G.C.S.I.

Giornale Critico di Storia delle Idee

 

 


Friedrich Nietzsche, Sull’avvenire delle nostre scuole scarica la versione pdf

di Raffaele Ariano

 

Scheda di lettura

Friedrich Nietzsche, Über die Zukunft unserer Bildungsanstalten (1872), in Id., Werke, Kritische Gesamtausgabe, a c. di Giorgio Colli e Mazzino Montinari, De Gruyter & Co., Berlin-New York 1964-ss., Die Geburt der Tragödie. Unzeitgemäße Betrachtungen I-IV. Nachgelassene Schriften 1870-1873, 3 Abteilung - 2 Band, De Gruyter & Co., Berlin-New York 1973; tr. it., Sull’avvenire delle nostre scuole, a c. di Giorgio Colli, Adelphi, Milano 2006 (edizione in volume singolo da Opere di Friedrich Nietzsche, a c. di Giorgio Colli e Mazzino Montinari, Adelphi, Milano 1973, vol. III, t. 2, pp. 79-206) .

 

Sull’avvenire delle nostre scuole è il testo delle cinque conferenze che un Nietzsche ventisettenne pronunciò nei primi mesi del 1872 all’Università di Basilea, nella quale come è noto ricopriva l’insegnamento di filologia classica. Come Nietzsche stesso ebbe a scrivere in una lettera a Ritschl, il suo maestro di filologia, queste conferenze erano nelle sue intenzioni la messa in pratica, in ambito pedagogico, delle idee espresse nella sua prima grande opera, La nascita della tragedia, andata in stampa per la prima volta proprio all’inizio di quello stesso anno. L’originalità e la scaltrezza del Nietzsche maturo, tanto nello stile espressivo quanto nell’intuizione filosofica, sono ben di là da venire, e a mancare in queste conferenze è anche la forza concettuale, pur acerba e giovanile, di un testo come La nascita della tragedia; ciononostante, alcuni spunti di grande interesse possono esserne tratti lo stesso, se le si sa leggere con lo spirito di chi si approccia ad un’opera fruttuosamente insoddisfacente e, per così dire, filosoficamente incompiuta. Erano questi per Nietzsche gli anni della forte identificazione con il pensiero di Schopenhauer, della frequentazione con lo storico Jacob Burckhardt, suo collega a Basilea, e della comunione di intenti con Richard Wagner, sullo sfondo del grande progetto del teatro di Bayreuth, che nelle intenzioni del musicista sarebbe dovuto diventare il centro fisico e spirituale di un grande rinnovamento dell’arte e del pensiero tedesco. Di questo evento insieme artistico e filosofico, e cioè di quella ri-nascita della tragedia dallo spirito della musica la cui possibilità era stata dischiusa dall’opera di Kant, Schopenhauer e Beethoven, Nietzsche si era appunto fatto aedo nella sua opera sulla tragedia greca, nella quale aveva di fatto esteso l’estetica wagneriana al campo di studi a lui congeniale. È perciò in questo contesto teorico che devono essere collocate le conferenze sull’avvenire della scuola tedesca.

