G.C.S.I.

Giornale Critico di Storia delle Idee

 

 


L’alienazione come pluslavoro nel capitalismo finanziario-usuraio. Sraffa, Napoleoni e Marx [1]

di Claudio Tuozzolo

 

1. Introduzione; 1. Capitalismo industriale e società postindustriale; 2. Piero Sraffa e la teoria del sovrappiù; 3. Claudio Napoleoni e l’origine del sovrappiù; 4. Sraffa, l’origine umana (e naturale) del plus e l’economia finanziaria; 5. La produzione di merci a mezzo di merci, la distribuzione e la giustizia sociale; 6. Alienazione come pluslavoro al servizio del capitale nel capitalismo finanziario-usuraio.

1. Introduzione

I radicali mutamenti nella struttura della società contemporanea avvenuti negli ultimi decenni impongono di riflettere in modo nuovo sul tema del rapporto fra sviluppo economico, alienazione e perdita di sé dell’uomo. Il tema, sviluppato da Marx, prende, soprattutto nel Capitale, la forma di una riflessione che connette strettamente l’alienazione umana all’individuazione di quella che, per Marx, è la legge fondamentale del capitalismo: la legge del plusvalore. Di fronte alle profonde innovazioni introdotte nel tessuto economico dal cosiddetto capitalismo finanziario [2] , c’è da chiedersi quale siano le sorti che debbano subire da un lato la teoria del plusvalore=pluslavoro, dall’altro le connesse riflessioni marxiane sull’alienazione, nate dal tentativo di comprendere sino in fondo la natura di una forma di capitalismo, il capitalismo industriale-imprenditoriale, oggi sempre più soppiantata da forze economiche nuove, postindustriali.

 

2. Capitalismo industriale e società postindustriale

Come già accennato, nell’analisi marxiana del capitalismo industriale le tesi sull’alienazione umana sono strettamente connesse alle teorie sul plusvalore. Secondo il Capitale il capitalismo industriale, che ha soppiantato il sistema di produzione feudale, si basa sull’alienazione del lavoro, ovvero sulla sua trasformazione in merce. Tale merce, la forza-lavoro, deve essere venduta dal lavoratore al capitalista in base alle leggi di mercato. L’uomo-lavoratore non ha infatti modo di rendere produttivo in modo autonomo la propria attività lavorativa in quanto non possiede mezzi di produzione. Chi detiene tali mezzi, il capitalista, è l’unico soggetto in grado di dar vita al processo produttivo, perché può comprare l’attività lavorativa degli operai. Il lavoratore aliena se stesso al capitalista, non lavora per sé, ma per il capitalista. Così, da un lato, è un uomo alienato perché vendendo il proprio lavoro consente che il suo lavorare non sia il luogo del suo realizzarsi come uomo nell’attività di trasformazione della natura (che, per Marx, è l’attività tipica del genere umano [3] ). Dall’altro egli, l’uomo-lavoratore (o più esattamente la sua attività lavorativa), si trasforma in capitale; diviene una parte del capitale, ciò che Marx chiama “capitale variabile” (e che oggi, formulando evidentemente un ossimoro, si preferisce chiamare “capitale umano”). Ovvero l’uomo-lavoratore diviene una cosa, un oggetto di proprietà del capitalista, si reifica [4] .

L’alienazione dell’attività lavorativa dell’operaio (ovvero l’acquisto da parte del capitalista della forza lavoro del lavoratore) non ha però come conseguenza soltanto l’impossibilità per il lavoratore di realizzarsi attraverso il lavoro. Oltre all’alienazione dell’uomo-lavoratore da sé, ovvero oltre alla reificazione, la trasformazione del lavoro in merce genera, per Marx, anche una conseguenza propriamente, ed esclusivamente, economica, ovvero un vantaggio per il “compratore”: il plusvalore [5] . Il capitalista, infatti, come ogni «compratore» compra il «valore d’uso» della merce, ma la «fortuna» particolare del capitalista sta nel fatto che la merce che compra, il «lavoro», ha la capacità di creare valore, ovvero «di essere fonte di valore, e di più valore di quanto ne abbia essa stessa» [6] . Il capitalista è quindi nelle condizioni di acquistare la forza lavoro giornaliera dell’operaio ad un certo valore, eguale ad es. a «una mezza giornata lavorativa» (corrispondente al costo di produzione della forza lavoro, ossia al costo del sostentamento giornaliero del lavoratore che la produce), che è inferiore al valore che tale forza lavoro riesce a creare (corrispondente appunto a «una intera giornata») [7] . Comprando la merce lavoro «al suo valore» [8] , ovvero senza compiere alcuna ingiustizia nei confronti del «venditore» [9] , e rispettando le regole del mercato, il capitalista si appropria così della differenza fra quanto il lavoro costa (i costi di sostentamento giornaliero del lavoratore) e quanto il lavoro produce (il valore prodotto da una giornata di lavoro). Il valore in più che il lavoro dell’operaio produce dopo aver prodotto i mezzi per il proprio sostentamento (il valore prodotto nella seconda metà della giornata lavorativa) è, per Marx, quel plusvalore=pluslavoro di cui (nel processo di compravendita della forza lavoro [10] ) riesce ad appropriarsi il capitalista (“compratore”) e che, dunque, viene a lui ceduto gratuitamente dal lavoratore (“venditore”) nel pieno rispetto delle leggi del mercato e della, conseguente, parità giuridica dei soggetti economici.

Il fenomeno della alienazione del lavoro, intesa semplicemente come “la trasformazione del lavoro in pura merce venduta e comprata sul mercato”, ha, dunque, essenzialmente, per Marx, due conseguenze: una prioritariamente antropologica, l’altra propriamente economica. Dal punto di vista antropologico la compravendita del lavoro nel mondo capitalistico genera la reificazione, l’alienarsi dell’uomo da se stesso. Dal punto di vista economico tale compravendita genera l’appropriazione, da parte del capitale, del plusvalore=pluslavoro. Nel complesso appare d’altronde evidente che le teorie marxiane su alienazione, reificazione e plusvalore si fondano sul riconoscimento della centralità del lavoro, che, agli occhi di Marx, appare, da un lato, ciò senza di cui non è possibile pensare la specificità dell’uomo (e la sua differenza rispetto agli altri enti) [11] , dall’altro, ciò che fonda ogni ricchezza propriamente economica. Sia sul piano antropologico generale, sia sul piano economico il lavoro, l’industria=il fare produttivo, appare, dunque, la categoria centrale della riflessione marxiana.

Tralasciando, per ora, il primo aspetto (e concentrando la nostra attenzione esclusivamente sul piano economico) dobbiamo notare come la conseguenza propriamente economica del fenomeno della mercificazione del lavoro, ovvero l’individuazione dell’appropriazione del plusvalore da parte del capitalista, sia individuata da Marx a partire dall’idea secondo cui il lavoro è «fonte di valore (Quelle von Wert [12] . Secondo l’interpretazione ortodossa, promossa e difesa energicamente da Engels, la teoria del valore=lavoro elaborata da Marx individua come fonte del valore economico delle merci solo e soltanto il «lavoro vivo (lebendig)», mentre esclude la possibilità che il lavoro «accumulato», e, dunque, il capitale (ed in particolare ad es. le macchine) sia in qualche modo wertbildend, ovvero capace di creare valore [13] . Secondo questa prospettiva la teoria del plusvalore=pluslavoro dipende totalmente dalla teoria del valore=“lavoro vivo (lebendig)”. La tesi marxiana sul plusvalore=pluslavoro coinciderebbe con la costatazione del fatto che il lavoro vivo (ovvero il lavoratore, l’operaio) produce più di quanto consuma, e che il plus così creato viene sottratto al lavoro vivo a causa della compravendita della forza lavoro.

La tesi marxiana nasce in un contesto socio-culturale che valorizzava fortemente il lavoro sulla scia dei successi della rivoluzione industriale e dell’ideologia borghese (antifeudale) del fare produttivo di cui la teoria economica del valore=lavoro (che Marx, come noto, eredita da Smith e da Ricardo) è, evidentemente, un aspetto. A partire dalla fine del Settecento e fino a tutto l’Ottocento la centralità del fare, dell’industria e del lavoro pareva il “fatto nuovo”, incontestabile, che aveva prodotto un enorme aumento di ricchezza e la fine definitiva del mondo feudale. In stretta connessione con la costatazione di questo “fatto nuovo” Marx elabora non solo una nuova teoria del valore=lavoro, che sviluppa in modo originale le tesi dell’economia classica liberale, ma anche, come già accennato, le riflessione sull’alienazione e sul plusvalore=pluslavoro.

Appare, dunque, evidente che il progressivo venir meno di quel “fatto nuovo”, l’affermarsi cioè di una radicale crisi della centralità dell’industria e del lavoro (che, fra l’altro, ha fatto parlare, ormai da tempo, di una radicale «fine del lavoro» e di «declino della forza lavoro globale» [14] ), non può non imporre riflessioni nuove riguardo al tema dell’alienazione. L’affermarsi del dominio economico della finanza impone “un ripensamento riguardo alla teoria del plus di valore” capace di sganciare tale teoria dall’identificazione valore=lavoro nata sotto la spinta della rivoluzione industriale. La questione del plus che il processo produttivo è in grado di porre in essere può e deve essere affrontata tenendo conto, d’altronde, anche delle note difficoltà che la teoria del valore=“lavoro vivo” ha incontrato nel tentativo di definire una teoria dei prezzi non in contrasto con l’individuazione di un saggio medio del profitto. Tali difficoltà (ovvero le difficoltà della cosiddetta teoria della trasformazione dei valori in prezzi) hanno da tempo indebolito la forza teorica della teoria del valore = “lavoro vivo” e costretto, anche molti marxisti, a pensare in modo nuovo l’identità valore=lavoro. La centralità della questione del plus di valore che il processo produttivo è in grado di porre in essere non pare però affatto essere venuta meno nell’epoca della “fine del lavoro” e della società postindustriale dominata dalla finanza. La società contemporanea appare, infatti, capace di produrre costantemente un notevole plus di valori e di merci, e, in ciò, non pare affatto inferiore alla società del capitalismo industriale che ha dominato la scena mondiale fino agli anni Settanta del Novecento. Il capitalismo postindustriale-finanziario manifesta, in sostanza, una notevolissima forza industriale: dal 1980 al 2007 sono enormemente, e costantemente, cresciuti sia gli “attivi finanziari” (aumentati dell’otto per cento medio annuo), sia il Pil del mondo (aumentato del tre per cento annuo) [15] . Questo aumento costante del plus di valore fa evidentemente emergere la necessità di tornare a riflettere su quel concetto di plusvalore che Marx, nell’epoca del pieno dominio del capitalismo industriale, aveva posto al centro della propria indagine economica connettendolo, come si è visto, al problema dell’alienazione e del pluslavoro.

3. Piero Sraffa e la teoria del sovrappiù

Un profondo ripensamento della teoria del plus di valore capace di sganciare tale teoria dall’identificazione valore=lavoro è stato realizzato, come noto, da Piero Sraffa in Produzione di merci a mezzo di merci. Quest’opera del 1960, superando il punto di vista neoclassico dominante, ripone al centro del dibattito economico il tema del plus. Il sovrappiù produttivo (il plus) di cui è capace la produzione capitalistica è indagato da Sraffa da un punto di vista assolutamente nuovo, a suo avviso, infatti, ciò che consente la produzione di merci (e dunque, anche dell’eventuale sovrappiù) sono le stesse merci. Il mezzo della produzione, i mezzi produttivi, sono, come recita già lo stesso titolo del saggio, le merci.

Sraffa mette significativamente fuori dall’analisi del processo produttivo capitalistico tutto ciò che non è merce. La sua impostazione ha, dunque, un vantaggio rispetto ad ogni altra, perché prende in considerazione come fattore produttivo solo l’elemento che caratterizza in modo specifico il capitalismo: la merce. Se il capitalismo è, come sostiene Marx, la società mercantile avanzata, ovvero la società mercantile ‘perfetta’ nella quale la merce non ha più un ruolo soltanto secondario (come nelle società mercantili semplici) perché solo ora ogni bene, ogni ricchezza, è merce [16] , allora deve essere possibile concepire non solo il mondo dello scambio capitalistico, ma, anche quello della produzione, come un mondo popolato solo da merci. L’impostazione di Sfarra appare, perciò, come la coerente applicazione al campo dell’analisi del processo produttivo capitalistico della verità che ogni giorno di più si fa reale di fronte ai nostri occhi, tutto, proprio tutto diviene una merce (persino gli stessi consumatori [17] ).

