G.C.S.I.

Giornale Critico di Storia delle Idee

 

 


Direzione 'charismatica' e 'primitivismo politico' - il confronto con Michels nei "Quaderni del carcere" - ipotesi e riscontri

di Luca Basile

 

1. Il contatto di Gramsci con Michels. 2. Da Michels a Weber: la direzione ‘charismatica’. 3. Tendenza oligarchica e ruoli dirigenti. 4. Direzione ‘charismatica’ e soggetti politici. 5.‘Primitivismo politico’ e ‘Rivoluzione passiva’ 

 

1. Il contatto di Gramsci con Michels

Riguardo al tema del rapporto di Gramsci con l’élitismo italiano non si segnala la presenza di nessun ampio studio monografico, ma una pluralità di contributi[1]. La ripresa di una ricerca di apposito approfondimento complessivo in merito si configura come quanto mai opportuna, ma, evidentemente, non è all’avvio di un’indagine generale di questo tipo che possono rivolgersi le nostre osservazioni. Piuttosto, intendiamo qui avviare una ricostruzione dello specifico del confronto di Gramsci con Robert Michels, in ordine, anzitutto, agli snodi della comprensione del fenomeno del ’leaderismo carismatico’ commisurata all’analisi d’insieme dell’affermazione del fascismo[2] e di altre forme di centralizzazione autoritaria, nonché della elaborazione di una pretta teoria della formazione dei soggetti politici[3].

Sino alla fase carceraria il riferimento a Michels si rintraccia una sola volta entro il corpus degli scritti gramsciani. Si tratta dell’articolo Il Capintesta[4], del gennaio del ’16. In esso, nel pieno della polemica in ciò consonante con Croce nei riguardi degli ‘spropositi di guerra’, Gramsci contrappose al nazionalista italiano Vittorio Cian, antigermano ed antisemita, la figura del tedesco Michels, del quale aveva percepito il diffuso prestigio nell’ateneo torinese ma di cui, allora, probabilmente, non conosceva l’attività patriottica in qualità di presidente della sezione di Basilea della Società “Dante Alighieri”. Comunque, di tale autore è probabile che egli avesse già recepito alcuni degli argomenti della critica alla burocratizzazione dei partiti socialisti, sensibile come fu, nella fase giovanile, ai motivi antigiacobini del crocianesimo, del sorelismo e, in generale, del sindacalismo francese[5].

E’ con l’elaborazione dei Quaderni che la discussione delle opinioni michelsiane si fa potente in più luoghi[6]. In particolare, bisogna segnalare il contenuto della lunga nota costituita dal § 75 del Q. 2, incentrata, soprattutto, sull’articolo Le Partis politiques e la contrainte sociale, uscito su “Mercure de France” del 1° maggio del ’28. Il paragrafo appartiene all’insieme delle note del quaderno stese fra il ’29 e la prima metà del ’30, collocandosi proprio sul crinale divisorio rispetto a quelle stese nella seconda metà di tale anno.

Al suo interno due appaiono gli argomenti trattati e reciprocamente intersecatisi: quello del partito politico e quello della funzione del capo carismatico. Il discorso qui si intreccia al rinvio tematico e testuale a Il partito politico. Le tendenze oligarchiche della democrazia moderna, ovvero alla Soziologie del 1911, cui Gramsci ebbe a riferirsi nella edizione UTET del ’24 (essa costituiva, realiter, la ristampa stereotipa della traduzione del ’12[7]), ma di cui già aveva posseduto l’edizione francese[8], precedente, del ’19. Anche il volume della edizione italiana era stato in possesso di Gramsci prima dell’arresto, ed egli più volte, da Turi (dove la nota è stata scritta), ne farà richiesta. Il libro, tuttavia, risulta smarrito. In particolare, Gramsci era interessato a riavere l’edizione del ’24, come ben si desume dalle due missive a Tatiana del 26 agosto e del 18 novembre del ’29[9]. La prima richiesta risale, tuttavia, al marzo[10]. E’ da osservare che già nel gennaio del ’28, Gramsci richiese a Tania due volumi di cui aveva avuto notizia leggendone la recensione di G. Prato su “La riforma sociale” del dicembre del ’27: Francia contemporanea, uscito in tale anno per i tipi del “Corbaccio”, e il Corso di sociologia politica, uscito per l’Istituto Editoriale Scientifico e racchiudente le lezioni tenute da Michels nel maggio del ’26, a Roma, presso la facoltà di Scienze politiche[11]. Del primo volume egli scriverà, poi, il 30 gennaio, a Giuseppe Berti, esprimendo un giudizio assai severo, bollandolo come «truffa libraria» contenente una «raccolta senza nesso di articoli su alcuni aspetti della vita francese»[12]. Lo spostamento di riferimento da scritti michelsiani di questo genere ad elementi concernenti lo studio organico costituito dalla Soziologie, che copre il lasso di più di un anno, può venire a ragione interpretato quale indice del raffinarsi e del sistematizzarsi dell’approfondimento del problema del partito politico. Si tenga presente che una simile intensificazione entro la elaborazione gramsciana esige di essere collocata nel quadro dello sviluppo del ‘programma di ricerca’ relativo al sistema della filosofia della prassi – egemonia che solo nel ’32 potrà dirsi concluso[13]. Infatti, l’enucleazione di una apposita teoria della costituzione dei soggetti storico-collettivi si inscrive interamente all’interno di questo. Ad ogni modo, la vicenda della richiesta della Sociologia da parte di Gramsci in carcere è stata minuziosamente ricostruita da Corrado Malandrino in un saggio del 2001[14], e non è necessario ora, sostarvi ulteriormente. Quello che si può asserire con un certo grado di sicurezza, al di là delle specifiche difficoltà per la consultazione non solo della edizione italiana ma anche di quella, ridotta, in francese[15], è che – lo ribadiamo –, gli accenni rivolti alla posizione di Michels appaiono prevalentemente ricavati da riferimenti alle tesi della Sociologia fatti da tale autore all’interno di altri suoi scritti. Non a caso, nei diversi passaggi in cui Gramsci si riferisce all’analisi michelsiana della funzione del partito politico e del tipo carismatico, costante (benché non in termini assoluti) è proprio il rinvio al § 75 del Q. 2. Ciò, però, non autorizza – come è stato invece fatto – ad accreditare unicamente l’ipotesi che in merito Gramsci abbia proceduto ad una semplice operazioni di stigmatizzazione concettuale. Una argomentazione di siffatto genere appare incoerente con la generale metodologia gramsciana di confronto con i testi, mentre è maggiormente opportuno parlare, a nostro parere, dell’emergere, sì, di un atteggiamento di fissazione paradigmatica di una determinata posizione posta ad oggetto di interlocuzione critica, ma attuato grazie ad un periglioso lavoro – imposto dalle ristrettezze materiali, ma non solo – di ricavo di determinate implicazioni ideologico–concettuali da una ridotta base testuale.

Per prestare attenzione in re al merito del confronto del Gramsci maturo con Michels è importante partire dal quadro d’insieme in cui, nella prima missiva a Tania ove è rintracciabile la richiesta della Sociologia, quella del 25 marzo ’29, l’inerente elenco di volumi si trova inserito e motivato, in guisa di giustificazione delle scelte e delle intenzioni di lettura in rapporto alla enucleazione del ‘programma di ricerca’ che sorregge i Quaderni. Venivano qui indicati, infatti, tre principali argomenti di studio: «1) La storia italiana nel secolo XIX, con speciale riguardo della formazione e dello sviluppo dei gruppi intellettuali; 2) La teoria della storia e della storiografia; 3) L’americanismo e il fordismo»[16]. Lo studio della sociologia del partito michelsiana si precisa, dunque, in qualità di snodo della prima sezione di ricerche relativa alla traccia embrionale del progetto dei Quaderni. La cosa giustificava l’urgenza della richiesta di lettura, coerente con quella attinente altri testi (l’opera michelsiana rientra nelle prime sette domandate): da Croce a Salvemini, al medesimo Mosca[17].

E’ da osservare che una delle principali note gramsciane di riferimento a Michels – il § 75 del Q. 2 –, risalendo al ’29-’30, si trova collocata quasi alla sorgente di una riflessione che si svolgerà – per quanto riguarda, prima di tutto, lo specifico delle sollecitazioni provenienti dalla ‘scienza politica’ e dalla possibilità del suo collegamento alla ‘rifondazione’ all’apparato concettuale del materialismo storico e, in chiave più vasta, alla filosofia della prassi – protraendosi, seppure non con assoluta sistematicità, sino, prevalentemente, al biennio ’33-’34. Una riflessione i cui elementi solo dal ’32 avranno ad inscriversi – per ragioni già evocate – in una cornice connotata dalla piena definizione dei contorni del programma di ricerca sulla ‘filosofia della prassi’– egemonia. Occorre, dunque, adesso, inoltrarsi in una attenta indagine del testo.