Ad esse Nietzsche scelse di dare la forma letteraria del dialogo filosofico, presentandosi all’uditorio come uno studioso giovane, che poteva avere l’ardimento di affrontare un tema così serio ed importante solo in quanto riferiva di una conversazione udita da altri, anni prima, ai tempi dell’università, tra un venerando maestro di filosofia e il suo discepolo. Dopo una giornata di rumorosi festeggiamenti goliardici, il giovane Nietzsche e un suo fidato amico si sarebbero inerpicati su per un sentiero di montagna, alla ricerca di un bosco nella cui quiete poter celebrare solennemente un antico patto di gioventù. In attesa che l’ora sia propizia per la cerimonia, i due decidono di esercitarsi un po’con la pistola, fino a che, d’un tratto, non vengono fermati dalle severe rimostranze di un vecchio signore, comparso dal nulla, che si dice disturbato nella meditazione dal rumore degli spari. Questi afferma di aver dato appuntamento ad un suo vecchio amico, con il quale ha importanti cose di cui discutere, e di doverlo perciò attendere proprio lì, in quell’angolo di bosco, insieme al suo discepolo. I due giovani, rassegnati, decidono perciò di aspettare in silenzio, su di una panchina poco più in là. Così facendo, odono la conversazione tra il vecchio filosofo, incarnazione letteraria del pensiero schopenhaueriano, e il suo giovane accompagnatore. Dopo aver ascoltato a lungo le dottrine del maestro a proposito della cultura e del sistema educativo moderni, avvinti dalle sue parole e insieme messi in crisi nelle loro convinzioni, i due giovani si fanno coraggio ed intervengono a loro volta nella conversazione, palesando le loro inquietudini con domande ed obiezioni. Come talvolta accade, il dialogo è qui però un mero pretesto per esprimere al meglio una dottrina ben definita: da esso non emerge alcuna reale pluralità di posizioni. Le poche obiezioni, rapidamente confutate, servono in realtà solo come appoggio retorico alla compiuta esposizione delle opinioni del maestro. Infine, dopo una attesa insolitamente lunga, l’amico del filosofo è avvistato in lontananza. Sta giungendo finalmente, ma non è solo: lo accompagna, per la costernazione del vecchio, la rumorosa schiera di studenti in festa che i due ragazzi avevano lasciato a valle. Il racconto si chiude prima che i nuovi personaggi giungano sulla scena.

Se in questa cornice narrativa vi è un senso che non stia nella semplice volontà di presentare tesi di per sé radicali nella forma modesta del racconto di opinioni altrui, esso sta probabilmente nel tentativo di rappresentare una certa temporalità rarefatta, distesa e meditativa, tipica dell’“autentica”attività culturale, in contrapposizione a quella accelerata, seriale e incalzante tipica della modernità. Già nella prefazione Nietzsche si premura di avvertire che il suo scritto è

destinato a lettori tranquilli, a uomini che ancora non sono trascinati dalla fretta vertiginosa della nostra epoca rimbombante, e che ancora non provano un piacere idolatra nell’essere pestati dalle sue ruote – ossia a pochi uomini! Costoro peraltro non possono abituarsi a stabilire il valore di ogni cosa in base al risparmio o alla perdita di tempo; costoro “hanno ancora tempo”: a loro è ancora permesso raccogliere e scegliere, senza dover rimproverare se stessi, le ore buone della giornata e i loro momenti fecondi e vigorosi, per poter riflettere sul futuro della nostra cultura.[1]

A questo stesso fine, Nietzsche indugia più di una volta nella descrizione di quell’anno di studi universitari, caratterizzato dalla totale assenza di fini professionali e di preoccupazioni per la carriera futura, che viene descritto come un periodo di spensieratezza felice, di “gioia strappata all’attimo”:

Ciascuno di noi avrebbe potuto contendere all’altro l’onore di essere il più inutile. Non volevamo significare nulla, rappresentare nulla, volevamo essere senza avvenire, nient’altro che dei buoni a nulla, comodamente distesi sulla soglia del presente: ed eravamo realmente tutto ciò, buon per noi.[2]

E ancora, le descrizioni della vegetazione, del tramonto, del sopraggiungere dell’oscurità e del silenzio, contrapposte al rumore assordante delle pistolettate e alle grida sguaiate dei giovani, che aprono e chiudono la narrazione: tutto contribuisce ad introdurre il contrasto tra una temporalità meditativa ed una da “tempi moderni”. Giacché è di questo interrogativo che si tratta: la temporalità, i fini, la mentalità tipici del moderno sono adatti al fiorire di una autentica cultura? Due tendenze erano in atto secondo Nietzsche in quegli anni: da un lato quella ad una sempre maggiore estensione quantitativa della cultura, mirante a produrre sempre più rapidamente quantità sempre maggiori di prodotti culturali e di individui colti, dall’altro la tendenza – apparentemente opposta ma in realtà concordante con la prima nelle sue motivazioni essenziali – ad indebolire e sminuire la cultura, privandola della sua autonomia, per metterla al servizio di forze che le sono estranee, e cioè lo Stato e l’economia.

