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Lo
sguardo che propongo intorno al futuro è collegato a una sociologia della
cultura in grado di investigare i costumi umani, tra cui la percezione del
tempo cronologico, del tempo sociale e del tempo personale. Da questo punto
di vista l'ipotesi che avanzo è che per lunghe ere gli uomini e le donne
abbiano vissuto senza alcuna idea di futuro sganciata dalla mera speranza di
sopravvivenza nel presente. Probabilmente fino a che nel mondo non è stata
inventata e poi condivisa la scrittura, i nostri antenati costruivano una
comunicazione in cui il tempo era inghiottito dai ritmi misteriosi della
giornata. Il sorgere del sole non era garantito. Il passato dovette emergere
come un oggetto cultuale dominato da assenza fisica, innanzitutto di corpi.
Il defunto definisce il tempo per assenza, mentre la crescita dei corpi
dall'infanzia alla senilità – se vissuta nel protrarsi continuo della
presenza – è poco indicativa dello scorrere del tempo. Le persone che vivono
a continuo contatto con gli altri non si accorgono dei cambiamenti degli
altri.
L'affermazione della scrittura diede un impulso formidabile alla creazione
di una istanza collettiva di passato: la narrazione orale si stabilizzò in
documenti, repertori e mitologie a disposizione di coloro che erano e
sarebbero stati nel flusso del tempo. Ogni conservazione di scrittura
raccontò storie al susseguirsi delle generazioni.
Nel pieno del medium-scrittura si fa strada un'idea di rimembranza che ha
molto a che fare con l'enigma del tempo: giacché la memorazione deve
richiedere un verso, e poi una direzione. Voglio dire che la storia è la
storia scritta: non tutta la storia, naturalmente, ma almeno quella che può
essere condivisa dai più. Ciò definisce un continuum e uno slancio
all'esistenza umana, creando un alone di potenza attorno alla magia del
non-certo. Cioè di tutto ciò che la scrittura presuppone senza poterlo
ri-vivere. Il passato. L'età dell'oro. Il momento del raptus divino nella
creazione. L'Eden.
Credo che l'idea di un ritorno al luogo d'origine abbia permeato le menti
antiche già avvezze alla scrittura. Se comincia a definirsi un'”avventura
umana”, il frame della ricerca è l'anabasi, intesa come ritorno alle
origini. Il futuro non è un tempo che implica un'astrazione sul presente, ma
solo una debole possibilità di potersi ricongiungere al tempo trascorso
della perfezione. Nell'antichità classica e poi nel medioevo l'unico futuro
possibile e auspicabile è il ritorno a un passato mitico.
*
Non a caso il futuro inizia a delinearsi come prospettiva positiva solo
quando gli uomini danno la scalata a un nuovo modo di produrre, che spazza
via sempre più velocemente le vestigia antiche e medievali. Il capitalismo
inventa il futuro, sorretto da ideologie che inneggiano al progresso, e che
indicano nel miglioramento incessante l'obiettivo della nuova stirpe umana
imbevuta di tecnologie. Macchine e forza-lavoro vengono intese come apparato
per produrre una incalcolabile quantità di merci e quindi di profitti.
Ciò ha dato origine a una relazione nuova con il futuro da parte dei
protagonisti – grandi e piccoli – di quella stagione di capitalismo
arrembante. Il futuro diveniva lo spazio-tempo delle promesse mantenute, dei
miglioramenti produttivi, delle scoperte sensazionali, della scienza
regolatrice del mondo. Questo processo ha contato molto, per più di duecento
anni, e il futuro ha volteggiato tranquillo nei cieli della modernità, come
un totem volante cui si doveva un rispetto pressoché religioso. Nel futuro,
e nella sua prefigurazione fideisticamente ottimistica, si racchiudeva il
segreto dell'antropologia umana occidentale durante la modernità
capitalistica. L'ottimismo del fordismo.
Poi, è successo qualcosa: non un fenomeno catastrofico unico e
inappellabile, ma tante catastrofi più o meno micidiali. Le imperfezioni del
sistema capitalistico non si sono dimostrate peccati veniali: aver
avvelenato l'ambiente, per esempio, costituisce una colpa che non ha eguali
nella storia dell'umanità. Ogni civiltà, per quanto crudele, ha incontrato
limiti invalicabili alla produzione di un male universale. La civiltà
capitalistica no. Oltre allo sfruttamento umano – declinato sia in forme
economiche sia in forme socio-culturali – il capitalismo ha promosso uno
sfruttamento intensivo della natura e di quelli che sono chiamati “beni
comuni” (a cominciare dall'aria e dall'acqua). Ha dato in cambio un
affrancamento dalla condizione di servo della gleba, un dispositivo
istituzionale democratico (lo stato e poi gli organismi internazionali), un
sistema di comunicazione e di senso (mass media), la creazione di una
società basata sui consumi e, soprattutto, un reddito sostanzialmente sicuro
per poter far fronte a una vita moderna almeno da parte della maggioranza
degli esseri umani dei paesi sviluppati.
