una parte. A questa valorizzazione nuova dell'affetto
tra i coniugi corrisponde una nuova comprensione dell'obbligo alla fedeltà
reciproca. Non solo esso è ora sostenuto con una insistenza maggiore
che in passato (per quanto all'uomo siano tutt'ora concesse delle eccezioni),
ma è giustificato in modo differente: sono la dignità della
donna e il valore affettivo del rapporto coniugale a meritare che venga
esclusa ogni attività sessuale esterna alla coppia. Musonio Rufo,
addirittura, rappresentando ancora una volta un caso isolato ma rivelatore
del nuovo orizzonte di problematizzazione che si stava delineando, giunge
a escludere, anticipando alcuni motivi cristiani, la legittimità
di tutti i rapporti extramatrimoniali, compresi quelli con le schiave
di casa (la cui legittimità non era fino ad allora stata mai messa
in questione) e addirittura quelli praticati da uomini e donne non sposati,
asserendo che se anche con essi non si violano i diritti di alcuno, si
cade nel fango e " a mo' di porci ci si crogiola beatamente nella
propria sporcizia ". Lo stesso Musonio riteneva quindi, e anche questa
è una novità la cui eco sarebbe durata per secoli, che l'ordine
naturale delle cose fosse violato da qualsiasi tipo di pratica contraccettiva.
In definitiva, dovevano per lui esser considerati immorali tutti i rapporti
sessuali che non fossero finalizzati alla procreazione. Il motivo non
è ancora quello cristiano di una caduta e di un peccato che solo
la finalità procreativa possono redimere, e diverso dal Cristianesimo
è pure il contesto "etopoietico" nel quale queste prescrizioni
sono inserite, eppure le continuità sono ormai lampanti.
Infine, vi è il problema dell'amore per i ragazzi. Oggetto di reiterate
e intensissime discussioni nella cultura classica, l'amore pederastico
viene nei secoli successivi gradualmente sottoposto a una sorta di dis-investimento
filosofico. Non che durante l'età imperiale esso non fosse tanto
diffusamente praticato quanto nel IV secolo; svariate testimonianze attestano
il contrario. Non si può neanche sostenere che esso venisse oramai
squalificato dal punto di vista morale, come sarebbe invece stato dall'affermazione
del Cristianesimo in poi. Avviene semplicemente che l'amore per i ragazzi
cessi di essere il nucleo fondamentale di un ambito di problematizzazione
che da secoli costituiva uno dei temi fondamentali della riflessione filosofica,
e cioè quello dell'Erotica, la quale si era tradizionalmente interrogata
da un lato sulle forme moralmente accettabili del corteggiamento e del
rapporto d'amore e dall'altro, soprattutto dall'esperienza platonica in
poi, sull'essenza dell'amore stesso. L'antica "antinomia del ragazzo"
aveva a lungo tenuto in scacco questa riflessione: in un rapporto amoroso
e sessuale concepito in base alla polarità fondamentale tra il
ruolo attivo dell'adulto e quello passivo del ragazzo, veniva posto con
preoccupazione il problema della dignità che il ragazzo, futuro
uomo libero e cittadino attivo nella gestione dello stato, poteva e doveva
preservare all'interno del ruolo passivo in cui la relazione pederastica
lo poneva necessariamente. La soluzione proposta variamente da Platone
e da altri suoi contemporanei poneva capo ad una sostanziale espulsione
dei rapporti fisici - degli aphrodisia in quanto tali - dall'ambito dell'amore
per i ragazzi e quindi, in qualche modo, da quello dell'amore tout court,
giacché un argomento tradizionale e diffuso riferiva al solo rapporto
con i ragazzi il sentimento d'amore nella sua forma più alta e
compiuta. Nell'età imperiale, la nuova valorizzazione dei rapporti
matrimoniali determinò invece il prepotente ingresso della relazione
eterosessuale nell'orizzonte dell'Eros. Un ingresso che non implicò,
come ovvio, la semplice attribuzione all'amore matrimoniale dei caratteri
fino ad allora riferiti a quello pederastico ma, al contrario, la riconfigurazione
del concetto stesso dell'Eros sulla base dei nuovi caratteri tipici della
relazione matrimoniale: una relazione che, abbiamo detto, era basata su
di una reciprocità affettiva e sessuale che era del tutto sconosciuta
alla cultura del IV secolo. La coppia eterosessuale e il matrimonio divenivano
quindi il nuovo modello della relazione d'amore. Il rapporto pederastico
non si trova ancora a essere squalificato e condannato come nei secoli
successivi, eppure è costretto a farsi carico dei giudizi di valore
connessi al nuovo modello dell'Erotica coniugale, finendo per trovarsi
ancora una volta in una sorta di antinomia: accogliere in sé l'amore
fisico, trasgredendo al mito platonico di un amore filosofico puro e rivolto
unicamente alla verità e ricadendo perciò nella vecchia
antinomia del ragazzo, oppure mantenersi pura philia scevra da rapporti
fisici, esponendosi da un lato alla denuncia di una non troppo velata
ipocrisia e dall'altro all'accusa di godere di una forma d'amore molto
inferiore rispetto a quella "eterosessuale", la quale è
capace senza cadere in ipocrisie e brutture di coniugare amore e piacere,
Eros e Afrodite.
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