Nei primi due capitoli dell’opera, Sraffa elabora gli schemi per spiegare il processo produttivo per sussistenza e il processo produttivo che produce il plus. Muovendo dall’ipotesi di una società semplice dove agiscono solo due industrie che scambiano «l’una con l’altra al mercato» le due merci che producono (grano e ferro) ed utilizzano le medesime merci per produrre [18] ,Sraffa descrive la “produzione per sussistenza” utilizzando l’esempio:

 

«280 q grano + 12 t ferro → 400 q grano

120 q grano + 8 t ferro → 20 t ferro» [19]

 

e la “produzione con sovrappiù” utilizzando l’esempio:

 

280 q grano + 12 t ferro → 575 q grano

120 q grano + 8 t ferro → 20 t ferro [20] .

 

In entrambi gli schemi esplicativi compaiono solo merci: sia sul “lato destro dell’equazione-somma”, lato che coincide con «il prodotto nazionale lordo», sia «sul lato sinistro» che coincide con i «mezzi di produzione e di sussistenza» [21] . I fattori di produzione, i mezzi che consentono alle industrie di produrre, sono le merci, grano e ferro, e grazie ad esse le industrie producono nuove merci, nuovo grano e nuovo ferro. Nel caso della «produzione con sovrappiù» si producono più merci di quelle immesse nel ciclo produttivo (nell’esempio di Sraffa 175 quintali di grano). Questo plus non viene realizzato, invece, nella «produzione per sussistenza». In entrambi i casi, comunque, l’obiettivo delle industrie consiste, in primo luogo, nel «reintegrare le scorte» [22] attraverso lo scambio di grano con ferro, per essere in grado di avere i capitali-merce (grano e ferro) che consentano nuovi cicli della produzione. La possibilità della conservazione del processo produttivo richiede, quindi (sia nel caso della produzione per sussistenza, sia nel caso della produzione con sovrappiù), che venga individuata quell’ «unica serie di valori di scambio, i quali, se adottati dal mercato, permettono», in primo luogo (anche in assenza di un sovrappiù da distribuire) almeno «di ristabilire la distribuzione originaria dei prodotti, creando così le condizioni necessarie perché il processo possa rinnovarsi» [23] .

Dunque, secondo Produzione di merci a mezzo di merci, i capitali necessari al processo produttivo coincidono tutti con le sole merci-capitale (grano e ferro) di cui necessitano le industrie. Ogni capitale, non solo il capitale fisso, ma anche ciò che Marx chiama “capitale variabile” (ossia il lavoro-merce comprato dal capitalista), compare, negli schemi elaborati da Sraffa, solo nella forma merce (=grano). Le merci poste sul lato sinistro dell’equazione-somma costituiscono, infatti, tutto ciò che è necessario alla produzione, in quanto in esse è anche «compreso il necessario per i lavoratori» [24] (ovvero, evidentemente, il grano che deve essere fornito per «il sostentamento di coloro che lavorano» [25] ). Gli schemi esplicativi elaborati da Sraffa, a differenza di quelli marxiani, non considerano più il lavoro come il mezzo di produzione capitalistico, la “fonte” del valore (ciò che crea valori e prodotti). Nella descrizione del sistema produttivo capitalistico proposta in Produzione di merci a mezzo di merci il lavoro è considerato solo come una parte delle merci (grano e ferro) che creano il valore, il prodotto. Il lavoro (il “lavoro vivo”) perde quella centralità che ha nel Capitale, perde il ruolo di unica “fonte” del valore di scambio [26] che Marx gli riconosce (e che i “neoclassici” negano), anche se, l’idea sraffiana di considerare “il necessario per i lavoratori” una parte dei mezzi di produzione (una parte del capitale-merce utilizzato dalle industrie) è, evidentemente, figlia della tesi marxiana che considera il “capitale variabile” semplicemente come una parte del capitale complessivo.

In ogni caso il fatto che Sraffa rinunci rigorosamente alla teoria marxiana del valore=lavoro risulta in modo evidente dalla teoria dei prezzi delineata in Produzione di merci a mezzo di merci. Sraffa mette da parte l’idea di ricondurre i prezzi ai valori (al valore=lavoro vivo), mette da parte le citate tesi sulla “trasformazione”, e salvaguarda il rapporto proporzionale fra capitale e profitto (ovvero fra il capitale complessivo e il “sovrappiù”, il plusvalore generato dal processo produttivo).

«Il sovrappiù (o profitto)», osserva Sraffa, «dev’essere distribuito in proporzione ai mezzi di produzione (o capitale) che sono anticipati in ciascuna industria» [27] . Egli, dunque, ritenendo impossibile mantenere l’idea marxiana di un rapporto proporzionale fra il lavoro impiegato nella produzione (ossia il “capitale variabile”) e il plusvalore (il “sovrappiù”) individua i prezzi che consentono, di volta in volta, il mantenimento di «sistemi economici» (basati sulla produzione di merci a mezzo di merci) effettivamente «vitali» [28] (stabilendo i prezzi adeguati nella «produzione per sussistenza» [29] e nella «produzione con sovrappiù» [30] ).

4. Claudio Napoleoni e l’origine del sovrappiù

Le riflessioni contenute in Produzione di merci a mezzo di merci, pur non ponendosi affatto, come rilevato, su una linea di piena continuità con le tesi marxiane sul plusvalore=pluslavoro, rimettono comunque al centro della riflessione economica il plus di valore generato dalla produzione capitalistica. La ‘riscoperta’ di questo tema avviene, d’altronde, in un contesto che, come si è visto, concependo la produzione come produzione “a mezzo di merci”, radicalizza proprio quella centralità della “merce” nell’analisi del sistema produttivo capitalistico sottolineata con forza da Marx, già a partire dalle prime battute del Capitale [31] .

L’analisi di Sraffa di fatto dà “nuova forza” alla questione del plus (e riapre, inevitabilmente, la riflessione su alienazione e reificazione). La novità (e la forza) della argomentazione sraffiana sul sovrappiù sta nel fatto che ora il plusvalore appare un ‘fatto’ rilevabile nella produzione capitalistica a partire da una analisi economica che non deve necessariamente muovere dall’adesione alla teoria del valore=lavoro. Sotto questo aspetto il vantaggio dell’analisi sraffiana è evidente: il “sovrappiù” diviene ora un incontestabile “fatto del tutto neutrale”.

In questi termini lo definisce Claudio Napoleoni. La scoperta del “sovrappiù” come «fatto (…) neutrale» [32] è possibile grazie alla specificità della definizione del plus contenuta in Produzione di merci a mezzo di merci. In tale opera, infatti, Sraffa «definisce il sovrappiù come un insieme di merci, ognuna delle quali è la differenza tra la quantità prodotta e la somma delle quantità usate come mezzi di produzione» [33] . Tale definizione trasforma il plus in un “fatto neutrale” a cui possiamo attribuire la qualità di non poter essere contestato da nessuna teoria economica, nel senso che esso è «compatibile con qualunque teoria», «ossia è una realtà accertabile empiricamente in qualunque situazione economica determinata, indipendentemente dal tipo di teoria che lo sperimentatore abbia nella mente» [34] .

Secondo Napoleoni tuttavia Sraffa, pur riuscendo ad evidenziare l’incontestabile realtà empirica del sovrappiù, non fornisce alcuna risposta al problema della sua origine, ovvero al problema della “formazione del sovrappiù”, «del perché un sistema economico non è in “puro stato reintegrativo” ma contiene un’eccedenza rispetto a tale stato» [35] . Una volta rilevata l’esistenza del plus, «resta da capire perché c’è» [36] . Ora, secondo Napoleoni, la risposta al perché è stata data sia da Marx che dalla scuola neoclassica, che hanno formulato due risposte radicalmente diverse. Dopo Sraffa, dunque, la storia del pensiero economico può, e deve, essere riscritta dal punto di vista della teoria del “sovrappiù” e del suo perché. «Tutta la storia del pensiero economico», osserva Napoleoni, «può essere interpretata come la storia delle risposte diverse che sono state date a tale domanda» [37] .

La risposta di Marx muove da alcune idee che trovano origine in Smith: «l’intero prodotto è effetto del lavoro», «prodotto e rendita sono deduzioni dal prodotto del lavoro» [38] . Dato che il sovrappiù, come ogni valore e ogni prodotto, nasce, per Marx, dal lavoro, il sovrappiù (il plusvalore) è, per Marx, pluslavoro: è proporzionale al “lavoro necessario” (al “capitale variabile”, alla merce-lavoro acquistata dal capitalista per poter produrre), ovvero è il risultato dello “sfruttamento” [39] . Tenendo conto di quanto già osservato nel primo paragrafo [40] , possiamo aggiungere che tale sfruttamento è la conseguenza propriamente economica dell’alienazione del lavoro: è, per Marx, la logica conseguenza della compravendita della merce-lavoro (al giusto prezzo di mercato).

La risposta all’origine del sovrappiù fornita dai neoclassici esclude, invece, che si possa connettere il plusvalore allo sfruttamento del “lavoro vivente”, del lavoro operaio. «Lo schema di Sfraffa», secondo Napoleoni, «consente di dare alla visione neoclassica del processo economico il suo sbocco proprio, cioè una particolare interpretazione del modo di formazione del prodotto netto» [41] . Per spiegare l’origine del sovrappiù (del “prodotto netto”=plusvalore=profitto) «l’economia neoclassica (…) mette in campo una seconda facoltà oltre al lavoro» [42] . I neoclassici, come noto, non riconoscono la validità della teoria del valore=lavoro, non vedono solo nel lavoro la “fonte” della ricchezza e della produzione, ma riconoscono come wertbildend (capace di creare valore) anche l’ “astinenza”. Con Senior e Böhm-Bawerk «il processo economico viene ad essere concepito come traente origine da due distinte facoltà dell’uomo: il lavoro e la capacità di distribuire il consumo tra presente e futuro» [43] . Per l’economia neoclassica «il differimento del consumo porta alla capacità di produrre, e alla produzione effettiva, di mezzi di produzione (…); questo determina un aumento della produttività e perciò un sovrappiù rispetto alla situazione di partenza» [44] .

Il modo in cui Napoleoni rilegge la teoria neoclassica mette molto bene in rilievo il fatto che, in realtà, quest’ultima non nega affatto l’importanza del lavoro, ovvero non nega l’idea che il lavoro sia una «fonte di valore (Quelle von Wert [45] . Infatti, ad esempio, Böhm-Bawerk sottolinea esplicitamente che «il lavoro è una causa determinante dei prezzi (die Arbeit ein Bestimmgrund der Preiseist)» e chiarisce che l’errore di Marx, a suo avviso, consiste nell’aver affermato «molto di più» (sostenendo che «il lavoro è la sola condizione che regola i rapporti di scambio delle merci») [46] . Ciò significa, evidentemente, che i neoclassici, non negano in generale l’equazione valore=lavoro, ma, più esattamente, solo l’equazione valore=lavoro vivo (cosa che risulta nel modo più evidente, ad esempio, dalla difesa della teoria classica del valore=lavoro proposta nei Principii di economia pura da Maffeo Pantaleoni [47] , anche in polemica con il radicalismo “anticlassico” di Böhm-Bawerk [48] ).

Sottolineando che non solo il lavoro, ma anche l’“astinenza” (“il differimento del consumo”), è fonte del valore, l’economia neoclassica fornisce una nuova risposta, secondo Napoleoni, al problema dell’origine del “fatto” empirico rilevato con assoluta certezza, all’interno del processo di produzione capitalistico, dalle indagini di Sraffa: il “sovrappiù”. Come già ricordato, il tema dell’origine, invece, secondo Napoleoni, non sarebbe affatto affrontato da Sraffa [49] .

Ma in che senso questo è vero? Fino a che punto si può effettivamente condividere l’idea che in Produzione di merci a mezzo di merci la questione dell’“origine” del sovrappiù non è affatto affrontata?