Ma, si diceva, molte catastrofi hanno consegnato alla storia questa fase del
capitalismo: attraverso il complicato processo della globalizzazione, il
capitale post-fordista ha intercettato zone produttive lontane e
convenienti, per via dell'assenza di organizzazioni dei lavoratori e quindi
dell'assenza di diritti elementari. La delocalizzazione ha prodotto ondate
di nuovi centri produttivi a basso costo e ad alta produttività, e ha
scaricato sulla forza-lavoro occidentale il peso di una riduzione di
personale e di una diffusione di precarietà. Il lavoratore occidentale
tipico oggi si sente non-garantito. E si dice, a proposito delle generazioni
più giovani, che esse vivano l'espropriazione del loro futuro. Che cosa
significa questa frase? Innanzitutto che il futuro è considerato un bene
prezioso. E perché? Perché nel futuro si ipotizzano cambiamenti positivi. Il
futuro è lo spazio-tempo dell'affermazione di sé (almeno per i più giovani).
E perché i giovani ne sarebbero espropriati? Perché il presente di
precarietà non consente uno scarto né un salto in avanti: la precarietà è
una trappola che obbliga a occuparsi di oggi, e – giorno dopo giorno – ad
andare avanti senza alcun margine di prevedibilità e sicurezza. Il futuro
diviene un eterno presente. Il futuro scompare.
*
Momenti fondamentali della percezione negativa del futuro da parte delle
moltitudini nell'era della globalizzazione erano stati anticipati da alcune
tendenze artistico-culturali dei tardi anni '70. In particolare dalla
sottocultura punk e dagli artisti che ne misero in scena l'antropologia
filosofica. Mi riferisco in particolare alle produzioni discografiche dei
Sex Pistols, il gruppo più celebre dell'enclave punk, sorto anche grazie al
sostegno manageriale e comunicativo di Malcom McLaren, socio della stilista
Vivienne Westwood e pratico di ambienti situazionisti. All'allora
quarantenne personaggio dell'avanguardia londinese i quattro ragazzi
sguaiati e alterati, non particolarmente dotati dal punto di vista musicale,
dovettero sembrare perfetti per il lancio di uno slogan dal sapore
provocatorio (e che sembra provenire da una strategia di guerrilla
marketing): chiunque può diventare una rock star. Chiunque può mettere in
piedi una band musicale di successo planetario.
Dopo aver toccato vertici di complessità e di ibridazione barocca fin
dall'inizio degli anni '70, il rock appariva bisognoso di semplificazione,
ai limiti della brutalità espressiva. Il punk, musicalmente, è stato questo.
Ma il punk non è solo musica, è anche poetica. Anch'essa alla ricerca di
semplificazione e di brutalità. I testi dei Sex Pistols non puntano ad
arricchire il repertorio della musica giovanile di nuovi argomenti
percettivi (come una gran parte dei testi della stagione psichedelica), né
hanno intenzione di denunciare i mali sociali e di combatterli con i versi
(come nella stagione del grande rock, Beatles e Rolling Stones compresi), né
sono alla ricerca di una trasgressione identitaria o di un glamour
pruriginoso (come nel rock raffinato e decadente di Bowie). La poetica dei
Sex Pistols è la voce indigesta della tracimazione dell'immaginario
spettacolare dentro il corpo malato degli individui che non possono guardare
oltre la malattia, perché la malattia è dentro e fuori. La pratica poetica
prevede uno “stile” a immagine e somiglianza della sensazione di orrore
provata nei confronti del mondo. L'inelegante parola “schifo” sarebbe più
appropriata. Schifo per le istituzioni politiche (God Save The Queen),
schifo per la scuola (Schools Are Prisons), schifo per la propria identità
(Substitute), schifo per il concetto stesso di innocenza (No One Is
Innocent), che si capovolge in un inno alla depravazione. Come si compone la
relazione tra questi testi e l'idea di futuro così come l'abbiamo conosciuta
nel positivismo e nelle filosofie della prassi ispirate dall'economia
fordista? I Sex Pistols sanno trasformare il nichilismo in jingle
generazionale. Bastano due parole: No Future. Nessun futuro. Questo binomio
diviene un marchio di fabbrica: la voce impertinente e insieme desolata di
Johnny Lydon porta a termine il pezzo più famoso del gruppo (God Save The
Queen) ripetendo queste parole, come in un mantra negativo: “Non c'è futuro
nel sogno dell'Inghilterra, non c'è futuro per me, non c'è futuro per te.
