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Giornale Critico di Storia delle Idee
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| Siamo davvero arrivati alla fine della storia? L’era
della pianificazione globale non ci riserva altro che un eterno presente? Le
uniche novità eventuali sono quelle indicate, già nel 1998, alla voce “rischi”, dalla World Transhumanist Association? Ovvero: grey goo dovuta a nanomacchinari autoreplicantisi all’infinito, che si nutrono
di qualsiasi cosa, sfuggiti ad ogni
controllo; black goo dovuta all’azione
di nanomacchinari distruttivi rispetto
ai quali non sono stati ancora predisposti gli
adeguati dispositivi immunitari a livello globale; superintelligenze
programmate in modo sbagliato, che finiscono per sterminare ogni altra forma di
vita intelligente; agenti patogeni capaci di provocare l’estinzione del genere
umano prodotti dall’ingegneria genetica; effetto serra impazzito; il violento impatto
di asteroidi sulla terra; esplosioni subatomiche causate da esperimenti di accelerazione di
particelle sfuggiti al controllo? 1.La negazione del futuro quale condizione di ogni
forma del fare Secondo una tesi largamente condivisa, la modernità nasce
e si sviluppa come secolarizzazione del cristianesimo. Con ciò l’eschaton teologico-religioso si traduce
nell’ideologia fideistica del progresso, ossia nell’indubitabile persuasione, secondo la quale, attraverso il
connubio di scienza e tecnica e le
azioni autonome di un Homo faber non
più totalmente assoggettato alla volontà e al progetto dell’Uno-Dio, l’umanità
sia destinata alla progressiva emancipazione e liberazione dal peso dei
principali problemi materiali e spirituali. All’interno di tale prospettiva,
come scrive S.Natoli, “l’uomo diventa l’organizzatore del futuro”[1]
ed essendosi sostituito a Dio quale organizzatore del tempo, aspira ad
assicurarsi il futuro, cercando di neutralizzare l’imponderabilità e l’imprevedibilità,
che quest’ultimo in quanto tale riserva. Le tecnoscienze non si dedicano ad
altro che al continuo perfezionamento di questo scopo. Nel corso del “secolo breve” è venuto meno il
cieco ottimismo che l’ideologia del
progresso aveva manifestato all’acme del positivismo, sostituito dall’ansia e dal
timore crescenti, che l’incedere del
tempo a venire possa riservare l’eventualità di una degenerazione o addirittura
possa esporre il genere umano a rischi esiziali, anche se tale apprensione non
ha fatto altro che rafforzare e potenziare ulteriormente la ricerca dei
dispositivi più efficaci di assicurazione del futuro e di immunizzazione nei
confronti dell’eventualità in quanto tale. Come scrivono Ghisu
e Tagliapietra, nell’editoriale di
questo numero: Si potrebbe
guardare all’intera età moderna come all’immane tentativo di colonizzare il
futuro, assunto come la dimensione temporale privilegiata di quel progetto
continuo a cui pare destinarsi l’animale non stabilizzato che chiama se
stesso “uomo”. In questa prospettiva la modernità sembra essere, allora, un
altro modo per dire il luogo del perfezionamento e della realizzazione dei
disegni più ambiziosi ed eterogenei, tutti accomunati dallo scarto qualitativo
tracciato tra l’oggi e il domani.. L’immane
progetto continuo di conquista e colonizzazione del futuro
accompagna l’uomo moderno, nella misura in cui esso si è “stabilizzato”, ovvero
si è naturalizzato, attraverso la tecnica,
come un essere unilateralmente stante,
che apparentemente desidera sì sempre il
nuovo, ma solo “a patto che sia previsto
e rassicurante”(come sostiene ancora l’editoriale). Eppure, l'uomo europeo fa originariamente la sua comparsa
nella "terra del tramonto", come un essere del tutto incapace di stare e quindi perennemente esposto all'errare e intimamente
necessitato alla continua metamorfosi. Uno dei
suoi archetipi è la figura di
Proteo, il Vecchio del mare, capace di divenire “ogni cosa che in terra si
muove, e acqua e fuoco, che prodigioso fiammeggia”( Odissea, IV, vv.417-418). Il suo essere originariamente dikranos, “dalla doppia testa”, come suggerisce Parmenide(nel fr.6 del suo Poema), non lo rende affatto “signore delle tecniche(mechanóen téchnas)”(Sofocle, Antigone, v. 365), ma lo espone all’amechanía dovuta al fatto che egli non
può contare sulla capacità di usare efficacemente ed esclusivamente, "a senso unico", la totalità delle
potenzialità, dei mezzi e degli
strumenti di cui pure dispone. Doppia è la testa del mortale, doppia è la sua parola,
così come duplice è anche la sua essenza, come testimonia il mito platonico
dell’androgino. Non semplicemente uno, ma
uno-di-due e due in uno: questa sarà per sempre la cifra, il symbolon, della natura mortale nata dalla terribile punizione di Zeus e, da
quel momento, divinamente protetta e ispirata solo dal gran demone di
Eros[2].
Ma il mortale non nasce solo come animale erotico. Egli è anche l’unico essere
vivente dotato di logos, il quale, in
seguito alla punizione del mitico androgino e ai successivi interventi plastici
di Apollo – per restare ancora al Simposio
platonico - ha l’organo sessuale,
gli occhi e la fronte(sede dell’intelletto), che guardano nella stessa unica
direzione: innanzi, verso il dopo. Da qui
la “consapevole attesa del futuro (die überlegte Erwartung des
Künftigen)”, che Kant pone come momento fondamentale dell’irresistibile costruzione della ragione umana. Alle soglie della nascita di Europa, Pindaro aveva
ammonito: “Ciechi sono i pensieri degli
uomini, quando cercano la via con gli artifici dell’intelligenza, ma senza le
Muse”. Eppure, il logos che
contraddistingue i mortali, una volta isolatosi e fissatosi nella sua forma
puramente logico-discorsiva, manifesta tutta la sua inclinazione all’ybris, che si esplica come vocazione astratta all’isolamento della parte
rispetto al tutto e come propensione all’unità semplice, all’ipostatizzazione, all’unidimensionalità, all’unilateralità,
alla logica oppositiva e diairetica dell’ aut
… aut. E così l’unodualità del symbolon
finisce per essere lacerata dall’imporsi
di quella ratio logica depurata da ogni altra componente, che
governa la totalità dividendo e opponendo, separando il sì dal no, in modo che,
nella scansione binaria dell’irriducibile aut
…aut, secondo il quale la totalità
del reale viene così decisa, ognuna
delle due teste del dikranos procede per conto proprio, spezzando sul nascere
ogni possibile rythmos. Come se il mortale non fosse un symbolon e come se
avesse veramente una testa sola… La vocazione
all’astrazione e la declinazione monocranica dell’animale dotato di logos è anche responsabile della separazione
originaria di chronos da aion e della
contrapposizione del tempo linearmente orizzontale e crono-logico, rispetto alla verticalità del tempo
escatologico, il quale finisce per essere proiettato verso una trascendenza del
tutto astratta, la quale si rovescia in una altrettanto astratta immanenza. A
partire da questo plesso di separazioni,
per l’umanità metafisico-moderna cui apparteniamo, ciò verso cui il mortale non
può non essere rivolto, ossia il futuro,
viene ad essere saldamente assicurato dalla logica essenzialmente proairetica
del progetto, la quale, peraltro, inevitabilmente comporta l’irriducibile
“scarto qualitativo”(per riprendere ancora le parole dell’editoriale) tra quanto viene deliberato ora e quanto
accadrà poi. In ogni caso, nessuno spazio resta aperto per il futuro quale pura possibilità. La prometeizzazione dell’uomo della tecnica sembra
essersi davvero compiuta. “Tutto ciò che accadrà(ta méllonta) io esattamente
conosco in anticipo(proepistamai)
e nessun accidente inaspettato può cogliermi” fa dire Eschilo a Prometeo, nel
prologo del Prometeo incatenato( vv. 101-103). E allora, se, alla luce della concezione lineare e
progressiva del tempo-chronos, il
‘poi’, rispetto all’’ora’ ancora non è – e quindi rappresenta il novum – e se, col sopraggiungere del ‘poi’, il
‘prima’ non è più – e quindi è definitivamente passato-perfectum – lo sguardo prometeico aspira a cancellare l’irriducibile
diversità e la reciproca negatività del ‘poi’ rispetto al ‘prima’, nell’imporsi
di uno sguardo preveggente, il quale vorrebbe
essere incontrovertibile(proepistemi) e tale da non farsi mai
sorprendere da nessun imprevisto accidente e da nessuna reale novità. Questa è, per l’uomo prometeico, la condizione necessaria di ogni forma del
fare. L’uomo della tecnica, infatti, si accinge al fare solo nella persuasione
che quanto poi risulterà compiersi attraverso la messa in
opera della téchne, manterrà ed esibirà
la stessa forma che l’artefice ha
anticipato prima, nella sua mente
progettante. Nessun fare tecnico sarebbe mai possibile se la forma del
risultato - destinato ad apparire ‘poi’
- non fosse anticipabile prima, quale
idea, nella mente dell’artefice. Proprio in questo senso, diceva Aristotele,
l’arte è
attività eminentemente teoretica,
dal momento che ogni téchne – in quanto “disposizione
creativa accompagnata da logos verace”(Aristotele,
Etica nicomachea, VI, Il fatto è che non solo la poiesis, ma anche ogni praxis ha come arché
un tale theorein proaireticamente
inteso. Di conseguenza - in relazione
alla questione del futuro rimosso - una tale struttura originaria delle forme del
fare implica, in ciò che appare come risultato, la radicale negazione di ogni reale novitas e presuppone, invece, che la deliberazione di fare e il compimento
dell’opera costituiscano un unum
garantito dal permanere della medesima forma idealmente anticipata dal
progetto. Aristotele,
però, a proposito della téchne, aveva precisato che: Ogni téchne
riguarda la produzione e il ricercare con la teoria e l’abilità come possa
prodursi qualcuna delle cose che possono sia esserci sia non esserci e di cui
il principio è in chi fa e non in ciò che è fatto; la téchne , infatti, non riguarda le cose che sono o che si producono
necessariamente, né quelle per natura, che hanno il loro principio in se
stesse”(Aristotele, ivi, Che cosa comporta il fatto che la téchne riguardi il produrre ciò che può
esserci tanto quanto non esserci? L’inevitabilità di quello “scarto
qualitativo” e dell’irrimediabile scacco
rappresentativo, che, nonostante la vocazione prometeica dell’Homo faber, affliggono e inficiano le azioni e le produzioni dell’uomo ad una testa sola. Da un lato, infatti,
l’ animale dotato di logos è convinto
di essere in possesso dello stesso
sguardo preveggente di Prometeo capace di conoscere esattamente in
anticipo ciò che sarà, sino a prefigurare compiutamente prima, nel progetto,
quanto, poi, apparirà in opera. Ma, dall’altro lato, il medesimo homo progettante e calcolante non può
non esplicare il suo fare nella dimensione mondana e finita dell’apparire
sensibile scandita dalla processualità
del tempo cronico, che la sua mente logica ha preventivamente separato dal suo intimo e originario legame con Aion.