6. Sraffa, l’origine umana (e naturale) del plus e l’economia finanziaria

Da un certo punto di vista, a ben vedere, al problema dell’origine del sovrappiù Sraffa, in realtà, una risposta la dà. Gli schemi di Sraffa sopra indagati ci dicono, infatti, quale sia il “luogo”, l’oggetto da cui, secondo Produzione di merci a mezzo di merci, nasce il sovrappiù: il sovrappiù (il prodotto netto=plusvalore=profitto), nell’economia capitalistica, nasce dalle merci. Secondo questa prospettiva di analisi economica il sovrappiù produttivo capitalistico ha la sua “fonte” solo all’interno del mondo economico capitalistico, perché la fonte coincide, appunto, con l’elemento base caratteristico di tale mondo: la merce.

Da ciò risulta immediatamente evidente in che senso (da quale diverso punto di vista) le tesi di Sraffa eliminano, invece, il problema dell’origine: Sraffa non si chiede “cosa” renda produttive le merci (i mezzi di produzione capitalistici), ossia quale sia la fonte originaria della capacità delle merci di generare il prodotto, e, l’eventuale, sovrappiù.

In fondo, come accennato, già Marx, prima di Sraffa, vede nelle merci comprate dal capitalista (ovvero nel “capitale variabile” e nel “capitale fisso”) i mezzi (la fonte) della produzione capitalistica (e del sovrappiù) [50] . Ma, al di là, di esse (del capitale, “variabile” e “fisso”, che serve per produrre) egli individua l’elemento che, a suo avviso, rende produttive le merci utilizzate dal capitalista nella produzione, ovvero individua la fonte originaria del valore: il lavoro vivo.

La “scuola neoclassica” pone allo stesso modo di Marx la questione dell’origine del sovrappiù. Anch’essa punta ad individuare la fonte originaria che rende produttive le merci utilizzate dal capitalista. A differenza che per Marx tale fonte, come già notato, per i neoclassici è duplice, in quanto, per essi non solo il lavoro vivo, ma anche l’“astinenza” è wertbildend, è capace di creare valore.

Dunque, ciò che distingue le teorie marxiane e quelle neoclassiche dalla teoria di Sraffa è il tentativo, portato avanti dalle prime due (e non da Sraffa), di individuare l’attività umana che sta alla base della produttività. Una attività che Marx fa coincidere con il solo lavoro vivo (venduto dall’operaio) e che i neoclassici individuano, più in generale, (per usare l’espressione di Pantaleoni) in «ogni sforzo penoso dell’uomo» [51] , ovvero in ciò che Napoleoni chiama «la natura indiretta, mediata della vita umana» [52] .

Porsi la questione dell’origine del sovrappiù, ovvero della fonte originaria del valore, significa quindi cercare di individuare la “fonte naturale”, ossia metacapitalistica e metasociale, del produrre (una fonte che sarebbe capace di produrre ricchezza anche al di fuori del mondo capitalistico e, persino, in assenza della società, nel mondo di Robinson Crusoe o dell’Economia individuale di Francesco Ferrara). D’altronde, a ben vedere, la questione dell’origine del sovrappiù è stata già, ad esempio, posta, alla vigilia dell’affermarsi della rivoluzione industriale, dal pensiero fisiocratico che, come noto, individua la fonte originaria del valore nella terra, nella fertilità naturale.

Con tutta questa tradizione di pensiero Produzione di merci a mezzo di merci, pur riproponendo la centralità del problema del “sovrappiù”, taglia decisamente i ponti. Nella nuova prospettiva non trova spazio la ricerca della fonte originaria umana e/o naturale del produrre: ora, a differenza che in Marx e nei neoclassici, l’analisi della produzione capitalistica esclude ogni prospettiva metacapitalistica. La teoria del processo produttivo capitalistico non pretende di cercare fuori dal mondo capitalistico (fuori dal mondo popolato solo da merci) la fonte della produttività.

Ora il pensiero economico non pretende di andare al di là del capitalismo per spiegare i capitalismo. Ciò non significa che l’attività umana, lo “sforzo” (ad es. il lavoro operaio), non sia preso in nessuna considerazione. Al contrario, come si è visto, gli schemi di Sraffa contemplano al loro interno il lavoro, perché lo “calcolano” come quella certa quantità di merce che è necessaria al «sostentamento di coloro che lavorano» [53] . Ma evidentemente proprio questo modo di considerare il peso dello sforzo umano leva ad esso ogni dignità di “fonte” di valore. La dignità di “fonte” di valore è, d’altronde, negata non solo al lavoro vivo, ma anche all’“astinenza” e alla “terra”, perché, in generale, l’uomo e la natura (e, dunque, lavoro, astinenze, esseri naturali ecc.) possono essere calcolati solo come quantità di merci.

Naturalmente Produzione di merci a mezzo di merci non nega la dignità di “fonte di valore” a ciò a cui la riconoscevano, invece, i classici del liberalismo (e/o i fisiocratici, o i neoclassici, o Marx) a causa della scarsa sensibilità naturalistica e umanistica del suo autore, ma solo perché tale opera rappresenta nel modo scientificamente più adeguato il processo di produzione capitalistico. È quest’ultimo che mette evidentemente da parte la questione delle fonti originarie, la domanda sul perché del plus. Ciò che conta per la conservazione e lo sviluppo del sistema produttivo capitalistico è soltanto, come spiegano bene gli schemi di Sraffa, che la produzione possa mettere insieme i mezzi produttivi, le merci, in modo da mantenersi vitale [54] , reintegrando “le scorte”, o producendo anche un “sovrappiù”.

A ben vedere la domanda “che cos’è l’elemento che è fonte del sovrappiù?” è legata alla domanda: “che cos’è il sovrappiù?”, ovvero alla questione: “cosa viene prodotto?”, “quale cosa viene prodotta?”. Ma queste sono domande (filosofiche; domande sul “che cosa è?”) che la produzione capitalistica non si pone. Al vero produttore di sole merci, non interessa cosa produce (scarpe, case, bombe, interventi chirurgici nocivi per la salute, o altro), l’importante è produrre, e produrre un sovrappiù. L’obiettivo della produzione è solo il valore di scambio del bene prodotto. La domanda sull’origine extramercantile del sovrappiù (=del prodotto netto=plusvalore=profitto) è una domanda ‘umanistico-naturalista’ che va oltre il mondo delle sole merci. Al vero produttore capitalista non interessa realmente sapere quali merci utilizzare per produrre e quali merci produrre; ed egli non è neanche interessato a sapere se il valore di ciò che produce derivi, in ultima istanza, dal lavoro vivo, dalle macchine, dall’astinenza o dalla terra, e in che proporzione dall’uno o dall’altro di tali fattori.

Il problema dell’individuazione della merce valorizzante (wertbildend) da poter eventualmente comprare a buon mercato per far crescere il plus, la domanda che si poneva, nell’Ottocento, il capitalista-imprenditore industriale (e che, sulla sua scia, è stata posta da Marx al centro della riflessione sulla produzione capitalistica), è una domanda non più attuale nel capitalismo pienamente maturo, nel quale il produttore considera i mezzi di produzione (lavoro vivo, astinenza, terra ecc.) soltanto come pure merci. I mezzi di produzione ora non hanno più alcuna dignità precapitalistica, naturale (ossia metacapitalistica=metamercantile): valgono solo, nel mercato, come cose del mercato.

Ciò significa che solo con l’affermarsi del capitalismo post-industriale e post-imprenditoriale, ovvero con il pieno sviluppo della produzione di merci a mezzo di merci, il “sovrappiù” (=il prodotto netto=plusvalore=profitto) rileva fino in fondo la sua natura di “fatto”, di incontestabile «fatto del tutto neutrale» (empirico) [55] che rappresenta l’unico fine produttivo.

D’altronde, solo quando, con l’affermarsi del capitalismo finanziario post-imprenditoriale, il capitale (=mezzi di produzione) si separa del tutto dal lavoro, e il capitalista diviene solo una maschera che vive di rendita [56] , cessando del tutto di essere una persona che lavora (un imprenditore), solo allora:(a) il lavoro umano può definitivamente perdere quel significato di fonte originaria che sia i classici del liberalismo, sia Marx, sia i neoclassici (in modo diverso) gli hanno riconosciuto; e, dunque, (b) la produzione di merci a mezzo di merci può mostrare la sua reale natura e rendere dominante il capitale finanziario.

Infatti, in un sistema produttivo che non si basa su mezzi produttivi che sono fattori naturali e/o umani (come il lavoro, l’astinenza e la terra), ma solo su merci (che inglobano tali fattori, considerati come semplici quantità di merci), la produzione di denaro (ovvero del puro plus, del semplice sovrappiù “neutrale”, astratto) può divenire centrale.

Questo, evidentemente, è ciò che accade oggi: i prodotti finanziari sono di gran lunga i più cospicui (per valore di scambio) fra i prodotti che invadono i mercati [57] , e vengono prodotti in base agli schemi descritti in Produzione di merci a mezzo di merci. A ben guardare la produzione di denaro a mezzo di denaro («D1 – D2») [58] non è affatto una nuova forma produttiva rappresentabile attraverso schemi diversi da quelli proposti da Sraffa. Infatti il denaro non è altro che una merce, e la finanza non fa altro che produrre nuova merce-denaro (e, dunque, anche, eventualmente, un “sovrappiù”) utilizzando come mezzo altra merce-denaro.

Il sistema economico contemporaneo è oggi dominato dagli operatori finanziari. Operatori che sommano fra loro diversi tipi di merci finanziarie (titoli, obbligazioni, derivati ecc.) per produrre nuove merci finanziarie dello stesso tipo (o di tipo diverso) al fine di realizzare un “sovrappiù” (rendendo sempre più ‘vitale’ il sistema).

Quando, ad esempio, gli operatori finanziari confezionano nuove obbligazioni, o titoli “strutturati”, ovvero Collateralized Debt Obligations (CDO), sommano fra loro, impacchettano talvolta centinaia o, persino, migliaia di titoli di debito ed obbligazioni, producendo una nuova merce finanziaria; e si comportano, evidentemente, allo stesso modo di chi, ad esempio, somma “grano” e “ferro” per produrre grano [59] . Tale produzione finanziaria può, perciò, essere descritta ricalcando gli schemi di Sfraffae, dunque, l’ipotesi di un sistema semplice con due operatori che (utilizzando le stesse merci come mezzi di produzione) producono solo due merci (ad es.: obbligazioni g e CDO f).

In tal caso la “produzione per sussistenza” può essere descritta dall’esempio:

 

280 obbligazioni g + 12 CDO f → 400 obbligazioni g

120 obbligazioni g + 8 CDO f &##8594; 20 CDO f

 

e la “produzione con sovrappiù” dall’esempio:

 

280 obbligazioni g + 12 CDO f → 575obbligazioni g

120 obbligazioni g + 8 CDO f → 20 CDO f.

 

I prezzi che consentono il mantenimento di produzioni “vitali” [60] (ovvero nel primo caso il reintegro delle scorte e nel secondo, anche, una adeguata distribuzione del “sovrappiù”) sono, rispettivamente:

10 obbligazioni g per 1 CDO f» e «15 obbligazioni g per 1 CDO f [61] .

 

La finanza, dunque, è, letta attraverso le lenti che ci fornisce Produzione di merci a mezzo di merci, una industria, una industria del tutto simile all’industria che produce grano, o a quella che produce ferro. Ogni industria, infatti, confeziona nuovi prodotti sommando merci. Gli operatori finanziari non fanno altro che sommare merci finanziarie per ottenere nuove merci finanziarie.

Il settore finanziario è un settore produttivo come gli altri.

Anzi è il settore produttivo che realizza al meglio la produzione per la produzione, ovvero l’obiettivo tipico della produzione di merci a mezzo di merci.

Per il sistema produttivo basato sulla produzione di merci a mezzo di merci ciò che conta è soltanto che la merce prodotta trovi acquirenti, e faccia entrare nelle tasche del produttore quanto basta per reintegrare le scorte ed, eventualmente, realizzare un sovrappiù. Posto che oggi il settore produttivo che riesce a vendere sul mercato con più facilità i prodotti che confeziona è certamente il settore finanziario (che per molte ragioni culturali e politiche è riuscito sempre di più, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, ad alimentare, e ad autoalimentare, il mercato dei propri prodotti), non vi è dubbio che il settore produttivo più vitale dell’economia contemporanea sia il settore finanziario. È tale settore a rendere vitale il sistema, e a trainare la società producendo più merci e più plusvalenze di tutti gli altri settori messi insieme.

