G.C.S.I.

Giornale Critico di Storia delle Idee

 

 


Futuro lineare, No Future, Quasi Futuro.
Note sociologiche contro la persistenza del tempo presente
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di Stefano Cristante

 

Lo sguardo che propongo intorno al futuro è collegato a una sociologia della cultura in grado di investigare i costumi umani, tra cui la percezione del tempo cronologico, del tempo sociale e del tempo personale. Da questo punto di vista l'ipotesi che avanzo è che per lunghe ere gli uomini e le donne abbiano vissuto senza alcuna idea di futuro sganciata dalla mera speranza di sopravvivenza nel presente. Probabilmente fino a che nel mondo non è stata inventata e poi condivisa la scrittura, i nostri antenati costruivano una comunicazione in cui il tempo era inghiottito dai ritmi misteriosi della giornata. Il sorgere del sole non era garantito. Il passato dovette emergere come un oggetto cultuale dominato da assenza fisica, innanzitutto di corpi. Il defunto definisce il tempo per assenza, mentre la crescita dei corpi dall'infanzia alla senilità – se vissuta nel protrarsi continuo della presenza – è poco indicativa dello scorrere del tempo. Le persone che vivono a continuo contatto con gli altri non si accorgono dei cambiamenti degli altri.

L'affermazione della scrittura diede un impulso formidabile alla creazione di una istanza collettiva di passato: la narrazione orale si stabilizzò in documenti, repertori e mitologie a disposizione di coloro che erano e sarebbero stati nel flusso del tempo. Ogni conservazione di scrittura raccontò storie al susseguirsi delle generazioni.

Nel pieno del medium-scrittura si fa strada un'idea di rimembranza che ha molto a che fare con l'enigma del tempo: giacché la memorazione deve richiedere un verso, e poi una direzione. Voglio dire che la storia è la storia scritta: non tutta la storia, naturalmente, ma almeno quella che può essere condivisa dai più. Ciò definisce un continuum e uno slancio all'esistenza umana, creando un alone di potenza attorno alla magia del non-certo. Cioè di tutto ciò che la scrittura presuppone senza poterlo ri-vivere. Il passato. L'età dell'oro. Il momento del raptus divino nella creazione. L'Eden.

Credo che l'idea di un ritorno al luogo d'origine abbia permeato le menti antiche già avvezze alla scrittura. Se comincia a definirsi un'”avventura umana”, il frame della ricerca è l'anabasi, intesa come ritorno alle origini. Il futuro non è un tempo che implica un'astrazione sul presente, ma solo una debole possibilità di potersi ricongiungere al tempo trascorso della perfezione. Nell'antichità classica e poi nel medioevo l'unico futuro possibile e auspicabile è il ritorno a un passato mitico.

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Non a caso il futuro inizia a delinearsi come prospettiva positiva solo quando gli uomini danno la scalata a un nuovo modo di produrre, che spazza via sempre più velocemente le vestigia antiche e medievali. Il capitalismo inventa il futuro, sorretto da ideologie che inneggiano al progresso, e che indicano nel miglioramento incessante l'obiettivo della nuova stirpe umana imbevuta di tecnologie. Macchine e forza-lavoro vengono intese come apparato per produrre una incalcolabile quantità di merci e quindi di profitti.

Ciò ha dato origine a una relazione nuova con il futuro da parte dei protagonisti – grandi e piccoli – di quella stagione di capitalismo arrembante. Il futuro diveniva lo spazio-tempo delle promesse mantenute, dei miglioramenti produttivi, delle scoperte sensazionali, della scienza regolatrice del mondo. Questo processo ha contato molto, per più di duecento anni, e il futuro ha volteggiato tranquillo nei cieli della modernità, come un totem volante cui si doveva un rispetto pressoché religioso. Nel futuro, e nella sua prefigurazione fideisticamente ottimistica, si racchiudeva il segreto dell'antropologia umana occidentale durante la modernità capitalistica. L'ottimismo del fordismo.