Deve, perciò, di necessità, fare i conti con il sopraggiungere di ciò che
è messo in opera, il quale non è la semplice riproduzione, né tantomeno il
supplemento, “di ciò che era presente al
suo inizio nell’idea del lavoratore”, per citare il I libro del Capitale
di Marx[3]. Ciò in cui, a detta di Marx, il
peggiore degli architetti si distingue dalla migliore delle api riflette il
pregiudizio platonizzante, che sarà denunciato da M.Heidegger quale atto di
nascita e tendenza fondamentale del pensiero metafisico occidentale, vale a dire la persuasione secondo la quale la
piena realitas della cosa stia
nell’idea. In modo che, nel possedere l’idea, avendola formalmente concepita
nella mente, il soggetto progettante ritiene di essersi assicurato tutto l’essenziale
di ciò che verrà effettualmente ad apparire nel mondo dei fenomeni. Ma che cosa
propriamente è presente ‘prima’ nella mente del soggetto artefice ed
agente? La presenza ideale anticipata è un puro eidos,
ossia una forma universale, mentre il risultato o l’opera sono un particolare ente
determinato (synolon di materia e forma, se vogliamo usare la terminologia
aristotelica). E questo synolon,
ovvero la determinata cosa, che appare individualmente esistente, non è la pura forma
universale in quanto tale. Questa
determinata cosa esistente, che è venuta ad apparire, è altro rispetto alla
pura ed astratta forma universale, che il soggetto ha anticipato nella sua
mente e vuole a tutti i costi ri-conoscere nell’opera. Essa accade come
qualcosa di nuovo e di diverso – ecco lo scacco rappresentativo - rispetto alla
pura forma universale mentalmente
anticipata nel progetto. Nonostante ciò, l’Homo
faber meta-fisicamente si aspetta di
rivedere - nell’orizzonte fenomenico e
soggetto al tempo-chronos dell’apparire
sensibile degli enti determinati e contingenti - la stessa forma universale idealmente
anticipata, la quale, peraltro, in
quanto tale, di diritto appartiene alla dimensione immutabile ed eterna dell’intelligibile[4].
E’ prima di tutto l’arte ciò che mette in crisi tale
progetto prometeico e la stessa illusione platonica dell’uomo metafisico.
Aristotele, infatti, afferma che ogni poiesis implica un movimento “da altro
ad altro”: da chi fa, dal poietés,
all’opera che è altro sia rispetto al poeta
sia rispetto all’azione produttiva stessa. E la necessità di tale movimento
smaschera e denuncia l’irriducibile alterità del poema, dell’opera operata, rispetto alla forma universale del
contenuto della visione ideale, che
vuole anticiparla e la prefigura. D’altro canto, è inoppugnabile che nessuna
“disposizione creativa accompagnata da logos
verace”, nessun theorein, nessuna
pre-visione – ricaviamo ancora da Aristotele - sarebbero in grado, di
per se stessi e da soli, di muovere alcunché. La pura anticipazione ideale e il
calcolo razionale di ciò che apparirà in opera, da soli, sono del tutto impotenti rispetto all’
apparire attuale dell’opera stessa[5].
C’è bisogno di altro, di una forza irriducibile ai calcoli e ai progetti del logos. Dal punto di vista aristotelico, la poiesis e la praxis condividono
la stessa arché. Quale? La proairesis. E come funziona la proairesis, che nella téchne è principio di poiesis e nella phronesis è principio di praxis? La definizione aristotelica parla
esplicitamente di unità di logos verace e di orexis, cioè di desiderio, appetito, conatus.
La proairesis
è, dunque, l’arché di ogni forma dell’agire umano e, come indica letteralmente
la parola, essa è l’originario pre-afferramento
calcolante-progettante-desiderante “di ciò che è in nostro potere”(Aristotele,Etica nicomachea, 1111b,30), nel ben
fermo presupposto che l’uomo sia
“principio delle azioni”(ivi, 1112b, 31), “ne è il genitore, come lo è dei
propri figli”(ivi, 1113b, 18-19) e che “ogni uomo decide intorno alle cose che
possono essere realizzate da lui stesso”(ivi, 1112a, 33-34). La proairesis, pertanto, non
è applicabile alle cose passate, a ciò
che dipende dal caso, agli enti necessari, eterni e incorruttibili, alle cose
che, pur mutevoli, si producono sempre nello stesso modo. Essa riguarda solo le ”cose possibili(ta dynatá)”, che “possono sia essere che non essere”(ivi, 1140a,
12-13)[6]. In questo modo, “la proairesis
vuole, mediante un calcolo, assegnare un futuro alle cose di cui dispone:
essa decide il futuro”[7].