2. Da Michels a Weber: la direzione 'charismatica'

Il paragrafo inizia – come frequente nei Quaderni – con un plesso di ‘schedature’. La prima coincide con la citazione diretta dal saggio di Michels: «Le parti politique ne sauriait être étymologiquement et logiquement qu’une partie de l’ensemble des citoyens, organisée sur le terrain de la politique. Le parti n’est donc qu’une fraction, pars pro toto»[18]. Ad essa fanno seguito una serie di considerazioni che si riferiscono esplicitamente alle tesi di Weber in Wirtschaft und Gesellschaft. Nel presente come negli altri casi si tratta di argomenti e brani estrapolati dal medesimo scritto michelsiano[19]. In riferimento al problema posto dalle affermazioni di Michels viene, poi, annotato che secondo Max Weber la comparsa della funzione del partito politico «ha la sua origine da due specie di cause: sarebbe specialmente una associazione spontanea di propaganda e d’agitazione, che tende al potere per procurare così ai suoi aderenti attivi (militanti) possibilità morali e materiali per realizzare fini oggettivi o vantaggi personali o ancora le due cose insieme»[20]. Da una simile argomentazione – dice ancora il nostro – si desume il principio per cui l’«orientazione generale dei partiti politici consisterebbe […] nel Machtstreben, personale o impersonale. Nel primo caso i partiti personali sarebbero basati sulla protezione accordata a degli inferiori da un nuovo potente». Gramsci rileva come nella storia delle forme di organizzazione politica il caso non sia infrequente. Per esemplificare, egli attira l’attenzione sul fatto, segnalato attraverso la mediazione michelsiana della ricostruzione di F. Naumann[21], che, all’interno della dieta prussiana del 1855, comprensiva di «molti gruppi politici, tutti avevano il nome dei loro capi: il solo gruppo che si diede il vero nome fu un gruppo nazionale, quello polacco». Il fenomeno viene da Gramsci qualificato quale ‘tradizione’ propriamente «borghese», di cui, tuttavia, è lecito registrare il perdurare nella vicenda del movimento operaio («Spesso i partiti politici hanno preso il nome dai loro capi [...] In Germania, tra il 1863 e il 1875, le fazioni socialiste rivali erano i Marxisti e i Lassalliani. In Francia, in un’epoca più recente, le grandi correnti socialiste erano divise in Blanquistes, Allemanistes, Blanquistes, Guesdistes e Jauréssistes». Tuttavia – e la considerazione si lega ai contenuti del volume di Charnay Les Allemanistes del ’12 –, «occorre anche riconoscere “che gli uomini che davano il nome ai diversi movimenti personificavano il più completamente possibile le idee e le tendenze che ispiravano il partito e li guidarono tutta la sua evoluzione”»[22]). Evidentemente, abbiamo a che fare con uno dei temi-chiave dell’analisi condotta nella Sociologia medesima[23]. In merito viene richiamato, inoltre il parallelo formulato da Guyot ne La Commédie socialiste fra i partiti politici e le organizzazioni religiose (sette, ordini monastici[24], etc.). In definitiva, esse appaiono passibili di venir considerate quali collocabili in un rapporto di similitudine verso alcuni dei «partiti-tipo, che potrebbero essere chiamati “partis de patronage”». Di qui, troviamo introdotta la prima annotazione concernente la posizione weberiana sul ‘capo charismatico’ espressa in Wirtschaft und Gesellschaft e ricavata da Michels:

 

Quando il capo esercita un influsso sui suoi aderenti per qualità così eminenti che sembrano soprannaturali a questi ultimi, esso può essere chiamato capo charismatico (χάρισμα, dono di dio, ricompensa; cfr. M. Weber [...]).

 

Gramsci non manca di evidenziare come Michels abbia formulato il rinvio a Weber solo in bozze. La cosa è dimostrata dal fatto che si tratta di una nota rimasta segnalata quale «4 bis»[25]. L’annotazione si svolge, poi, come segue:

 

il Michels ha fatto molto baccano in Italia per la ‘sua’ trovata del ‘capo charismatico’ che probabilmente (occorrerebbe confrontare) era già nel Weber.

 

Gramsci puntualizza la necessità di «vedere anche il libro di Michels sulla Sociologia politica del ‘27» (il riferimento è al Corso) donde, in ultimo, l’irritata valutazione: «non accenna neanche che una concezione del capo per grazia di Dio è già esistita e come!»[26]. L’elemento per cui il riferimento a Weber risulta indiretto – e in sé oggettivamente esatto – perché desunto da una considerazione filologica sul testo michelsiano non ne riduce l’importanza. Anzi – ed è stato autorevolmente indicato – essa risulta in qualche maniera accresciuta dall’osservazione per cui se non si tratta di un interesse diretto, le modalità del confronto gramsciano con la tematica del ‘capo carismatico’ attestano la forte curiosità verso la elaborazione weberiana, filtrata in prevalenza grazie a Michels[27]. Curiosità confermata dalla riflessione rispetto agli argomenti di Parlamento e governo[28].

Il discorso prosegue evidenziando come, nell’ambito della storia del movimento socialista, il tema della formazione della leadership carismatica conosca un ispessimento generale e, parimenti, la moltiplicazione di esempi empirici. In proposito le considerazioni gramsciane aderiscono allo svolgimento dello schema diagnostico di Michels. Vengono evocati in merito i casi di Lassalle, di Jaurès e Bebel. Soprattutto il primo appare particolarmente esplicativo: «Egli» – scrive Gramsci – «si compiaceva di vantarsi dinnanzi ai suoi fautori dell’idolatria che godeva da parte delle masse deliranti e delle vergini vestite di bianco che gli cantavano dei cori e gli offrivano dei fiori. Questa fede charismatica non era solo frutto di una psicologia esuberante e un po’ megalomane, ma corrispondeva anche a una concezione teorica. Noi dobbiamo – disse agli operai renani esponendo le sue idee  sull’organizzazione del partito – di tutte le nostre volontà disperse foggiare un martello e metterlo nelle mani d’un uomo la cui intelligenza, il carattere e l’attaccamento ci siano una garanzia che colpisca energeticamente [...] Era il martello del dittatore. Più tardi le masse domandarono almeno un simulacro di democrazia e di potere collettivo, si formarono gruppi sempre più numerosi di capi che non ammettevano la dittatura di uno solo»[29]. La considerazione di Gramsci si connette apertamente al problema posto da Michels della relazione tra leadership, oligarchie di partito ed organizzazione delle masse. Esso viene svolto dallo studioso di Colonia, nella Sociologia, passando dall’esame dei meccanismi di centralizzazione di partito a quello della sedimentata influenza del medesimo ‘bonapartismo’, e, ancora, della identificazione tra partito e leader[30].

Del resto, oltre all’articolo del ’28, anche nella Sociologia la figura di Lassalle viene esibita come paradigmatica per quanto riguarda i processi di concentrazione leaderistica del partito operaio sin dalla prima formazione in Germania. Si tratta di un riferimento esemplificativo e comparativo che costella tutta l’opera – e la cosa vale alla stessa maniera per  Jaurés e, forse ancor più, per Bebel – e che si rintraccia soprattutto al capitolo IV della prima parte (La tendenza delle masse alla venerazione dei capi), al capitolo III della III parte (dedicato giusto alla Identificazione di partito e leader), ed al capitolo II della IV parte (incentrato sulla Tipologia della leadership socialista di origine borghese). Và sottolineato in merito che nella nota abbiamo ulteriore conferma rispetto alla esigenza di un apposito ripercorrimento della Sociologia per quanto concerne la tematica  tratteggiata con peculiare aggancio alla figura di Lassalle, giacché entro il brano citato troviamo interpolata l’annotazione tra parentesi «cfr. Michels, Le partis politiques, 1914, p. 130; non rimanda all’edizione italiana e ampliata del 24»[31]; la quale è da intendersi in quanto direttamente derivata dall’articolo del ’28. Stando al suo specifico, l’argomento risulta trattato nella Sociologia non nei capitoli di maggiore pregnanza tematica diretta appena menzionati, ma al III capitolo della prima parte (dedicato a Il partito democratico moderno come partito militante), in  apertura. Per illustrare il nesso strutturale tra la costituzione moderna di partiti plasmati sull’obiettivo del conflitto politico-sociale e il principio tattico della «disponibilità alla lotta» garantito dalla identificazione ‘forte’ della leadership, Michels fa il caso di Lassalle in termini avvicinabili al contenuto della sintesi gramsciana. Ciò gli consente di focalizzare un simile meccanismo di identificazione quale ponibile alla sorgente delle esperienze di organizzazione politica del movimento operaio, avvalorando in chiave genetica la tesi della tendenziale ed intrinseca contraddittorietà dei soggetti della medesima ‘democrazia politica’.  «Il partito moderno è» - scrive Michels - «[...] una organizzazione di lotta. Come tale anche esso deve conformarsi alle leggi della tattica. Ma la prima legge di questa scienza è la costante disponibilità alla lotta. Già lo aveva riconosciuto Ferdinando Lassalle, il grande fondatore del partito operaio, quando asserì che doveva considerarsi giustificata in teoria  e riconoscersi indispensabile in pratica quella dittatura pensando che di fatto sussisteva nella associazione da lui presieduta. I gregari debbono seguire obbedientemente il loro capo e tutta l’associazione apparire simile a un martello nelle mani del suo presidente. Era questo, specie alle origini di un movimento operaio ancora sprovveduto e del tutto privo di esperienza, un dato di necessità politica e l’unico metodo per ottenere stima e considerazione dai partiti borghesi». Michels trae, quindi, alcune conclusioni generali che appaiono congruenti allo svolgimento d’insieme della ricerca, con speciale attenzione alla questione dell’intervento decisionale e della sua incidenza: «Unica garanzia della rapidipità delle decisioni era – ed è tutt’ora –   l’accentramento. Una organizzazione molto complessa è già di per sé un organismo lento e pesante [...] Un partito militante» – egli ne conclude – «[...] anche se la sua è una guerra di piccole proporzioni [...] ha bisogno di una struttura rigidamente gerarchica»[32].

Naturalmente, il discorso andrebbe adeguatamente approfondito in ordine all’intervento  della burocratizzazione in iterazione alla formazione successiva dei ‘tipi carismatici’[33]. Non è, però, su questo che si attaglia, dopo il caso di Lassalle, l’attenzione di Gramsci, quanto – come già detto – sulla casistica successiva  rappresentata da figure di ‘capi’ quali, appunto, Jaurés  e Bebel[34] (nei suoi riguardi  viene richiamato l’appellativo di «Kaiser» formulato da Hervé e segnalato quale ricavato dal Michels dello ‘studio caratteriologico’ del ’27 Bedeuntende Männer).