Nessun futuro. Nessun futuro”. Ci sono altri elementi forti nei testi dei
Sex Pistols, qualche riferimento alla stagione delle grandi avanguardie,
qualche ripulsa di un mondo automatico e alienante, varie grida di
individualismo selvaggio e di anarco-nichilismo nonché di propositi
distruttivi: ma l'idea di “non futuro” ha un'importanza superiore rispetto
agli altri temi. Il verso risolutivo è: “Quando non c'è futuro come può
esserci peccato?” L'abbandono dell'etica individuale a causa dell'orrore del
mondo provoca la depravazione, che suona come un abbandono dovuta a una
deprivazione. La deprivazione del futuro. Who killed Bambi?
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D'altronde la stagione fulminea del punk non si è limitata all'assunzione
dell'orrore come etica, ma anche come estetica. Il punk ha gettato fuori
(qui pure andrebbe usato verbo più crudo: il punk ha vomitato) l'orrore e ne
ha cosparso i corpi. Il corpo punk è in effetti un rifiuto, un contraltare
rituale di segni che amplificano la presenza di immondizia nel mondo e lo
riflettono attraverso una vestizione politica atta a procurare nuovi
rifiuti: capelli usati come armi semiotiche, utilizzo di materiale militare
lacerato, scrittura violenta della pelle (tatuaggi e scarnificazioni),
linguaggio e modi quasi caricaturalmente aggressivi. Qui il rifiuto smette
di essere metafora dello scarto merceologico e diviene sinonimo di non
accettazione da parte degli altri. Quando non c'è futuro come può esserci
inclusione? Se il presente è un regime di anomia custodito da apparati
repressivi e da istituzioni ridicole, perché dovrebbe esserci un
miglioramento nel futuro?
Provare orrore e incutere orrore sembra così l'unico antidoto contro il
veleno dell'abitudine, matrigna del presente e serial killer del futuro.
Nell'abitudine della modernità – composta di consumo, sovrapproduzione,
inquinamento, privatizzazione dei beni comuni, conflitti armati – si pratica
il rituale dell'abolizione del futuro. Oppressi dalla realtà di un
rallentamento necessario, resosi evidente già in seguito all'austerità
imposta all'Occidente dai paesi produttori di petrolio negli anni '70, i
paesi occidentali non hanno avuto l'audacia di cambiare rotta. Allora sparì
l'orizzonte di un miglioramento e di un progresso continui, accompagnato
dalle estetiche punk che si annidarono negli anfratti metropolitani
trasformandoli in avamposti nichilisti buoni per l'immaginario di massa.
*
Una coincidenza cronologica interessante registra che il 1977 non fu
soltanto l'anno in cui uscì Never Mind The Bollocks, l'unico album dei Sex
Pistols registrato in uno studio, ma anche l'anno della messa sul mercato
del computer Apple II di Steven Jobs e Steve Wozniack, cioè il primo
personal computer a diffusione significativa. La connessione è importante ai
fini del nostro ragionamento: mentre sul piano estetico-culturale prendeva
forma il rifiuto del futuro, sul piano tecnologico la stessa generazione
rendeva possibile un prodotto vagheggiato nei romanzi di fantascienza da
almeno mezzo secolo. Ecco il pertugio da cui passava apparentemente un'idea
altra di futuro: il piccolissimo schermo di un mini-computer. L'informatica
di massa appare infatti come un antidoto alla rabbia desertificante
suscitata dal neo-capitalismo e dalla sua società dello spettacolo. La
scienza ne esce sufficientemente attrezzata per proseguire il lavoro
dell'immaginario culturale degli ultimi due secoli, ma allo stesso tempo
“scapigliata”. I due inventori non sono brillanti ingegni universitari (Jobs
frequentò l'università solo per pochi mesi), sono piuttosto due giovanissimi
appassionati disposti a vendere le proprie cose per finanziare una
microscopica azienda (la cui sede era il garage dei genitori di Jobs) dopo
una comune esperienza lavorativa nella Atari. Il nuovo sogno nasce in
California, da allora luogo mitico per le produzioni informatiche, e dalla
California si espande in Occidente. In questa nuova versione in blue jeans,
la scienza si immerge nella tecnica offrendo un manipolo di figure
sfaccettate al mercato dell'immaginazione, in genere giovani menti capaci di
entrare nelle scritture dei programmi come all'interno di un mondo
sconosciuto ma capace di nuove meraviglie.