E in questo decidere preventivamente il
futuro, secondo Severino, essa opera come mera fede e come volontà di potenza,
dal momento che, se ciò che accade a compimento di ogni azione è un puramente possibile, non vi è alcun
evidente nesso necessario tra l’’ora’ della decisione e quanto effettivamente
accadrà ‘poi’. Ciò che effettualmente appare, da un punto di vista rigorosamente
fenomenologico, è, per esempio, un
braccio che dapprima è fermo e poi si stende e quindi afferra qualcosa, ma che
il protendersi del braccio sia l’effetto necessario della decisione formulabile
logicamente nell’affermazione “Adesso stendo il braccio per afferrare la penna”
non è affatto un dato evidente. Esso è il
contenuto dossico della persuasione poggiante sul ritenere che l’uomo sia principio del risultato delle
azioni di cui è responsabile e sul credere che quanto accade, quando egli
deliberatamente agisce, non sia frutto
del caso o della volontà divina, bensì dipenda esclusivamente dalle sue decisioni. Una tale persuasione, come rileva ancora Severino,
presuppone all’origine la preventiva separazione e l’ astratto isolamento del
campo di ciò che l’uomo ritiene perfettamente dominabile rispetto al tutto e quindi
riflette in pieno l’ybris della ratio fondamentalmente
astraente dell’uomo ad una testa sola. Nessuna forma di evidenza, ma solo questa fede -
nell’accezione paolina di argumentum non
apparentium - consente di escludere che l’aver afferrato la
penna sia un gesto dovuto al puro caso o sia mosso dall’iniziativa di qualche
dio o sia un atto assolutamente spontaneo, per affermare, invece, con
certezza, che esso è il frutto di una mia determinata decisione, che ne
costituisce l’arché e l’aitía. Ma la dottrina aristotelica dell’azione presenta anche un
altro punto critico. La proairesis,
per poter effettivamente muovere, come
si è detto, non può essere solo espressione
del puro logos. Tant’è vero che essa
comporta il necessario intervento dell’orexis
e quest’ultima è un elemento alogon, del tutto irriducibile al logos. Ogni decisione ha in
vista lo scopo cui essa tende(ossia qualcosa di buono o che appare come tale),
che ne costituisce il motore, ma tale pre-visione, da sola e di per se stessa,
non è in grado di muovere effettivamente alcunché. Per questo, affinché
l’azione si realizzi in atto, c’è
bisogno dell’impulso, dello sforzo, del conatus
di una pura forza. E ciò che dà forza e capacità di muovere alla proairesis è l’orexis, che è del tutto
irrazionale. Anche se essa va “persuasa” dal logos, in una sorta di “dialogo”. Se non vi fosse questo dialogo e
se l’orexis non si lasciasse
persuadere dal calcolo del logos,
ogni decisione risulterebbe impossibile. Si troverebbe, infatti, irrimediabilmente impotente, in quanto lacerata da un lato tra un calcolo dei mezzi in vista
dello scopo incapace di disporre efficacemente dei mezzi per conseguire lo
scopo stesso e, dall’altro, una forza del tutto cieca e totalmente incapace di vedere i mezzi, gli scopi e l’orizzonte
stesso in cui essa si agita. Ma se l’orexis
è in grado di dialogare con il logos sino
a lasciarsi addirittura persuadere da
esso, ciò significa che essa non è affatto irriducibilmente alogon, ma, in qualche modo, partecipa della medesima natura del logos[8].
E allora, se, in actu exercito, l’orexis partecipa già essenzialmente della
natura logica e se il logos da solo
non è in grado di muovere e produrre alcunché, come potrebbe mai la decisione
umana mettere in atto e mandare ad effetto le azioni e i risultati previsti? E
come potrebbe la proairesis del soggetto umano
preafferrare e anticipare il futuro di
ciò di cui crede di disporre? Ciò comporta forse la conclusione che, allora, non solo nelle arti poietiche, ma
anche nella più elementare delle azioni umane, sarebbe necessario ammettere
l’intervento di una forza sovrumana attribuibile all’irresistibile potenza
di un demone o di un dio? Una simile domanda appare
del tutto insensata per la mente logica dell’uomo monocranico. Almeno
dall’epoca di Galileo in poi, ovvero da quando la scrittura matematica – il
frutto più potente ed efficace della mente logica - ha consentito all’uomo di
trasfigurare le antiche(aristoteliche) forme in forze perfettamente
rappresentabili, calcolabili e operativamente
riproducibili, sarebbe risibile invocare o fare appello a divinità e ad
altre entità sovrumane. Tutto sembra entrato a far parte dell’orizzonte di ciò
che è “in potere” dell’uomo, come aveva ben compreso Nietzsche. Ed è così che
il futuro è stato compiutamente colonizzato … Anche se tale colonizzazione ha avuto un prezzo da pagare. Quale? In primo
luogo la dissoluzione del symbolon,
dell’uno-di-due, che l’uomo è e lo sradicamento dell’animale logico, non più dikranos, dal rythmos
e dalla danza del cosmo. L’uomo ad una testa sola appare in grado di programmare
e pianificare ogni cosa, grazie ai suoi calcoli, ma, come ha scritto C.Sini,
nel saper fare questo e per saper fare questo, è dovuto uscire definitivamente dal coro,
divenendo letteralmente “irritus, cioè
in-ritus, ovvero in-utile, vano, non
valido e iners, cioè in-ars, ovvero in-erte, senza arte”[9].
Egli è del tutto incapace di danzare e
“ciò che non danza è ciò che non fa accadere il rito della festa”[10].
La conseguenza è che il lasciar essere il
due-di-uno in quanto tale, senza spezzarne preventivamente la dualità –
dividendo e opponendo – resta un autentico problema, il quale fa segno verso
quel passato smarrito, che sta alla radice degli imponderabili futuri possibili
negati all’uomo occidentale. Come ha scritto Derrida: “Non c’è a-venire senza qualche
memoria o promessa messianiche, di una messianicità più antica di ogni
religione, più originaria di ogni messianismo”[11].
In cosa consiste il proprium
del futuro, che è stato rimosso? Nell’eventualità
di ciò che accade. La colonizzazione e preassicurazione del futuro, nell’odierno
universo globale della calcolabilità di tutto, hanno obliterato la pura
eventualità dell’evento, il quale, invece, per sua natura, dovrebbe “annunciarsi
come im-possibile; quindi annunciarsi senza essere previsto, annunciarsi senza
annunciarsi, senza orizzonte d’attesa, senza télos, senza formazione, senza forma(…).Da qui il suo carattere
sempre mostruoso, impresentabile e mostrabile come immostrabile.”[12].
2. Fine della storia? Congedatosi il “secolo breve”, nell’era della cosiddetta
globalizzazione, il destino ineluttabile di un eterno presente privo di futuro
è emerso allo scoperto, sino ad influenzare importanti settori della cultura attualmente dominante.
E’ nota la tesi di F.Fukuyama sulla “fine
della storia”[13]. Dopo
la caduta del muro di Berlino, la fine dell’utopia del comunismo e il tramonto di ogni prospettiva realmente alternativa
all’universalità del libero mercato non consentono l’emergere di alcuno
scenario possibile verso il quale dirigersi e approdare, che non sia il sistema
liberal-democratico ad economia neocapitalistica. Alle spalle di questa volgarizzazione di
Fukuyama(già consulente del Dipartimento di Stato degli USA) vi sono le riflessioni di A.Kojève, che Fukuyama
considera il più grande interprete di Hegel del XX secolo. In una nota al suo Seminario del 1938-39 sulla Fenomenologia dello Spirito, aggiunta
nel 1946, Kojève aveva scritto che la fine della storia intesa come fine del
tempo umano comporterà “l’annientamento definitivo dell’individuo libero e
storico”[14],
ovvero dell’uomo propriamente detto, cioè dell’uomo essenzialmente votato
“all’Azione negatrice del dato”[15].
Non vi sarà più, quindi, “il Soggetto opposto
all’Oggetto”[16] e
così non vi sarà più azione nel senso
pieno del termine, il che comporterà anche “la scomparsa delle guerre e delle
rivoluzioni sanguinose”[17].
Con ciò scomparirà anche la filosofia, perché la filosofia, per Kojève, è
espressione del desiderio del Soggetto
in quanto opposto all’Oggetto ed è
ciò che ispira l’azione negatrice del dato. Un tale annientamento totale
dell’uomo, della sua azione negatrice e della filosofia stessa, alla fine della
storia, non sarà affatto, però,
profetizza Kojève, una “catastrofe cosmica” e nemmeno una “catastrofe
biologica”. Perché? Perché l’uomo resterà in vita “come animale che si trova in
accordo con Che cosa aveva
indotto Kojève a cambiare più volte idea
sugli scenari dischiusi dalla fine della storia e sull’uomo post-storico? Va premesso che Kojève
prende alla lettera l’affermazione hegeliana, secondo la quale la storia
finisce con Napoleone imperatore, dal momento che Napoleone rappresenta il sapere
assoluto perfettamente realizzatosi nella sua verità, nella storia e come storia, in maniera tale da
non essere più suscettibile di perfezionamenti e sviluppi di sorta. Per
questo “non vi sarà più niente di nuovo
nel Mondo”[23]. Sin dall’inizio della “guerra fredda”, Kojève si era
sempre più reso conto del fatto che la
fine della storia è una realtà già qui presente. Dopo che Napoleone, il vero eroe della Fenomenologia dello Spirito, ha realizzato sul suo trono la
“rivelazione del profondo”, ovvero il concetto
assoluto, tutto ciò che succede dopo, secondo Kojève, comporta
semplicemente l’incremento nello spazio
su scala planetaria di quella potenza universale già compiutamente
realizzatasi, anche se non ancora sull’intero pianeta. Le stesse due guerre
mondiali, sono interpretate, in questa prospettiva, come accadimenti che hanno contribuito
ad eliminare dal mondo gli ultimi
residui ancora pre-napoleonici e ad allineare le province periferiche e
le civiltà ancora arretrate del globo con le posizioni dei Paesi
più avanzati. Resta fermo il fatto che non c’è più
incremento temporale possibile, ma solo un processo residuale di
estensione nello spazio. A conferma di questa idea, nel corso di
alcuni viaggi, all’epoca della guerra fredda, Kojève si era convinto che i
Russi e i Cinesi fossero degli “americani ancora poveri”[24],
ma destinati “ad un rapido arricchimento”, che li avrebbe portati a declinare a
loro modo il modello americano. L’american
way of life appare, perciò, in un primo tempo a Kojève, come lo stile di vita più consono
al mondo post-storico in quanto prefigurante “il futuro ‘eterno presente’
dell’umanità tutta intera”[25].