Come si vede, il dirigente comunista sembra acquisire come valide, sia pure in maniera circoscritta, le tipizzazioni compiute da Michels. A sostrato di tale assunzione vi era certamente la ricordata critica della forma di organizzazione e costruzione delle classi dirigenti nella tradizione della Seconda Internazionale che egli cominciò a maturare nel pieno degli anni giovanili della militanza socialista. La ricezione del ‘tipi’ di capi socialisti fissati da Michels si complica con l’estensione del discorso  alla fenomenologia di ‘capo carismatico’ rappresentata da Mussolini. Al centro delle osservazioni in questione vi è la duplice valenza di tale tipologia, per il partito e per lo Stato, che il Duce esprimeva:

 

Mussolini è un altro esempio che ha del veggente e del credente. Egli, inoltre, non è solo un capo unico di un  grande partito, ma è anche il capo unico di un grande Stato. Con lui anche la nozione dell’assioma: “il partito sono io”, ha avuto, nel senso della responsabilità  del lavoro assiduo, il massimo sviluppo. (Storicamente inesatto. Intanto è proibita la formazione di gruppi e di ogni formazione di assemblea, perché esse si erano verificate disastrose. Mussolini si serve dello Stato per governare il partito e del partito, solo in parte, nei momenti difficili, per dominare lo Stato. Inoltre il cosiddetto ‘charisma’, nel senso del Michels, nel mondo moderno coincide sempre con una fase primitiva dei partiti di massa, con la fase in cui la dottrina si presenta alle masse come qualcosa di nebuloso e incoerente, che ha bisogno di un papa infallibile per essere interpretata e adattata alle circostanze; tanto più avviene questo fenomeno, quanto più il partito nasce e si forma non sulla base di una concezione del mondo unitaria e ricca di sviluppi perché  espressione  di una classe storicamente essenziale e progressiva, ma sulla base di ideologie incoerenti e arruffate, che si nutrono di sentimenti e  emozioni che non hanno ancora raggiunto il punto terminale di dissolvimento, perché  le classi (v. la classe) di cui è espressione, quantunque in dissoluzione, storicamente, hanno ancora una certa base e si attaccano alle glorie del passato per farsene scudo contro l’avvenire)[35].

 

Nello svolgimento d’insieme delle annotazioni fin qui riportate il principale elemento che Gramsci mette in luce è quello della opportunità di approcciare  il rapporto tra partiti e leaders – sovente declinato nella direzione della identificazione ‘capo’-movimento – considerando l’affermarsi del ‘carisma’ in quanto condizione portante della vita di un soggetto politico e della sua iniziativa, coincidente anche con il livello ‘primitivo’ della formazione dei partiti di  massa. In questo senso, l’accentramento sul ‘capo’ è sintomo della debolezza dell’impianto di cultura politica del partito dovuta alla incompiutezza del suo profilo, alla non ancora raggiunta capacità di esercitare un autonomo ruolo egemonico (ovvero dipende all’attraversamento di una  «fase in cui la dottrina si presenta come qualcosa di nebuloso e incoerente», per usare la pretta espressione gramsciana). La cosa spiega perché la tipologia del ‘capo carismatico’ si possa riscontrare in ogni forma di partito, che sia ispirata o meno a principi democratici, e quali che siano le articolazioni dei suoi riferimenti ideali. Il ‘primitivismo’ induce l’accentramento sulla leadership personale nelle diverse varianti del partito politico, come dimostra il caso delle formazioni anarchiche e anarco-sindacaliste:

 

Il capo carismatico – scrive Gramsci – può appartenere a qualsiasi partito, sia autoritario, sia antiautoritario (dato che esistono partiti antiautoritari, come partiti, avviene anzi che i ‘movimenti’ antiautoritari, anarchici, sindacalisti-anarchici, diventato ‘partito’ perché l’aggruppamento avviene intorno a personalità ‘irresponsabili’ organizzativamente, in un certo senso ‘carismatiche’)[36].

 

Possiamo, ora, cominciare a segnalare un risvolto particolarmente importante. Quello che, a prima vista, potrebbe apparire come un fattore di esplicita convergenza con Michels da parte di Gramsci si rivela, invece, sottendere tutte le ragioni del divario teorico-categoriale fra i due. Giacché, l’accoglimento dell’assunto della riscontrabilità in ogni genere di formazione politica del fenomeno della contrazione leaderistico-carismatica – da Michels riconnesso alla ‘legge ferrea dell’oligarchia’, alla cognizione relativa alla contraddittorietà intrinseca delle applicazioni del principio democratico, e per lui motivante anche l’ambizione ‘realistica’ dell’appoggio al fascismo – attesta, secondo l’ottica gramsciana, come la qualificazione del fenomeno operata dallo studioso di Colonia risulti plasmata su un tipo di generalizzazione empirica operata in ordine a forme diverse di soggetti politici e tutte, però, connotate da una non ancora raggiunta maturità nell’opera di produttiva commisurazione del profilo storico, dell’autonomia di prospettiva che lo giustifica, all’irrompere del protagonismo delle masse ed all’istanza della concreta conduzione del processo di loro inclusione attiva, sempre maggiore, nel circuito della rappresentanza.

Gli echi della valutazione michelsiana di Mussolini e della funzione da lui svolta sembrano da collegarsi, al di là delle informazioni generali che sicuramente il pensatore comunista possedeva, proprio ai riflessi dei contenuti del Corso di sociologia del ‘26. Al suo interno Michels osservava: «Secondo Weber l’autorità di governo trae la sua origine da una delle tre seguenti forme di autorità: 1) dalla legittimità razionale, basata su leggi e su regolamenti riconosciuti legali [...] 2) dalla legittimità tradizionale, basata sulla fede nella santità dei diritti familiari trasmessi di generazione in generazione [...] dalla legittimità di carattere detto carismatico, vale a dire dalla legittimità basata sulla sottomissione spontanea e volontaria delle masse al governo di persone dotate di qualità congenite straordinarie, ritenute talora soprannaturali e, comunque, sempre superiori di molto al livello generale, per virtù delle quali esse persone sono stimate capaci (e spesso lo sono) di compiere grandi cose, ed anche cose miracolose. Epperò avviene che questi uomini sembrano in fondo designati nientemeno che da Dio stesso. Esempi: il profeta e il Duce»[37]. In nota Michels diceva di aver fatto riferimento alla seconda edizione di Wirtschaft und Gesellschaft, mentre nella prefazione egli periodizza i passi weberiani sulla charismatische Herrschaft al 1911-1913, cosa che ne fa supporre una conoscenza sin dalla versione manoscritta fatta circolare da Weber nella più stretta cerchia, benché, in vero, tali passi siano stati, poi, rielaborati nel 1918-20 ed inclusi nella prima parte dell’opera[38]. Ad ogni maniera, una siffatta conoscenza di ‘prima mano’ dell’argomentazione weberiana non ne impedì forzature ed impoverimenti. Essa finiva per essere ristretta ad una dottrina dell’«istituzione del duce»[39]. Il ‘tipo’ che ne risultava designato era quello di un ‘capo’ che ha assoluta fiducia nella propria missione ed in grado di stringere un rapporto di intima consentaneità con le masse. Con un preciso gesto di estremizzazione ideologica, Michels appone al di sotto della etichetta del ‘carisma’ weberiano tutta la gladiatoria mitologia del capo del fascismo[40]. Una simile operazione, che assume, talvolta, persino intonazioni caricaturili, trova giustificazione in base alla maturazione dell’immagine antinomica di una ‘democrazia antidemocratica’. Non si tratta dell’abbandono del teorema dell’impossibilità di una ‘democrazia ideale’, quanto del tentativo di formulare una diversa accezione del vincolo fra masse e classi dirigenti. Il vincolo non si trova, cioè, ad essere negato ma impostato in virtù della capacità di una élite carismatica di stabilire lo stesso legame con le masse in modo immediato, senza ricorrere all’interfaccia – considerato illusorio – della rappresentanza e dei relativi istituti della democrazia diretta, ma grazie al consenso ‘tacito’ o ‘acclamante’[41].

Se ora torniamo a collocarci nell’alveo dell’angolatura gramsciana, è bene cercare di esibire che la coincidenza tra centralizzazione ‘carismatica’ (in accezione realiter riduttiva) e stadio primitivo della formazione dei partiti di massa si riverbera proprio sulla qualificazione dell’‘insorgere’ di regimi autoritarii di massa a fronte della inadeguatezza del movimento operaio a costruire, in Europa, una propria risposta di guida delle possenti modificazioni in atto. Ci stiamo riferendo a quello che è il cuore della strategia di saldatura fra razionalizzazione autoritaria delle masse e preservazione delle classi dirigenti tradizionali, cioè all’obiettivo della disarticolazione della società civile di fronte alla organizzazione plurale dei soggetti della rappresentanza sociale e soprattutto politica dei ceti subalterni. Sennonché, non potevano più essere le vecchie classi dirigenti borghesi a incarnare, da sole e direttamente, lo stesso progetto della restaurazione di una situazione di ‘primitivismo’ politico. Esso rileva, in questo caso, una misura di circoscritta stabilizzazione tale per cui «Mussolini si serve dello Stato per governare il partito e del partito, solo in parte, nei momenti difficili, per dominare lo Stato». In tal senso la trattazione del tema si gioverà, fra poco, della introduzione del nesso con la categoria del ‘cesarismo’.

