|
Giornale Critico di Storia delle Idee
|
|
1. Il congedo dalla
metafisica moderna
“Ogni
epoca si intossica con un assoluto,
secondario e fastidioso, ma in apparenza unico;
non si puo' evitare di essere contemporanei di una fede,
di un sistema, di un' ideologia, di appartenere semplicemente
- al proprio tempo.
Per emanciparsene, bisognerebbe avere la
freddezza di un dio del disprezzo”.
(E. M. Cioran, Sommario di
decomposizione) Nel panorama filosofico contemporaneo, ormai da
diversi decenni, la figura di Emanuele Severino ha acquisito sempre più
notorietà, in Italia come all’estero. Alle basi di questa fortuna, oltre che
un’originale posizione neoparmenidea rispetto al problema ontologico – che
pareva già ampliamente risollevato e sondato dalla filosofia heideggeriana – ha
giocato a favore del filosofo italiano una coerenza indefessa, rispetto proprio
a questa posizione, mai messa in discussione nemmeno dai più instancabili
detrattori. [1] La posizione di Severino sull’essere è
innanzitutto una posizione dall’essere
inteso alla maniera parmenidea: l’essere
è, il non essere non è. Se si radicalizza questa posizione, come Severino
ha fatto, tutta la storia della filosofia, da Platone ad Heidegger, risulta
essere l’alienazione di questo antico precetto. La storia della metafisica è la
storia dell’alienazione della verità dell’essere, per effetto di una fede nei
confronti del divenire che ha contraddistinto l’intera avventura teoretica
della storia della filosofia, sebbene sotto diverse forme. E’ in questo quadro
che Severino traccia un percorso circolare dall’anima greca dell’Occidente sino
ai giorni nostri. La contemporaneità deve essere compresa tramite questa storia
della Follia – (è proprio il modo in
cui Severino la chiama) – che coinvolge anche la filosofia moderna come suo
bivio necessario, inquadrato come il momento in cui sommamente il pensiero
occidentale ha innalzato gli Immutabili
per arginare l’evidenza del divenire entro schemi razionali sistematizzabili; l’
epistéme, di fatto, è proprio quella
forma filosofica attraverso la quale l’uomo formula quel sapere in grado
appunto di sta-re (secondo l’etimo
del termine) sopra la variazione in senso regolativo. Per capire meglio questo punto è utile ricordare come
Severino introduce il suo studio sulla filosofia moderna: con una serie di
considerazioni teoretiche sul modo in cui verità e certezza si differenziano
dall’antichità alla modernità.[2] Cosa lega la filosofia moderna alla nostra anima
greca? Ebbene, ciò che tesse le due trame di pensiero è l’epistéme in quanto dominio sull’ente a partire dall’evidenza del
divenire; tuttavia in qualche modo esso vive due stagioni diverse a seconda di
come è stato filosoficamente “vissuto”. Nel rapporto fra verità e certezza è rintracciabile,
appunto, questo divaricarsi di stagioni filosofiche. Severino si serve
dell’interpretazione hegeliana della storia della filosofia ,mutuandone a tale
scopo la tripartizione: I. Dapprima il pensiero filosofico – l’ epistéme (Hegel traduce questa parola col
termine Wissenschaft, “scienza”) – è affermazione immediata dell’identità di
“verità” e “certezza” – questo tipo di affermazione caratterizza la
filosofia antica e medioevale; II. poi è
affermazione dell’opposizione di “verità” e “certezza” – questo tipo di
affermazione caratterizza la filosofia moderna fino a Kant compreso; III. e infine è il superamento di questa
opposizione, ossia è affermazione mediata
dell’identità di “verità” e “certezza”.
L’idealismo hegeliano presenta sé stesso e l’idealismo in generale come
siffatta affermazione mediata.[3] Ora si tratta di visualizzare bene questo
rapporto. Per Hegel la filosofia premoderna è comprensione dell’idea, mentre la filosofia moderna è
comprensione dello spirito. Per idea è da intendersi la realtà stessa in
quanto intelligibile, tant’è che il significato originario di questa parola è
“forma visibile”. L’atteggiamento greco in merito è solo comprensione del mondo
che sta dinanzi, non avere occhi che per esso nella misura in cui « la comprensione dell’idea è quel modo di
pensare che è consapevole solamente delle cose e dei loro significati [...] ed
è dimentico di sé stesso: il pensiero
vede la realtà, ma non vede questo suo vedere».[4]
Con ciò Hegel non intende sostenere che la filosofia greca non avesse nozione
del pensiero, quanto piuttosto che «per
tale filosofia l’idea (la realtà intellegibile) è l’essenziale, mentre il
pensiero umano che la considera (o in cui essa appare) è l’accidentale,
l’inessenziale, che anche se non esistesse lascerebbe inalterata la realtà»[5].