L’ inevitabile e fatale aderire anche
dei sistemi cinese e sovietico all’american
way of life avrebbe, insomma, disvelato la prospettiva di un eterno presente, in cui i membri di una
società senza più classi – tutti
uguali nella loro individualità in
quanto tutti ugualmente liberi consumatori – sarebbero stati in grado di
soddisfare ogni loro desiderio e bisogno, riducendo progressivamente al minimo
indispensabile, sino forse ad estinguerlo del tutto, il lavoro necessario, un
po’ come nella mitica età dell’oro raccontata da Esiodo. E tuttavia un viaggio
in Giappone avvenuto nel 1959, fece cambiare idea a Kojève. Il Giappone gli sembra
addirittura aver anticipato di secoli, rispetto all’occidente, la fine della storia,
subito dopo aver liquidato il
feudalesimo, inaugurando un’epoca lunghissima priva sia di guerre civili che di
guerre contro l’esterno. Un modello, quello giapponese, profondamente diverso rispetto a quello americano ancora fondato
sulla triade umano-storica Religione-Morale-Politica. Attraverso espressioni
quali il teatro del No, la cerimonia del
Te e l’arte delle composizioni floreali, il Giappone avtrbbr creato una cultura
snob allo stato puro, decidendo di
vivere “in funzione di valori totalmente formalizzati,
cioè completamente privi di qualsiasi contenuto ‘umano’, nel senso di
‘storico’”[26].Nessun
animale, scrive Kojève, sa essere
veramente snob, perché lo snobismo
rappresenta la suprema astrazione rispetto ad ogni naturalità e animalità. Da
qui il cambiamento di idea e la convinzione che il destino dell’uomo
post-storico sia quello di una “giapponesizzazione” globale. Secondo l’interpretazione del pensiero hegeliano, che sta a fondamento di queste riflessioni di
Kojève, l’identificazione del tempo – da lui definito
“il concetto medesimo che è
qui( Die Zeit ist der Begriff selbst, der
da ist)”[27]
– al concetto stesso dischiude il tempo storico, cioè il tempo della storia umana quale storia universale. Ma
fondare il tempo storico sull’ identità di concetto e tempo comporta la
precomprensione della storia universale quale storia del Logos umano che rivela l’essere. Così sintetizza,
al proposito, Kojève stesso: L’Uomo è movimento dialettico o storico(=libero)
rivelante l’Essere mediante il Discorso unicamente perché vive in funzione
dell’avvenire, che gli si presenta sotto forma di un progetto o di uno scopo(Zweck) da realizzare mediante l’azione
negatrice del dato”[28]
Prendendo spunto da quanto il suo maestro Alexandre Koyré
aveva ricavato dagli scritti hegeliani jenesi sulla Realphilosophie, Kojève sostiene
che il tempo storico, per Hegel, è
“caratterizzato dal primato dell’Avvenire”[29].
In che senso? E’ un tempo, che, inizia dal futuro, si presentifica, diviene passato,
per poi ritornare futuro, secondo lo schema di una linea, che irresistibilmente
si curva e si fa circolo. Questa struttura si giustifica,
secondo Kojève, a partire dal fatto che
l’uomo storico è essenzialmente l’uomo del desiderio. E se il desiderio è
sempre rivolto a ciò che ancora non esiste e se, perciò, io desidero ciò che mi
manca e quindi ciò che ancora non ho e non è presente, ne consegue che il desiderare
rende presente il futuro quale assente. Con ciò
il desiderante si viene a trovare in una condizione di insoddisfazione e
inquietudine(nell’accezione letterale), la quale spinge il soggetto all’azione,
onde conquistare e possedere ciò che gli manca e quindi rendere presente il
futuro. Tale azione, secondo Kojève, si realizza sempre attraverso una
negazione, ovvero negando la forma di ciò che, in questo movimento, viene ad essere dato. Per esemplificare, la
fame quale desiderio di cibo rende presente l’assenza dell’alimento mancante,
in modo tale da suscitare un’azione, la quale si realizza negando, cioè
trasformando il cibo appetito, consumandolo e assimilandolo. Il dato reale
negato, che in origine era futuro,
diventa così perfectum, cioè
si fa passato, anche se questo passato, in realtà, è lo stesso futuro che aveva suscitato il
desiderio nel presentarsi della sua assenza. Dunque, secondo Kojève, il tempo
inizia dal futuro e il futuro si media
attraverso il passato. Ma il passato, a sua volta, storicamente acquista senso
solo in quanto reintenzionato al futuro e illuminato da esso. E’ lo stesso Kojève a usare il classico
esempio di Giulio Cesare, che si accinge a passare il Rubicone: tutto ciò che
ha compiuto Giulio Cesare, prima di giungere a tale cruciale soglia della sua
esistenza e della storia, acquisterà
senso in relazione a ciò che sta per accadere. A dimostrazione del fatto che il
tempo muove sempre dal futuro, il quale, in seguito all’esplicarsi dell’azione, si fa passato, in modo che quest’ultimo ritrovi
ogni volta il suo significato alla luce
di ciò che verrà. Non si può non rilevare, a proposito di tali
argomentazioni kojeviane, che, affinché una tale perpetua vicenda del farsi
circolo della linea del tempo storico abbia senso, è necessario presupporre lo
sfondo stabile ed immutabile di un
orizzonte trascendentale, ovvero dell’orizzonte trascendentale di un eterno
presente, in cui tutto ciò si svolge. All’interno di questo orizzonte
trascendentale è allora la presenza del
futuro che si fa presenza del passato, così come è la presenza del passato
che si organizza in funzione della
presenza dell’avvenire. Solo che, nel dispiegarsi storico delle azioni umane,
secondo l’interpretazione hegeliana di Kojève, l’orizzonte trascendentale di tale
eterno presente non appare né è consaputo concretamente in quanto tale dal
soggetto desiderante ed agente, il quale è imprigionato nell’ottica parziale
dell’hegeliano Verstand, dell’intelletto
astratto. Solo con la fine della storia si realizza la conoscenza razionale –
nel trionfo della Vernunft – del
contenuto concreto dell’intera vicenda storica, poiché tale eterno presente è
ormai giunto alla sua compiuta
autotrasparenza. Ma a questo punto, vi sarà ancora un Discorso ed esisterà
ancora l’uomo dotato di logos? E che ne sarà dei mortali? Essi si
accoppieranno come le bestie in calore, giocheranno come giocano i cuccioli
animali, costruiranno le proprie case come gli uccelli costruiscono i nidi e i
ragni tessono le loro tele, parleranno il “linguaggio delle api” e faranno
musica come le rane e le cicale? Oppure diventeranno tutti radicalmente snob come i giapponesi? Allorché cerca tratteggiare gli scenari dischiusisi alla fine della storia – da uomo
raziocinante attraverso il logos discorsivo
e non certo utilizzando il linguaggio delle api – Kojève si trova in imbarazzo e i toni profetici, che talvolta la sua riflessione assume,
sembrerebbero indurre a ritenere che forse la storia non sia finita con Napoleone Bonaparte… 3.La politica che non c’è 3.1. Nel sistema neocapitalistico
globalizzato, che Fukuyama vede come unico protagonista(senza possibilità di
alternative di sorta) degli scenari post-storici e post-umanistici, la stessa
politica, dopo aver reciso ogni legame con le tradizioni ideali del passato e
con ogni ispirazione di tipo etico, si presenta, a sua volta, come tecnica
funzionale, la quale, come scrive U.Galimberti, è capace di orientarsi solo
“tra ruoli, funzioni, correnti di aspettative, ambienti e sistemi, dove gli
individui entrano e escono come elementi interscambiabili e perfettamente
fungibili”[30],
dovendo “funzionare come una macchina
(…) con proprie leggi scarsamente influenzabili dalle culture circostanti,
anche perché le culture che contano sono specialistiche o di competenza,
assolutamente incapaci di incorporare
tradizione e storia”[31].