Naturalmente resta aperta la domanda fondamentale: verso dove ci sta trainando il settore finanziario? Quali le conseguenze della crisi industriale (ossia della crisi dei settori economici tradizionali, delle industrie che non producono merci astratte-pure, ovvero merce-denaro, ma grano, ferro, scarpe ecc.) [62] , provocata dal fatto che la ricchezza (il capitale) fugge da settori produttivi tradizionali verso la finanza che consente profitti più elevati? [63] Quale è l’affidabilità complessiva di un sistema finanziario che continua a creare e vendere prodotti sempre più complessi (e oscuri)? Quanti dei titoli nei portafogli dei risparmiatori, delle banche, degli enti pubblici, degli investitori istituzionali ecc., sono effettivamente solo spazzatura? Quali sono le conseguenze della vitalità della produzione finanziaria sul “lavoro vivo”, sull’“astinenza” (sul risparmio) e, più in generale, sulla “terra” (su quelli che un tempo l’economia politica considerava i fattori originari della produzione di ricchezza)?

Queste domande, evidentemente, non trovano risposta in una economia politica e in un sistema sociale basati sulla produzione di merci a mezzo di merci. In un sistema dove la merce è tutto (è mezzo e fine), e, dunque, il prodotto vale solo in quanto è mezzo di scambio.

Queste sono domande che implicano una riflessione sulle fonti del valore, su cos’è il valore. Sono domande metacapitalistiche (filosofiche). Esse, infatti, rimettono in gioco, fra l’altro, il concetto di valore (e di valore d’uso) e quei fattori umani e naturalistici che, come abbiamo visto, sono esclusi totalmente dall’orizzonte concettuale della produzione di merci a mezzo di merci.

Risulta così chiaramente delineata la prima conseguenza della trasformazione del “sovrappiù”(del prodotto netto=plusvalore=profitto) in «fatto del tutto neutrale» (empirico) [64] . Quando la riflessione sulle fonti originarie è posta definitivamente da parte, il pensiero economico può fermarsi alla costatazione del fatto che esistono produzioni con sovrappiù e che produrre sempre più “sovrappiù” è l’obbiettivo economico realizzabile verso cui bisogna cercare di spingere l’intero sistema sociale per renderlo più ricco. La produzione di merci a mezzo di merci esplicita così la propria finalità ultima: la produzione esclusiva di valori di scambio, ossia, appunto, la produzione di pure merci. Come già osservato, tale produzione neutrale ed empirica di valore (e di plusvalore) si realizza pienamente quando ciò che viene prodotto è una merce pura-astratta come il prodotto finanziario.

7. La produzione di merci a mezzo di merci, la distribuzione e la giustizia sociale

Vi è però una seconda conseguenza della trasformazione del “sovrappiù” (del prodotto netto=plusvalore=profitto) in “fatto del tutto neutrale” (empirico). Posto che il “sovrappiù” è il fatto empirico che la produzione è in grado di realizzare resta aperta la questione della distribuzione del prodotto netto, ovvero della distribuzione della nuova ricchezza prodotta.

Evidentemente già la disputa fra Marx e i neoclassici sulla vera fonte originaria del sovrappiù è, indirettamente, una disputa sulla distribuzione del “sovrappiù” (del prodotto netto=plusvalore=profitto). Sia Marx che i neoclassici sono convinti di poter trovare nell’analisi del mondo della produzione il criterio della equa distribuzione del “sovrappiù” e, dunque, la soluzione del problema della giustizia sociale: all’idea di Marx, secondo cui il plus è un prodotto del lavoro vivo (sottratto a quest’ultimo dal sistema capitalistico basato sull’alienazione della merce-lavoro), i neoclassici rispondono con la teoria delle due fonti (lavoro e astinenza). Per entrambe le prospettive il giusto modo di distribuire la ricchezza prodotta è la conseguenza del giusto modo di produrre: se si produce nel modo giusto si distribuisce nel modo giusto la ricchezza, remunerando adeguatamente la “fonte”. Per Marx l’unica fonte è il lavoro vivo e l’unica società giusta è quella che organizza la produzione remunerando pienamente il lavoro (evitando ogni sfruttamento dello stesso). Per i ‘neoclassici’ la produzione capitalistica distribuisce correttamente la ricchezza remunerando adeguatamente, grazie alle leggi del mercato, le sue due fonti originarie (lavoro vivo e astinenza).

Ma la questione della distribuzione, ovvero dell’equa distribuzione del “sovrappiù” (del prodotto netto=plusvalore=profitto), muta, evidentemente, in modo radicale nel momento in cui, con il pieno affermarsi della produzione di merci a mezzo di merci, il “sovrappiù” appare un semplice “fatto neutrale” ed empirico, la cui fonte originaria risulta essere del tutto irrilevante.

All’interno di un sistema di questo tipo non ha infatti più nessun senso cercare nel mondo della produzione il criterio di una equa e corretta distribuzione del “sovrappiù”. Produzione e distribuzione della ricchezza sono ora del tutto separati. Non è pensabile un modo di produzione che riesce a distribuire meglio di un altro la ricchezza. Infatti ora non si ammette l’ipotesi di sistemi produttivi differenti: l’unico sistema produttivo preso in considerazione è il sistema definibile come produzione di merci a mezzo di merci.

Evidentemente la produzione di merci a mezzo di merci è una produzione capitalistica, perché è un sistema produttivo basato sulla alienazione del lavoro, ovvero, per essere più precisi, sulla trasformazione del lavoro in merce. Ma il capitalismo descrivibile (con Sraffa) come produzione di merci a mezzo di merci è ben diverso dal capitalismo descritto dai neoclassici. Quest’ultimo è un sistema produttivo che ritiene se stesso giusto, perché garantisce l’equa remunerazione delle due fonti originarie del valore. Il capitalismo descritto efficacemente dagli schemi di Sraffa non pretende, invece, di essere il sistema produttivo più giusto, ma, semplicemente, il sistema produttivo: l’unico sistema di cui vale la pena parlare, l’unico modo di produzione in gioco.

La questione della distribuzione del “prodotto netto” si pone ora in termini radicalmente nuovi. Ora la produzione di merci a mezzo di merci è un “fatto neutrale” empirico; un fatto capace di produrre, come fatto altrettanto neutrale ed empirico, un “sovrappiù” da distribuire. Tale “sovrappiù” non nasce ipotecato; è libero (perché viene solo dalle merci, non proviene da alcuna fonte originaria umana e/o naturale). L’idea che la giustizia sociale possa trovare un fondamento nell’analisi della produzione tramonta. La produzione è in grado di produrre un “sovrappiù”, ma non può dire a chi (e in che proporzioni) distribuirlo.

«Ciò che cade», per usare le parole di Napoleoni, «è la pretesa che la distribuzione del prodotto sia conforme, proporzionale, ai “contributi produttivi”» [65] .

Nel riportare al centro della riflessione economica la questione del “sovrappiù”, Sraffa riporta, dunque, certamente l’attenzione sul problema della distribuzione, ossia sulla giustizia sociale, ma formula la questione in modo nuovo, svincolandola dal tema della fonte originaria del valore.

Anche per Sraffa è fondamentale «esaminare la ripartizione del sovrappiù fra capitalisti e lavoratori» [66] , ovvero la ripartizione del reddito nazionale, che è «formato dall’insieme di merci che rimangono dopo che dal prodotto nazionale lordo abbiamo tolto una per una le merci che occorrono per reintegrare i mezzi di produzione che sono stati usati dalle industrie [67] ».

Perciò, allo «scopo di osservare gli effetti delle variazioni di salario sul saggio del profitto e sui prezzi» [68] , Sraffa muove dall’ipotesi per la quale «tutto il reddito nazionale va ai salari» [69] e «il saggio del profitto r» [70] «è eliminato» [71] . Immagina, poi, «che i salari vengano ridotti» e che sorga «in conseguenza un saggio del profitto» [72] , per studiare, infine, l’ipotesi in cui il salario è «uguale a zero e l’intero prodotto netto va al profitto» [73] .

Gli schemi elaborati da Sraffa mettono, dunque, in evidenza che la produzione di merci a mezzo di merci è un sistema che, riguardo alla distribuzione del sovrappiù, è totalmente libero. È infatti possibile sia che tutto il sovrappiù vada ai lavoratori, sia che vada tutto ai capitalisti, sia ogni situazione intermedia.

Produzione di merci a mezzo di merci delinea così i due principi che sono alla base dell’ “ideologia della crescita” oggi dominante: 1) nulla impedisce alle industrie, ad ogni ciclo produttivo, di produrre nuovo sovrappiù; 2) il sovrappiù prodotto può essere distribuito liberamente dal sistema che può, in tal modo, garantire la giustizia sociale.

Riguardo al secondo punto (trattato nel presente paragrafo) gli schemi di Sraffa evidenziano come ora le politiche sociali, ovvero le politiche di distribuzione del prodotto netto, siano qualcosa che può non incidere sui rapporti di produzione, ovvero sulla struttura del sistema. La produzione può continuare ad essere produzione di merci a mezzo di merci, produzione capitalistica, fondata sulla alienazione del lavoro (sulla sua trasformazione in merce, liberamente comprata e venduta sul mercato), e contemporaneamente vi sono ampi spazi di manovra per le politiche sociali.

Nessuna legge impedisce al capitalismo (inteso come produzione di merci a mezzo di merci) di garantire un benessere diffuso alla popolazione: la “ripartizione del sovrappiù”, secondo gli schemi di Sraffa, può prevedere, come abbiamo visto, persino l’ipotesi che l’intero prodotto netto vada ai salari. L’importante, per la conservazione del sistema (ovvero per il mantenimento della sua vitalità [74] ), è che la distribuzione sia limitata al “sovrappiù”: l’importante è che la distribuzione non intacchi la quantità di merci necessarie a reintegrare le scorte e a dar vita, dunque, al nuovo ciclo produttivo.

In fondo, a ben guardare, nel caso in cui si realizzasse l’ipotesi per la quale «tutto il reddito nazionale va ai salari» [75] ci troveremmo in una singolare situazione. In tal caso, infatti, la legge economica fondamentale del capitalismo, l’alienazione del lavoro (la trasformazione del lavoro in merce liberamente comprata e venduta sul mercato), permarrebbe, ma verrebbe eliminata (quella che abbiamo chiamato [76] ) la conseguenza propriamente economica dell’alienazione: l’appropriazione del sovrappiù da parte del capitalista ai danni dei lavoratori.

Il punto è che quando il sovrappiù appare, agli occhi di tutti, come un puro “fatto neutrale” (e non più come la giusta remunerazione della fonte, o delle fonti, della ricchezza), quando il sovrappiù appare solo come il risultato dell’uso delle merci, i ‘soggetti’ economici che partecipano alla produzione come merci (e, solo come merci sono calcolati nel sistema produttivo), ossia i lavoratori e i capitalisti, non possono pretendere più di essere remunerati in base ai rispettivi «“contributi produttivi”» [77] ; e del sovrappiù si può “liberamente disporre”. Nulla esclude, dunque, che i capitalisti concedano salari anche molto cospicui (spinti, ad esempio, da motivazioni culturali e politiche generali). Questo, d’altronde, è quanto è effettivamente avvenuto in una parte significativa del mondo nel periodo che, più o meno, precede immediatamente la citata fase della finanziarizzazione dell’economia iniziata negli anni Ottanta del Ventesimo secolo. In quello che è stato chiamato il trentennio glorioso (Les Trente Glorieuses 1946-1975) [78] , infatti, si è registrata una significativa distribuzione del reddito a favore dei lavoratori della parte più industrializzata del mondo (impegnata in una guerra fredda contro i regimi del socialismo reale, guerra nella quale, per gli stati con economia capitalistica, risultava determinante ottenere l’appoggio di tutti gli strati della popolazione).

Questa, dunque, la sorte che la conseguenza prioritariamente economica della alienazione, della compravendita della merce lavoro, subisce con l’affermarsi della produzione di merci a mezzo di merci. Ora il “sovrappiù” (=prodotto netto=plusvalore=profitto) diviene un “fatto neutrale” che teoricamente può andare «tutto (…) ai salari» [79] .