Il salto di qualità si percepisce negli anni '80, quando un vocabolo
importato dalla letteratura fantascientifica (anch'essa di nuova
generazione), cyberspace, si diffonde lungo linee che incontrano l'interesse
di cospicue minoranze occidentali. Il cyberspace è in realtà un ambiente
virtuale, che esiste solo nel contatto tra più computer collegati.
All'apparenza si tratta di un ambiente tecnologico immaginario, descritto
con suggestione nei romanzi di scrittori come Bruce Sterling e William
Gibson. In particolare, quest'ultimo riesce a fornire spunti per la
creazione di un mondo futuro che non appare affatto una proiezione lontana e
irraggiungibile, quanto una versione leggermente anticipata del tempo che
sta per compiersi e dove – attraverso l'irruzione del cyberspazio – si
aprono conflitti che sono già in essere nel meatspace, il mondo di carne e
ossa della realtà quotidiana. Nei romanzi di Gibson sono all'opera potenti
multinazionali e ribelli solitari, l'ambiente è metropolitano e sgangherato,
i protagonisti sono individui marginali e decisamente disincantati. Fin
dall'inizio degli anni '80, la sensibilità e i contenuti letterari di
Gibson, Sterling e altri produssero un nuovo vocabolo, che ebbe anch'esso
una diffusione planetaria. Il vocabolo era cyberpunk. L'accoppiata di
cibernetica e punk può far sorridere, oggigiorno. Tuttavia i connotati di
questa crasi sono piuttosto interessanti: la cibernetica diventa
sostanzialmente un ambiente, mentre il punk assume i caratteri di una
ribellione sotto traccia, ma radicale. Attraverso le lucide allucinazioni
degli scrittori cyberpunk prende forma l'idea di un futuro che è dominato da
valori capitalistici tipici dell'epoca delle grandi organizzazioni
transnazionali di mercato (le multinazionali della globalizzazione),
impegnate in una corsa competitiva per la conquista del mercato
dell'immaginario immateriale (beni per la mente). La loro corsa, però,
avviene in un ambiente virtuale che è percorso anche da vari irregolari,
disturbatori del nuovo ciclo del capitale o semplici individualisti con in
testa l'idea di una nuova frontiera non ancora colonizzata dai colossi
multinazionali.
In questo senso l'espressione cyberpunk non innova tanto il significato
della sottocultura giovanile, quanto quello dello spazio-tempo elettronico.
Il “No Future” del punk è ora invece la deriva misteriosa dei collegamenti
tra milioni e milioni di computer (personali ma sofisticati, come voleva
Steven Jobs), dove attraverso una combinazione di mente umana e tecnologie
digitali si amplifica l'antico refrain di McLuhan sui media come “estensioni
degli esseri umani”.
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A più di trent'anni dall'invenzione del punk, del cyberpunk e
dell'informatica di massa ci troviamo a fare i conti con il senso del futuro
derivato da questi materiali culturali. Dai mondi inizialmente minoritari da
cui promanarono le tendenze analizzate si è passati a mondi di moltitudini.
La dimensione del virtuale non esiste più come evasione dalla gabbia
d'acciaio della modernità, ma come spazio-tempo costante e in espansione
della vita quotidiana (si potrebbe dire: il virtuale è dimensione pienamente
reale). In poco più di 15 anni Internet ha avvolto il pianeta, proclamando
nuovi sistemi di comunicazione (posta elettronica), nuovi sistemi di
informazione e promozione (i siti web e i blog), nuovi apparati di
socializzazione (i social network). Ciò che Manuel Castells, con felice
espressione, ha chiamato “autocomunicazione di massa”.
Se il punk aveva predicato la fine del futuro (d'altronde pochi anni più
tardi il pensiero neo-liberista parlerà di fine della storia, intendendo con
questo concetto la vittoria planetaria dei valori dell'Occidente), il
cyberpunk aveva sottolineato lo scivolamento del futuro nella cornice del
presente allungato. Oggi il lavoro che si svolge all'interno di quella
consistente zona di vita che si esprime attraverso il digitale ci avverte
della contiguità realizzata tra azioni presenti e conseguenze future, dove
l'anello di congiunzione tra le due modalità è rappresentato dall'esiguità
del tempo di attesa. La progressiva frantumazione di questo tempo è un
fenomeno inedito sia della concezione del futuro propria del tempo antico
(pazienti azioni di preparazione agricola al susseguirsi delle stagioni,
centralità del passato mitico e di ricongiungimento) sia di quelle della
prima modernità (futuro lineare, miglioramenti continui, trionfo della
previsione scientifica).