L’esempio chiave in Aristotele: anch’egli conosce la nozione di “spirito”, ma
lo annovera fra le idee, ovvero come qualcosa di indipendente rispetto alla
umana considerazione pensante. Ma è proprio questa, invero, ad essere dimentica
di sé nel momento in cui riconosce la verità al di fuori. L’identità immediata fra verità e certezza è
appunto questo ampliarsi del senso comune e delle sue certezze intorno alla
verità sino alle vette della filosofia greca. Tre i paradigmi: -
Le
cose ( la realtà, l’essere) sono indipendenti dalla coscienza che ne abbiamo. -
Le
cose indipendenti dalla nostra mente sono anche esterne a essa. -
Il
mondo è sì esterno alla mente, ma si palesa ad essa, è conoscibile in certi
suoi tratti. La realtà è esterna ma accessibile. Severino precisa: Se cioè domandiamo al nostro senso comune […] “Di
che cosa sei fondamentalmente certo?”,
la risposta è: “sono certo di questo mondo in cui viviamo e che ci riempie
gli occhi e le orecchie e la mente; e che è il vero mondo”. Il senso comune, cioè, risponde dicendo che il
contenuto della sua certezza (ossia
delle certezze fondamentali su cui esso si basa) è appunto la verità.[6]
Il “nostro” senso comune è dunque in rapporto con
la filosofia greca, a sua volta in rapporto con il senso comune greco. Per
“rapporto” non va però intesa una totale continuità dei contorni, quanto
un’essenzialità costante in diverse manifestazioni: Se dunque esiste una fondamentale consonanza tra
il “senso comune” greco che precede la nascita della filosofia e il “senso
comune” dell’uomo contemporaneo, tuttavia il primo sta al secondo come
l’implicito all’esplicito. Detto in maniera teoreticamente più precisa: Per la filosofia greca la “verità” è ciò che si
mostra nell’epistéme.[…]L’essere si
mostra e appare nel conoscere, cioè
nel pensiero in cui l’epistéme consiste. In essa, il contenuto
del pensiero (cioè della “certezza”) è la verità stessa, ossia è la realtà – l’essere – che non può venire in alcun modo negata o messa in
questione. La “certezza”, qui, è identica alla “verità”.[7]
Questa che potremmo intendere come un’ “infanzia”
dell’epistéme non ha comunque vissuto
sonni tranquilli già nella stagione filosofica greca: basti considerare come “cavalli
di Troia” gli spunti della sofistica o degli scettici. Proprio lo scetticismo va ritenuto come la chiave
scardinatrice dell’ epistéme nel suo
estendersi nel campo conoscitivo dell’uomo, e non solo nella grecità. Per lo
scetticismo il contenuto della certezza è
diverso dalla verità – questo il corollario. Lungi dal ritenerlo solo come
antitetico al realismo dell’epistéme , il Severino osserva: Lo scetticismo non è la palla al piede dell’epistéme: all’opposto, è la condizione
senza di cui l’epistéme non potrebbe
neppure esistere; ossia è l’avversario soltanto superando il quale l’epistéme può costituirsi come tale. Tanto più profondo è lo scetticismo, tanto
più autentica è l’epistéme che riesce a superarlo. [8] In quest’ultima frase va rintracciato il senso
nodale della considerazione severiniana circa lo specificarsi dell’ epistéme nelle forme della sua sovranità
nella storia umana. Si pensi al cristianesimo: anch’esso riconosce alla fede la
capacità di cogliere il senso ultimo dell’esistenza che non riconosce alla sola
ragione; si pensi alla scienza moderna, con il nuovo concetto di “ragione”; si
pensi dunque all’immane compito che si è addossato Renato Cartesio nel
tentativo di ricominciare da capo l’edificazione dell’epistéme. Se è dunque vero che «tanto più profondo è lo scetticismo, tanto più autentica è l’epistéme
che riesce a superarlo» bisogna puntualizzare come l’età moderna non sia
l’età dello scetticismo, come così non lo è l’età greca per la venuta a galla
della filosofia di Carneade, Pirrone o Sesto Empirico: è piuttosto da
considerare come lo scetticismo – o meglio la scepsi - si presenti qui e
lì come il passaggio puntuale di un rinnovamento coscienziale in grado di
garantire alla conoscenza – all’epistéme
- un più forte e incontrovertibile sostegno. La storia della sovranità
dell’epistéme in un certo senso è la storia della sua messa in
discussione - laddove ne sia uscita corroborata, bene inteso. Ma il punto della nostra discussione, ovvero il
tema dell’alba della contemporaneità, riguarda il cambio di segno proprio di
questo scetticismo “virtuoso”. Gli albori della filosofia post-hegeliana presentano una forma di scepsi nei confronti
dell’epistéme che spezza la
continuità col moderno, in un congedo che Severino così riassume: Dopo Hegel, il pensiero filosofico ha di mira[…]
il problema del cambiamento del mondo[…] il pensiero filosofico, dopo Hegel, si
è sempre più decisamente trasformato in una critica della volontà della
filosofia di essere epistéme.[9] E se «il
problema, a questo punto, riguarda il senso e il valore della distruzione
dell’epistéme»[10],
si rovescia il motto holderliniano caro ad Heidegger là dove è il pericolo cresce ciò che salva in dove
è ciò che salva cresce il pericolo. E’ alla luce della nota cioraniana in esergo, che
possiamo rivedere il valore di questo “pericolo” di cui l’alba della
contemporaneità ha preso maggiormente coscienza. La storia
dell’epistéme è la storia delle varie
scepsi tese a fortificarla, ma in Nietzsche, e ancor prima in Leopardi, Severino
ravvede i declivi da cui questa fortificazione cede il passo alla straripante
potenza del divenire, in cui è
proprio quella tendenza a fortificare il costrutto di previsione razionale
della realtà a perdere di peso, a favore di uno sguardo speculativo che tenga
conto della realtà anche dal punto di vista di uno scacco di questa previsione;
il paradosso che di fatto si viene così costituendo è legato al verificarsi di
una sostituzione di un pensiero con ambizioni onnicomprensive quale quello
della modernità con un pensiero che rifiuti tale ambizione seppur presupponendo
una maggiore capacità di comprensione del Tutto. Lo scrupolo del presente discorso mira a collocare
per somme vie il peso dei due filosofi nella bilancia e nel bilancio della storia della filosofia
tracciata da Emanuele Severino. A questo proposito è utile domandarsi: in che
senso Leopardi, per il filosofo bresciano «è
il più grande maestro del nichilismo», in che senso egli «anticipa di cinquant’anni i temi
fondamentali di Nietzsche e di cento quelli di Heidegger»[11]
? Se da un lato non è un mistero che Nietzsche
stesso tenesse in alta considerazione Leopardi - basti sfogliare le prime
pagine della seconda inattuale o
diverse riflessioni nei frammenti postumi
dal 1869 al 1874 per rendersene conto[12]
- dal punto di vista severiniano sulla storia della filosofia si pone
un’affinità fra i due pensatori decisiva sul piano teoretico: ovvero la vera e
propria inaugurazione del pensiero contemporaneo per come poi si verrà a
manifestare nel ‘900: Grosso modo, potremmo dire: dopo Hegel
“Distruzione della tradizione” significa essenzialmente “Distruzione dell’anima
filosofica-metafisica della tradizione […]Ciò che tramonta è la difesa che la
tradizione dell’Occidente istituisce rispetto alla minaccia estrema determinata
dall’evocazione greca del divenire.[13] A questo punto potremmo affermare che se per
l’idealismo hegeliano il grande sforzo filosofico consisteva nel tornare
all’affermazione dell’identità di
certezza e verità (seppur imprescindibilmente mediata), nel caso della
filosofia contemporanea la presa di coscienza deve riguardare il modo in cui
questa “sovranità epistemica” cancella la differenza fra essere e nulla: L’epistéme
è L’idealismo, nel ritorno all’identità di certezza e verità, non è stato sufficientemente greco.