Per avanzare nell’analisi bisogna riflettere sul fatto che se Gramsci assume la possibilità dell’affermarsi di ‘capi carismatici’ in tutti i tipi di partito – come dimostrato dalle figure segnalate di learders del movimento operaio –, d’altra parte, il caso del duce del fascismo può venir affiliato solo assai latamente e, insieme, per aspetti molto circoscritti a tale fenomenologia. Peccando, sempre di nuovo, sul piano della ricognizione storica, Michels, secondo il pensatore comunista, estremizza ‘infantilisticamente’ il carattere di «veggente» e di «credente» della figura di Mussolini, riconducendola linearmente al ‘tipo carismatico’. «L’esempio che Michels dà come prova della risonanza nelle masse di questa concezione» - scrive Gramsci[42], anche riferendosi a un passaggio rammentato in nota del Corso prestando attenzione alla consuetudine ‘di regime’ delle adunate oceaniche, esprimente l’attaccamento psicologico al ‘capo’, circonfuso da un’aura di sacralità[43] – «è infantile, per chi conosce la facilità delle folle italiane alla esagerazione sentimentale e all’entusiasmo ‘emotivo’: una voce su diecimila avrebbe gridato: “No, sei tu l’Italia” in una occasione di commozione obiettivamente reale della folla fascista. Mussolini avrebbe poi manifestato l’essenza charismatica del suo carattere, assolutamente sicuro (e certamente lo era, pour cause) che niente di grave poteva capitargli prima di aver portato a termine la sua missione». A quest’ultimo, colorito rilievo seguono alcune importanti considerazioni generali riguardo alla critica verso formulazioni eccessivamente estensive della ‘direzione charismatica’: «La direzione charismatica porta in sé un dinamismo politico vigorosissimo [...] Questo è il vantaggio dei partiti charismatici sugli altri basati su un programma ben definito e sull’interesse di classe. E’ vero, però, che la durata dei partiti charismatici è spesso regolata dalla durata del loro slancio e del loro entusiasmo, che talvolta hanno una base molto fragile. Perciò vediamo i partiti charismatici portati ad appoggiare i loro valori psicologici sulle organizzazioni più durature degli interessi umani»[44]. Si tratta di osservazioni che risulteranno pienamente comprensibili solo in virtù dell’approfondimento della disarticolazione che Gramsci svolge della desunta impalcatura analitica michelsiana, ora affrontabile con maggior pregnanza:

 

La classificazione dei partiti del Michels è molto superficiale e sommaria, per caratteri estremi e generici: 1) partiti ‘carismatici’, cioè raggruppamenti intorno a certe personalità, con programmi rudimentali; la base di questi partiti è la fede e l’autorità di uno solo (Di tali partiti non se n’è mai visti; certe espressioni d’interesse sono in certi momenti rappresentate da certe personalità più o meno eccezionali; in certi momenti di ‘anarchia permanente’ dovuta all’equilibrio statico delle forze in lotta , un uomo rappresenta l’‘ordine’ cioè la rottura con mezzi eccezionali dell’equilibrio ‘mortale’ e intorno a lui si raggruppano gli ‘spauriti’, le ‘pecore idrofobe’ della piccola borghesia: ma c’è sempre un programma, sia pure generico, anzi generico appunto perché tende solo a rifare l’esteriore copertura politica a un contenuto sociale che non attraversa una vera crisi costituzionale, ma solo una crisi dovuta al troppo numero di malcontenti, difficile da domare per la loro mera quantità e per la simultanea ma non meccanicamente simultanea manifestazione del malcontento su tutta l’area della nazione); 2) partiti che hanno per base interessi di classe, economici e sociali, partiti di operai, contadini o di “petit gens” (poiché) i borghesi non possono da soli formare un partito; 3) partiti politici generati da idee politiche e morali, generali e astratte: quando questa concezione si basa su un dogma più sviluppato ed elaborato fino nei dettagli, si potrebbe parlare di partiti dottrinari, le cui dottrine sarebbero privilegio dei capi: partiti liberoscambisti o protezionisti o che proclamano dei diritti di libertà o di giustizia[45].

    

Gramsci segnala che lo stesso Michels non si arresta ad una così schematica tripartizione tipologica, ma «trova [...] che questa distinzione non può essere netta né completa, perché i partiti ‘concreti’ rappresentano per lo più sfumature intermedie o combinazioni di tutte e tre». Infatti, egli «ne aggiunge altri due: i partiti confessionali e i partiti nazionali (bisognerebbe ancora aggiungere i partiti repubblicani in regime monarchico e i partiti monarchici in regime repubblicano)». Specificando la classificazione, ciò che caratterizza i partiti confessionali viene indicato nell’essere portatori di una propria Üeberweltanschauung, mentre «i partiti nazionali» (in determinata accezione) «professano il principio generale del diritto di ogni popolo e di ogni frazione di popolo alla completa sovranità senza condizioni»[46].

Ricapitolando, la classificazione michelsiana da Gramsci restituita consta di cinque modelli di partito: 1) i partiti carismatici in senso stretto; 2) i partiti con referenza nella rappresentanza sociale; 3) i partiti generalmente ‘dottrinari’; 4) i partiti confessionali; 5) i partiti nazionali. La tipologia in questione viene giudicata «superficiale e sommaria» sino al punto di registrare come le effettive modalità delle formazioni politiche vengano generalizzate previo l’isolamento di alcuni loro aspetti empirici senza coglierne il nesso ‘storicamente determinato’ con altri, nonché di evidenziare i limiti che lo stesso Michels ne lascia emergere sul piano effettivo. Ma – chiediamoci adesso - è possibile individuale nei Quaderni una proposta di alternativa distinzione delle modalità di partito? Se non si può parlare di una classificazione sistematica, - che, tendenzialmente, contrasterebbe, d’altra parte, con la critica gramsciana dell’impianto naturalistico-positivo dei vari schemi sociologici –, è lecito, invece, stringere la discriminazione strategica tra ‘partito di massa’ e «piccolo partito di élite» - sintetizzata soprattutto al § 62 del Q. 15, risalente al 1933 –, e quella tra «partito unico» e partito totalitario. E’ utile in merito allargare per un momento l’ottica della nostra ricostruzione. Come affermato chiaramente al § 37 del Q. 17, probabilmente risalente al medesimo anno, il ‘partito di massa’, entro questo livello di ragionamento attinente all’emergere di una certa condizione genetico-primitiva, ha da esser atteso quale nient’altro che un organizzazione in cui, pur non avvenendo la centralizzazione leaderistica diretta, le masse si trovano militarmente costrette alla semplice condizione «di manovra», esposta ad essere «occupata con prediche morali, con pungoli sentimentali, con miti messianici»[47], etc. Naturalmente, la nozione di cui qui Gramsci fa uso è molto diversa da quella affiliabile alla stessa valorizzazione dell’intreccio fra ruolo etico-politico dei soggetti, pluralismo e società di massa[48]. Nel partito di élites, invece, un ristretto gruppo intellettuale indirizza, su basi dottrinarie generali, un movimento di partiti o di sezioni di essi. Ancora diversamente, il partito unico rappresenta in senso perspicuo un tipo di soggetto organizzativo ingenerato in periodi di ‘crisi organica’. Esso può trasformarsi in partito totalitario, ma le due nozioni vanno tenute distinte. Al § 21 del Q. 13, steso probabilmente nel ’33 e non a caso appartenente alla rubrica delle Notarelle sul Macchiavelli, viene enfatizzato il passaggio di un’intiera classe sociale al di sotto di una nuova formazione, a fronte della consunzione del sistema tradizionale della rappresentanza. Ad un simile logoramento si accompagna giusto l’aumento di peso diretto e di autonomia della burocrazia. Questa inocula la sua funzione all’interno del ‘partito unico’, mirando a garantire la coartazione della frammentazione sociale e delle basi reali del pluralismo attraverso l’incanalamento dei conflitti entro un’unica dimensione organizzativa e di rappresentanza in grado di escludere ogni possibilità di sussistenza ad altre. Inoltre, vi è, appunto, l’esistenza del partito totalitario in senso stretto. Mentre il ‘partito unico’ si configura quale esercitante «una funzione di equilibrio e di arbitrato tra gli interessi del proprio gruppo e degli altri gruppi», sicché «lo sviluppo del gruppo rappresentato avvenga col consenso e con l’aiuto dei gruppi alleati; se non addirittura dei gruppi decisamente avversari»[49]; il ‘partito totalitario’ – lo troviamo affermato al § 136 sia del Q. 6, risalente probabilmente, al ‘31[50], e al già richiamato § 37 del Q. 17[51] – si definisce in qualità di esclusivo strumento di regolazione tendente a rendere residuale lo stesso momento della vita politica attiva (malgrado si tratti di una vocazione ideologicamente traducibile ma effettivamente inattuabile in senso integrale). In definitiva, la distinzione tra ‘partito unico’ e ‘partito totalitario’ può essere recepita, in chiave d’insieme, per qualificare lo svolgimento genetico del fascismo e le direttrici di mutamento ed irrigidimento che possono cifrare la stabilizzazione del suo assetto coercitivo. A guardar bene, siffatte due forme richiamano i termini specifici dell’approfondirsi e del rendersi permanente di una condizione di ‘primitivismo’, ben al di là della centralizzazione relativa al potere carismatico e dei dispositivi che vi si connettono. La rappresentazione michelsiana del fenomeno corrisponde, dunque, ad una determinata condizione genetica, ma è costitutivamente incapace di qualificarne gli stessi moventi interni e gli sviluppi. Ne viene che la direzione carismatica, se si fa riferimento al suo emergere concernente i modi della democrazia ‘plebiscitaria’, si giustifica in ordine al conseguimento di un equilibrio statico fra forze conservatrici e forze progressive in cui, però, viene sfruttato il grado di forte immaturità di queste ultime.