8. Alienazione come pluslavoro al servizio del capitale nel capitalismo finaziario-usuraio

Come emerge da quanto già osservato sopra [80] , il presente saggio indaga l’alienazione intendendola come semplice fatto economico consistente “nella vendita del lavoro”, ossia “nella sua trasformazione in merce”. Ora, però, l’analisi della conseguenza prioritariamente e immediatamente economica di tale fatto non esaurisce, affatto, l’analisi complessiva dell’alienazione=vendita.

Fin quando si concentra la propria attenzione su tale conseguenza, ovvero sulla questione del “sovrappiù” (=prodotto netto=plusvalore=profitto), si scopre, come si è visto nei paragrafi precedenti, che la trasformazione del lavoro in merce (e, dunque, più in generale, la trasformazione dei fattori naturali in merci) apre lo spazio alla disputa sull’equa distribuzione del “sovrappiù” fra lavoratori e capitalisti. In altri termini se ci si concentra solo sul tema della legittimità dell’idea (sviluppata da Marx) dell’appropriazione del “sovrappiù” da parte dei capitalisti si riduce la questione dell’alienazione (e, dunque, i problemi che il capitalismo fa nascere trasformando tutto, anche il lavoro, in merce) al contrasto fra capitalisti e lavoratori, e si trascura un aspetto essenziale della riflessione marxiana.

Il sistema di produzione capitalistico non è per Marx semplicemente il sistema che consente ai ricchi di usare il mercato, la compravendita del lavoro, per strappare, ancora una volta (ma con strumenti nuovi, che evitano la servitù personale), il pluslavoro ai poveri. Leggendo attentamente il Capitale a nessuno può sfuggire il fatto che, per Marx, chi sottrae il “sovrappiù” (il plusvalore) ai lavoratori non sono in realtà, questa volta, i ricchi proprietari, non sono i capitalisti, le persone che gestiscono le proprietà private e le industrie, gli imprenditori: chi sottrae il plus ai lavoratori è il capitale.

La differenza (fra ciò che accadeva prima, del capitalismo, e ciò che accade ora) non è affatto irrilevante, perché, a ben vedere, il fatto che il soggetto che sfrutta non possano più essere le ‘persone ricche’ è la necessaria conseguenza della caratteristica di fondo del capitalismo, ossia del fatto che ora, grazie al dominio del mercato, la servitù personale è abolita, e tutto (anche il lavoro) è merce.

Dunque la contrapposizione di fondo su cui si fonda il capitalismo, inteso come luogo della alienazione (della compravendita) del lavoro, non è la contrapposizione fra capitalisti e lavoratori, ma quella fra la ricchezza e le persone che la producono, e che, come merci, si vendono, sempre di nuovo, alla ricchezza, consentendo che i nuovi cicli di produzione di merci a mezzo di merci siano «vitali» [81] .

Ora, il carattere impersonale del dominio subito dalle persone (operai, impiegati, funzionari, insegnanti ecc.), che vendono il proprio lavoro come merce, risulta del tutto evidente nella fase di pieno sviluppo della produzione di merci a mezzo di merci garantito dalla formidabile proliferazione dei prodotti finanziari. Infatti l’odierna crisi dell’industria imprenditoriale fa appunto venir meno le persone ricche, i ‘ricchi’ proprietari che gestiscono le proprietà private e le industrie. Così, nelle concrete contrattazioni per la difesa del salario (o dei posti di lavoro), i lavoratori sperimentano oggi quotidianamente la natura impersonale della ricchezza (a cui cercano di vendere le proprie competenze lavorative): sperimentano il carattere anonimo di un capitale fatto di titoli, di astrattezze finanziarie, di società composte da inestricabili catene di scatole cinesi, mai di persone.

Fin quando domina il capitalismo industriale e imprenditoriale non si manifesta ancora fino in fondo la riduzione dell’uomo, e dei suoi sforzi («lavoro, in senso stretto, (…) vigilante attenzione, (…) astinenza, (…) ecc.» [82] ), a semplice merce. Già la sola presenza della persona dell’imprenditore testimonia il fatto che siamo comunque in un mondo in cui le relazioni sociali sono, in qualche modo, “personali” e non sono ancora solo rapporti fra cose. Quando invece la proprietà è fatta di “titoli” anonimi il capitale cessa di essere “personale”, la “proprietà privata” viene abolita, ma non viene affatto abolito il capitalismo [83] . Anzi solo ora il capitalismo manifesta fino in fondo la propria natura, ovvero esplicita il fatto che la società capitalistica non è semplicemente la nuova forma di dominio dell’uomo sull’uomo possibile grazie alla mediazione impersonale del mercato, ma è il luogo del dominio delle cose su ogni uomo (ovvero sul lavoro=sforzo inteso come attività generica, propriamente umana [84] ), dominio che si realizza grazie all’alienazione, alla compravendita del lavoro, la quale reifica e mercifica l’uomo, sopprimendo la sua dignità di persona.

La persona cessa così di essere quella soggettività autocosciente teorizzata e difesa dalla filosofia moderna (cessa di essere quel qualcosa a cui possiamo attribuire, come notava Kant [85] , solo la natura di fine, mai quella di mezzo). Ora la persona torna al suo antico significato di semplice “maschera” (e viene improvvisamente annullato quel lungo percorso che, soprattutto a partire da Socrate e poi dall’avvento del cristianesimo, ha condotto all’idea moderna di uomo [86] ). Con l’affermarsi del capitalismo finanziario si realizza pienamente quella trasformazione degli uomini in maschere delineata da Marx [87] : ora ogni lavoratore-uomo esce di scena (anche l’imprenditore proprietario), restano in campo solo lavoratori-mezzi ridotti a merce: i funzionari che lavorano per il capitale. A ben vedere, infatti, «né salario né profitto sono propriamente (…) redditi personali, sulla cui destinazione possa intervenire una decisione, o opzione soggettiva, ma sono parti del prodotto corrispondenti a funzioni» [88] .

La piena trasformazione del lavoro in merce ha, dunque, come conseguenza, l’eliminazione della persona, della soggettività (di ogni «decisione (…) soggettiva»): espropria «tutti i singoli individui dei mezzi di produzione (die Expropriationallereinzelnen von Produktionsmitteln [89] , e, separando tutti gli uomini dal lavoro (inteso come luogo di realizzazione del soggetto umano), genera inevitabilmente, per usare le parole di Claudio Napoleoni, l’ «inclusione di tutti nel rapporto di alienazione» [90] .

L’espropriazione riguarda tutti [91] , è questo l’elemento peculiare del capitalismo ormai maturo. Nel capitalismo finanziario l’alienazione riguarda tutti («dal dirigente fino all’ultimo giornaliero», diceva Marx [92] ): il sistema economico, possiamo aggiungere, spinge ognuno di noi (sia in quanto lavoratore, dirigente o giornaliero, sia in quanto proprietario di titoli di risparmio o di fondi pensione ecc.) ad essere un funzionario del capitale (e delle decisioni dei mercati), ovvero ad «una forma di servitù del tutto nuova e diversa» [93] .

Solo ora «il dominio del capitalista sul lavoratore» mostra fino in fondo la sua essenza, ovvero il suo essere, in fondo, come notava Marx, «dominio della cosa sull’uomo (Herrschaft der Sache über den Menschen [94] . La crisi dell’economia reale (industriale), ossia la progressiva scomparsa degli imprenditori (dei ricchi) provocata dall’affermarsi dell’economia finanziaria, non è altro che l’effettivo tramonto del capitalista-persona e della servitù personale ormai sostituita in modo sempre più evidente dal «dominio della cosa sull’uomo, (…) del prodotto sul produttore» [95] .

Si deve parlare di “dominio del prodotto sul produttore” per il fatto che, come ricorda Marx, «le merci che diventano mezzo di dominio (…) non sono a loro volta che risultati del processo di produzione, i suoi prodotti» [96] . Il soggetto produttivo, l’uomo, è ora pienamente schiacciato dalla merce=ricchezza che produce: perciò non è più soggetto, persona, ma cosa, cosa=merce che appartiene al capitale=ricchezza di cui è parte e da cui, coerentemente, prende il nome (il nome, appunto di capitale umano), accettando la funzione di merce produttiva che il sistema economico gli assegna all’interno della produzione intesa come pura produzione di merci a mezzo di merci.

Si genera così un mondo in cui il dominio, cessando totalmente di essere dominio dell’uomo sull’uomo e divenendo fino in fondo “dominio della cosa sull’uomo”, assume caratteri radicalmente nuovi, che non si manifestano pienamente nel capitalismo industriale ottocentesco e novecentesco. Ora, infatti, lavoro vivo e astinenza, i due fattori produttivi che (secondo la ricostruzione di Napoleoni della teoria neoclassica del plus) sono all’origine del “sovrappiù”, si pongono, effettivamente, insieme al servizio della ricchezza e della sua crescita illimitata. Privati di ogni dignità personale il “lavoro vivo” e il “lavoro accumulato” non coincidono più, rispettivamente, con reali lavoratori e con reali proprietari (con interessi personali contrapposti), ma sono pure funzioni (o maschere). Con l’affermarsi del capitalismo finanziario diviene evidente che il vero capitalismo non tollera né veri lavoratori (uomini che lavorano per realizzare la propria personalità), né veri proprietari (proprietari che usano le cose per realizzarsi). Ora è ammesso solo il lavoro che si vende come merce e solo la proprietà che i proprietari (ad esempio i risparmiatori titolari di depositi bancari, o i lavoratori che possiedono fondi pensione) lasciano gestire (a lavoratori=funzionari particolarmente qualificati: i manager) come merce da accrescere all’infinito.

La società contemporanea pare perciò configurare per la prima volta pienamente l’alienazione così come delineata (secondo Napoleoni) da Marx. Il capitalismo finanziario realizza, infatti, «l’espropriazione di tutti i singoli individui» [97] . Dando un senso nuovo alle parole di Napoleoni si può dunque affermare che così «la società rimane (…) divisa in due» (lavoratori e proprietari, ossia risparmiatori che si astengono dal consumo), «ma il criterio della divisione non sta più ora nel fatto che il lavoro di una parte serve alla vita anche dell’altra parte, giacché non esiste più nessuno che non “lavori”, ma nel fatto che l’una e l’altra parte sono funzioni diverse di una realtà che le domina, le “sfrutta” entrambe» [98] .

Il dominio delle cose sull’uomo (e la stessa trasformazione dell’uomo in cosa=merce) è d’altronde la conseguenza del fatto che la produzione capitalistica pienamente sviluppata non è finalizzata in nessun modo alla produzione di cose nelle quali l’umanità possa realizzare i suoi fini, ma è produzione esclusiva di valori di scambio, ovvero è produzione di merci. Quando il fine produttivo diviene la sola merce la produzione di ricchezza diviene un fine in sé e la ricchezza si trasforma in valore astratto, in «ricchezza astratta, dominatrice» [99] che realizza una «inversione del soggetto nell’oggetto (Verkehrung des Subjekts in das Objekt)» (tipica, per Marx, della “religione”) [100] : l’ «inversione di soggetto e predicato (…) per la quale l’uomo, il “soggetto” non è altro che il predicato del proprio lavoro» [101] . Si genera così una “oppressione” dell’uomo da parte del “denaro” (ovvero della pura merce, che è merce finanziaria, ossia merce destinata al solo scambio) che permane «indipendentemente dalla distribuzione del denaro stesso» [102] . Ciò significa che «l’espropriazione di tutti i singoli individui» [103] , l’oppressione che tutti gli uomini subiscono, sussisterebbe, paradossalmente, anche se, permanendo la produzione di merci a mezzo di merci, la ricchezza divenisse proprietà di tutti. Anche in tale caso, infatti, la produzione di merci imporrebbe a tutti i proprietari di non esercitare diritti proprietari effettivi sui beni (di non realizzare con essi i propri scopi personali) e di lasciarli gestire ai manager, ai funzionari del capitale (come accade oggi ad esempio con i fondi pensione di cui i lavoratori sono proprietari).