Accendendo il computer ed entrando in un social network non possiamo non
incontrare un presente pesante, in cui si svolgono azioni quasi
contemporanee che non sono intervallate da un tempo di attesa significativo.
E' lo stesso effetto determinato dalle posizioni lavorative non-garantite
dell'economia della globalizzazione neo-liberista, dall'assenza di posizioni
politiche capaci di andare oltre la crisi delle grandi narrazioni
novecentesche e dalla crisi lenta dei grandi apparati della comunicazione di
massa. I grandi media, soprattutto la televisione, debbono infatti
rassegnarsi alla mancanza di prospettive di un intrattenimento globale, dove
l'informazione e lo spettacolo siano in grado sia di scandire gli eventi sia
di interpretarli mettendo in contatto le menti degli spettatori. Questa
seconda funzione infatti è sempre più pertinente all'autocomunicazione di
massa.
Resta però la funzione di scandire gli eventi, che potrebbe essere
considerata azione residuale (e in gran parte simulata) della funzione di
essere presenti collettivamente al proprio tempo. Si tratta in realtà di una
contraddizione notevole: le news televisive, in particolare, si inseriscono
nella dieta comunicativa collettiva come “tempo di attesa”, e non come
“tempo di azione”. La stessa idea di “flusso televisivo” (24 ore su 24),
elaborata dalla sociologia della comunicazione negli anni '70, poneva in
contrasto la funzione di selezionare gli eventi significativi (agenda
setting) con la sepoltura immediata degli eventi subissati dai nuovi eventi
generati dal flusso e da esso selezionati.
Ciò che avvolge di ansia la nostra epoca è la mancanza culturale di un tempo
di attesa che rappresenti anche l'ambito della digestione del tempo.
Ingoiamo porzioni sempre più ampie di presente senza poterle materialmente
metabolizzare. La mancanza di una digestione è speculare all'idea –
suggestiva teoricamente ma terribile nella sua realizzazione pratica –
dell'aggiornamento continuo (a sua volta collocata in postazione strategica
per poter sopravvivere nel regno della precarietà contemporanea). Lo sforzo
cognitivo che ciascuno è chiamato a fare è perciò di rivoluzionare la
relazione tra apprendimento e tempo di utilizzo dell'apprendimento stesso:
ciò che funziona oggi potrebbe (dovrebbe?) essere obsoleto domani. Perciò il
domani non è “futuro”, è piuttosto un quasi futuro che è costituito dal
processo del distaccamento del presente dalla sua attualità. Si tratta, io
credo, di un cambiamento decisamente sottovalutato, in grado di spostare
l'epicentro dell'avventura umana dalla creazione di eventi (che ha bisogno
di preparazione, di azione e di assimilazione – ovvero di capacità critiche
e autocritiche al massimo grado da parte degli individui) alla semplice
esistenza di un magma processuale (dove il capitale cognitivo è ovviamente
meglio gestito da organizzazioni potenti e ramificate, e dove la correzione
di rotta è frutto di contributi che si svolgono mentre accade il processo
stesso).
Resta – a partire dal punk, ma potrebbero essere recuperati altri momenti
altrettanto fondamentali – la scomparsa del grande orizzonte del futuro
voluto dal connubio tecnologia-potere predisposto dal capitalismo
occidentale fin dall'Ottocento. E' una scomparsa che potrebbe rivelarsi
decisiva, ora che anche le grandi istituzioni mondiali prendono atto –
ancora troppo timidamente – dei danni procurati da questo sistema nel corso
del tempo.
Ma la risposta fornita dagli aedi della tecnica (accelerare,
processualizzare, presentificare) non è una risposta convincente. Serve
qualcosa di più della “speranza” di Obama, che pure è già molto se pensiamo
al cinismo e alla modestia della politica europea e italiana in particolare,
che si limita a mettere in scena un copione di intollerabile diseguaglianza
sociale. Senza uno sforzo collettivo (possibile oggi, almeno
metaforicamente, dall'intelligenza collettiva delle reti) per dare vita a un
ripensamento profondo delle nostre forme di vita, a un quasi futuro potrebbe
corrispondere una quasi vita.
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