Di conseguenza, se, come disse Ernst Bloch(e come l’editoriale di questo numero
opportunamente riprende), ogni passato lascia in eredità alle generazioni a
venire il futuro delle promesse non mantenute, l’odierna tecnopolitica – che non
si esercita più sulla “piazza di Atene”, ma quasi esclusivamente sugli scenari
massmediatici della “società dello
spettacolo”(G.Debord) – nell’estirpare ogni memoria, rinuncia ad ogni “sguardo su un
mondo possibile, a meno che la possibilità non si risolva nei risultati resi
possibili dalla tecnica”[32]
Del tutto incapace, quindi, di futuro. Fukuyama sostiene la tesi dell’inevitabilità della democrazia
alla luce della fine della storia e nel trionfo incontrastabile del capitalismo
neoliberista globalizzato. Ma a quale modello di democrazia si riferisce? A proposito dell’ irresistibile ascesa dell’ Homo democraticus, poco più di
centocinquant’anni prima di Fukuyama, Alexis de Tocqueville[33],
al suo ritorno dal suo soggiorno negli Stati Uniti, aveva acutamente rilevato,
tra i rischi già presenti allora nella democrazia americana quale democrazia
compiuta, le scarse garanzie esistenti nei confronti di una inedita forma di
tirannia intesa quale tirannide della maggioranza. Di una maggioranza continuamente blandita da poteri soft – ben accetti in quanto liberamente
scelti dal popolo - i quali, mentre
garantiscono efficacemente la sicurezza e la protezione, a cui tutti tengono
in modo particolare, si adoperano per
soddisfare qualsiasi bisogno anticipatamente previsto, mettendo in atto
un’opera di totale addomesticamento del desiderio e del bisogno, attraverso una
tela di ragno fatta di regole minime, minuziose e sempre più complicate. Se, da un
lato, in America la democrazia ha la prerogativa, secondo Tocqueville, di aver
eliminato compiutamente ogni eccedenza del potere fuori o al di sopra del corpo
sociale, dal momento che il popolo regna come “Iddio nell’universo”, dall’altro
la medesima perfetta declinazione americana del “dogma” della sovranità
popolare - proprio così lo chiama Tocqueville - palesa un serio ed evidente rischio.
Quello di una “globalizzazione”(sui
generis) intesa quale esplosione globale di una folla di uomini tutti
uguali in quanto tutti egualmente protesi verso il soddisfacimento dei loro
insindacabili bisogni e piaceri, dove
l’unico cum in grado di fare comunità è il reciproco opporsi di
entità atomiche reciprocamente trascendenti e prive di “patria”, dal momento
che ogni individuo condivide con gli altri i medesimi spazi fisici, ma è
incapace di vedere e di sentire l’altro da sé. Anche in queste considerazioni di Tocqueville c’è di
mezzo un circolo[34],
come nelle riflessioni kojeviane sul
tempo in Hegel. Negli Stati Uniti non esiste potere al di fuori o al di sopra
del corpo sociale, perché il popolo – che regna come Dio nell’universo – è
l’inizio, la causa, il fine e la
fine di ogni cosa. Tutto inizia e
promana dal popolo, tutto è finalizzato al bene del popolo e tutto culmina e
finisce nel popolo. E tuttavia, come Tocqueville testimonia, il popolo - che è inizio, causa e fine di tutto – tende ad
apparire come il mero coesistere spaziale di individui atomici tutti uguali in quanto astrattamente trascendenti e separati gli uni rispetto agli
altri, del tutto incomunicanti gli uni
con gli altri e addirittura invisibili
gli uni agli altri. Infine, Tocqueville intravvede già anche un altro
rovescio della democrazia compiuta
americana: la riduzione della politica a mera tecnica volta a produrre il soddisfacimento
dei bisogni della folla preventivamente anticipati. E’ evidente che, con ciò – ovvero
stante la perfetta circolarità del popolo assoluto e nella garanzia del pieno
soddisfacimento di tutti i bisogni
previsti e anticipati – la democrazia compiuta degli americani si è preclusa ogni apertura verso le
possibilità di un autentico futuro. 3.2. Eppure, per le radici greche dell’uomo occidentale,
assieme all’arte, ma in modo più pregnante, perché universalizzante, è proprio la politica ciò
cui spetta la radicale apertura al futuro, ovvero ciò a cui possono essere affidate
quella memoria e insieme quella promessa archimessianiche, senza le quali, a detta
di Derrida, non ci può essere alcun
autentico avvenire. Il libro Λ della Metafisica
ha una conclusione politica. Termina, infatti, con la citazione di un brano omerico tratto dall’Iliade, in cui Ulisse, persuaso da Atena e reggendo lo scettro
regale portato via ad Agamennone, sgrida gli uomini del volgo con queste parole: E’ certo che qui non potremo regnare tutti noi Achei!/ Non è affatto un bene la sovranità dei molti(polykoiraníe): uno solo comandi, / uno
solo sia il re, cui il figlio di Crono, dalla mente tortuosa, diede/ scettro e
leggi, affinché a tutti provveda.(Iliade,
II, 203-206) Il passo sottolinea come la fonte della sovranità
politica sia Zeus, colui che dà “scettro e leggi” ad ogni monarca. Ma Zeus sta
all’origine della sovranità politica in quanto egli è il Signore di tutti gli
dei e in quanto è diventato tale, dopo esser riuscito ad aver
ragione di suo padre Cronos, il quale inghiottiva tutti i suoi figli avuti da Rea,
non appena erano usciti dal grembo materno, perché voleva rimanere signore e re
ad infinitum, senza farsi spodestare
da alcuno dei suoi discendenti. Rea, non tollerando più questa
orribile situazione, chiese allora aiuto ai propri genitori Gea e Urano, i
quali le consigliarono di andare a partorire l’ultimo nascituro – che era Zeus
stesso - nell’isola
di Creta, dove Gea riesce a nascondere immediatamente il neonato in una caverna, mentre Rea porge a Cronos una pietra avvolta
in fasce e pronta per essere ingoiata. Zeus, una volta cresciuto sano e forte, affronterà
il padre e, con la forza e con l’inganno, lo costringerà a vomitare tutti i
figli fagocitati, dopodiché prenderà pieno possesso delle prerogative regali. Questo mito racchiude un messaggio politico forte. Cronos,
nel nome stesso, indica il tempo nel suo infinito scorrere processuale. Il
gesto compiuto da Zeus, pertanto, presenta l’imporsi della sovranità politica
letteralmente quale decisione del tempo.
La politica si apre là dove si pone una
fine al corso del tempo, ossia là dove
si interrompe(anche violentemente) l’ordinaria successione del ‘prima’ e del
‘poi’. E’ in quell’attimo(exaiphnes)
che, allora, qualcosa veramente accade. Qualcosa di impossibile, di letteralmente mostruoso, perché al di fuori
di ogni orizzonte di anticipazione, al di là di ogni attesa, senza télos e senza forma: l’avvenire
sottratto ad ogni temporalizzazione
crono-logica. E’ significativo rilevare, a
questo proposito, che, quando, nel dialogo platonico del Politico – il
testo che inaugura la riflessione filosofica occidentale sulla politica - i principali interlocutori, ossia lo Straniero
e Socrate il Giovane, nel tentativo di giungere a delimitare da vicino
l’essenza dell’arte politica, non ritengono affatto soddisfacente la prima
definizione provvisoriamente proposta(quella di pastore di uomini), lo
Straniero dichiara che è necessario prestare “molta attenzione” ad un mito:
quello relativo al contendere (eris) tra
Atreo e Tieste[35].