Il pensiero contemporaneo è la riemersione della “nostra anima greca” nella
misura in cui «rappresenta la fedeltà
estrema al senso greco del divenire»[15],
nel processo necessario che porta al declino dell’epistéme come rimedio: Proprio la filosofia, che come epistéme si
presenta nella storia dell’Occidente come il primo grande rimedio contro il
terrore, proprio la filosofia come epistéme viene progressivamente distrutta.[16] Ora, questa distruzione non può solamente essere
ricondotta ad un’insofferenza intellettuale verso ciò che l’Immutabile dell’epistéme tende a velare circa la
mondanità. Una lettura di Nietzsche e Leopardi che restringa il campo
filosofico dei due pensatori al semplice ripudio vitalistico quanto
pessimistico nei confronti dell’evocazione dell’Immutabile sarebbe effimera
nella misura in cui dal fenomeno morale ricaverebbe tutto ciò che invece va
ricavato dalle basi eminentemente teoretiche che fanno emergere tale fenomeno con e nei due pensatori, all’interno di quella che per Severino intende
essere una storia della filosofia come processo necessario del Destino della verità dell’essere. Ed è a
tale scopo che si conviene ritrovare quel concetto di scetticismo come motore della storia del pensiero più volte
ricorrente nella trattazione severiniana. Ecco che nel caso della filosofia
contemporanea inaugurata dal Leopardi e quindi da Nietzsche, va considerato un
passaggio fondamentale: la filosofia contemporanea, nel suo tratto più
caratteristico, dev’essere appunto considerata come una grande variazione del
tema scettico. Lo scetticismo filosofico, infatti, nella sua concreta
configurazione storica, non è un’astratta e gratuita volontà di negare la
verità[…]al contrario, nello scetticismo è presente, come nell’epistéme, l’idea della verità; ma lo scetticismo
è convinto che esistono delle ragioni
per escludere che le forme storiche dell’epistéme,
o ogni sua possibile forma, siano in grado di dar corpo, di realizzare in
concreto in un effettivo organismo conoscitivo, l’idea della verità.[17] Ecco che la filosofia contemporanea si legittima
nel percorso di tutta la filosofia che la precede: la “distruzione”
dell’epistéme non è un evento accidentale e non usa mezzi ex novo per compiersi, «d’altra
parte, sono proprio le grandi configurazioni dell’epistéme kantiana e hegeliana
a trasmettere alla filosofia contemporanea le forme fondamentali dello
scetticismo antico»[18].
Nel percorso severiniano la storia del pensiero -
e quindi la storia dell’Occidente - presenta l’evidenza del divenire
come costante unificatrice delle filosofie e lo scetticismo come costante differenziale di queste. In tale dualità
di costanti la storia della filosofia presenta, a detta del Nostro, una forma sinusoidale[19],
dove l’emergenza di una filosofia «matura
proprio in concomitanza dei preparativi che vengono compiuti per portarla al
dissolvimento»[20]. E’ solo tramite questa serie di precisazioni che
possiamo inquadrare, calibrare e bilanciare le posizioni leopardiane e
nietzscheane - riassumibili nel motto
per cui “il rimedio è stato peggiore del male” - per una effettiva valorizzazione
filosofica dei due pensatori. 2. L’evidenza del
divenire “Non v’è divario alcuno fra tutte
le possibilità […] Anche la necessità di essere, o
di essere in un tal modo, e di essere indipendentemente da
ogni cagione, è perfezione relativa alle nostre opinioni […]
Certo è che, distrutte le forme Platoniche preesistenti alle
cose, è distrutto Iddio (18 luglio 1821).” (Giacomo Leopardi, Zibaldone di Pensieri) Nello specifico, per circoscrivere il tema del
“rimedio peggiore del male”, si può prendere a titolo esemplare un preciso
passaggio del Dialogo di Plotino e di
Porfirio del Leopardi[21],
in cui l’evidenza del divenire viene
intesa come la tempesta, al di sopra
della quale l’illusione epistemica platonico-cristiana si pone come l’angoscia
estrema, ovvero al di sopra anche del porto,
inteso leopardianamente come la possibilità del suicidio. Tale angoscia è
provocata dalla misura in cui l’epistéme
cristiana pone al di sopra del suicidio il castigo come giudizio eterno, ossia
come ulteriore grande ostacolo all’unico atto salvifico disponibile all’uomo
soggiogato dalla caducità di tutti gli essenti: Ma dicendo che il pensiero platonico-cristiano è
la causa per la quale i mortali sono portati a “temere più il porto che la
tempesta”, Leopardi afferma, anche alla lettera, che il rimedio è stato
peggiore del male, cioè precede anche la lettera di Nietzsche[…]Leopardi ha già
pensato il suicidio dell’essere, cioè che non esiste alcuna “natura” a cui il
suicidio sia contrario, perché “natura” è nascere, divenire, e il divenire è
l’autodistruzione dell’essere. E tuttavia, poiché la poesia è “l’ultimo quasi
rifugio della natura”, a contrastare il suicidio è destinato a rimanere il
canto della poesia.[22] Detto ciò va ampliata la questione ponendola più
sotto l’aspetto della potenza espressiva del Leopardi, potenza evocativa
dell’evidenza del divenire piuttosto che sull’argomento morale sul suicidio.
