G.C.S.I.

Giornale Critico di Storia delle Idee

 

 


Benjamin-Henri Constant de Rebeque, La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni scarica la versione pdf

di Viola Giuliano

Scheda di lettura

Benjamin-Henri Constant de Rebeque, De la liberté des anciens comparée à celle des modernes; red. 1819, poi in Id., Collection complète des ouvrages publiés sur le Gouvernement représentatif et la constitution actuelle de la France, formant une espèce de Cours de politique constitutionelle, in 4 voll., vol. IV, Béchet, Paris-Rouen 1820; tr. it., La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni, tr. a c. di Giovanni Paoletti, con un saggio di Pier Paolo Portinaro, Einaudi, Torino 2001.

 

Nel febbraio del 1819 Constant pronunciò all'Athénée Royal di Parigi il discorso su La libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni destinato a divenire il suo testo più celebre in virtù della teorizzazione della differenza tra la libertà ‹‹il cui esercizio era così caro ai popoli antichi›› e la libertà ‹‹il cui godimento è particolarmente prezioso per le nazioni moderne››.

Fin dalla premessa Constant mette in luce la duplicità degli obiettivi che guidano il suo discorso: da un lato, egli intende mostrare come la confusione dei due tipi di libertà, e il conseguente esperimento di riportare in auge una libertà sul modello di quella antica, sia stato un errore politico da annoverare tra le principali cause dei molti ‹‹mali che hanno attraversato la Rivoluzione››. Dall'altro lato, indica il sistema rappresentativo come tratto distintivo della modernità. Assicurare e difendere un sistema di garanzie era, infatti, imprescindibile per un intellettuale illuminista del Settecento.
In polemica con Rousseau e Malby, Constant nega la possibilità che istituzioni antiche - quali potevano essere quelle dei galli, degli spartani sotto la guida di Licurgo, dell'Atene periclea o della Roma repubblicana - possano essere ritenute precedenti storici validi del moderno sistema rappresentativo. Secondo Constant, infatti, i popoli antichi ‹‹non potevano né sentire la necessità, né apprezzare i vantaggi›› di un tale sistema, dato che ‹‹la loro organizzazione sociale li spingeva a desiderare una libertà affatto diversa›› dalla libertà dei moderni, garantita, cioè dal sistema rappresentativo.
Sebbene si possa sostenere che l'individuo pre-moderno fosse ‹‹sovrano negli affari pubblici››, egli rimane ‹‹schiavo in tutti i suoi rapporti privati››. La libertà degli antichi, di fatto, consiste nella ‹‹partecipazione attiva e costante al potere collettivo››. Potere che, però, allo stesso tempo impone un ‹‹assoggettamento completo dell'individuo all'autorità dell'insieme.››
Nella modernità, invece, questo binomio di libertà nella sfera pubblica e schiavitù in quella privata viene ribaltato: l'individuo ‹‹indipendente nella vita privata››, non è altro che ‹‹sovrano in apparenza anche negli stati più liberi››. Questo accade perché, nell'età moderna, ‹‹l'indipendenza privata›› diventa il ‹‹primo bisogno dell'individuo››, tanto da non essere più possibile ‹‹chiederne il sacrificio per istituire la libertà politica››.
La vera libertà dei moderni perciò è la ‹‹libertà individuale.››
Constant esprime, quindi, il suo aspro j'accuse contro l'illusione che aveva guidato l'ideologia giacobina e, indirettamente, anche il pensiero rousseauiano di ‹‹scambiare l'autorità del corpo sociale per la libertà››, ritenendo perciò lecito (buono) l'utilizzo di qualsiasi mezzo per ‹‹estendere l'azione di tale autorità su quella parte recalcitrante dell'esistenza umana, di cui deplorava l'indipendenza››. Tuttavia, la partecipazione al potere sociale - e i benefici che da essa sarebbero dovuti scaturire - non riuscirono a giustificare le restrizioni dei diritti individuali e fu pertanto evidente che ‹‹il potere sociale ledeva in ogni senso l'indipendenza individuale senza eliminarne il bisogno››. Questa, secondo Constant, fu la causa della caduta delle istituzioni erette nel periodo della Rivoluzione e basate sulla confusione tra potere sociale e libertà. Tale confusione, indicata in questo scritto con notevole lungimiranza da parte di Constant, infatti, determinò la caduta delle istituzioni che, di fatto, lasciarono il campo sgombro per la Restaurazione Napoleonica.