In sostanza la fine dello «sfruttamento di tipo signorile» provoca effettivamente «una cesura profonda con la storia precedente» [104] che deriva, in realtà, dalla piena realizzazione della mercificazione sociale. La mercificazione totale dei fattori produttivi (la loro trasformazione in pure merci capaci di produrre nuove merci) fa sì che quegli elementi produttivi considerati una volta (dai neoclassici, da Marx, dai classici del liberalismo e dai fisiocratici) come la fonte extramercantile e naturale del valore e del “sovrappiù” siano considerati ora solo funzioni. A tali elementi non viene più riconosciuta dal pensiero economico dominante (e, più in generale, dall’economia fondata sulla produzione di merci a mezzo di merci) la dignità di fonte originaria, e, con ciò, tramonta anche l’idea che ad ognuna di esse spetti una giusta remunerazione (ricavabile dalla distribuzione del “sovrappiù”). Naturalmente (come già rilevato) nulla vieta formalmente che il “sovrappiù” neutrale sia effettivamente distribuito per ragioni politico-sociali alle “fonti” della produzione, ad esempio ai lavoratori e ai risparmiatori. Ma, di fatto, la distribuzione del sovrappiù assume in questo contesto un carattere antieconomico, o extraeconomico. L’economia basata sulla produzione di merci a mezzo di merci non può trovare al proprio interno ragioni valide per riconoscere una “giusta” remunerazione ai fattori produttivi. Fattori produttivi quali il lavoro vivo e l’astinenza dal consumo, infatti, non sono più considerabili come fonti originarie, ma solo come funzioni. Una volta depersonificate, una volta reificate, trasformate in merci, le fonti produttive possono essere, dunque, trattate come cose da manager=funzionari che, quando sono pienamente coerenti, non perseguono fini personali e trattano tutti gli individui, anche se stessi, come cose utili all’accrescimento del solo Signore del mondo, la cosa prodotta, il denaro, la pura merce.

La società fondata sulla produzione di merci finanziarie (obbligazioni, azioni e titoli di ogni tipo) pare realizzare così al meglio il «dominio della cosa sull’uomo» [105] : «la società rimane» effettivamente ancora, come scriveva Napoleoni a proposito del capitalismo in generale, «divisa in due» (lavoratori e proprietari), «ma il criterio della divisione» sta «nel fatto che l’una e l’altra parte sono funzioni diverse di una realtà che le domina, le sfrutta entrambe» [106] . Una realtà (il capitale) che, per operare effettivamente, si serve di tutti («dal dirigente fino all’ultimo giornaliero» [107] ) e che, dunque, cerca di migliorare e promuovere in tutti i modi soprattutto quella merce-lavoro qualificata (il «lavoro qualificato» del manager, del «dirigente») [108] di cui ha particolarmente bisogno.

L’analisi complessiva dell’alienazione=vendita di lavoro mette, dunque, in evidenza come la conseguenza prioritariamente e immediatamente economica di tale vendita (il sistema che consente ai ricchi di usare il mercato, la compravendita del lavoro, per strappare, con strumenti nuovi, il pluslavoro ai poveri) non è affatto la più importante delle conseguenze rilevabili. Infatti la conseguenza antropologica della mercificazione del lavoro incide in modo molto più profondo sull’uomo, sulla società, sulla cultura e sulla stessa economia. Il fenomeno dell’usurpazione (conseguente alla mercificazione del mondo) manifesta tutta la propria radicalità quando si pone in primo piano non soltanto l’alienazione del lavorare al capitalista, ma l’alienazione di tutti al capitale, il «dominio della cosa sull’uomo» [109] . Letto da questo punto di vista (antropologico) il modo di produzione capitalistico (la produzione di merci a mezzo di merci) ha come conseguenza economica non solo il trasferimento sistematico di ricchezza dai lavoratori ai proprietari, ma più in generale il processo di impoverimento dell’uomo (la sua trasformazione in maschera) a favore della crescita infinita delle merci, del capitale, del denaro, dei prodotti finanziari astratti.

Nel capitalismo finanziario tutti puntano alla produzione di pura merce, di puro valore di scambio. Ora veramente «il prodotto è valore, cioè (…) denaro», «l’uomo (…) è dominato da questa astrazione» e subisce un «dominio (…) non meno reale e concreto del dominio dell’uomo sull’uomo» [110] . Il pluslavoro può essere concepito, in questo nuovo contesto, non più soltanto come lavoro capace di produrre un “sovrappiù” di cui si appropriano solo alcuni uomini (i proprietari), ma come il lavoro di tutti (lavoratori e proprietari) capace di produrre un “sovrappiù” che si accumula all’infinito.

Questa è la specificità dello «sfruttamento capitalistico», distinto da quello «precapitalistico» [111] . La rinuncia all’identità valore=lavoro vivo (alla “derivazione marxiana” dei prezzi dai valori) e l’adozione dello “schema di Sraffa” può condurre, dunque, effettivamente a una “rifondazione” della teoria della sfruttamento [112] perfettamente in linea con gli importanti suggerimenti forniti da Claudio Napoleoni. Il concetto di pluslavoro, lungi dal dover essere abbandonato, pare oggi uno strumento indispensabile per comprendere la società contemporanea. La società contemporanea, osservata attentamente, pare, infatti, fondata proprio su «questo concetto di sfruttamento, di sfruttamento cioè come sottomissione di tutti all’astrazione del valore e quindi al meccanismo oggettivo del mercato» [113] .

D’altronde la sottomissione di tutti all’astrazione del valore, al denaro che chiede di auto accrescersi, si realizza oggi non solo attraverso la compravendita del lavoro necessario alla produzione di sempre nuove merci. La trasformazione dell’uomo in merce realizza il dominio della ricchezza astratta sull’umanità anche attraverso un altro formidabile strumento tipico dell’economia finanziaria: il debito. Le aziende anonime (non più guidate da persone, ma da funzionari che “guidano” gruppi finanziari “troppo grandi” i cui portafogli non sono conosciuti da nessun uomo, o da nessun gruppo di uomini, come hanno dimostrato, ad esempio, la crisi del 2007 e il fallimento della Lehman Brothers [114] ) spingono oggi tutti, oltre che a vendersi come stipendiati, a vendersi per comprare. Il sistema del vendersi per comprare è ben noto ad ognuno di noi. I singoli vengono spinti a comprare, sottoscrivendo mutui ed indebitandosi. In questo modo non solo vengono create e vendute nuove merci finanziarie, ma, contemporaneamente, si trasformano i singoli in debitori, in debitori costretti a ripagare con i proventi del proprio lavoro il debito contratto con istituzioni finanziarie che arricchiscono costantemente i propri bilanci riscuotendo gli interessi sul debito. I singoli alimentano così incessantemente, con il proprio lavoro, le grandi società finanziarie: di fatto si autoalienano, si vendono, ancora una volta, al capitale al giusto prezzo. Con una diversa modalità si concretizza di nuovo un plus di lavoro al quale i singoli si sottomettono; questa volta spinti non dalla necessità di vendere direttamente alle aziende il proprio lavoro, ma dalla necessità di rispettare i patti ripianando i debiti contratti per avere, sotto la poderosa pressione del mercato consumistico promosso dalle grandi aziende, acquistato beni (spesso giudicati dagli acquirenti, successivamente, ma troppo tardi, del tutto superflui).

Il mondo appare sempre più popolato da soggetti indebitati che onestamente ripagano, con il loro duro lavoro, debiti (contratti con grandi gruppi finanziari), che hanno consentito l’acquisto di beni che una “politica oculata” non avrebbe mai acquistato. Come noto fra questi soggetti vi sono non solo singole persone, ma anche amministrazioni pubbliche, comuni, regioni e, soprattutto, stati, che, contando sul lavoro e sui sacrifici di tutti i cittadini, si stanno impegnando, negli ultimi anni, in una politica che ha come primo obiettivo esplicitamente dichiarato non la realizzazione di un sistema economico capace di produrre beni in grado di soddisfare i bisogni dell’uomo, ma l’onesto lavoro di ripianamento del debito contratto con la finanza. Curiosamente gli uomini (e gli stati) indebitati con le “società finanziarie anonime” paiono essersi dimenticati, fra l’altro, del fatto che i soldi che devono restituire con duri sacrifici sono stati prestati da istituti di credito che, in realtà, non avevano affatto sufficienti soldi in cassa (per espandere così tanto il credito), ma che (da un lato sono stati di fatto autorizzati a produrre un enorme “effetto leva” creato dalla cosiddetta “finanza ombra”, dall’altro) sono stati (e vengono tutt’oggi) autorizzati legalmente dai medesimi stati (ad esempio dai paesi della Unione Europea e dagli Stati Uniti) a tenere in cassa come riserva soltanto quantità modeste di denaro (secondo gli accordi di Basilea «da un decimo a meno di un dodicesimo del denaro da dare in prestito» [115] ). Si è creata così di fatto la paradossale situazione per cui gli stati, garantendo legalmente alle “grandi società finanziarie anonime” la disponibilità di denaro che esse in realtà non avevano in cassa, hanno promosso l’indebitamento di se stessi e dei propri cittadini, ed hanno con ciò assicurato alla ricchezza finanziaria la possibilità di accrescere costantemente se stessa attraverso il lavoro e i sacrifici richiesti alle popolazioni per restituire il debito. Data l’enormità del debito (data la citata sproporzione fra le “promesse di valore” finanziario, il denaro circolante in forma di prodotti finanziari, e il Pil del mondo) [116] , nessun economista serio può credere che il capitale prestato verrà un giorno effettivamente restituito, insieme agli interessi maturati. L’importante, dal punto di vista della ricchezza che punta al proprio infinito auto-arricchimento, è che si sia però creato, comunque, un meccanismo che consente il «dominio della cosa sull’uomo» [117] , un costante asservimento dei singoli. L’importante è che si sia riuscito a «trasformare (…) uomini e donne, vecchi e giovani, in una razza di debitori» [118] . Non a caso, dunque, i buoni funzionari della finanza internazionale manifestano una notevole generosità nel dilazionare la restituzione, nel chiedere momentaneamente solo il pagamento degli interessi sul debito, nel concedere nuovi crediti agevolati, nel fare ampi sconti, chiedendo in cambio soltanto di mantenere i conti a posto, ovvero (in altre parole) di costruire un efficace sistema giuridico che sia capace, a costo di abolire tutte le conquiste dell’industria imprenditoriale e dello stato sociale realizzate nell’ultimo secolo, di non consentire di disperdere ricchezza (in spese non funzionali all’infinito arricchimento dei capitali) e, al contrario, di utilizzare per la restituzione del debito il “sovrappiù” prodotto, trasferendo di fatto presso le grandi società finanziarie la massima parte possibile del “sovrappiù”. La generosità con la quale sono stati, ad esempio, trattati, nel corso del 2012, la Repubblica Ellenica e suoi cittadini (il loro lavoro, ovvero le loro industrie) è sotto gli occhi di tutti noi.

Il capitalismo finanziario pare essere veramente riuscito a generare “il mostro capace di succhiare pluslavoro all’uomo (a tutti gli uomini)”, di cui parlava Marx. Il capitale è ora la cosa che domina da parassita usuraio. D’altronde, invece di utilizzare fino in fondo il suo potere, lo stato contemporaneo, a differenza del vecchio potente Leviatano moderno (a differenza dello Stato Assoluto), rinuncia, ad esempio, a produrre moneta per pagare i suoi conti (i beni che ritiene utili acquistare per promuovere la ricchezza della nazione), e lascia produrre denaro (prodotti finanziari di ogni genere) a chi non usa il denaro come mezzo, ma lo concepisce come fine, ovvero lascia produrre denaro alle grandi società finanziarie anonime impersonali con cui si indebita, e con cui indebita la nazione. È evidente chi sia oggi il vero Leviatano.

Il sistema economico globalizzato si fonda sulla rendita parassitaria usuraia, che usura, appunto, la persona, l’uomo (l’operaio come l’imprenditore). Il capitalismo contemporaneo può effettivamente prendere il nome di “capitalismo parassitario”, ma, a ben guardare, le “terre vergini” che sfrutta (diffondendo la cultura dell’indebitamento) non sono semplicemente le esauribili “economie non capitalistiche”, richiamate da Bauman sulla scia di Rosa Luxemburg [119] , ma il «pascolo» effettivamente inesauribile [120] già indicato da Marx. La fonte primaria [121] (il “pascolo”) che la finanza pare oggi voler amministrare con saggezza (e da cui, fra una crisi e l’altra, pare comunque riuscire a trarre i mezzi per realizzare la sua crescita infinita) è una fonte “inesauribile’” l’uomo, e il suo lavoro.