L’aspetto filosoficamente più rilevante che apre le porte al pensiero
contemporaneo e all’età della tecnica sta
nel fatto che «nel pensiero di
Leopardi e in tutto il pensiero occidentale[…] il nulla è la possibilità
dell’essere».[23] In
quanto possibilità, il nulla non è mai minacciato dall’essere quanto invece
l’essere non lo sia dal nulla. E’ esemplare, a riguardo, un preciso passaggio
di Leopardi: In somma, il principio delle cose, e di Dio
stesso, è il nulla. Giacché nessuna cosa è assolutamente necessaria[…]Noi,
secondo il naturale errore di credere assoluto il vero, crediamo di conoscere
questo principio attribuendogli in sommo grado tutto ciò che noi giudichiamo
perfezione[…]Ma queste perfezioni, sono tali solamente nel sistema delle cose
che noi conosciamo, vale a dire in un solo dei sistemi possibili[…]Anche la
necessità di essere, o di essere in un tal modo, o di essere indipendentemente
da ogni cagione, è perfezione relativa alle nostre opinioni[…] certo è che, distrutte le forme Platoniche
preesistenti alle cose, è distrutto Iddio( 18 luglio 1821).[24] Ora, il discorso per Nietzsche può trovare bene spazio su
questo piano. L’annunzio della morte di Dio da parte dell’uomo folle ne La gaia scienza deve trovare, in questo
contesto severiniano, una spiegazione che riguardi la distruzione degli Immutabili. Si prendano esemplarmente passi
evocativi dello Zarathustra: Un
tempo anche Zarathustra gettò la sua illusione al di là dell’uomo, come tutti
coloro che abitano un mondo dietro al mondo. E allora il mondo mi sembrò
l’opera di un dio sofferente e torturato.[…]Ahimé, fratelli, il dio che io
creai era opera e illusione d’uomo, come tutti gli dei[…]Credere in questi
spettri ora, sarebbe per me sofferenza e una tortura nella
guarigione[…]credetemi fratelli!Era il corpo che disperava della terra[…] Esso
impara a parlare sempre più onestamente, l’io: e quanto più impara, tanto più
trova parole in onore del corpo e della terra.[25] Il passaggio è più che utile, nel senso di una
collocazione del pensiero del filosofo di Rocken all’interno della storia della
filosofia severinianamente intesa. Per l’uomo contemporaneo “credere negli
spettri” non è più possibile, in quanto il “rimedio” si è rivelato peggiore del
male, in quanto soffoca la vita e sottrae l’uomo dalla dimensione della sua
potenza di contro all’evidenza del
divenire; “il parlare sempre più onestamente” è, di fondo, quella “storia
sinusoidale” del pensiero scandita da un gioco di scepsi e di recuperi a cui il
Severino ha accennato e che si è esposto in sintesi nel primo paragrafo del
presente articolo. Di seguito un passo importante da cui trarre la
collocazione del Nietzsche all’interno del discorso del Nostro: Il
pensiero di Nietzsche porta dunque alla luce questa implicazione essenziale:
l’esistenza del divenire è immediatamente evidente, la sua affermazione è il
fondamento originario della verità autentica. Il divenire in quanto tale
implica necessariamente il divenire di tutte le cose […] ossia implica
necessariamente l’inesistenza di ogni eterno e immutabile […] Il pensiero di
Nietzsche mostra che l’eterno ritorno di ogni cosa è l’unico senso possibile
dell’eternità[…] Non ci si è mai resi conto […] che anche la dottrina
dell’eterno ritorno di tutte le cose, ha lo stesso intento della dottrina della
morte di Dio, escludere, in nome dell’evidenza della creatività dell’uomo e del
divenire, ogni Essere Immutabile.[26] Ciò che qui Severino mostra sulla dottrina dell’eterno ritorno è l’apertura alla volontà di potenza verso lo spazio del
pensiero contemporaneo. Il pensiero che vuole l’eterno ritorno di tutti gli
essenti approssima il mondo del divenire al mondo dell’eterno, producendosi
così in un salto mortale – e “morale” - in grado di predisporre questa
approssimazione alla natura dell’Übermensch,
ovvero di quell’ uomo in grado di poter dire, con lo Zarathustra de La visione
e l’enigma: «come sopporto di vivere
ancora! Come sopporterei di morire ora – ».[27] 3. Nietzsche e
Leopardi testimoni imprescindibili di una verità che è già sempre oltrepassata “Se Gesù affermava: ‘Prima che
Adamo nascesse, io sono’ (Giovanni, 8, 58), il destino
della verità dice: ‘Prima che Dio nascesse, io sono’ ”. (Emanuele Severino, La filosofia futura) E’ interessante come lo studio che Severino fa di
Nietzsche e Leopardi, benché non manchi mai occasione per una presa di distanza
da essi, non si risolva in nessun momento come una critica radicale, come un’espulsione
dalla vicenda della verità e quindi dalla filosofia. Severino non ha pars destruens e pars construens: se si volesse vederne traccia nelle sue opere le
si leggerebbe probabilmente in modo grossolano. L’Occidente è la storia
dell’alienazione della verità dell’Essere e, in un certo senso, questo comporta
che la pars destruens non è una possibile
operazione della volontà di Severino stesso, ma una intrinseca “malattia