Tuttavia, benché Constant individui nella libertà politica ‹‹la grande invenzione degli antichi›› e nella libertà individuale la ‹‹vera libertà moderna››, ponendo le due concezioni in antitesi in modo tale da poterne cogliere l'intrinseca alterità, articola un discorso ben più complesso della distinzione indicata.
La libertà positiva, infatti, viene riconosciuta non solo importante, ma necessaria ed indispensabile per l'affermarsi di quella negativa. La libertà politica, espressa nella forma della partecipazione attiva dei cittadini alla vita pubblica è la ‹‹garanzia›› dell'‹‹indipendenza privata›› ed investimento per la tutela dell'inviolabilità personale.
Nel mondo moderno la libertà è considerata, in gran parte, una libertà negativa, ossia una libertà dallo Stato che permette all'individuo di preservare una sfera per se stesso in cui realizzare la propria perfetta autodeterminazione. Sebbene questa libertà, intesa cioè come non-impedimento, costituisce la vera libertà di cui possono godere i contemporanei, l'importanza della libertà positiva, ossia della libertà come partecipazione alle decisione collettive, viene ribadita e sottolineata con forza da Constant. Questa libertà nello Stato è indispensabile perché permette, mediante la partecipazione attiva, la possibilità di controllo sul potere politico e sull'operato dei poteri pubblici da parte dei cittadini che prendono parte così alla vita pubblica.
Gli individui, poiché talvolta troppo assorti ‹‹nei loro interessi particolari›› possono correre il rischio di ‹‹rinunciare troppo facilmente›› al ‹‹diritto a partecipare al potere politico›› favorendo così quello che Constant considera il grande pericolo della modernità: la separazione dei godimenti dalle garanzie.
In questo modo, Constant si avvede della possibilità che lo stesso sistema rappresentativo possa covare in sé il germe del dispotismo se slegato dalla partecipazione attiva dei cittadini alle decisioni collettive. Il potere politico e il derivante agire politico, infatti, devono nutrirsi di volta in volta della partecipazione attiva dei cittadini alla vita pubblica.
Infine, il contesto storico in cui Constant scrive risulta imprescindibile per poter comprendere a fondo il suo discorso. Nelle ultime parti dello scritto, infatti, è presente un forte accento illuministico riguardo alle capacità future di progresso inteso come possibilità di perfezionamento morale dell'uomo. Il compito dei governanti non ha come oggetto la felicità dei governati, bensì la possibilità di consentire agli individui di ‹‹ampliare i lumi e sviluppare le proprie facoltà›› poiché ‹‹non è alla sola felicità, ma al perfezionamento che il destino chiama››, ed è la libertà politica ‹‹il mezzo più possente e il più energico di perfezionamento›› di cui l'umanità può disporre.
A questo proposito, Constant afferma nella conclusione del suo discorso - riprendendo Sismondi - che

l'opera del legislatore non è ancora completa quando si sia limitato a rendere il popolo tranquillo. […] Bisogna che le istituzioni completino l'educazione morale dei cittadini. Rispettandone i diritti individuali, avendo riguardo alla loro indipendenza, evitando di disturbarne le occupazioni, devono tuttavia consacrarne l'influenza sulla cosa pubblica, chiamarli a concorrere con le loro risoluzioni e i loro suffragi all'esercizio del potere, garantire loro un diritto di controllo e sorveglianza tramite la manifestazione delle loro opinioni e, formandoli in tal modo, attraverso la pratica, a queste elevate funzioni, dare loro ad un tempo e il desiderio e la facoltà di adempiervi.