Poi, è successo qualcosa: non un fenomeno catastrofico unico e inappellabile, ma tante catastrofi più o meno micidiali. Le imperfezioni del sistema capitalistico non si sono dimostrate peccati veniali: aver avvelenato l'ambiente, per esempio, costituisce una colpa che non ha eguali nella storia dell'umanità. Ogni civiltà, per quanto crudele, ha incontrato limiti invalicabili alla produzione di un male universale. La civiltà capitalistica no. Oltre allo sfruttamento umano – declinato sia in forme economiche sia in forme socio-culturali – il capitalismo ha promosso uno sfruttamento intensivo della natura e di quelli che sono chiamati “beni comuni” (a cominciare dall'aria e dall'acqua). Ha dato in cambio un affrancamento dalla condizione di servo della gleba, un dispositivo istituzionale democratico (lo stato e poi gli organismi internazionali), un sistema di comunicazione e di senso (mass media), la creazione di una società basata sui consumi e, soprattutto, un reddito sostanzialmente sicuro per poter far fronte a una vita moderna almeno da parte della maggioranza degli esseri umani dei paesi sviluppati.

Ma, si diceva, molte catastrofi hanno consegnato alla storia questa fase del capitalismo: attraverso il complicato processo della globalizzazione, il capitale post-fordista ha intercettato zone produttive lontane e convenienti, per via dell'assenza di organizzazioni dei lavoratori e quindi dell'assenza di diritti elementari. La delocalizzazione ha prodotto ondate di nuovi centri produttivi a basso costo e ad alta produttività, e ha scaricato sulla forza-lavoro occidentale il peso di una riduzione di personale e di una diffusione di precarietà. Il lavoratore occidentale tipico oggi si sente non-garantito. E si dice, a proposito delle generazioni più giovani, che esse vivano l'espropriazione del loro futuro. Che cosa significa questa frase? Innanzitutto che il futuro è considerato un bene prezioso. E perché? Perché nel futuro si ipotizzano cambiamenti positivi. Il futuro è lo spazio-tempo dell'affermazione di sé (almeno per i più giovani). E perché i giovani ne sarebbero espropriati? Perché il presente di precarietà non consente uno scarto né un salto in avanti: la precarietà è una trappola che obbliga a occuparsi di oggi, e – giorno dopo giorno – ad andare avanti senza alcun margine di prevedibilità e sicurezza. Il futuro diviene un eterno presente. Il futuro scompare.

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Momenti fondamentali della percezione negativa del futuro da parte delle moltitudini nell'era della globalizzazione erano stati anticipati da alcune tendenze artistico-culturali dei tardi anni '70. In particolare dalla sottocultura punk e dagli artisti che ne misero in scena l'antropologia filosofica. Mi riferisco in particolare alle produzioni discografiche dei Sex Pistols, il gruppo più celebre dell'enclave punk, sorto anche grazie al sostegno manageriale e comunicativo di Malcom McLaren, socio della stilista Vivienne Westwood e pratico di ambienti situazionisti. All'allora quarantenne personaggio dell'avanguardia londinese i quattro ragazzi sguaiati e alterati, non particolarmente dotati dal punto di vista musicale, dovettero sembrare perfetti per il lancio di uno slogan dal sapore provocatorio (e che sembra provenire da una strategia di guerrilla marketing): chiunque può diventare una rock star. Chiunque può mettere in piedi una band musicale di successo planetario.

Dopo aver toccato vertici di complessità e di ibridazione barocca fin dall'inizio degli anni '70, il rock appariva bisognoso di semplificazione, ai limiti della brutalità espressiva. Il punk, musicalmente, è stato questo. Ma il punk non è solo musica, è anche poetica. Anch'essa alla ricerca di semplificazione e di brutalità. I testi dei Sex Pistols non puntano ad arricchire il repertorio della musica giovanile di nuovi argomenti percettivi (come una gran parte dei testi della stagione psichedelica), né hanno intenzione di denunciare i mali sociali e di combatterli con i versi (come nella stagione del grande rock, Beatles e Rolling Stones compresi), né sono alla ricerca di una trasgressione identitaria o di un glamour pruriginoso (come nel rock raffinato e decadente di Bowie). La poetica dei Sex Pistols è la voce indigesta della tracimazione dell'immaginario spettacolare dentro il corpo malato degli individui che non possono guardare oltre la malattia, perché la malattia è dentro e fuori. La pratica poetica prevede uno “stile” a immagine e somiglianza della sensazione di orrore provata nei confronti del mondo. L'inelegante parola “schifo” sarebbe più appropriata. Schifo per le istituzioni politiche (God Save The Queen), schifo per la scuola (Schools Are Prisons), schifo per la propria identità (Substitute), schifo per il concetto stesso di innocenza (No One Is Innocent), che si capovolge in un inno alla depravazione. Come si compone la relazione tra questi testi e l'idea di futuro così come l'abbiamo conosciuta nel positivismo e nelle filosofie della prassi ispirate dall'economia fordista? I Sex Pistols sanno trasformare il nichilismo in jingle generazionale. Bastano due parole: No Future. Nessun futuro. Questo binomio diviene un marchio di fabbrica: la voce impertinente e insieme desolata di Johnny Lydon porta a termine il pezzo più famoso del gruppo (God Save The Queen) ripetendo queste parole, come in un mantra negativo: “Non c'è futuro nel sogno dell'Inghilterra, non c'è futuro per me, non c'è futuro per te. Nessun futuro. Nessun futuro”. Ci sono altri elementi forti nei testi dei Sex Pistols, qualche riferimento alla stagione delle grandi avanguardie, qualche ripulsa di un mondo automatico e alienante, varie grida di individualismo selvaggio e di anarco-nichilismo nonché di propositi distruttivi: ma l'idea di “non futuro” ha un'importanza superiore rispetto agli altri temi. Il verso risolutivo è: “Quando non c'è futuro come può esserci peccato?” L'abbandono dell'etica individuale a causa dell'orrore del mondo provoca la depravazione, che suona come un abbandono dovuta a una deprivazione. La deprivazione del futuro. Who killed Bambi?