autoimmunitaria” della storia del pensiero. In questo quadro tutti i grandi
pensatori, e soprattutto quelli di cui ci stiamo occupando in questa sede,
trovano parte in un grande processo di legittimazione che Severino adopera per
ricostruire il mosaico della verità dell’Essere, la cui istanza infatti non è
legata ad un decidere, non a un atto della volontà: Come
decidere, cosa fare per uscire dalla follia essenziale? Ebbene, anche a costo
di deludere, debbo dire che il senso del ‘decidere’ appartiene essenzialmente
al senso greco della ‘cosa’ […] se l’uscita dalla follia, se la liberazione
dall’alienazione fossero determinate da una decisione (cioè da un’ ‘azione’),
allora tale uscita e liberazione sarebbero inevitabilmente un permanere nella follia.[28] La decisione ribadisce sul piano antropologico ciò che
Dovremo
allora incrociare le braccia e restare ad attendere quello che viene dal cielo?
No: è una decisione anche questa. Dobbiamo ucciderci?No: è una decisione anche
questa. Con queste considerazioni siamo sospinti a pensare l’accadimento
storico in modo abissalmente diverso da quello al quale noi siamo abituati,
cioè come una dimensione in cui tutti noi ci diamo da fare e decidiamo.[29] Andare oltre Lo scenario sulla storia e sul ruolo dell’uomo nella
storia suscita a partire dalla filosofia di Severino uno sguardo abissale e un
messaggio inaudito, un’eternità non ancora evocata, che racchiude in sé il
tramonto della volontà di potenza generata dalla Follia, ossia il tramonto del
mortale e del dominio che egli ha stabilito sulla terra. Il tempo ha un
significato diverso da quello tradizionalmente legatogli. Vi è un passaggio in
cui tale snodo viene bene esemplificato: Si
supponga che le stelle del cielo rappresentino l’insieme degli eventi storici.
Per l’astronomia antica le stelle sono immutabili ed eterne. Il firmamento è fermamente, immobilmente.[…] se alle
stelle di questa metafora si fa corrispondere il corso del tempo e della storia,
esso allora presenta il significato inaudito. Non è più opera di uomini o di
dèi, o di forze naturali, ma è lo svelarsi e il nascondersi degli eterni astri
dell’essere. Tutti gli eventi storici sono già accaduti da sempre e per sempre.
Il loro corso è la vicenda dove il vero
firmamento dell’essere si svela e si nasconde.[30] Da ciò ne viene che il divenire può essere solo il
divenire dell’eterno: non un’obliterazione degli essenti nel nulla da cui
provengono, bensì un nascondersi e lo svelarsi dell’eterno. L’istante in quanto
in- stante nell’essere fugge non per perdersi, ma per via dell’esubero di
essenti che dal cerchio dell’apparire il destino predispone: L’oscurità
della stanza, la decisione di accendere il lume, la mano che si ritrae, il
pensiero interrotto che riprende, lo svanire delle voci sono gli eterni che
entrano nel cerchio dell’apparire, quando si decide di accendere un lume. E
come è traboccante il dono che conduce gli eterni nell’apparire (ma sono anche
eterni anche tutti gli istanti del dolore nel mondo), così è traboccante il
dono del loro scomparire[…] le azioni non producono dunque le “opere storiche”,
così come le ore che battono il mezzogiorno dal campanile non producono il
pomeriggio e non distruggono la mattinata che si è compiuta. Le azioni sono
astri eterni che chiamano, perché si
svelino, altri astri eterni. La storia è la risposta
a questa chiamata.[31] E se la
storia mostra questo diverso volto, anche la filosofia ne risente, anche la
filosofia si presenta con un volto diverso. In questo quadro, infatti,
Se si volesse
figurare il destino della verità dell’essere secondo Severino potremmo dire, in
ultima analisi, che esso è un destino simile a quello toccato ad Atlante:
punito a tenere sulle spalle l’intera volta celeste, al di sotto di un’umanità
dimentica per la sua alleanza con Crono, il
tempo, ovvero il suo più grande
traditore. Ma questo grande tradimento non sarebbe mai emerso senza
la distruzione degli Immutabili di
cui Nietzsche e Leopardi sono, a pieno titolo, i più grandi testimoni, e di cui
Severino riconosce il più alto valore, nonostante ciò sia subordinato alla sua filosofia. La grande lezione che di conseguenza Severino ci
consegna, nel nostro voler pensare a fondo la dimensione che chiamiamo “futuro”
offre un duplice spunto: innanzitutto la storia, e quindi il tempo, al quale affidiamo le nostre
speranze e i nostri timori, le nostre memorie e le nostre dimenticanze, hanno un’essenza che va scoperta nella
storia del pensiero e nel pensiero stesso. In seconda battuta, c’è da dire che
al di là della sola opzione del pronostico, come al di là della sola
suggestione millenaristica della fine della storia, si può andare più in
profondità. Riflettere sul cosiddetto tramonto dell’Occidente non si può fare
senza ripercorrere le tappe delle sue multiformi aurore. L’alba della
contemporaneità ci precede storicamente, ma
ci eccede essenzialmente: è