L’odierna crisi industriale (ovvero la già citata crisi della figura dell’imprenditore, della persona proprietaria) ci consente di leggere con maggior chiarezza il modo di produzione capitalistico, la produzione di merci a mezzo di merci, non soltanto come il luogo dello sfruttamento impersonale dei poveri, ma soprattutto come il luogo della piena «autoalienazione umana» [122] . Già Marx aveva visto distintamente, come abbiamo già ricordato, che l’alienazione coinvolge i capitalisti non meno degli operai. Egli però nutriva la convinzione che i lavoratori fossero in grado, a differenza della “classe proprietaria”, di avvertire la realtà della propria «esistenza inumana (unmenschliche Existenz)» e di realizzare quindi l’annientamento del sistema [123] . Il primo passo del superamento del «dominio della cosa sull’uomo» [124] non può che essere, in effetti, il sentimento di fastidio profondo che l’uomo ridotto a merce (dalla produzione di merci a mezzo di merci) prova nei confronti di sé, della sua “esistenza inumana”.

Ora è proprio questo primo passo che pare oggi problematico.

Nel mondo ottocentesco e novecentesco del capitalismo imprenditoriale i lavoratori avevano di fronte a sé proprietari ancora effettivi, persone. I ricchi detenevano ancora la proprietà, d’altronde si presentavano spesso come veri lavoratori (e spesso erano, o erano stati effettivamente, tali), uomini che realizzavano se stessi con il proprio fare (lavoratori più bravi degli altri, capaci di “reggere la concorrenza”). Un osservatore molto acuto (come Marx) avrebbe potuto scorgere la loro natura di “maschere”, la loro impossibilità di essere vere persone. Ma, agli occhi dei più, essi dovevano apparire (ed in parte erano) dei veri padroni, degli uomini liberi, eredi, da un lato, dei nobili aristocratici capaci di godere dei propri beni e, dall’altro, dei “liberi cittadini”, su cui doveva fondarsi, secondo il modello greco aristotelico, la vera polis. Tenendo presente tale modello di uomo (più o meno reale, non importa), era del tutto comprensibile che la “classe del proletariato” potesse avvertire l’“esistenza inumana” a cui era condannata in quanto merce.

Il dissolvimento delle persone, e la completa trasformazione dei titolari della ricchezza in maschere che si realizza con l’affermarsi delle società per azioni e con l’espansione del capitalismo finanziario, rende problematico ai lavoratori di oggi avvertire la propria condizione inumana. La possibilità di avvertire il disagio per la propria condizione è legata alla capacità di individuare un modello di vita diverso: per potersi concepire come qualcosa di diverso da una merce gli uomini d’oggi dovrebbero poter avere di fronte a sé uomini liberi e proprietari, padroni. Cosa accade, invece, quando, “tutti”, anche (e soprattutto) i più ricchi iniziano a concepirsi esplicitamente come funzionari del necessario accrescersi della ricchezza globale? Ciò che accade lo vediamo concretizzarsi ogni giorno. Il mettersi in vendita, il trattare se stessi come merce da vendere, diviene sempre più l’attività accettata, praticata e difesa in tutti gli strati della società. Non solo l’operaio vende il proprio lavoro, ma i medici vendono le proprie cure, i professori i crediti universitari e scolastici, gli psichiatri la salute mentale, i manager l’efficienza produttiva dell’azienda. Nessuno tende a riconoscere dignità al proprio fare se non lo trasforma in una merce. La produzione di merci a mezzo di merci si realizza così pienamente. Tutto viene prodotto solo al fine di produrre valore di scambio, merci; tutto ciò che viene prodotto è prodotto da merci.

“Autoalienazione” e “pluslavoro” sono fenomeni che ci riguardano “tutti”, ogni giorno di più.

 


[1] La riedizione del presente saggio è prevista all’interno di una mia più ampia ricerca sul tema Fine del lavoro, decrescita e mercato globale. Riflessioni sul sociale dai miti platonici a Marx e Latouche in via di pubblicazione. Elenco delle sigle e delle abbreviazioni utilizzate: Antid: F. Engels, Antidühring, Edizioni Rinascita, Roma 1950; IC:K. Marx, Il Capitale, Editori Riuniti, Roma 1980; La conclusione: E. von Böhm-Bawerk, La conclusione del sistema marxiano in E. von Böhm-Bawerk, R. Hilferding, L. von Bortkiewicz, Economia borghese ed economia marxista, Presentazione di P. M. Sweezy, La Nuova Italia, Firenze 1971; Principii: M. Pantaleoni, Principii di economia pura, CEDAM, Padova 1970 (ristampa della seconda ed.: Barbera, Firenze 1894); Werke: K. Marx -F. Engels, Werke, Dietz; Bd. 2, Berlin 1972; Bd. 20, Berlin 1983; Bd. 22, Berlin 1963;Bd. 23, Berlin 1962; Bd. 25, Berlin 1972; Zum Abschluss: E. von Böhm-Bawerk, Zum Abschluss des Marxschen Systems in AA.VV., Festgaben für Karl Knies, Hrsg. Otto Freiherrn von Boenigk, Verlag von O. Haering, Berlin 1896.

[2] Il capitalismo finanziario ormai domina la scena mondiale e genera quella crisi industriale di cui parlano quotidianamente giornali e telegiornali. “Dal 1980 in poi”, scrive L. Gallino, “l’economia mondiale è stata intensivamente finanziarizzata (…). Intorno al 1980 gli attivi finanziari equivalevano all’incirca al Pil del mondo. Per contro a fine 2007 essi risultavano aumentati al punto di superare il Pil medesimo di oltre quattro volte”. Nello stesso anno “le transazioni sui mercati finanziari globali corrispondevano (…) a 75 volte il pil del mondo, raggiungendo i 4050 trilioni di dollari”. L. Gallino, Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Einaudi, Torino 2011, pp. 18 e 292.

[3] Werke, Bd. 23, pp. 192-3; v. IC, I, pp. 211-12. A differenza di ogni altro essere, in particolare a differenza degli animali, solo l’uomo, secondo Marx, «realizza nell’elemento naturale (…) il suo scopo (seinenZweck)». Ibid.

[4] In questo contesto, la reificazione, la trasformazione dell’uomo in cosa, non è altro che la conseguenza del fatto che l’uomo che resta privo dell’attività lavorativa intesa come attività attraverso cui realizza i suoi scopi (cfr. nota 3) perde radicalmente se stesso: perde la sua umanità e diviene appunto altro, diviene puro mezzo, capitale, cessando di appartenere al genere umano. Egli (o, meglio, esso) non è più affatto persona nel senso kantiano del termine.

[5] Werke, Bd. 23, p. 208; cfr. IC, I, p. 228.Cfr. anche Werke, Bd. 23, p. 181; cfr. IC, I, p. 199 e Werke, Bd. 20, p. 189; cfr. Antid, p. 223.

[6] Werke, Bd. 23, p. 208; cfr. IC, I, p. 228.

[7] Werke, Bd. 23, p. 208; cfr. IC, I, p. 227.

[8] Werke, Bd. 23, p. 181; cfr. IC, I, p. 199; v. ancheWerke, Bd. 20, p. 189; cfr. Antid, p. 223.

[9] Werke, Bd. 23, p. 208; cfr. IC, I, p. 228.

[10] Werke, Bd. 23, p. 181; cfr. IC, I, p. 199.

[11] Cfr. sopra nota 3.

[12] Werke, Bd. 23, p. 208; cfr. IC, I, p. 228.

[13] Werke, Bd. 25, p. 19; cfr. IC, III, p. 19.

[14] Cfr. J. Rifkin, The End of Work. The Decline of the Global Labor Force and the Dawn of the Post-Market Era, G. P. Putnams sons, New York 1995; trad. it. di P. Canton: La fine del lavoro, Baldini e Castaldi, Milano 1995, poi Gruppo Editoriale L’Espresso, Roma 2007.

[15] L. Gallino, Finanzcapitalismo, cit., p. 255.

[16] Cfr. Werke, Bd. 23, p. 49; cfr. IC, I, p. 67.

[17] Cfr. Z. Bauman, Consuming Life, Polity Press, Cambridge; trad. it.: Consumo, dunque sono, Laterza, Roma-Bari, 2008, pp. 17 e 72.

[18] P. Sraffa, Produzione di merci a mezzo di merci, Einaudi, Torino 1960, p. 3.

[19] P. Sraffa, Produzione di merci, cit., p. 3.

[20] P. Sraffa, Produzione di merci, cit., p. 8.

[21] P. Sraffa, Produzione di merci, cit., p. 7.

[22] P. Sraffa, Produzione di merci, cit., p. 8.

[23] P. Sraffa, Produzione di merci, cit., p. 4.

[24] P. Sraffa, Produzione di merci, cit., p. 3.

[25] P. Sraffa, Produzione di merci, cit., p. 3.

[26] Werke, Bd. 23, p. 208; cfr. IC, I, p. 228; cfr. sopra, nota 12.

[27] D’altronde, prosegue Sraffa, “una siffatta proporzione fra due aggregati di merci eterogenee (e cioè il saggio del profitto) non può essere determinata prima che si conosca il prezzo delle merci”. P. Sraffa, Produzione di merci, cit., p. 7.

[28] P. Sraffa, Produzione di merci, cit., p. 6, nota 1.

[29] P. Sraffa, Produzione di merci, cit., p. 4: “Nel particolare esempio che abbiamo dato” (cfr. sopra nota 19) “il valore di scambio che soddisfa a tale condizione è di 10 q di grano per 1 t di ferro”.

[30] P. Sraffa, Produzione di merci, cit., p. 8: “Il valore di scambio che” - nel caso dell’esempio dato riguardo alla produzione con sovrappiù (cfr. sopra nota 20) – “permette di reintegrare le scorte e di ripartire il profitto fra le due industrie in proporzione dei loro anticipi è di 15 q di grano per 1 t di ferro, e il corrispondente saggio del profitto in ciascuna industria è del 25%”.

[31] Werke, Bd. 23, pp. 49 sgg.; cfr. IC, I, pp. 67 sgg.

[32] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, Boringhieri, Torino 1985, in particolare, p. 16.

[33] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit., p. 15.

[34] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit., p. 16. “Il sovrappiù, o il prodotto netto, come si trovano definiti in Sraffa, non implicano nulla e sono, in quanto fatti generali attinenti al processo produttivo, compatibili con qualsiasi teoria”; op. cit., p. 17.

[35] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit., p. 18.

[36] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit., p. 39.

[37] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit., p. 18.

[38] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit., p. 37. Smith, d’altronde, ricorda Napoleoni, “accanto, e contraddittoriamente” a queste idee sostiene anche che “il valore si costituisce per somma (adding up) di salario, profitto e rendita” (cit., p. 38) e rappresenta, perciò, anche il punto di partenza della risposta neoclassica al problema dell’“origine”.

[39] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit., pp. 37-9.

[40] Cfr. sopra note 5 sgg.

[41] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit., p. 22.

[42] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit., p. 40.

[43] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit., p. 21.

[44] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit., p. 21.

[45] Marx-Engels, Werke, Bd. 23, p. 208; cfr. IC, I, p. 228, cfr. sopra par. 1, nota 12.

[46] Zum Abschluss, p. 121; cfr. La conclusione, pp. 35-6.

[47] Pantaleoni riconduce il valore al «concetto generico di lavoro, o costo, o pena»; cfr. Principii, in particolare, pp. 177-9.

[48] Riguardo a questo tema sia consentito rinviare a C. Tuozzolo,“Marx possibile”. Benedetto Croce teorico marxista (1896-1897), Franco Angeli, Milano 2008, pp. 112-39.

[49] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit., p. 18.