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D'altronde la stagione fulminea del punk non si è limitata all'assunzione dell'orrore come etica, ma anche come estetica. Il punk ha gettato fuori (qui pure andrebbe usato verbo più crudo: il punk ha vomitato) l'orrore e ne ha cosparso i corpi. Il corpo punk è in effetti un rifiuto, un contraltare rituale di segni che amplificano la presenza di immondizia nel mondo e lo riflettono attraverso una vestizione politica atta a procurare nuovi rifiuti: capelli usati come armi semiotiche, utilizzo di materiale militare lacerato, scrittura violenta della pelle (tatuaggi e scarnificazioni), linguaggio e modi quasi caricaturalmente aggressivi. Qui il rifiuto smette di essere metafora dello scarto merceologico e diviene sinonimo di non accettazione da parte degli altri. Quando non c'è futuro come può esserci inclusione? Se il presente è un regime di anomia custodito da apparati repressivi e da istituzioni ridicole, perché dovrebbe esserci un miglioramento nel futuro?

Provare orrore e incutere orrore sembra così l'unico antidoto contro il veleno dell'abitudine, matrigna del presente e serial killer del futuro. Nell'abitudine della modernità – composta di consumo, sovrapproduzione, inquinamento, privatizzazione dei beni comuni, conflitti armati – si pratica il rituale dell'abolizione del futuro. Oppressi dalla realtà di un rallentamento necessario, resosi evidente già in seguito all'austerità imposta all'Occidente dai paesi produttori di petrolio negli anni '70, i paesi occidentali non hanno avuto l'audacia di cambiare rotta. Allora sparì l'orizzonte di un miglioramento e di un progresso continui, accompagnato dalle estetiche punk che si annidarono negli anfratti metropolitani trasformandoli in avamposti nichilisti buoni per l'immaginario di massa.

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Una coincidenza cronologica interessante registra che il 1977 non fu soltanto l'anno in cui uscì Never Mind The Bollocks, l'unico album dei Sex Pistols registrato in uno studio, ma anche l'anno della messa sul mercato del computer Apple II di Steven Jobs e Steve Wozniack, cioè il primo personal computer a diffusione significativa. La connessione è importante ai fini del nostro ragionamento: mentre sul piano estetico-culturale prendeva forma il rifiuto del futuro, sul piano tecnologico la stessa generazione rendeva possibile un prodotto vagheggiato nei romanzi di fantascienza da almeno mezzo secolo. Ecco il pertugio da cui passava apparentemente un'idea altra di futuro: il piccolissimo schermo di un mini-computer. L'informatica di massa appare infatti come un antidoto alla rabbia desertificante suscitata dal neo-capitalismo e dalla sua società dello spettacolo. La scienza ne esce sufficientemente attrezzata per proseguire il lavoro dell'immaginario culturale degli ultimi due secoli, ma allo stesso tempo “scapigliata”. I due inventori non sono brillanti ingegni universitari (Jobs frequentò l'università solo per pochi mesi), sono piuttosto due giovanissimi appassionati disposti a vendere le proprie cose per finanziare una microscopica azienda (la cui sede era il garage dei genitori di Jobs) dopo una comune esperienza lavorativa nella Atari. Il nuovo sogno nasce in California, da allora luogo mitico per le produzioni informatiche, e dalla California si espande in Occidente. In questa nuova versione in blue jeans, la scienza si immerge nella tecnica offrendo un manipolo di figure sfaccettate al mercato dell'immaginazione, in genere giovani menti capaci di entrare nelle scritture dei programmi come all'interno di un mondo sconosciuto ma capace di nuove meraviglie.