Questa estensione rientra nei dogmi preferiti dell’economia politica di questa nostra epoca. Conoscenza e cultura nella massima quantità possibile – produzione e bisogni nella massima quantità possibile – felicità nella massima quantità possibile. Tale pressappoco è la formula. In questo caso noi troviamo che lo scopo ultimo della cultura è costituito dall’utilità [3]

Non dobbiamo dimenticare quali sono i fenomeni che Nietzsche aveva dinnanzi agli occhi: l’istruzione e la leva di massa, introdotte dallo stato napoleonico, si erano diffuse rapidamente in tutta Europa quali condizioni indispensabili di potenza, ordine e prosperità; la seconda rivoluzione industriale, in atto in quegli anni con epicentro proprio la Germania, stava stringendo con nuova forza vincoli da allora mai dissolti tra l’apparato della ricerca universitaria e quello della produzione; l’ascesa della Prussia e la fondazione, manu militari, dell’Impero tedesco portavano al centro dell’attenzione pubblica la nazione come fine ultimo della politica e come plesso simbolico per la mobilitazione delle masse; l’Accademia si mostrava come luogo privilegiato, se non esclusivo, per la produzione della cultura, contribuendo in modo decisivo a professionalizzare e statalizzare la figura dello studioso.

È in questo contesto, che ci è ancora del tutto familiare pur con novità e modificazioni, che vanno poste le diagnosi nietzscheane sul rapporto tra cultura, istruzione ed economia: l’ascesa dello stato e della produzione di “beni e bisogni” inducono una necessità sempre crescente di studiosi, insegnanti e uomini istruiti, la cui attività non dovrà essere basata sull’autofinalizzazione della ricerca e dell’attività intellettuale, ma inserita utilmente nel circolo virtuoso della potenza statale e della prosperità economica. Al posto di veri uomini colti, perciò, lo stato mira secondo Nietzsche ad allevarsi “utili impiegati”, resi arrendevoli attraverso l’imposizione di “esami oltremodo faticosi” e blanditi attraverso le sirene del guadagno e della fama. Secondo questo primo Nietzsche, un carattere fondamentale del moderno è insomma – in modo forse non molto originale, ma certamente significativo – la seduzione, l’altro invece la coercizione.

Perché possano funzionare la produzione e il consumo di cultura su scala industriale è necessario che si instauri un particolare regime di divisione del lavoro nella ricerca universitaria: la specializzazione. Per caratterizzare questa “catena di montaggio” della cultura Nietzsche non esita ad utilizzare il concetto di sfruttamento e a tracciare un paragone diretto con la condizione operaia nella fabbrica:

Con lo sfruttamento ora perseguito – dello studioso al servizio della sua scienza, diventerà sempre più casuale e più inverosimile la cultura di tale studioso. In effetti, lo studio delle scienze è oggi così ampiamente esteso che chiunque voglia ancora produrre qualcosa in questo campo, e possieda buone doti, anche se non eccezionali, dovrò dedicarsi a un ramo completamente specializzato, rimanendo invece indifferente a tutti gli altri. In tal modo, anche se nel suo ramo costui sarà superiore al vulgus, in tutto il resto però, ossia in tutti i problemi essenziali, non se ne staccherà. Un siffatto studioso, esclusivamente specialista, è dunque simile all’operaio di una fabbrica, che per tutta la sua vita non fa altro se non una determinata vite e un determinato manico, per un determinato utensile o per una determinata macchina, raggiungendo senza dubbio in ciò un’incredibile maestria. [4]