ancora fra le facoltà del nostro pensiero l’opportunità di rinnovare la
filosofia della storia, oltre ogni fede, come scienza del nostro soggiorno
presso
4. Quale filosofia
della storia dopo Severino? Sebbene Severino in un preciso paragrafo della Filosofia futura intitolato “la
filosofia della storia” tiene a precisare che «la filosofia della storia è la forma più radicale e consapevole di
previsione epistemica del futuro»[33]e
che quindi non può essere considerata come testimone della verità dell’essere,
è utile ai fini della nostra domanda conclusiva su che cosa sia la filosofia
della storia dopo Severino citare un’altra parte significativa, questa volta da
Essenza del Nichilismo: Se
il tramonto dell’Occidente implica il tramonto del mondo, l’attesa del mondo
resta pur sempre il passo decisivo: s’incomincia in essa a prestare attenzione al senso autentico
della verità dell’essere e ad avvedersi così dell’abissale impotenza della
civiltà della potenza. Si incomincia a scoprire la malattia mortale. Ma chi se
ne preoccupa? L’Occidente è una nave che affonda, dove tutti ignorano la falla
e lavorano assiduamente per rendere sempre più comoda la navigazione, e dove,
quindi, non si vuol discutere che di problemi immediati, e si riconosce un
senso ai problemi solo se già si intravvedono le specifiche tecniche
risolutorie. Ma la vera salute non sopraggiunge forse perché non si è capaci di
scoprire la vera malattia?[34] Ora il problema consiste nel far combaciare le due
affermazioni prese dall’opera severiniana. La filosofia della storia, da un
lato, parrebbe esonerata dalla legittimità di parola sul senso dell’essere e
dunque della vicenda umana in quanto previsione epistemica che pone come
incontrovertibile la propria “versione” della verità; al contempo, però, la verità
dell’essere testimoniata dal neoparmenidismo di Severino ci pone, nel secondo
brano citato, di fronte ad una chiara decodificazione della storia in base
all’apporto decisivo che la filosofia severiniana stessa avrebbe come ciò che è
in grado di “scoprire la malattia”. Sebbene il piano della storia in Severino
sia messo in secondo ordine rispetto l’eternità dell’essere, la questione della
visuale sulla storia non parrebbe del tutto dissolta: anzi, la netta teoresi
sul fondamento di essa si manifesta come il culmine, l’apice di ogni filosofare
su di essa. Se non è più possibile una filosofia (“al genitivo”) della storia, è pur sempre possibile,
dopo Severino, parlare di una filosofia sulla
storia come messa in dubbio e in supervisione dei fondamenti del tempo.
L’evento non è esonerato, bensì scandagliato là dove è il divenire a porsi come
problema teoretico precipuo. Inoltre è interessante come Severino, per “negare il
divenire”, si ponga tuttavia sul piano della storia della filosofia vagliandone
le costanti di senso, facendo dunque i conti con la storia stessa nella sua
portabilità di senso – e portando di volta in volta i filosofi stessi a dover
fare i conti con la filosofia nel suo percorso storico in primis e per ultimo con la stessa filosofia severiniana sulla
storia, sul tempo, sul divenire. Qualsiasi filosofia che voglia porsi un interrogativo
sulla storia della filosofia è da ritenersi a tutti gli effetti una filosofia
della storia: è innegabile che il concetto di storia stesso postuli
necessariamente una teoresi sul suo fondamento, ovvero sul tempo. Proprio
perché più filosofia che storia, la filosofia della storia vista
sotto questa luce - che è poi la grande luce della Domanda in cui la filosofia
consiste - non perisce e anzi può
declinarsi - a fronte della curvatura semantica oggi attribuitale dal
pensiero contemporaneo che la vuole al suo vicolo cieco per il solo motivo che
siano emerse delle teorizzazioni della fine della storia - in un nuovo concetto di filosofia sulla storia, da intendersi come
filosofia sul divenire; l'ontologia fondamentale e il pensiero di Severino
giungono in questo contesto come la testimonianza dell'imprescindibilità di una
continua riflessione alle fondamenta di ciò di cui la storia è ritenuta essere
contenitore e sul suo rapporto con la verità.
5. Hic et nunc. Il
problema del futuro fra verità e alienazione. Nel corso del presente saggio si è avuto modo di vedere
come, nella prospettiva di Emanuele Severino, l’alba della contemporaneità
filosofica trovi i suoi primi bagliori nelle filosofie di Nietzsche e Leopardi.
Allo stesso tempo, tuttavia, l’interpretazione che Severino opera nei confronti
dei due filosofi li colloca all’interno di un percorso storico della
alienazione dalla verità dell’essere, verità di cui Severino si annuncia
portatore tramite un accurato e imponente recupero del precetto parmenideo.
Nietzsche e Leopardi non sono i primi nichilisti della storia del pensiero
filosofico, ma sono piuttosto coloro che hanno portato al parossismo la
componente nichilistica che accomuna e fonda tutta la storia della metafisica.