Il salto di qualità si percepisce negli anni '80, quando un vocabolo importato dalla letteratura fantascientifica (anch'essa di nuova generazione), cyberspace, si diffonde lungo linee che incontrano l'interesse di cospicue minoranze occidentali. Il cyberspace è in realtà un ambiente virtuale, che esiste solo nel contatto tra più computer collegati. All'apparenza si tratta di un ambiente tecnologico immaginario, descritto con suggestione nei romanzi di scrittori come Bruce Sterling e William Gibson. In particolare, quest'ultimo riesce a fornire spunti per la creazione di un mondo futuro che non appare affatto una proiezione lontana e irraggiungibile, quanto una versione leggermente anticipata del tempo che sta per compiersi e dove – attraverso l'irruzione del cyberspazio – si aprono conflitti che sono già in essere nel meatspace, il mondo di carne e ossa della realtà quotidiana. Nei romanzi di Gibson sono all'opera potenti multinazionali e ribelli solitari, l'ambiente è metropolitano e sgangherato, i protagonisti sono individui marginali e decisamente disincantati. Fin dall'inizio degli anni '80, la sensibilità e i contenuti letterari di Gibson, Sterling e altri produssero un nuovo vocabolo, che ebbe anch'esso una diffusione planetaria. Il vocabolo era cyberpunk. L'accoppiata di cibernetica e punk può far sorridere, oggigiorno. Tuttavia i connotati di questa crasi sono piuttosto interessanti: la cibernetica diventa sostanzialmente un ambiente, mentre il punk assume i caratteri di una ribellione sotto traccia, ma radicale. Attraverso le lucide allucinazioni degli scrittori cyberpunk prende forma l'idea di un futuro che è dominato da valori capitalistici tipici dell'epoca delle grandi organizzazioni transnazionali di mercato (le multinazionali della globalizzazione), impegnate in una corsa competitiva per la conquista del mercato dell'immaginario immateriale (beni per la mente). La loro corsa, però, avviene in un ambiente virtuale che è percorso anche da vari irregolari, disturbatori del nuovo ciclo del capitale o semplici individualisti con in testa l'idea di una nuova frontiera non ancora colonizzata dai colossi multinazionali.

In questo senso l'espressione cyberpunk non innova tanto il significato della sottocultura giovanile, quanto quello dello spazio-tempo elettronico. Il “No Future” del punk è ora invece la deriva misteriosa dei collegamenti tra milioni e milioni di computer (personali ma sofisticati, come voleva Steven Jobs), dove attraverso una combinazione di mente umana e tecnologie digitali si amplifica l'antico refrain di McLuhan sui media come “estensioni degli esseri umani”.

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A più di trent'anni dall'invenzione del punk, del cyberpunk e dell'informatica di massa ci troviamo a fare i conti con il senso del futuro derivato da questi materiali culturali. Dai mondi inizialmente minoritari da cui promanarono le tendenze analizzate si è passati a mondi di moltitudini. La dimensione del virtuale non esiste più come evasione dalla gabbia d'acciaio della modernità, ma come spazio-tempo costante e in espansione della vita quotidiana (si potrebbe dire: il virtuale è dimensione pienamente reale). In poco più di 15 anni Internet ha avvolto il pianeta, proclamando nuovi sistemi di comunicazione (posta elettronica), nuovi sistemi di informazione e promozione (i siti web e i blog), nuovi apparati di socializzazione (i social network). Ciò che Manuel Castells, con felice espressione, ha chiamato “autocomunicazione di massa”. 

Se il punk aveva predicato la fine del futuro (d'altronde pochi anni più tardi il pensiero neo-liberista parlerà di fine della storia, intendendo con questo concetto la vittoria planetaria dei valori dell'Occidente), il cyberpunk aveva sottolineato lo scivolamento del futuro nella cornice del presente allungato. Oggi il lavoro che si svolge all'interno di quella consistente zona di vita che si esprime attraverso il digitale ci avverte della contiguità realizzata tra azioni presenti e conseguenze future, dove l'anello di congiunzione tra le due modalità è rappresentato dall'esiguità del tempo di attesa. La progressiva frantumazione di questo tempo è un fenomeno inedito sia della concezione del futuro propria del tempo antico (pazienti azioni di preparazione agricola al susseguirsi delle stagioni, centralità del passato mitico e di ricongiungimento) sia di quelle della prima modernità (futuro lineare, miglioramenti continui, trionfo della previsione scientifica).