E’ a questa altezza che è possibile cogliere la funzione scaturente del fenomeno del ‘cesarismo’. Esso, nel suo contenuto di contrazione arbitrale e di ‘affido’ «ad una grande personalità» che stabilizzi transitoriamente «un equilibrio di forze a prospettiva catastrofica», viene da Gramsci illuminato, poi, al § 27 del Q. 13, non limitandosi alla delineazione «di uno schema sociologico di comando per l’arte politica» cioè dello «schema generico delle forze A e B», prese «nella lotta per costruire (o ricostruire) un equilibrio organico»[52], e, tuttavia, convergenti in esso, ma arricchendone la nozione di determinazioni storiche. In tale paragrafo a ciò si adempie introducendo la distinzione tra cesarismo ‘progressivo’ e ‘regressivo’. E’ da rimarcare che tanto il § 23 quanto quest’ultimo ruotino intorno a sollecitazioni analitiche provenienti dallo scritto marxiano sul 18 Brumaio. Il caso storico peculiarmente delineato e giustificato da Marx viene impiegato quale termine di paragone riguardo alle dinamiche ed alle controspinte indotte dal verificarsi di una ‘crisi di egemonia’. Dunque, si ha a che fare con la fenomenologia di una condizione di ‘crisi di autorità’ ove l’aggregante della leadership carismatica si specifica in qualità di dispositivo attraverso cui, per ricorrere ad una fortunata immagine gramsciana, le vecchie classi dirigenti riescono, almeno transitoriamente, a non dar luogo ad una autentica sostituzione di visione e di direzione, pur non essendo più in grado di restaurare il vecchio ordine[53]. L’incrinarsi strutturale di un certo assetto egemonico può comportare o insorgere direttamente dalla divaricazione fra partiti e classi ad essi ricongiungibili. Questo può dipendere dal verificarsi di una sconfitta rispetto ad una certa scelta sulla quale si erano mobilitate le masse, oppure dal complessificarsi del quadro sociale, magari con modalità disorganiche (configurando, per esempio, anche in aderenza all’esperienza fascista, la mobilità ed il riposizionamento della piccola borghesia). Nell’affrontare la crisi, la classe dirigente tradizionale resta, comunque, avvantaggiata in virtù della sua intima e, insieme, flessibile connessione all’apparato statuale e a molte delle forme che ne organizzano la mediazione con la società civile. L’esito della conservazione o meno di un determinato equilibrio in ordine alle classi dominanti si giuoca intieramente su questo terreno, decidendo degli sbocchi ad una certa situazione di crisi. Tale situazione può, infatti, risolversi direttamente, in assenza di una adeguata incidenza delle forze di trasformazione, in modo «organico e normale» con la fusione di un intiero gruppo sociale nel ‘partito unico’, riconoscendo un certo, univoco fattore di direzione abilitato ad allontanare l’incombenza di un determinato pericolo di scompaginamento. Oppure, può risolversi coll’affermazione della soluzione ‘equilibrante’ consistente nella investitura del capo carismatico. Osserviamo: prima facie si tratta di due opzioni di approdo qualificate in quanto distinte e tendenzialmente alternative, ma destinate ad incrociarsi in vista dell’intensificarsi del primitivismo politico voluto ed attuato dalla ‘resistenza’ dei gruppi dominanti e dai loro scopi di coercizione-passivizzazione. Ma c’è di più. E’ da enfatizzare ulteriormente che tanto i casi di assestamento sulla leadership carismatica che di invigorimento di una ‘crisi di egemonia’ tale da domandare la ulteriore conservazione dell’‘arbitrato carismatico’ nella contrazione entro il sistema del partito unico riposano sulla «immaturità delle forze progressive». A conforto di siffatta indicazione analitica d’insieme vi è, del resto, il fatto che i contenuti del § 23 del Q. 13 cui stiamo prestando attenzione configurano, in parte, una riscrittura del § 69 del Q. 4, ovverosia di una nota risalente al ’30. Si tratta, dunque, approssimativamente, di un testo di tre anni successivo. Gli è che nella riscrittura se ne mantengono i motivi centrali[54], ma viene introdotto il tema della crisi di egemonia e ‘di autorità’, e, insieme quello dell’emergere di un fattore in grado di mettere in moto, certo pervasivamente, una serie di reazioni differenziate da parte dei diversi strati della popolazione, entro cui spicca proprio quella della «tradizionale classe dirigente, che ha un numeroso personale addestrato, muta uomini e programmi e riassorbe il controllo che le andava sfuggendo con celerità molto maggiore di quanto avvenga nelle classi subalterne».

Bisogna, tuttavia, sostare ancora sulla connotazione morfologica che Gramsci restituisce del fenomeno della leadership carismatica, sempre rifacendosi alle argomentazioni michelsiane. Nel celebre § 12 del Q. 7, dedicato a L’uomo-individuo e l’uomo-massa, egli, affrontando il problema della formazione di un ‘conformismo’ determinato in ordine all’irrobustirsi sempre maggiore dei meccanismi di produzione – riproduzione sociale allargata si tratta, in sintesi, del centro dell’indagine dell’americanismo nei “Quaderni”), annota:

 

Tendenza al conformismo nel mondo contemporaneo più estesa e più profonda che nel passato: la standardizzazione del modo di pensare e di operare assume estensioni nazionali o addirittura continentali. La base economica dell’uomo-collettivo: grandi fabbriche, taylorizzazione, razionalizzazione ecc.. Ma nel passato esisteva o no l’uomo collettivo? Esisteva sotto forma della direzione carismatica, per dirla con Michels: si otteneva una volontà collettiva sotto l’impulso e la suggestione immediata di un eroe, di un uomo rappresentativo; ma questa volontà collettiva era dovuta a fattori estrinseci e si componeva o scomponeva continuamente. L’uomo collettivo odierno si forma invece dal basso in alto, sulla base della posizione occupata dalla collettività nel mondo della produzione: l’uomo rappresentativo ha anche oggi una funzione nella formazione dell’uomo-collettivo, ma inferiore di molto a quella del passato, tanto che essa può sparire senza che il cemento collettivo si disfaccia e la costruzione crolli[55]. 

 

Il proseguo del ragionamento si vale di una citazione dalla recensione, su l’“Italia letteraria” nel ‘30, scritta da Giovanni Faccioli, al volume di Fülöp-Miller Il volto del bolscevismo[56]: «Si dice – scrive ancora Gramsci – che gli “scienziati occidentali ritengono che la psiche delle masse non sia altro che il risorgere degli antichi istinti dell’orda primordiale e pertanto un regresso a stati culturali da tempo superati”; ciò è da riferirsi alla così detta ‘psicologia delle folle’, cioè delle moltitudini casuali e l’affermazione è pseudo-scientifica, è legata alla sociologia positivistica[57]». Secondo Gramsci, dunque, al contrario di quanto ritenuto dall’impianto positivistico della ‘psicologia delle masse’, è indebito irrigidire naturalisticamente i comportamenti collettivi. Trattiamo di un atteggiamento che inficia costitutivamente tutta la linea delle teorizzazioni afferenti (sia in senso diretto che indiretto), da Le Bon a Pareto. A parere di questa i processi di uniformazione di massa trovano come conseguenza un tipo di modificazione delle facoltà cognitive tale da far emergere istinti originari, e da comportare determinate risposte di adesione in assenza, però, di un pieno e libero padroneggiamento dell’influenza degli impulsi. Michels condivide l’idea di fondo della ‘psicologia delle masse’, e la integra con la valutazione della incidenza dei fattori tecnico-funzionali concernenti gli odierni processi di burocratizzazione, donde l’inserimento degli impulsi emersi all’interno delle masse in un sistema di mobilitazione organizzata, recandone il filtraggio nella azione collettiva. Secondo Michels, in un contesto contrassegnato dall’intersezione tra società di massa e formalizzazione del principio democratico, «le masse sovrane sono inabili a prendere da se stesse anche solo quelle risoluzioni che sono più necessarie»[58]. Risultano escluse dalla visuale dello studioso di Colonia le opportunità dischiuse dal ‘mutamento antropologico’ che l’avvento della ‘società dei consumi’, della standardizzazione e, insieme, del protagonismo delle masse portava con sé. Piuttosto egli ne individuava la fenomenologia storico-sociale in modo da  esaltare le contraddizioni interne alla forma parlamentare nella direzione della complessificazione del rapporto tra meccanismi di coptazione – non già di ricambio, come notoriamente ritenuto da Pareto – a tutela della ‘legge dell’oligarchia’, burocrazia ed esercizio del comando rispetto alle masse stesse. Sta in ciò la ragione cruciale per cui Michels considererà la risposta mussoliniana in qualità di soluzione di incanalamento delle pulsioni di massa (innanzi tutto: predisposizione alla conservazione e bisogno di venerazione del ‘capo’) abilitata a dare sbocco alla crisi della classica ‘società liberale’, garantendo un esercizio ottimale della guida politica in uno scenario permeato dalla pervasività della organizzazione burocratica. In certo senso, una simile soluzione relativa all’intreccio fra concentrazione leaderistica e investitura-mobilitazione delle masse viene considerata da Gramsci come anacronistica. A rigore, cioè, questa ripugna alle tendenziali vocazioni dello sviluppo della società di massa e delle forme contemporanee della ‘rivoluzione passiva’.

E’ da osservare che le considerazioni contrapponenti la ‘direzione carismatica’ michelsiana all’«uomo-collettivo odierno», formantesi «dal basso in alto, sulla base della posizione occupata dalla collettività nel mondo della produzione», risalgono alla fine del ’30 (la nota su L’uomo-individuo e l’uomo-massa  è compresa negli Appunti di filosofia – seconda serie), mentre il § 75 del Q. 2 al ’29-30 e il § 23 del Q. 13 al ’33, costituendo, tuttavia, la riscrittura di un testo precedente e sempre risalente al ’30. Il ’30 rappresenta, dunque, una data periodizzante per quel che riguarda il complesso del confronto ‘con’ e del riferimento ‘a’ Michels e, più in generale dell’attenzione verso i tema della ‘scienza politica’, per tutta la struttura dei Quaderni. D'atra parte, è da tale data in poi che il tema della 'costituente' e la categoria di 'rivoluzione passiva' vengono ad assumere particolare spessore. Si tenga presente, inoltre, che egli penserà a un ‘quaderno speciale’ dedicato al tema dell’americanismo solo nella fase ultimativa di completamento del proprio programma, cioè fra il marzo e l’aprile del ’32 (periodo del trasferimento a Formia); arricchirà, inoltre, la riflessione in merito sino al ’34 e, d’altra parte, comincerà a dedicare annotazioni all’argomento nel corso del ’29-’30[59]. Tutto ciò acclara come Gramsci ebbe ad avvertire con nettezza la necessità di parametrare la qualificazione di soluzioni politicamente ‘primitive’ di investitura ‘carismatica’ alla modificazione del ruolo delle masse ed alle differenziazioni in actu della morfologia storico-sociale. Esse trovano pieno chiarimento proprio con l’introduzione della nozione di ‘rivoluzione passiva’ – mutuata in origine da Cuoco – e con la intensificazione delle sue implicazioni euristiche.