In virtù di questo specialismo, gli studiosi non sono più in grado di prender parola su questioni di portata davvero generale, filosofica: non sono più degli intellettuali. Ma dal momento che nessuna comunità può davvero pensare di prescindere da simili questioni, se a farsene carico non è il mondo della cultura, interverrà in sua vece qualche altra forza: a dominare nel nostro tempo è, secondo Nietzsche, quella del giornalismo, “vischioso tessuto connettivo, che stabilisce le giunture tra tutte le forme della vita, tutte le classi, tutte le arti, tutte le scienze” [5].  Descritti, con aristocratico dispregio, come “schiavi del tempo presente”, come “salariati”, come “lavoratori alla giornata”, i giornalisti, insieme a tutto il mondo di piccoli intellettuali e romanzieri “alla moda” che popolavano la carta stampata, vengono considerati come i massimi agenti di un processo di imbarbarimento del gusto che stava rendendo impossibile il fiorire di una autentica cultura. Di questioni affini Nietzsche aveva già parlato ne La nascita della tragedia [6]. La dura requisitoria lanciata in queste conferenze contro la cultura utilitaristica, antiartistica ed accademica del suo tempo può far meglio comprendere quanto Nietzsche aveva scritto su Socrate e sull’“ottimismo”della sua dialettica: avverso per scelta filosofica alla cultura storica, anche a rischio dell’anacronismo, Nietzsche aveva attaccato, in Socrate e nella logica dialettica da lui scoperta, nient’altro che una ipostatizzazione dei tratti di quella industria culturale che vedeva nascere ai suoi tempi nella stampa e nelle università, opponendovi l’opera d’arte totale wagneriana e lo spirito originario della tragedia greca. Scrivere sui greci e sull’avvenire della scuola tedesca non erano insomma che mezzi differenti per uno stesso fine, quell’inattualità del pensiero che Nietzsche descrisse come un agire “contro il tempo, e in tal modo sul tempo e, speriamolo, a favore di un tempo venturo”[7].

Nelle conferenze del ’72 troviamo esplicitate anche le famose critiche alla cultura storica e allo storicismo che sarebbero tornate, in forma più elaborata, nella Inattuale Sull’utilità e il danno della storia per la vita. Bersaglio polemico è in questo caso ciò che della professionalizzazione degli studi universitari è conseguenza immediata, e cioè la trasformazione delle discipline umanistiche, e degli studi classici in particolare, in scienza. Il richiamo ai “fatti storiografici”, la valorizzazione della neutralità dello studioso, le lodi alla scientifica prudenza di chi non azzarda ciò che non può dimostrare, rendono impossibile il perseguimento di quello che dovrebbe essere invece l’autentico fine di questi studi, e cioè di rendere possibile le più alte creazioni artistiche e filosofiche attraverso l’introiezione dell’esempio dei grandi del passato. Si studiano i classici, li si sminuzza come fossero distesi sul tavolaccio di una sala settoria, ma non si è più in grado di fare davvero esperienza di essi nella dimensione dell’immediatezza, della venerazione e della vita. La linguistica comparata, l’etimologia, la glottologia, la filologia stessa sono altrettanti modi di chiudere le porte all’esperienza autentica delle grandi opere del passato, sacrificandola sull’altare di una erudizione micrologica e arida.

È un peccato che ad un apparato critico tanto efficace, che sa vedere con così preveggente chiarezza gli effetti nascosti di una ideologia con cui ancora oggi abbiamo a che fare, non corrisponda in queste conferenze una pars construens altrettanto buona. Tutto ciò che il giovane Nietzsche sa opporre alla cultura utilitaristica, accademica e scientistica del suo tempo è un richiamo aristocratico alle prerogative del genio, contrapposte nel modo più scontato a quelle di una massa informe e plebea. Se dalle sue critiche alla cultura moderna è ancora possibile trarre interessanti ammaestramenti a più di un secolo di distanza, la metafisica del genio cui fa qui riferimento, presa da Schopenhauer senza alcun sostanziale tentativo di rielaborazione, suona oggi alquanto polverosa ed “ottocentesca”, di certo incapace di eccitare quel rinnovamento nella cultura che egli allora si auspicava di produrre. Ben diversi invece, e straordinariamente più fruttuosi, sarebbero stati gli effetti di questa aristocrazia del pensiero nelle opere successive alla svolta post-wagneriana di Nietzsche.