A ben vedere, Severino posiziona il suo pensiero filosofico prima e dopo la filosofia stessa, in virtù del fatto che lo stesso concetto
di “prima” e “dopo” sono esonerati dal suo discorso sull’eternità. Tuttavia, spostando il nostro interesse dalla semplice
esposizione del pensiero severiniano – prendendone però spunto - a una radicale
domanda sul futuro, non possiamo non porci domande ben precise sia sull’alba
della contemporaneità, sia sul cammino verso il suo crepuscolo. Ci sono aspetti ineludibili su cui bisogna riflettere. Hic et nunc, che si prenda l’ottica di
Severino o l’ottica della storia del pensiero in cui egli vede alienazione, la
storia mostra sempre lo stesso problema: il presente di cui si nutre la
coscienza dell’uomo non è mai tempo della compiutezza. L’uomo contemporaneo,
per come sinora lo si conosce, non è nutrito dall’immediatezza di un pensiero
capace di chiarirsi sulla verità dell’essere. La coscienza del fondamento (per
come inteso da Severino) è nata postuma,
per usare volontariamente un’espressione che Nietzsche adoperava per
autodescrivere l’inattualità del suo pensiero; inattualità cui deve far fronte
anche la filosofia di Severino. Nell’età della tecnica, erede dell’abbandono
delle forme tradizionali di fede, ma anche del tramonto dell’ epistéme moderna – l’uomo pare ancora stazionato
nel bivio fra nichilismo passivo e nichilismo attivo di cui parlava
Nietzsche; in questo bivio l’unico movimento possibile all’interno della storia
pare essere quella navigazione a vista in cui consiste la scienza come
previsione della realtà calcolabile (dunque non più legata al sogno di
onnicomprensività dell’epistéme);
questa “realtà calcolabile”, tuttavia, può mostrare tutte le sue debolezze
quando la scienza prende come oggetto l’uomo come “animale modificabile”: gli
esiti degli esperimenti volti in questa direzione possono stravolgere sia lo
statuto antropologico dell’uomo sia, di conseguenza, le riflessioni sul suo destino. In questo
senso, la superiorità della previsione scientifica sulla previsione epistemica
data dall’efficacia del calcolo non è poi così accertabile; è anzi piuttosto
chiaro che a buona ragione Severino indichi come ciò sia dovuto al fatto che,
morto Dio, l’uomo si trova di fronte al flusso del divenire degli enti, i quali
entrano così nell’orizzonte dell’utilizzabilità senza discernimento. Questo
quadro non fa ben sperare riguardo la coscienza della verità dell’eternità
dell’essere, e anzi pone di fronte al dubbio se l’alienazione dell’Occidente di
cui ci parla Severino sia poi così oltrepassabile dal solo discorso sul
fondamento e non da tutta una serie di fattori che possano predisporre il
recupero, da parte dell’umanità, della coscienza dei suoi limiti. Questo investirà,
nel futuro, il destino della filosofia stessa nel suo complesso, al di là del
solo discorso del filosofo qui preso in considerazione. Quella “meraviglia” ((thauma) al principio della filosofia cui
si richiamava Aristotele è invece sempre più “angosciato terrore” come è solito
tradurre proprio Severino in più riprese, un terrore misto al divertissement di un uomo in grado, con
la tecnica, anche di sostituire se stesso con i suoi prodotti. La filosofia si trova in questo paradosso: da sempre, per
l’uomo, essa è sia strumento di dominio della realtà che strumento di
riflessione su questo dominio. Il percorso umano fra verità e alienazione è stabilito
già solo da questa contraddizione altamente aporetica: il destino
dell’Occidente va letto anche alla luce di questa considerazione. L’alba della
contemporaneità aperta da Nietzsche è ancora oggi problematica ed estremamente
legata al crepuscolo dell’Occidente e all’eterogenesi dei fini di cui è intrisa
l’avventura della sua razionalità. La filosofia della - e sulla - storia non può ridursi a leggere il suo presente solo come
una vicenda di dibattimenti fra le ontologie – sarebbe un attentato contro
l’enigma della vita, ma anche contro la specificità delle ontologie stesse -
bensì da queste deve trarre la lezione sulla propria alienazione e riprodursi
in coscienza di ciò di cui la storia è emanazione. La stagione della filosofia
di Severino è solo cominciata – come ogni grande filosofia anch’essa ha bisogno
del dilatarsi della sua fortuna, del suo
futuro - e sarebbe forse inopportuno non ammettere che si è di fronte a uno
dei più interessanti contributi della filosofia contemporanea. La sua
complessità travolge la nostra coscienza (che è ancora alienata!) così come anche la complessità dei nostri dubbi
sul futuro travolge la possibilità di aderire tout court al suo discorso filosofico. Non basterà di certo
recitare come un mantra da epigoni la
filosofia severiniana per poter comprendere totalmente il fardello di una
umanità che, nel suo cammino, costruisce futuro a pari passo di ciò che può
annientare il suo presente.
[1] Cfr. E. SEVERINO, Risposta ai critici, in Essenza
del Nichilismo, Adelphi, Milano 1982 e C. FABRO, L’alienazione dell’Occidente, Quadrivium, Genova 1981, testo interamente dedicato a un dialogo
filosofico con Severino stesso, di cui Fabro pubblica anche una lettera a lui
diretta. Pur ponendosi da una parte filosofica diametralmente opposta a
Severino come quella tomista, Fabro riconosce a Severino uno spessore e una
coerenza filosofica indiscutibile: «La
polemica, piuttosto fiacca in verità, seguita al caso Severino, non ha fatto
che mettere più in vista l’equivoco dell’indirizzo teoretico dominante
nell’ateneo cattolico – quello di conciliare l’immanentismo postcartesiano con
la trascendenza cristiana – e la coerenza ferrea del Severino», p.10. L’importanza di questo passaggio sta nel
fatto che proprio Fabro ha fatto parte della commissione della S. Congregazione
per
[2] Cfr. E. SEVERINO, La filosofia moderna, ne La filosofia dai greci al nostro tempo,
BUR, Milano 2004, vol.II.