Ci basta sottolineare come la compenetrazione tra ‘cesarismo’ e ‘direzione carismatica’ debba essere riferita, soprattutto, al configurarsi di condizioni solo superficialmente statiche ed, invece, disposte in base alla preoccupazione di conseguire, per via arbitrale, un equilibrio ‘sostitutivo’ proteso ad evitare transitoriamente (e, dunque senza davvero rinnovarne, per forza di cose, la ragione costituente) che la crisi della ‘compattezza’ del dominio dei gruppi tradizionali precipiti in uno sbocco tendenzialmente dissolutore, poiché risolventesi nella permanente ‘compensazione’ fra le loro diverse componenti economico-corporative. E’ chiaro che anche la stessa soluzione carismatica si rivela intrinsecamente esposta al ‘rischio catastrofico’, ma occorre coglierne tanto il tratto di fluidità quanto lo statuto di dispositivo ‘di resistenza’.

3. Tendenza oligarchica e ruoli dirigenti

Occorre riprendere i fili del discorso enucleato al § 75 del Q. 2. In particolare nel suo dipanarsi emergono tre aspetti principali, vicendevolmente connessi: il tema della tendenza oligarchica[60], anzitutto nelle formazioni socialiste; il tema della ‘professionalizzazione’ dei ‘capi di partito’, pure in rapporto al dilatarsi della organizzazione burocratica; e, in ultimo, quello del possibile verificarsi di uno scollamento  tra classi dirigenti e meri aderenti-militanti, organizzatori e organizzati.

Gramsci continua a ripercorrere  – quasi schedandole – le enunciazioni dell’articolo michelsiano del maggio ’28 per avanzare nell’analisi:

 

L'articolo – egli scrive – è pieno di parole vuote e imprecise. “Il bisogno dell'organizzazione (...) e le tendenze ineluttabili (!) della psicologia umana, individuale e collettiva, cancellano alla lunga la maggior parte delle distinzioni originarie”. (Cosa vuol dire tutto ciò: il tipo “sociologico” non corrisponde al fatto concreto).  “Il partito politico come tale ha la sua propria anima (!), indipendentemente dai programmi e dai regolamenti che si è dato e dai principi eterni di cui è imbevuto”. Tendenza all'oligarchia. “Dandosi dei capi, gli stessi operai si creano, con le proprie mani, nuovi padroni, la cui principale arma di dominio consiste nella loro superiorità tecnica e intellettuale, e nell'impossibilità d'un controllo efficace da parte dei loro mandanti”. Gli intellettuali hanno una funzione (in questa manifestazione). I partiti socialisti, grazie ai numerosi posti retribuiti e onorifici di cui dispongono, offrono agli operai (a un certo numero di operai, naturalmente!) una possibilità di far carriera, ciò esercita su di essa una forza di attrazione considerevole (questa forza si esercita, però, più sugli intellettuali). Complessità progressiva del mestiere politico per cui i capi dei partiti diventano sempre più dei professionisti, che devono avere nozioni sempre più estese, un tatto, una pratica burocratica, e spesso una furberia sempre più vasta. Così i dirigenti si allontanano sempre più dalla massa e si vede la flagrante contraddizione che nei partiti avanzati esiste tra le dichiarazioni e le intenzioni democratiche e la realtà oligarchica ([…] le quistioni di democrazia e di oligarchia hanno un significato preciso che è loro dato dalla differenza di classe tra capi e gregari: la questione diventa politica, acquista un valore reale cioè e non più solo di schematismo sociologico, quando nell'organizzazione c'è scissione di classe: ciò è avvenuto nei sindacati e nei partiti socialdemocratici: se non c'è differenza di classe la quistione diviene puramente tecnica - l'orchestra non crede che il direttore sia un padrone oligarchico - di divisione del lavoro e di educazione, cioè l'accentramento deve tener conto che nei partiti popolari l'educazione e l'‘apprendissaggio’ politico si verifica in grandissima parte attraverso la partecipazione attiva dei gregari alla vita intellettuale - discussioni - e organizzativa dei partiti. La soluzione del problema, che si complica appunto per il fatto che nei partiti avanzati hanno una grande funzione gli intellettuali, può trovarsi nella formazione tra i capi e le masse di uno strato medio quanto più numeroso è possibile che serva di equilibrio per impedire ai capi di deviare nei momenti di crisi radicale e per elevare sempre più la massa)[61].

 

Come si vede nel brano troviamo confermata, anzitutto, la critica all’atteggiamento (designante un peculiare ‘cortocircuito’) inteso a costringere il determinarsi del  «fatto concreto» nella fissazione di una sorta di criterio naturale coincidente con un certo «tipo ‘sociologico’» reagente, però, proprio sulle «distinzioni originarie» attraverso l’intensificarsi della organizzazione (e la cui tendenza ineluttabile – che fa sobbalzare Gramsci per l’astrattezza – vien postulata dalla Massenpsycologie e non solo). Tuttavia, sempre di nuovo, la critica di una simile ‘linea di condotta’ teorica non impedisce a Gramsci di assumere il dato della formazione di una classe burocratico-dirigente di ‘professionisti della politica’ nei partiti operai. Fornendo indicazioni strettamente empiriche, Michels, avendo collocato nel principio di organizzazione il fattore comprovante la contraddittorietà del processo democratico, e, insieme, l’unico strumento per la formazione della volontà collettiva, e, ancora,  più specificamente, per tradurre politicamente la consistenza numerica delle classi dirigenti, ne evidenziava la diretta conversione in una solida struttura di potere.  Il suo determinarsi delinea in ogni partito e in ogni sindacato il riprodursi della divisione tra dirigenti e diretti. E’ lumeggiando i termini della pervasiva articolazione organizzativa delle società ‘democratiche’ che lo scienziato della politica in discussione verifica la portata di quella fondamentale divisione governanti-govertati che in Mosca troviamo fissata e ne giustifica la manifestazione in base alla ‘legge ferrea dell’oligarchia’. Nella Soziologie, in continuità con la lezione weberiana, lo sviluppo strutturale della ‘organizzazione’ latu sensu viene fissato in qualità di destino di ogni gruppo sociale (dal partito, al sindacato, alla cooperativa, allo Stato). Michels, cioè, formulando l’equivalenza tra organizzazione e tendenza alla oligarchia, invera lo schema avanzato dal Mosca[62] negli Elementi di scienza politica, rafforzandone, ma anche modificandone in parte, gli esiti.  Egli rifiuta l’idea per cui l’organizzazione sarebbe lo strumento grazie al quale una certa minoranza prevale su una maggioranza disomogenea. Altresì, coglie nella necessità della organizzazione – dal partito allo Stato, appunto – la matrice genetica della necessità dell’oligarchia[63]. Entro l’angolatura gramsciana si conviene sulla strategicità nel discrimine governanti-governati e il riscontro di dinamiche oligarchiche anche nei partiti operai viene atteso in qualità di indice della loro immaturità, connesso all’insorgere o al riflesso di una condizione di ‘primitivismo politico’ favorita proprio dalla mancanza di un adeguato grado di autonomia storico-ideologica delle classi subordinate e della inerente rappresentanza.

L’elemento di implicanza fra l’immaturità delle formazioni partitiche, o addirittura l’avvento di una strategia  di stabilizzazione di una certa situazione  ‘primitiva’ nella vita politica, e  il fattore della chiusura oligarchica appare comprovato dalla tendenziale trasformazione della stessa divisione oligarchica attraversante il partito  operaio nella  «scissione di classe». Il conseguimento analitico di tale trasformazione si deve alla riclassificazione in chiave storico-sociale della medesima  «differenza di classe tra capi e gregari», strappandola al  «solo […] schematismo sociologico» che la riduce a «quistione […] puramente tecnica». Si profila, così, una sorta di paradosso. La raffigurazione empirica di tale ‘differenza’  operata nella Soziologie  (la quale trova come  oggetto ‘di fatto’ esclusivo i partiti della Seconda Internazionale e, in particolare, il partito socialdemocratico, diversamente da molti testi precedenti, ove constatiamo attuato un tipo di generalizzazione rivolta all’insieme delle componenti del sistema democratico[64]) e nello stesso articolo del ’28 descrive il referente della critica peculiare dello storicismo gramsciano. Cionondimeno, essa coglie come, passando dal piano puramente teorico a quello degli orientamenti effettivi, il discrimine  ‘capi’/’gregari’ possa, sì,  conservare un contenuto di classe ma anche assumere un carattere  funzionale interno –  giustificabile, anzitutto, in base all’acquisizione  della continuità del principio moschiano della distinzione fra ‘governanti’ e ‘governati’ – non elidentesi con la  «partecipazione attiva» dell’insieme del partito.