Socrate il Giovane, allora, domanda:”Forse
tu alludi al prodigio dell’agnello d’oro?”(PLATONE, Politico,
268e). Secca è la risposta dello Straniero: “Niente affatto”. Egli si riferisce, invece, al
fatto “dello scambio tra il tramontare
e il sorgere del sole e degli altri astri”(ivi, 269a). Ciò che è
assolutamente straordinario - “alla base
di ogni meraviglia”(ivi, 270b) e quindi filosofico per eccellenza – non è il
prodigio dell’agnello d’oro, bensì l’evento mostruoso e impossibile del “contraccolpo del
tutto”. Vale a dire del fatto che l’universo, dapprima procedente secondo un moto
circolare uniforme e continuo, ora improvvisamente “ritorna ruotando, da solo, in opposta direzione”(ivi,
269 c), ma non nel semplice sostituirsi di un moto con un altro, bensì manifestando
assieme, in uno, entrambi gli opposti movimenti. Che cosa accade in questa “rivoluzione”? Il
testo platonico racconta che: ogni
essere mortale(…) si faceva più giovane e più tenero: i capelli bianchi dei
vecchi diventavano più scuri, le guance dei barbuti, facendosi lisce,
riportavano ciascuno nella stagione della trascorsa primavera, i corpi degli
adolescenti, giorno e notte, si
rendevano più lisci e più piccoli (…) ed essi, nel corpo e nell’anima,
diventavano simili a bambini appena nati e di qui, ormai consumandosi
completamente del tutto scomparivano”[ivi, 270 e] In questo contraccolpo di sé con
sé del cosmo, gli opposti appaiono manifestarsi
assieme, nello stesso tempo e
sotto lo stesso rispetto, sino al punto che l’universo “ rigirandosi in sé stesso e scontrandosi con sé stesso(symballon)
patisce insieme il contraccolpo dell’impulso dell’inizio e di quello contrario
della fine”(ivi, 273a). Questo mito, in generale, pone a confronto l’originaria età perfetta
degli dei - i quali reggevano saldamente
il timore dell’universo e lo guidavano nella perfezione del suo ruotare – con
il tempo degli uomini, che inizia allorché gli dei, ritiratisi, lasciano
libero il timone del cosmo e il
mondo, così abbandonato a se stesso,
diviene “padrone assoluto del proprio procedere”(Platone, Politico,
Riflettere, lavorare sull’origine nascosta di quanto narrato in
questo mito, sostiene Platone, significa
“dimostrare che cos’è il re”(ivi). Nel cosmo perfetto delle origini,
quello saldamente retto dal divino, di un sovrano e dell’arte politica non c’è
alcun bisogno. In quel tempo erano gli
dei, infatti, che, come pastori,
“portavano al pascolo” gli uomini allora immortali, i quali erano abituati a trovare soddisfazione ad
ogni loro desiderio senza sforzo e senza fatica alcuna, per quanto avessero bisogno della divina protezione e cura. Il
politico, in tale condizione, è qualcosa di affatto impensabile e comunque per
nulla necessario. Quando insorgono, dunque, la necessità e la possibilità della
politica? Esse accadono proprio in concomitanza con l’evento “grandioso”
e terribile del contraccolpo cosmico, che spezza ogni temporalità e ogni
discorso in atto. L’errore che, nel dialogo
platonico, l’autocritica dello Straniero
ammette di avere inizialmente commesso, consiste nell’aver troppo presto chiamato “arte regia” e “arte politica” l’arte
di allevare il gregge di bipedi e di avere cura di essi. Applicando una prima
volta il procedimento della diairesis ( messo a punto nel Sofista), ne era scaturita, infatti, la definizione del politico quale “pastore
divino” di uomini. Ma tale definizione “è ancora troppo grande per un re”, constata lo Straniero. Dunque, la politica non ha
affatto essenzialmente a che fare con la
divina cura e protezione degli uomini. Non quindi quello dell’allevamento e della pastorizia, bensì tutt’altro modello
si addice alla politica, dimostrerà Lo Straniero. Quale? Quello della tessitura
basato sulla symploké e sul synarmozein,
nel senso dell’eraclitea armonia di ciò che massimamente diverge,
nell’impossibilità, quindi, di separare e opporre i contraddittori. Perciò, la
più bella trama e il migliore di tutti i tessuti realizzabili dall’arte
politica - afferma Platone nella conclusione del dialogo - è quello del ricondurre ad una “vita comune” tutto ciò che è reciprocamente
diverso e tende a divergere, al di là di ogni
aut aut e nella sospensione di ogni legge dell’esclusione. Ciò conferma che la politica,
alle sue origini, non ha per nulla in primo luogo a che fare con la cura degli
uomini, né con il soddisfacimento dei
loro bisogni previsti e anticipati. E nemmeno con la loro sicurezza. Tutto ciò
riguarda ancora il mitico e antepolitico passato dell’ età degli dei – la quale
non c’è più e, per i mortali, non c’è
mai stata – quando esistevano solo esseri immortali. La politica degli uomini e
per gli uomini è, invece, in primo
luogo, ciò che, decidendo, interrompendo,
il corso del tempo e del discorso, rende la polis
il luogo dell’ospitalità incondizionale(per riprendere l’espressione di
Derrida), nel senso più radicale del termine, in cui le porte sono sempre
aperte all’av-venire di ciò che radicalmente è im-possibile. 3.3. C’è un altro mito che Platone
racconta riguardo al politico. Si trova nel Protagora.
E’ giunto, per le stirpi mortali
dei viventi, il fatale momento della nascita.
Sorge il problema di
scegliere chi dovrà distribuire le facoltà naturali a tutte le stirpi. I
principali candidati sono due: Prometeo
ed Epimeteo, colui che, avendo, come suggerisce il nome, solo la “mente del dopo", riesce a
comprendere i fatti solo a posteriori, essendo del tutto incapace di
pre-vederli. E’ proprio quest’ultimo, che
chiede di occuparsi direttamente della distribuzione, lasciando a
Prometeo il compito di controllare il
risultato finale. Date queste premesse, l’esito è scontato:
l'imprevidente Epimeteo inizia la distribuzione a cominciare dagli animali bruti,
in modo tale che, giunto all'uomo, non ha più nulla da spartire. Viene allora
chiamato a rimediare in extremis Prometeo, al quale, però, non resta che
l’amara constatazione del fatto che: “Tutti gli altri esseri viventi dispongono
armoniosamente di tutto e l'uomo, invece, è nudo, scalzo, privo di riparo per
la notte e privo di armi.”(Platone, Protagora,
321c). Poiché si approssimava il "giorno fatale", in
cui l'uomo avrebbe fatto la sua comparsa uscendo dal grembo della terra, Prometeo deve
trovare una soluzione. Ecco che allora, non sapendo cos’altro escogitare, decide di rubare ad Efesto ed Atena il fuoco,
la “sapienza che sta nella tecnica” e le tecniche, mettendo il tutto0 a disposizione
dell’uomo nudo, inerme e privo di
riparo. Quest’ultimo domiciliare reso possibile dal logos, dalla téchne e dall’ entechnos sophia, non
fonda, però, alcuna polis, non
consente affatto ai molti, ai differenti,
di fare una città. I
doni di Prometeo consentono una forzosa convivenza(synoichía),
che si palesa come del tutto inospitale. Essa consiste, infatti, nell’apertura e predisposizione di uno spazio
comune sì, ma esiziale, di reciproca offesa tra gli uomini. [Gli uomini] cercavano allora di
radunarsi e di salvarsi fondando città, ma ogniqualvolta si radunavano, si
recano offesa l’un l’altro, proprio perché mancavano dell’arte politica , onde
nuovamente si disperdevano e morivano. (Platone, Protagora, 322a, b-c) La situazione appare talmente
grave, che sono gli dei medesimi a
temere per la sopravvivenza della specie umana, cosicché interviene Zeus,
il quale “ inviò Ermes, affinché portasse agli uomini il rispetto(aidós)
e la giustizia (dike), perché agissero da ordinamento della polis e
da vincoli di amicizia.” (ivi, 322c). Non bastano il logos, le
tecniche, la sapienza, le forme della
comunicazione, per salvare la stirpe
umana da se stessa, dalla quotidiana lotta mortale di ognuno contro tutti e dal
rischio dell’autosoppressione. C’è bisogno di un’ulteriore “tecnica”, per
quanto del tutto sui generis e di ordine superiore, quella “regia” della politica, la quale sia in
grado di instaurare, nella polis, uno spazio veramente ospitale, a
partire dal rispetto-pudore e dalla
giustizia. Pur condividendo lo stesso linguaggio
comunicativo-rappresentativo, pur al riparo delle stesse mura saldamente
costruite e pur sapendo opportunamente usare le téchnai, gli
uomini sono in grado di affermare e tutelare la propria identità di
mortali solo nel respingere da sé,
nell’escludere dal comune e unico spazio
vitale ogni altro, esponendosi, a loro volta, all’esclusione da parte di tutti
gli altri. Nello spazio inospitale di un tale convivere
tecno-logico(nell’accezione letterale del termine), se e dove c’è l’uno, non
può esserci anche l’altro. Ognuno dei molti, che convivono e comunicano al
riparo delle stesse mura, si rapporta
agli altri come se la sua identità individuale esigesse il possesso esclusivo
della scena comune dell’abitare,
nella quale, pertanto, nessun
altro potrebbe contemporaneamente porre dimora. Ma questo non è, allo stato
puro, l’ esito inevitabile della struttura originaria del logos astratto proprio dell’uomo ad una testa sola? Ebbene, Platone, attraverso
questo mito, ci insegna che ogni convivere basato esclusivamente sulle risorse
e sui dispositivi di carattere tecno-logico-comunicativo
finisce per consegnare gli umani, del tutto inermi, agli effetti
nefasti ed esiziali della
violenza, che Benjamin definirà mitico-rappresentativa e “impura”. In una condizione che non è affatto
politica. Non è ancora politica. 4. Tecnocrazia, polizia e politica Paradossalmente potremmo concludere da tutto ciò che la synoichía
tecno-comunicativa, nella quale tuttora viviamo, sta prima
della polis autenticamente
politica, la quale, rispetto ad essa, rappresenta il futuro che non c’è: un
futuro, però, affatto inanticipabile, non calcolabile e non programmabile dal
progetto prometeico affidato ai calcoli della pura mente logica. “Prima” della
politica e al di fuori di ogni autentica politica starebbero, quindi, tanto le
forme di “cura degli uomini” - secondo il modello platonico della divina
pastorizia – quanto quelle “democratiche” di soddisfacimento anticipato dei
loro bisogni, quanto ancora ogni forma
di governance di tipo tecnocratico. A
proposito di quest’ultima, Jacques Rancière ha recentemente parlato di “stato di polizia”(dove il termine “polizia”
non è usato nel suo significato ristretto e corrente): La polizia è in primo luogo un
disciplinamento dei corpi che definisce la pluralità dei modi del fare, i modi
dell’essere e i modi del dire, che fa sì che determinati corpi siano assegnati
per via del loro nome a un determinato posto e a una determinata funzione(…).