[3] Ivi, p.12.
[4] Ivi, p.10.
[5] Ivi, p.11.
[6] Ivi, p.16.
[7] Ivi, p.18.
[8] Ivi, p.20.
[9] Ivi, p.397.
[10] Ivi, p.400.
[11] E. SEVERINO, La follia dell’angelo. Conversazioni intorno
alla filosofia, a cura di I. Testoni, Rizzoli, Milano 1997, p.244.
[12] Cfr. A. RIZZACASA, Nietzsche rivisita Leopardi, in F.Totaro
(a cura di), Nietzsche tra eccesso e
misura. La volontà di potenza a
confronto, Carocci Editore, Roma 2002, pp. 318-329: «Le questioni centrali nella lettura di Leopardi compiuta da Nietzsche
nella sua maturità, rimangono senz’altro quella della presenza del nichilismo
nel significato dell’esistenza umana e quella del pessimismo come atteggiamento
morale nei confronti della vita»(p.326) e altrove: «Nietzsche, nella sua sporadica e frammentaria rivisitazione di Leopardi[…]esplicita
in modo più puntuale alcuni aspetti fondamentali della propria filosofia», p.238.
[13] E:SEVERINO, Crisi della tradizione occidentale, Marinotti Edizioni, pp.43-44.
[14] Ivi, p.72-74.
[15] E.SEVERINO, La filosofia contemporanea, in La
filosofia dai greci al nostro tempo, BUR, Milano 2004, vol.III, p.13.
[16] Ibidem
[17] Ivi, p.19.
[18] Ivi, p.23. Da notare come Severino ravveda già nell’empirismo di
Hume il germe di questa liberazione dalla metafisica: «non è un caso che Hume, forse ancora più di Kant e di Hegel, sia così
fortemente presente nella filosofia contemporanea» (Ibidem).
[19] Ivi, p.26. «Da un punto di
vista più estrinseco, è possibile ravvisare, nella filosofia che dopo Hegel non intende
presentarsi come rifiuto dell’epistéme, una sorta di andamento sinusoidale, che
fa retrocedere la filosofia dell’idealismo al fenomenismo kantiano o
addirittura al realismo precritico[…]le radicali innovazioni apportate dal
criticismo kantiano e dall’idealismo avvengono tutte nell’arco di pochissimi
decenni e che per penetrare nella cultura filosofica richiedono quindi, per
così dire, un supplemento di riflessione».
[20] Ibidem
[21] Cfr.
G.LEOPARDI, Opere, Utet, Torino 2009,
p. 649.
[22] E.SEVERINO, Cosa arcana e stupenda. L’Occidente e Leopardi, BUR Rizzoli, Milano
2006, pp.202-203.
[23] Ivi, p.41.
[24] G. LEOPARDI, Zibaldone di pensieri, 3 voll.,
Garzanti, Milano 1991, pp.1339-42. [corsivo mio]
[25] F.W.NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e
per nessuno, Adelphi, Milano 1976, pp.29 -30 , “di coloro che abitano un mondo dietro il mondo”.
[26] E.SEVERINO, L’anello del ritorno, Adelphi, Milano 1999, p.18-22. La posizione
del Severino si affaccia nella filosofia contemporanea come una lettura
dell’eterno ritorno nuova rispetto a quelle più note precedentemente di
Heidegger, Lowith, Deleuze, per citare casi significativi. E’ chiaro che ciò
avviene in virtù del fatto che Severino, ponendo tutto sotto la prospettiva del
suo discorso ontologico, racchiude le filosofie di ogni pensatore a lui
precedente nella sua storia della filosofia come luogo del fraintendimento
della verità dell’essere: a questo punto l’alienazione raggiunta da Nietzsche
nella contraddizione in cui consiste l’eterno
ritorno, che vuole tenere insieme eternità e variazione (ritorno dal nulla)
è così alta che
[27] F.W.NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e
per nessuno, Adelphi, Milano 1976, p.186, “La visione e l’enigma”.
[28] E.SEVERINO, Studi di filosofia della prassi, Adelphi, Milano 1962, p.378.
[29] Ibidem
[30] E.SEVERINO, La filosofia futura. Oltre il dominio del divenire, Bur, Milano
2006, p.289.
[31] Ibidem. Se ci si volesse
addentrare nel piano eminentemente teoretico nel cerchio dell’apparire, non si
potrebbe prescindere dal Poscritto a Ritornare a Parmenide, ora in Essenza del nichilismo, Adelphi Milano
1982, pp.103-105, dove viene messo in evidenza a più riprese come la verità
dell’essere esiga la distinzione tra l’apparire come evento trascendentale e
l’apparire empirico, ovvero il comparire e lo scomparire delle determinazioni.
L’apparire trascendentale è appunto lo sfondo su cui si stagliano e si
dileguano le determinazioni empiriche. L’essere deve necessariamente apparire,
pena il non essere dell’apparire come orizzonte totale. Ma l’essere non appare
nella sua concreta totalità, bensì processualmente. Se è dunque necessario che
l’essere appaia, ma di fatto non appare totalmente, significa che non è
necessario che l’essere appaia totalmente.
[32] Cfr. E.SEVERINO, Destino della necessità, Adelphi,
Milano, 1980: «La solitudine della Terra
è già sempre tramontata, e insieme, non è ancora tramontata e prevale sul
destino, nella contesa in cui essi si contendono
[33] E.SEVERINO, La filosofia futura. Oltre il dominio del divenire, Bur, Milano
2006, p.22.
[34] E.SEVERINO, Sul significato della ‘morte di Dio’, ora in Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano 1982,p. 263. |