La gran parte di Sull’avvenire delle nostre scuole è dedicata in verità proprio a trarre conseguenze da questa metafisica del genio. Sarebbe in virtù di una “legge naturale” che lo spirito di ciascun popolo è incapace di produrre più di un limitatissimo numero di uomini “di vera cultura”, e di un numero ancor più limitato di grandi geni, sulle cui spalle grava l’onere straordinario ed eroico di porre in forma il gusto, le usanze, le istituzioni stesse del popolo da cui sono stati generati. Il fine della scuola tedesca, giacché simili geni, simili individui demonici, non hanno propriamente che una “patria” e una “origine” metafisica, non dovrà essere tanto quello di propiziare il loro sorgere, quanto di preparare un contesto nel quale la loro opera non venga ostacolata. Si tratterà perciò di “rigenerare” la scuola tedesca, riconducendola ai nobili fini che essa pure aveva originariamente perseguito. In luogo della istigazione all’originalità e alla indipendenza, di moda nell’“odierna” pedagogia, si dovrà far ritorno, secondo Nietzsche, ad una educazione concepita come esercizio alla disciplina, all’assuefazione e all’obbedienza nei confronti del genio; in luogo dell’estensione della cultura a fasce sempre più ampie della popolazione, si dovrà cercare di restringere il campo di coloro cui essa è destinata, compensando tutt’al più attraverso la garanzia dell’istruzione elementare per tutti; in luogo dell’esercizio precoce alla scrittura, tipico ad esempio del tema di tedesco proposto agli studenti già in giovane età, si dovrà instillare un timore reverenziale verso la lingua tedesca, unico ponte possibile verso la classicità greca e romana. Un altro elemento di caducità nella proposta di queste conferenze è legato proprio al fascino, che ancora Nietzsche subiva in questi scritti giovanili, della retorica dello spirito tedesco da rigenerare, dello spirito tedesco da purificare, dello spirito tedesco come unico ponte per il ritorno alla patria perduta della nostalgia, la Grecia classica; una retorica della quale lo stesso Nietzsche sarebbe presto diventato uno dei critici più precoci e disincantati.

Alla coercizione e alle seduzioni tipiche dell’industria culturale, Nietzsche contrappone insomma da un lato una coercizione ancor più rigida, seppur di diverso segno, e dall’altro un eroismo da eremiti della cultura, inevitabilmente venato da un melanconico senso di sconfitta, evidente tanto nell’epilogo drammatico del dialogo quanto nell’esemplare figura del vecchio filosofo. Ad ogni modo, pur nei suoi evidentissimi limiti, Sull’avvenire delle nostre scuole continua ancora oggi ad interrogarci sulle sorti del nostro modello educativo, sui principi che lo guidano, sulle prassi che lo sostanziano, se è vero che – come pare difficile negare – i processi che Nietzsche denunciava negli ultimi decenni del diciannovesimo secolo hanno assunto  col tempo proporzioni sempre più determinanti, contribuendo in modo decisivo a porre in forma il tempo che stiamo vivendo.

 

NOTE

 

[1] F. Nietzsche, Ueber die Zukunft unserer Bildungsanstalten; tr. it., Sull’avvenire delle nostre scuole, a c. di Giorgio Colli, Adelphi, Milano 2006, p. 10

[2] F. Nietzsche, Sull’avvenire delle nostre scuole, cit., p. 27

[3] F. Nietzsche, Sull’avvenire delle nostre scuole, cit., p. 31

[4] F. Nietzsche, Sull’avvenire delle nostre scuole, cit., p. 34

[5] F. Nietzsche, Sull’avvenire delle nostre scuole, cit., p. 36

[6] “Mentre il critico prendeva il sopravvento nel teatro e nei concerti, il giornalista nella scuola e la stampa nella società, l’arte degenerava in oggetto di divertimento della specie più ignobile” (F. Nietzsche, Die Geburt der Tragödie; tr. it., La nascita della tragedia, a c. di Sossio Giametta, Adelphi, Milano 2005, p. 150)

[7] F. Nietzsche, Unzeitgemässe Betrachtungen, Zweites Stück: Vom Nutzen und Nachteil der Historie für das Leben; tr. it. Sull’utilità e il danno della storia per la vita, a c. di Sossio Giametta, Adelphi, Milano 2003, p. 5