[50] Già per Marx, in fondo, sono i capitali (ovvero le merci-capitale) ad essere produttivi. «Il capitale», scrive Marx, «è produttivo (…) in quanto assorbe in sé, se ne appropria (ne è la personificazione), le forze produttive del lavoro sociale e le forze produttive generalmente sociali come per esempio la scienza» (K. Marx, Teorie sul pluvalore, Editori Riuniti, Roma 1971, vol. I, p. 585 sg., citato in C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit., p. 68). C. Napoleoni, rilevando che Marx, in proposito non è sempre coerente (e a questa questione «non dà una risposta precisa»), dopo aver sostenuto che «nel suo impianto teorico vi sono ragioni sia per attribuire la produttività al lavoro sia per attribuirla al capitale», conclude: «Si può anche dire che l’intenzione di Marx di dare un concetto di produttività specificato storicamente comporta che il soggetto a cui l’attributo della produttività venga conferito sia il capitale e non il lavoro» (Produttività del lavoro e produttività del capitale, in C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit., pp. 65-72, in particolare, pp. 68, 70 e 72).

[51] Principii, pp. 107-8. Tale sforzo può assumere diverse forme: “quella di lavoro, in senso stretto, di vigilante attenzione, di previdenza, di astinenza da un godimento immediato ecc.”; Principii, pp. 177-8.

[52] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit., p. 61 (cfr. anche p. 21).

[53] P. Sraffa, Produzione di merci, cit., p. 3.

[54] P. Sraffa, Produzione di merci, cit., p. 6, nota 1.

[55] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit., in particolare, p. 16. Cfr. sopra par. 3, note 32 sgg.

[56] Perché «il profitto si presenta esclusivamente sotto forma di interesse (Form des Zinses)»; Werke, Bd. 25, p. 453; cfr. K. Marx, Il Capitale, IC, III, p. 519.

[57] Cfr. sopra par. 1, nota 2.

[58] Su questo tema cfr. L. Gallino, Finanzcapitalismo, cit., pp. 7-8.

[59] Cfr. sopra par. 2.

[60] P. Sraffa, Produzione di merci, cit., p. 6, nota 1.

[61] Cfr. sopra par. 2, note 29 sgg.

[62] Parlare di crisi industriale è possibile solo se si usa (come in questo caso) il termine industria nel suo significato comune; se invece ci si attiene all’idea di industria utilizzata da Sraffa si deve considerare anche la finanza una industria (per i motivi sopra esposti). Quella causata dalla finanza è, dunque, propriamente una crisi dell’industria imprenditoriale, perché vittima della crisi sono certamente i settori che tradizionalmente chiamiamo industria, ma, ancor più (a causa del dominio incontrastato della “rendita”; cfr. sopra nota 56) il lavoro in generale (lo sforzo, e la fatica) e, dunque, lo stesso imprenditore.

[63] Come noto, oggi frequentemente i grandi gruppi economici tradizionalmente manifatturieri (come ad es. la FIAT) chiudono stabilimenti industriali perché sono impegnati, soprattutto, in più redditizie attività finanziarie.

[64] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit., in particolare, p. 16. Cfr. sopra par. 3, note 32 sgg.

[65] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit., p. 22.

[66] P. Sraffa, Produzione di merci, cit., p. 12.

[67] P. Sraffa, Produzione di merci, cit., p. 14.

[68] P. Sraffa, Produzione di merci, cit., p. 15.

[69] P. Sraffa, Produzione di merci, cit., p. 15.

[70] P. Sraffa, Produzione di merci, cit., p. 14.

[71] P. Sraffa, Produzione di merci, cit., p. 15.

[72] P. Sraffa, Produzione di merci, cit., p. 15.

[73] P. Sraffa, Produzione di merci, cit., p. 22.

[74] Cfr. sopra par. 2 (nota 28).

[75] P. Sraffa, Produzione di merci, cit., p. 15.

[76] Cfr. sopra par. 1.

[77] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit., p. 22. Cfr. sopra nota 65.

[78] Come noto l’espressione è stata introdotta da Jean Fourastié (Les Trente Glorieuses ou la Révolution invisible de 1946 à 1975, Fayard, Paris 1979).

[79] P. Sraffa, Produzione di merci, cit., p. 15.

[80] Cfr. par.1.

[81] P. Sraffa, Produzione di merci, cit., p. 6, nota 1.

[82] M. Pantaleoni,Principii, pp. 177-8, cfr. sopra nota 51.

[83] Secondo Marx, con l’affermarsi delle società per azioni il capitalismo arriva alla sua seconda fase, ed al «massimo sviluppo della produzione capitalistica» che conduce la «proprietà privata» verso la propria «soppressione (Aufhebung)». Ora i «proprietari di capitale (Kapitaleigentümer)» sono sostituiti dai «puri e semplici proprietari», dai «capitalisti monetari». In questa fase il capitale non è più «proprietà dei produttori», non è più «proprietà privata di singoli produttori (Privateigentum vereinzelter Produzenten)» e si realizza, dunque, «la soppressione del capitale come proprietà privata (Aufhebung des Kapitals als Privateigentum) nell’ambito del modo di produzione capitalistico» (Werke, Bd. 25, pp. 452-4; cfr. IC, III, pp. 518-520). Con l’eliminazione della «proprietà privata di singoli produttori», si realizza dunque di fatto al meglio quello che a Marx appare lo scopo del modo di produzione capitalistico: «l’espropriare tutti i singoli individui dei mezzi di produzione (die Expropriationallereinzelnen von Produktionsmitteln)» (Werke, Bd. 25, p. 455-6; cfr. IC, III, p. 522).

[84] Cfr. Werke, Bd. 23, pp. 192-3; v. IC, I, pp. 211-12; v. sopra par. 1, nota 3.

[85] Kant’s Gesammelte Schriften, 1° Abtheilung: Werke, Bd. IV, Georg Reimer, Berlin 1911, p. 428; cfr. l’ed. it.: Fondazione della metafisica dei costumi, Paravia, Torino 1923, pp. 52-3.

[86] Si tratta di un percorso, ad esempio, difeso, con forza, dalla filosofia di Hegel, da una prospettiva che però, come noto, non trascura affatto la rilevanza della cultura classica.

[87] Cfr. Werke, Bd. 23, p. 99-100; cfr. IC, I, pp. 117-118.

[88] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit. p. 60.

[89] Werke, Bd. 25, p. 455-6; cfr. IC, III, p. 522; cfr. sopra nota 83.

[90] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit. p. 58.

[91] Per una limpida analisi dell’idea di Marx secondo cui il capitalismo rende schiavi tutti gli uomini, asservendo non solo i lavoratori, ma anche i capitalisti cfr. D. Fusaro, Karl Marx e la schiavitù salariata, Il prato, Saonara (Pd) 2007; in particolare il par. 5.5 (L’asservimento dei capitalisti), pp. 358 sgg.

[92] Werke, Bd. 25, p. 453; cfr. IC, III, p. 519.

[93] Per una delineazione di tale “servitù del tutto nuova” sia consentito rinviare alle riflessioni già svolte nel 2008, all’indomani del primo manifestarsi della crisi bancaria americana del 2007, sulla “fine del lavoro e della proprietà” causata dallo “sviluppo del capitalismo borsistico-finanziario”; cfr. C. Tuozzolo, Il dominio sull’Uomo e il pregiudizio capitalista contro la schiavitù: Marx contro Aristotele, in Nuove e antiche schiavitù. Atti del Convegno Internazionale, Chieti Università ‘G. D’Annunzio’ 4-6 marzo 2008, a cura di A. Di Nardo e G. A. Lucchetta, Ires Abruzzo Edizioni, Pescara 2012, in particolare pp. 231 e 234.

[94] Die Herrschaft des Capitalistenüber den Arbeiteristdaher die Herrschaft der Sacheüber den Menschen”; K. Marx, Das Kapital. Erstes Buch. Der Produktionsprozess des Kapitals. Sechstes Kapitel (1863-1866), in "ArchivMarksa i Engel'sa", Moskva 1933, II, pp. 4-229 (in particolare p. 466 del manoscritto); ora in Marx-Engels, Gesamtausgabe (MEGA), Abt. II, Bd. 4, Teil 1, Dietz, Berlin 1988, p. 64 (da cui cito); cfr. ed. it.: Il capitale: libro I, capitolo VI inedito, La Nuova Italia, Firenze 1969, cfr. p. 20.

[95] K. Marx, Das Kapital. ErstesBuch. Der Produktionsprozess des Kapitals. SechstesKapitel (1863-1866), cit. p. 64; cfr. ed. it. cit., p. 20.

[96] K. Marx, Das Kapital. ErstesBuch. Der Produktionsprozess des Kapitals. Sechstes Kapitel (1863-1866), cit. p. 64; cfr. ed. it. cit., p. 20.

[97] Werke, Bd. 25, p. 455-6; cfr. IC, III, p. 522; cfr. sopra nota 83.

[98] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit. p. 54.

[99] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit. p. 53.

[100] K. Marx, Das Kapital. Erstes Buch. Der Produktionsprozess des Kapitals. Sechstes Kapitel (1863-1866), cit. pp. 64-5; cfr. ed. it. cit., p. 21.

[101] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit. p. 53.

[102] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit. pp. 142-3.

[103] Werke, Bd. 25, p. 455-6; cfr. IC, III, p. 522; cfr. sopra nota 83.

[104] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit. p. 54.

[105] K. Marx, Das Kapital. Erstes Buch. Der Produktionsprozess des Kapitals. Sechstes Kapitel (1863-1866), cit. p. 64; cfr. ed. it. cit., p. 20; v. sopra nota 94.

[106] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit. p. 54.

[107] Werke, Bd. 25, p. 453; cfr. IC, III, p. 519.

[108] Werke, Bd. 25, p. 452; cfr. IC, III, p. 518.

[109] Cfr. sopra nota 94.

[110] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit. p. 56.

[111] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit. p. 57.

[112] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit. p. 57.

[113] C. Napoleoni, Discorso sull’economia politica, cit. p. 56.

[114] «Al momento del crollo (…) la banca d’investimento Lehman Brothers era formata da 2985 entità giuridiche differenti. (…) Nell’autunno 2009 la società di revisione contabile PricewaterhouseCoopers – colosso mondiale del settore-» ha «fatto sapere che per districare l’intreccio di debiti e crediti della sola filiale europea della banca fallita, con sede a Londra, avrà bisogno di tre anni, e di almeno dieci anni per sistemare tutte le pendenze con i soggetti che si ritengono danneggiati dal suo fallimento». L. Gallino, Finanzcapitalismo, cit., pp. 270-1.

[115] Cfr. L. Gallino, Finanzcapitalismo, cit., pp. 19, 175-6, 280.

[116] Cfr. L. Gallino, Finanzcapitalismo, cit., pp. 18-9, 293.

[117] Cfr. sopra nota 94.

[118] Z. Bauman, Capitalismo parassitario, Laterza, Roma – Bari 2009, p. 14.

[119] R. Luxemburg, Die Akkumulation des Kapitals, Singer, Berlin 1913; ed. it.: L'accumulazione del capitale, Einaudi, Torino 1972; v. Z. Bauman, Capitalismo parassitario, cit., pp. 4 sgg.

[120] «Una volta che tutte le “terre vergini” del globo fossero state conquistate, l’assenza di nuove terre sfruttabili avrebbe portato il sistema al collasso. La profezia della Luxemburg si sta per avverare? Non lo credo. Nell’ultimo mezzo secolo, il capitalismo ha imparato l’arte prima sconosciuta di produrre sempre nuove “terre vergini”. Questa nuova arte, resa possibile dal passaggio dalla “società di produttori” alla “società di consumatori”, fa sì che il profitto e l’accumulazione consistano soprattutto nella progressiva mercificazione delle funzioni della vita». Intervista a Zygmunt Bauman di minima&moralia di Giuliano Battiston (pubblicata il 19 novembre 2011); http://www.minimaetmoralia.it/wp/intervista-a-zygmunt-bauman (16/1/2013).

[121] Sull’identificazione fra lavoro e ‘fonte primaria della ricchezza’, identificazione sostenuta, in verità, anche dagli economisti neoclassici, cfr. sopra il par. 3.

[122] «Die besitzendeKlasse und die Klasse des Proletariatsstellendieselbemenschliche Selbstentfremdung dar»; Werke, Bd. 2, p. 37; cfr. F. Engels - K. Marx, La sacra famiglia, Editori Riuniti, Roma 1972, p. 43.

[123] Werke, Bd. 2 , p. 37; cfr. F. Engels - K. Marx, La sacra famiglia, cit., p. 43.

[124] Cfr. sopra nota 94.