La polizia non è tanto un ‘disciplinamento’ dei corpi quanto una regola del
loro apparire, una configurazione delle occupazioni
e delle proprietà degli spazi in cui queste occupazioni vengono distribuite.[36] Rispetto alla polizia, la politica è tutt’altra cosa.
Che cosa, secondo Rancière? [La politica] rompe la
configurazione sensibile, in cui si definiscono parti e frazioni o la loro
assenza.(…)L’attività politica è quell’attività che sposta un corpo dal luogo
che gli era stato assegnato, o che cambia la destinazione di un luogo; fa
vedere ciò che non aveva modo di essere visto, fa sentire un discorso laddove
ne risuonava solo l’eco, fa sentire come discorso ciò che era inteso soltanto
come un rumore(…) manifesta, in ultima istanza, la pura contingenza
dell’ordine, l’uguaglianza di qualsiasi essere parlante con qualsiasi altro
essere parlante.[37] Anche attraverso queste riflessioni di Rancière,
ciò che risulta confermato è il fatto che la politica – intesa come
decisione del tempo e radicale apertura
all’avvenire dell’ im-possibile – è essenzialmente ciò che è capace di
manifestare pubblicamente, per quanto mai in maniera definitiva, e di salvaguardare
l’imperativo di lasciar essere il monstrum
dell’inanticipabile, ovvero l’eventualità
dell’evento in quanto tale. E allora, se l’arte, come scrisse
Pavel Florenskij, è icona del mondo venturo e se l’opera d’arte, come scrisse
Andrea Emo, “è ciò che riesce a restare perpetuamente futuro, come rimane
perpetuamente futuro anche il passato”[38], è la
politica che riesce a universalizzare quale esperienza
comune – tessendo e
intrecciando la sfera del privato e quella del pubblico - tale apertura al futuro, che è insieme memoria
vivente del passato. Questa preziosa indicazione la
ricaviamo proprio dalla rammemorazione
delle radici greco-filosofiche di Europa, alla luce dell’elaborazione del monito
pindarico( “Ciechi
sono i pensieri degli uomini, quando cercano la via con gli artifici
dell’intelligenza, ma senza le Muse”). Nell’intrascendibile eterno presente senza
memoria a cui, invece, ci riportano oggi i calcoli e i programmi della ratio
unilaterale ed astratta dell’uomo ad una testa sola e la globalizzante governance tecno-poliziesca che le è solidale, se l’arte
fortunatamente continua a interrompere i
discorsi[39]
e a decidere i tempi, la politica –
ossia ciò a cui dovrebbe essere affidata
l’origine della possibilità di un futuro
- è ciò che ancora non c’è. Quello che resta – in tale
eclisse mondiale della politica - è solo l’astratta contrapposizione tra l’occidente di una democrazia antepolitica
e l’oriente apolitico dei regimi
fondamentalisti e teocratici. Quest’ultimo presunto alter
ego dell’occidente democratico – che spesso è stato esplicitamente additato come nemico[40]
– indubbiamente si mostra refrattario ai
doni politici di aidós e dike, i quali dovrebbero
fondare l’ordinamento della polis secondo
le leggi dell’amicizia e dell’ospitalità. Ma come si mantiene immune rispetto a
ciò? Santificando, cioè avendo trasformato preventivamente in sanctus, il sacro, ovvero ciò che rinvia alla radice greca dell’ ἃγιος, del sacer[41].
E l’Altro è sacer in quanto arriva e ci
appare davanti in se stesso in modo tale che, al cospetto di esso, non si può
che retrocedere, che fare un passo indietro, che lasciar spazio alla sua
irriducibile distanza, a prescindere dal fatto se esso sia da ritenersi e da
calcolarsi sanctus in quanto caro agli dei o protetto dagli dei stessi. Il rispetto e il pudore[42]
di fronte al sacro rimandano, per la tradizione
europea moderna nata dalle radici greche,
a quella che Kant ha definito die Religion des guten Lebenswandels,
ovvero alla religione – intesa secondo l’etimo del relegere di ciceroniana memoria – della “buona condotta di vita”, l’unica
davvero morale, per Kant, la quale non ha nulla a che vedere con la religio(dal verbo religare
in questo caso) del mero culto (die Religion des blosse Cultus). La religione
morale della retta condotta di vita,
infatti, implica una “fede riflettente(reflectirende)”,
per la quale: “Non è essenziale, né, per conseguenza, necessario, che ciascuno
sappia ciò che Dio faccia o abbia fatto per la sua salvezza; ma è certo necessario
che ciascuno sappia ciò che egli stesso abbia da fare per essere meritevole di
questa assistenza”[43].
Come se un Dio unico, personale e
tale da pensare e provvedere al nostro benessere e alla nostra salvezza – in
fondo come gli dei pastori di uomini prima della nascita dei mortali e prima
del dono della politica – non esistesse o fosse morto per sempre[44].
Ma un
tale relegere e una tale “fede riflettente”
fondantesi sul retractare di fronte a
ciò che è sacer – e in ciò moralmente compatibile con il pudore, ovvero
con l’aidós senza il quale non si dà
autentica politica – se, nei regimi teo-cratici del nostro “oriente”, è assente, perché di là dall’essere recepito e
acquisito, in occidente è stato da subito dimenticato. E così la profonda
solidarietà globale tra l’ apolitico oriente fondamentalistico e immunitaristico
e l’impolitico occidente cattolicistico
– nella sua matrice onto-teo-logica(per dirla con Heidegger) – costituisce il
tratto più inquietante di ciò che blinda il nostro eterno presente. Senza
futuro e in attesa della politica. [1] S.Natoli, “La catastrofe del tempo”, in P.Barcellona- R.De Giorgi – S.Natoli,
Fine della storia e mondo come sistema.