Accendendo il computer ed entrando in un social network non possiamo non incontrare un presente pesante, in cui si svolgono azioni quasi contemporanee che non sono intervallate da un tempo di attesa significativo. E' lo stesso effetto determinato dalle posizioni lavorative non-garantite dell'economia della globalizzazione neo-liberista, dall'assenza di posizioni politiche capaci di andare oltre la crisi delle grandi narrazioni novecentesche e dalla crisi lenta dei grandi apparati della comunicazione di massa. I grandi media, soprattutto la televisione, debbono infatti rassegnarsi alla mancanza di prospettive di un intrattenimento globale, dove l'informazione e lo spettacolo siano in grado sia di scandire gli eventi sia di interpretarli mettendo in contatto le menti degli spettatori. Questa seconda funzione infatti è sempre più pertinente all'autocomunicazione di massa.

Resta però la funzione di scandire gli eventi, che potrebbe essere considerata azione residuale (e in gran parte simulata) della funzione di essere presenti collettivamente al proprio tempo. Si tratta in realtà di una contraddizione notevole: le news televisive, in particolare, si inseriscono nella dieta comunicativa collettiva come “tempo di attesa”, e non come “tempo di azione”. La stessa idea di “flusso televisivo” (24 ore su 24), elaborata dalla sociologia della comunicazione negli anni '70, poneva in contrasto la funzione di selezionare gli eventi significativi (agenda setting) con la sepoltura immediata degli eventi subissati dai nuovi eventi generati dal flusso e da esso selezionati.

Ciò che avvolge di ansia la nostra epoca è la mancanza culturale di un tempo di attesa che rappresenti anche l'ambito della digestione del tempo. Ingoiamo porzioni sempre più ampie di presente senza poterle materialmente metabolizzare. La mancanza di una digestione è speculare all'idea – suggestiva teoricamente ma terribile nella sua realizzazione pratica – dell'aggiornamento continuo (a sua volta collocata in postazione strategica per poter sopravvivere nel regno della precarietà contemporanea). Lo sforzo cognitivo che ciascuno è chiamato a fare è perciò di rivoluzionare la relazione tra apprendimento e tempo di utilizzo dell'apprendimento stesso: ciò che funziona oggi potrebbe (dovrebbe?) essere obsoleto domani. Perciò il domani non è “futuro”, è piuttosto un quasi futuro che è costituito dal processo del distaccamento del presente dalla sua attualità. Si tratta, io credo, di un cambiamento decisamente sottovalutato, in grado di spostare l'epicentro dell'avventura umana dalla creazione di eventi (che ha bisogno di preparazione, di azione e di assimilazione – ovvero di capacità critiche e autocritiche al massimo grado da parte degli individui) alla semplice esistenza di un magma processuale (dove il capitale cognitivo è ovviamente meglio gestito da organizzazioni potenti e ramificate, e dove la correzione di rotta è frutto di contributi che si svolgono mentre accade il processo stesso).

Resta – a partire dal punk, ma potrebbero essere recuperati altri momenti altrettanto fondamentali – la scomparsa del grande orizzonte del futuro voluto dal connubio tecnologia-potere predisposto dal capitalismo occidentale fin dall'Ottocento. E' una scomparsa che potrebbe rivelarsi decisiva, ora che anche le grandi istituzioni mondiali prendono atto – ancora troppo timidamente – dei danni procurati da questo sistema nel corso del tempo.

Ma la risposta fornita dagli aedi della tecnica (accelerare, processualizzare, presentificare) non è una risposta convincente. Serve qualcosa di più della “speranza” di Obama, che pure è già molto se pensiamo al cinismo e alla modestia della politica europea e italiana in particolare, che si limita a mettere in scena un copione di intollerabile diseguaglianza sociale. Senza uno sforzo collettivo (possibile oggi, almeno metaforicamente, dall'intelligenza collettiva delle reti) per dare vita a un ripensamento profondo delle nostre forme di vita, a un quasi futuro potrebbe corrispondere una quasi vita.