Sul contenuto della periodizzazione in base a cui intendere il § 75 del Q. 2 abbiamo già riflettuto. Appare, tuttavia, opportuno osservare, ricollegandoci alle considerazioni poc’anzi formulate, che lo svolgimento della sua lettura mette in evidenza il tema delle diverse degenerazioni burocratico-oligarchiche nell’arco che va dai partiti operai e dalla loro crisi alla centralizzazione carismatica. Quest’ultimo fenomeno ha comunque carattere ‘occasionale’ poiché – e in ciò consta uno dei grandi spartiacque storico-politici della strumentazione e della ‘casistica’ michelsiana – si giustifica in virtù dalle dinamiche di indebolimento o di coercizione rispetto ad altre forze. La sua considerazione trova un apice nel ’29-’30, seguendo la genesi ed alcuni assestamenti del regime fascista, e scorre, in termini complessivi, verso l’illustrazione della ridefinizione del rapporto tra ‘società civile’ e ‘società politica’ destinato a marginalizzare la direzione carismatica – prodotto dell’esigenza di riorganizzazione del blocco dominante, e principale motivazione del cesarismo – in ragione della socializzazione della produzione e della standardizzazione di massa[65]. E’ in nuovo contesto del genere, giocabile in direzioni ‘regressiva’ e ‘progressiva’, che si cala la possibilità di rilanciare la funzione dei partiti in quanto soggetti portanti della formazione di élites connessa alla partecipazione delle masse, a partire dal riconoscimento della insuperata avanzatezza della modalità di organizzazione della volontà collettiva che essi rappresentano, come viene adombrato al § 30 del Q. 13, steso nel ’33, ossia in una fase in cui l’approfondimento gramsciano aveva ormai oltrepassato la considerazione del momento genetico di costruzione dello Stato fascista. In una fase, dunque, in cui Gramsci aveva sviscerato le conseguenze del peso della mobilitazione di massa per le figure odierne di tale organizzazione, avvertite certo anche in ordine alle forti sollecitazioni provenienti dalla grande ‘crisi’ del ‘29[66] e dall’intensità delle implicazioni successive (si guardi al contenuto del § 4 del Q. 15). La percezione dell’affermarsi di una ‘società di massa’ in senso proprio costituisce il riferimento strategico anche per interpretare il fenomeno totalitario. La sua tematizzazione – connessa anche ai tratti in divenire del fascismo e dell’esperienza sovietica – si allunga dallo schema del ‘cesarismo’ alla qualificazione di una condizione di approfondimento del ‘primitivismo politico’ che, interagendo con il fattore strutturale della massificazione, ricostruisce la relazione tra partito e massa destituendo queste ultime di soggettività, ossia riducendole a mere ‘masse di manovra’[67] e domandando, vieppiù, il raffinamento e l’ampliamento degli apparati coercitivi. In altre parole, trova evidenza sia la tendenziale convergenza tra ‘primitivismo’ della vita politica e suo trattenimento allo statuto ‘economico-corporativo’, sia l’attrito di questa con lo stesso svolgimento di massa della ‘rivoluzione passiva’, cui pure la stessa esperienza cesaristico-fascista, movente dalla direzione carismatica, viene direttamente commisurata, tanto inizialmente, quanto con il radicamento sempre maggiore di un vasto apparato burocratico-statuale.

E’ per ciò, del resto, che Gramsci adombra l’istanza di valorizzare produttivamente «il fatto che nei partiti avanzati hanno una grande funzione gli intellettuali», e, vieppiù, la articolazione di uno «strato medio» intellettuale che abbia come primo riflesso il raggiungimento di un «equilibrio per impedire ai capi di deviare nei momenti di crisi radicale e per elevare sempre di più la massa». Osserviamo: anche la soluzione cesaristica può appoggiarsi ai processi correnti di configurazione di un ceto intellettuale di massa ed irrobustirne i dispositivi di organizzazione sino al superamento della loro veste di ‘direzione carismatica’. Il dirigente comunista concede, inoltre, la possibilità del generale determinarsi di una fase ‘transitoria’ di centralizzazione del partito «per conquistare la democrazia dello Stato». Tale ammissione deriva dalla distinzione tra «democrazia nel partito» e «democrazia nello Stato»[68] in risposta alla generalizzazione michelsiana del teorema oligarchico dalla ‘democrazia in piccolo’ alla ‘democrazia in grande’[69]. Tutto dipende, rispetto alla congruenza o meno del ceto intellettuale di massa ad un regime reazionario incardinato sul controllo e la coercizione della vita politica, dalla capacità di attraccarne l’insieme dei compiti all’ammodernamento degli apparati egemonici.

4. Direzione'charismatica' e soggetti politici

E’ utile cercare ora da considerare più da vicino la riqualificazione della dimensione del partito che  Gramsci opera per definire un diverso criterio di organizzazione della vita politica e delle classi dirigenti.

L’attenzione va attirata, soprattutto, sui termini in cui Gramsci designa l’attuazione di un genere di centralismo dinamico nell’organizzazione interna del partito. Il suo carattere organico-democratico viene chiarito da Gramsci al § paragrafo 36 del Q. 13, ossia in una delle Notarelle su Machiavelli intieramente dedicata al tema della burocrazia. Esso avrebbe dovuto consistere  «nel contemperare le spinte dall’alto con il comando dal basso», nell’«inserimento continuo degli elementi che sbocciano dal profondo della massa nella cornice solida dell’appartato di direzione che assicura la continuità e l’accumularsi regolare delle esperienze»[70].

Siffatto modo di intendere il centralismo sottende una concezione della forma-partito del tutto dissimile, ed anzi alternativa, dalla linea e dalla tradizione del movimento comunista. Dippiù. Il centralismo così qualificato può venir inteso in qualità di termine di approdo (non esclusivo) del tentativo di sottrarre l’organizzazione politica dei gruppi progressivi alla immaturità, alla carenza di iniziativa autonoma, e, dunque, ai rischi di procrastinamento del ‘primitivismo’ interno o di scivolamento verso di esso. Si tratta, dunque, di una  indicazione considerabile  anche al fine  di illuminare, retroattivamente, le osservazioni formulate al § 74 del Q. 2. Le annotazione che Gramsci, ragionando sul saggio di Michels, rivolge alla figura di Mussolini in qualità di «capo unico di un grande partito», che  «si serve dello Stato per dominare il partito e del partito […] nei momenti difficili, per dominare lo Stato», si rivelano  ricche di implicazioni e paralleli ‘in filigrana’ a confronto della maniera in cui egli guarda alle vicende dell’Unione Sovietica[71]. La preoccupazione e la disapprovazione per le soluzioni «statolatriche» in tutti i «governi-Stato», per le conseguenze della burocratizzazione avevano certo a bersaglio anche l’autoritarismo carismatico di Stalin, capo unico del partito bolscevico[72]. La critica della teoria michelsiana del partito oligarchico va letta, in altre parole, in relazione  a molteplici fattori reciprocamente intrecciati: dalla stessa immaturità del movimento operaio, sulla scorta della quale si affermano soluzioni di contrazione autoritaria di massa, alla declinazione in senso ‘progressivo’ o ‘regressivo’ del connesso fenomeno ‘cesaristico’, alla ‘ambiguità’ del processo di ‘rivoluzione  passiva’, tendenzialmente permeante la dimensione mondiale, al nodo del conseguimento di uno sbocco positivo ad essa in forza della riqualificazione dei soggetti politici circa l’estensione del circuito democratico in quanto principale obiettivo della ‘politica-egemonia’, contrapposta all’esercizio del puro dominio[73], etc.

 

5. 'Primitivismo politico' e 'rivoluzione passiva'

A corollario dell’analisi fin qui sceverata è utile richiamare i contenuti del  § 25 del Q. 11, un testo steso tra il luglio e l’agosto del ’32. Qui viene affrontato il tema della Riduzione della filosofia della praxis a una sociologia. Evidentemente, decisivo si rivela, per il dispiegarsi del ragionamento, l’aspetto del rifiuto della mancanza di capacità di storicizzazione da parte degli schemi sociologici e della superficialità di molti criteri di generalizzazione empirica afferenti ad una certa accezione della  medesima «scienza ed arte della politica». D’altra parte, Gramsci concede  che negare «che si possa costruire una sociologia, intesa come scienza della società, cioè come scienza della storia e della politica, che non sia la stessa filosofia della praxis, non significa che non si possa costruire una compilazione empirica» di fenomeni determinati. Si pone, così, il problema della ammissibilità  o meno dell’impiego di «certe leggi di tendenza» che «corrispondono nella politica a leggi statistiche o dei grandi numeri che hanno servito a far progredire alcune scienze naturali»[74]. Lo sviluppo fornitone ci riconduce direttamente all’aspetto riguardante lo statuto correnti dei soggetti politici: «non è stato messo in rilievo» – scrive Gramsci – «che la legge statistica può essere impiegata nella scienza e nell’arte politica solo fino a quando le grandi masse della popolazione rimangono essenzialmente passive [...] o si suppone rimangano passive. D’altronde l’estensione della legge statistica alla scienza e all’arte politica può avere conseguenze molto gravi in quanto si assume per costruire prospettive e programmi d’azione; se nelle scienze naturali la legge può solo determinare spropositi e strafalcioni, che potranno essere facilmente corretti da nuove ricerche e in ogni modo rendono solo ridicolo il singolo scienziato che ne ha fatto uso, nella scienza e nell’arte politica può avere come risultato delle vere  catastrofi, i cui danni ‘secchi’ non potranno mai essere risarciti. Infatti nella politica l’assunzione della legge statistica come legge essenziale, fatalmente operante, non è solo errore scientifico, ma diventa errore pratico in atto; essa inoltre favorisce la pigrizia mentale e la superficialità programmatica»[75].

Ciò appare confermato dal proseguo del ragionamento, attestantesi proprio sul problema  del mutamento del ruolo e della fisionomia dei soggetti politici, in contrasto al modello michelsiano di ‘direzione carismatica’:

 

Un altro elemento che nell’arte politica porta allo sconvolgimento dei vecchi schemi naturalistici – scrive ancora Gramsci – è il sostituirsi, nella funzione direttiva, di organismi collettivi (i partiti) ai singoli individui, ai capi individuali (o carismatici, come dice il Michels). Con l’estendersi dei partiti di massa e il loro aderire organicamente alla vita più intima (economico‑produttiva) della massa stessa, il processo di standardizzazione dei sentimenti popolari da meccanico e casuale (cioè prodotto dall’esistenza, ambiente di condizioni e di pressioni simili) diventa consapevole e critico. La conoscenza e il giudizio di importanza di tale sentimento non avviene più da parte dei capi per intuizione sorretta dalla identificazione di leggi statistiche, cioè per via razionale e intellettuale, troppo spesso fallace – che il capo traduce in ‘idee‑forza’, in parole‑forza – ma avviene da parte dell’organismo collettivo per “compartecipazione attiva e consapevole” […] Così si forma un legame stretto tra grande massa, partito, gruppo dirigente e tutto il complesso, bene articolato, si può muovere come un  ‘uomo‑collettivo’[76].