Tesi sulla post-modernità, Dedalo, Bari 2003, p. 21 [2] Alla riflessione sulle varie
principali implicazioni della natura di symbolon
dell’uomo abbiamo dedicato il libro R.Gasparotti, Filosofia dell’eros. L’uomo, l’animale erotico, Bollati
Boringhieri, Torino 2007 [3] K.Marx, DAS KAPITAL. Kritik der politischen oekonomie, Erster Band, I,
O.Meissner, Hamburg 1867, trad.it. Il
Capitale, Libro primo, a cura di D.Cantimori, Editori Riuniti, Roma 1977,
terza sezione, capitolo quinto, p. 212 [4] Su ciò rinviamo a M.Donà, “Il fare perfetto. Dalla tragedia della
tecnica all’esperienza dell’arte, in M.Cacciari – M.Donà, Arte, tragedia, tecnica, Raffaello
Cortina, Milano 2000, pp. 67-112. [5] E’ questo, tra l’altro, il motivo per cui, sempre a proposito della poiesis, lo stesso Platone,
in alcuni dialoghi, riprende la
convinzione greco-arcaica, secondo la
quale: “Incapace di poetare è il poeta, se prima non sia ispirato dal dio e non
sia fuori di senno, e se la sua mente non sia totalmente rapita”(Platone, Ione, 533e). Il che rende l’apparire
dell’opera un dono divino del tutto
gratuito ed imprevedibile. [6] Come commenta E.Severino: “(…)affinché l’uomo
decida(…) è necessario che chi decide ritenga(oietai),
sia convinto che le cose decise sono portate all’esistenza(genésthai)dalla decisione stessa, ossia
che la sua decisione domina la dimensione delle cose decise.(…)La proairesis non è cioè il puro volere(boylesis), ma è la decisione che calcola
le cose che assume sotto il proprio dominio e la cui esistenza e non esistenza
essa vede in proprio potere”(Destino
della necessità, Adelphi, Milano 1980, p. 365). Pertanto, scrive
ancora E.Severino: La decisione è
costituita: 1) dalla convinzione che certi mezzi sono i più idonei alla
realizzazione dello scopo; 2) dalla convinzione che tali mezzi dipendono da chi
decide, ossia che da chi decide dipende il loro diventare produttivi dello
scopo; 3)dalla convinzione che tali mezzi stanno incominciando a
diventare(stanno per diventare) produttivi dello scopo; 4) dalla convinzione
che lo scopo sarà realizzato(sta per essere realizzato)(ivi, p. 370) [7] E.Severino, Op.cit. p.366 [8] Se vi è un dia-logo, esso non
può avvenire tra ciò che è logos e l’alogon, ma solo tra due forme del
medesimo Logos. Quest’aporia aristotelica si riproporrà come una delle costanti
del pensiero occidentale, tant’è vero, che la si ritroverà, nella tarda
modernità, in Freud, dove la terapia psicoanalitica è possibile, in quanto
tale, solo se, in qualche modo, la coscienza può persuadere le originarie pulsioni inconsce. [9] C.Sini, Le arti dinamiche. Filosofia e pedagogia. Figure dell’enciclopedia
filosofica, libro sesto, Jaca Book, Milano 2004, p. 32 [10] Ivi [11] J.Derrida, Fede e sapere. Le
due fonti della ‘religione’ ai limiti della semplice ragione, in “ [12] J.Derrida, Voyous, Galilée, Paris 2003, trad.it. Stati canaglia, Raffaello Cortina, Milano 2003, p. 204 [13]
Cfr. F.Fukuyama, The End of History and
the Last Man, Free Press, [14]
A.Kojève, Introduction à la lecture de
Hegel. Leçons sur la “Phénoménologie
de l’Esprit” professes de 1933 à 1939 à l’École des Hautes Études réunies et
publiées par Raymond Queneau, Gallimard, Paris 1947, edizione italiana, Introduzione alla lettura di Hegel, a
cura di G.F.Frigo, Adelphi, Milano 1996, p. 541 [15] Ivi [16] Ivi [17] Ivi [18] Ivi [19] Ivi [20] Ivi, p. 544 [21] ivi [22] ivi [23] ivi,p.53 [24] Ivi, p.542 [25] ivi.p.543 [26] ivi [27] Cfr.A.Kojève, Essai d’une histoire raisonnèe de la
philosophie païenne. 1. Les Présocratiques, Gallimard, Paris 1968,
trrad.it. Introduzione al Sistema del
Sapere. Il Concetto e il Tempo, Neri Pozza, Vicenza 2005, p. 53 [28] A.Kojève, Introduzione alla lettura di Hegel , Op.cit. pp. 662-663 [29] Ivi. p. 457 [30] U.Galimberti, Psiche e techne. L’uomo nell’età della
tecnica, Feltrinelli, Milano 1999, p. 455 [31] Ivi, p. 456 [32] Ivi [33] Cfr. A.De Tocqueville, De la démocratie en Amérique, I-II, Gosselin, Paris 1842, trad.it. La democrazia in America, acura di
G.Candeloro, Rizzoli, Milano 2003. [34] Derrida rileva
in tale circolarità
democratica propria del popolo absolutus imperante nell’America descritta da
Tocqueville, il trionfo metafisico dell’ipseità dell’ Uno-Dio, nell’esclusione
di un’altra “verità” della democrazia, che, invece, risuolta rimossa: quella
del rispetto incondizionato per l’Altro inteso quale radicalmente dissimile,
asimmetrico ed eteronomico(cfr. J.Derrida, Op.cit.
p. 36) [35] Atreo
e Tieste erano due fratelli, figli del
re miceneo Pelope, i quali aspiravano entrambi alla successione sul trono di Micene. Quando le Parche segnalarono il momento fatale della morte del re, un oracolo confermò ai micenei che la scelta del nuovo sovrano sarebbe stata ristretta ad uno dei figli di Pelope. Poiché i maschi erano due, bisognava individuare un criterio
per scegliere il più degno, il
“migliore”. Il più furbo dei due
era Tieste, il quale propose
che venisse designato re colui che possedeva un agnello dal vello d’oro. Qualche tempo
prima, uno strano agnello dal manto tutto d’oro era miracolosamente apparso nel
gregge del fratello Atreo, per volontà
del dio Ermes. Atreo,
perciò, intendeva esibire la presenza dell’agnello d’oro nel suo gregge, che
egli aveva gelosamente conservato, onde ottenere così la corona. Ma l’agnello
d’oro non c’è più. Il fratello Tieste
era riuscito, infatti, a sottrarglielo
con l’inganno, facendoselo
consegnare da Erope, la moglie di
Atreo, di cui Tieste era divenuto
l’amante. Il nome Atreo, come ricorda lo stesso Platone nel Cratilo, nella lingua greca, significa al tempo stesso
“l’indomabile”, “l’intrepido”e “il funesto”. Perciò, la contesa per la
successione venne vinta, attraverso quell’inganno, da Tieste, mentre Atreo fu esiliato. Interverrà , però, Zeus in
persona, il quale, indignato per l’ingiustizia(adikìa) perpetrata, decise di invertire il corso delle stelle e di far sorgere il sole a
occidente per farlo tramontare ad oriente. Al cospetto di tale inquietante e tremendo monsruum, i Micenei capirono di aver
sbagliato la scelta, cosicché chiamarono alla guida della città Atreo,
esiliando Tieste, il quale tuttavia non si rassegna e continua ad accampare pretese, il che non faceva stare
tranquillo Atreo, il quale, nel frattempo, aveva scoperto che il fratello gli
aveva portato via sia la moglie che l’agnello d’oro. Un bel giorno, allora,
Atreo convoca a Micene Tieste, per un
banchetto di riconciliazione. Solo che il pasto consisteva nella carne bollita
e nelle viscere arrostite dei figli del fratello stesso! Non appena Tieste si accorse della provenienza delle pietanze,
vomitò, rovesciò la tavola imbandita con un calcio e, prima di svenire, lanciò
una terribile maledizione su tutta la
famiglia. Si racconta che anche allora il Sole avesse fatto invertire il
corso al suo carro. [36] J.Rancière,
[37] ivi, pp.
48-49 [38] A.Emo, Quaderni di metafisica 1927- [39] Il riferimento va a P.Celan, La
verità della poesia. “Il meridiano” e altre prose, trad.it. Einaudi, Torino
1993. L’opera d’arte nasce immersa nei discorsi e non può che presupporre la
tendenza del discorso a prolungarsi
all’infinito come conversazione tra un ‘io’ e un ‘tu’ o un ‘voi’, “la
quale(…)potrebbe essere continuata all’infinito, se non accadesse qualcosa”. Ma
“qualcosa accade” e là si dà la poesia, quando qualcosa inter-viene, nel senso letterale, “mentre dura la conversazione”, imponendosi
“brutalmente” su di essa e interrompendone il corso. [40] Cfr.
R.Gasparotti, I miti della globalizzazione. “Guerra preventiva” e logica delle
immunità, Dedalo, Bari 2003 [41] Cfr.
E.Benveniste, Le vocabulaire des
institutions indo-européennes, Minuit, Paris 1969, II, ed.it. a cura di
M.Liborio, Il vocabolario delle
istituzioni indoeuropee, 2, Potere, diritto, religione, Einaudi, Torino
1988, pp. 179 e ss. Benveniste
osserva che, mentre la sacralità nel senso del sacer è considerata qualcosa di naturale, nel senso che è
intimamente connaturata alla cosa ritenuta sacra in quanto tale, il senso del sanctus presuppone e fa appello ad una
legge e /o ad una istituzione, le quali impongono o attestano o
certificano, che qualcosa sia da
ritenersi santo in quanto caro agli dei o protetto dagli dei. Dunque il senso
del sacro – sacer in latino, heilig in tedesco – rinvia alla religio intesa come derivante da Relegere, la quale si contrappone
all’accezione latino-cristiana della religio
da religare, la quale, invece,
inclina verso la fede intesa come Glaube,
ossia non come un ritrarsi di fronte a ciò che è Sacer, bensì come un
aderire, un attenersi, un conformarsi a ciò che è posto come divino o come vero sulla base di un
principio di autorità. In
questo quadro, [42] I. Kant, Die Religion
innerhalb der Grenzen der blosse Vernunft, Jena 1793, trad.it. La religione
entro i limiti della sola ragione, a cura di Marco M.Olivetti, Laterza,
Roma-Bari 2004(1980), p. 56 [43] Sul tema del pudore non possiamo che rinviare al
bellissimo libro di A.Tagliapietra, La
forza del pudore. Per una filosofia dell’inconfessabile, Rizzoli, Milano
2006. [44] Proprio l’esatto contrario dell’insegnamento
kantiano è sostenuto dal cattolicismo
della Chiesa di Roma, tant’è vero che,ormai dissoltisi gli effetti del Concilio
Vaticano II, l’attuale pontefice Benedetto XVI, dal presupposto che
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