 

All’interno del paragrafo, mentre le osservazioni sulla acquisibilità della legge statistica come legge sociologica costituiscono una riscrittura  del § 6 del Q. 7[77], risalente al ’30-’31, la parte appena ascoltata è stata stesa ‘di sana pianta’, per così dire, nel ’32. Colpiscono, innanzitutto, due elementi della argomentazione. Il primo consiste nel fatto che le affermazioni gramsciane definiscono, per alcuni versi, potremo dire, il raffinamento delle osservazioni più generali che erano state formulate, nel 29-30, col § 75 del Q. 2. In quella sede Gramsci  sottolineava tanto il fatto che le esperienze di direzione carismatica  sempre corrispondono a contenuti ideologico-egemonici, coercitivi, etc. determinati, quanto la loro coincidenza con un momento ‘primitivo’ della vita politica connesso o a una condizione di immaturità dei partiti stessi, o al distendersi di una situazione di equilibrio tra forze che, proprio sfruttando tale situazione  di immaturità nel campo ‘progessivo’, appare capace di preservare, con l’arbitrato esercitato proprio da una guida personale, le posizioni dei gruppi dominanti, in  un quadro di  «anarchia permanente» dovuto all’attrito del complesso dei mutamenti a respiro di massa designanti  le reali basamenta  della ‘rivoluzione passiva’. La sua focalizzazione risulta impiegabile anche per cogliere – segnando un certo grado di complicazione analitica – alcune caratteristiche contraddistintive dei fenomeni centralistico-totalitarii che pure non si rendono circoscrivibili alla loro stessa fase genetica e che possono, invece, attivare contenuti ideologici e impulsi storici differenti, oppure cifrare una certa linea di continuità nell’approfondirsi di una instaurata condizione di ‘primitivismo politico’. Nel paragrafo in questione lo sviluppo  della società  di massa,  visto come chiamato ad includere nello spazio della effettiva cittadinanza, della ‘costituzionalizzazione’, nelle forme del circuito istituzionale i ceti subordinati, comportando nuovi modi di costruzione del senso comune, si trova qualificato quale destinato a mettere in crisi ogni immagine della funzione direttiva incardinata sui ‘capi individuali-charismatici’. Due anni dopo, al § 110 del Q. 22 rammentato poco fa (così come in altri luoghi precedenti e successivi), il comunista sardo lascerà intravvedere la protraibilità di situazioni di strozzatura della vita politica allo stato 'primitivo' al di là del riferimento alla leadership carismatica.

Tale lettura, se ne fissa alcuni assi genetici con la enucleazione della nozione di 'cesarismo', conosce una significativa sofisticazione dal '29 e, per progressive, composite linee, un ulteriore impulso proprio nel '32. Appare ben comprensibile, dunque, perché al § 25 del Q. 11 divenga possibile individuare un luogo testuale ove il confronto con il modello michelsiano di leadership carismatica, avviato, con largo respiro, nel ‘29-‘30, venga attuato situandovi un riferimento paradigmatico implicitamente attinente alla fenomenologia della riorganizzazione di determinate forze in un equilibrio ‘transitorio’ e correlato all’ipoteca di una situazione di ‘anarchia permanente’, destinata, comunque, all'usura e al superamento (ferma restando la sua irriducibilità – chiarita da Gramsci non solo nel ‘33 -  alla suggestione del ‘capo’) con «l’estendersi dei partiti di massa e il loro aderire organicamente alla vita più intima (economico-produttiva) della massa stessa». Ciò comporta l’appalesarsi dell'ispessimento e, al contempo, della cospicua rimodulazione di un'esperienza come quella fascista, del suo apparato di consenso e degli strumenti concernenti di organizzazione della vita politica. Tutto questo mette in evidenza l’adozione o il rafforzamento di dispositivi di mobilitazione di massa determinati ma anche – sempre di nuovo – il tendenziale attrito fra il mantenimento di una condizione di contrazione in senso ‘primitivo’ del circuito politico-istituzionale destinato alla consunzione e al superamento e gli sviluppi della stessa ‘rivoluzione passiva’.

Risultano, così, ampiamente confermate le coordinate della lettura della ‘svolta’ degli anni trenta[78], a cominciare dalla questione del mutamento di fisionomia del fascismo, nonché, insieme ad altri aspetti e momenti, il particolare valore periodizzante di alcune formulazioni analitiche svolte in merito nel corso del ‘32. E qui si rende opportuno segnalare un secondo elemento, capace di testimoniare quanto i contenuti della nota in esame siano il prodotto di una ricca operazione di sofisticazione concettuale da riferirsi proprio alla ‘svolta’ degli anni trenta. Infatti, non è chi non veda come essi, convergendo sul confronto col modello michelsiano del ‘capo carismatico’, siano da riconnettersi, innanzitutto, a quelli già considerati, del § 12 del Q.7, risalente alla conclusione del ‘30. A distanza di due anni Gramsci torna a leggere il tendenziale esaurimento di tale modello e del tipo di articolazione della vita politica che vi corrisponde come indotto dal processo di costruttiva espansione della società di massa e dalle attigue modalità di ‘standardizzazione’ e formazione del senso comune. E’ lecito avanzare l’idea che il § 25 del Q. 11 possa venire inteso come luogo di risolutivo inquadramento dei temi impostati al medesimo § 12 del Q. 17. Al suo interno l'impulso della ‘direzione carismatica’ si trovava qualificato in quanto funzione suggestionante capace di mobilitare solo per via ‘estrinseca’ la volontà collettiva. Gli impetuosi sviluppi storico-sociali in atto si rivelano, invece, inclini a favorire un diverso tipo di individualità, un ‘uomo-collettivo’ formantesi «dal basso in alto, sulla base della posizione occupata dalla collettività nel mondo della produzione». Ora, le conseguenze di un simile processo sono tali da suggerire la possibilità di un mutamento di morfologia della soggettività politica restituibile nei termini della dilatazione ad essa della fisionomia dell''uomo-collettivo’. Ciò si rende chiaro in piena coerenza sia con la tesi dell'attrito fra ‘primitivismo’ e approfondirsi della società di massa, nonostante la commisurazione del ‘cesarismo’ al tratto di ‘ambiguità’ della ‘rivoluzione passiva’, sia con le conclusioni che constatiamo raggiunte in un celebre brano, ove viene messo a fuoco il nesso tra funzione delle élites e ‘filosofia della prassi’, compreso in una serie di appunti del Q. 11, risalente al ‘32-‘33[79]. Qui Gramsci colloca nei partiti il compito di elaborare «nuove intellettualità integrali» che «nel crogiuolo dell'unificazione di teoria e pratica» acquisiscano «per adesione individuale» il consenso su una ‘concezione del mondo’ e sull’«etica e la politica conforme», a partire dal «tramite di una élite in cui la concezione implicita della umana attività sia già diventata in una certa misura coscienza attuale coerente e sistematica e volontà precisa e decisa»[80]. Il ‘capo charismatico’ di impianto michelsiano opera commisurando l'orientamento razionale dell'azione alla suggestione esercitata dall'influenza del momento intuitivo della leadership su masse escluse dalla circolazione dei saperi, delle risorse cognitive, e con ciò soddisfa l'esigenza di incanalare sulla propria funzione arbitrale la centralizzazione del sistema politico, di cui viene, di conseguenza, rafforzata la componente coercitiva rapportata alla mobilitazione passiva delle masse stesse.

Del resto, la critica di siffatto approccio rappresenta un peculiare elemento di raccordo fra il § 75 del Q. 2 e il § 25 del Q. 11. Nel primo essa si attagliava sulla ‘superficialità’ e ‘sommarietà’ dei criteri di generalizzazione empirica adottati da Michels[81]. In proposito i toni di Gramsci si colorano di particolare asprezza: «la pura descrittività e classificazione esterna della vecchia sociologia positivistica» – scrive – «sono un altro carattere di queste scritture del Michels: egli non ha nessuna metodologia intrinseca ai fatti, nessun punto di vista critico che non sia un amabile scetticismo da salotto o da caffè reazionario che ha sostituito la sbarazzineria altrettanto superficiale del sindacalismo rivoluzionario e del sorellismo»[82] (l’evocativo parallelo con Sorel  – autore decisivo per il comunista sardo  fin dagli anni giovanili[83] – prosegue per il resto del paragrafo[84]).  Nella seconda nota la critica nei riguardi della «pura descrittività  e classificazione esterna della vecchia sociologia positivistica» – incapace di ricomporre criticamente i fatti sociali dal loro interno,  ossia storicizzandone i nessi senza limitarsi all’applicazione di meri schemi di generalizzazione empirica (ciò si intende con il richiamo ad una  «metodologia intrinseca ai fatti») – si rimodula in quella attinente l’impiego di tali parametri per la mantenuta giustificazione del riconoscimento nella leadership carismatica di un peculiare fattore risolutivo a fronte della attribuita, intrinseca degenerazione oligarchica  del sistema democratico. Preme costantemente a Gramsci mostrare il tendenziale anacronismo di una posizione come quella di Michels. In alternativa ad essa Gramsci pone una prospettiva basata sulla politicizzazione delle masse in quanto favorente la formazione di soggetti capaci di stabilire con loro un «legame stretto», aderendone «organicamente» alla  «vita più intima». I tentativi di ostruzione di una simile tendenza storica cercano di ‘incanalarla’ salvaguardando le classi dominanti, sostituendo ad un tipo di legame del genere quello  fra il partito centrato sul  charisma  del leader e le moltitudini mobilitate  per via ‘intuitivo-razionale’  in ragione dell’impiego di strumenti determinati di  ricognizione degli orientamenti sociali, a cominciare, appunto, dalla  «identificazione di leggi statistiche».

Vale la pena segnalare come la critica che Gramsci opera del modello michelsiano non escluda  una, almeno implicita, certo misurata, ammissione del ruolo della ‘carismaticità’ nella società  contemporanea che vada al di là delle denunzia dell’impiego in vista dell’instaurazione di una condizione di arretramento della vita politica. Il  testo più interessante a  tal proposito  è il § 97 del Q. 6. Esso appartiene alla rubrica Passato e presente, ha come titolo Grande ambizione e piccole ambizioni, e la parte che più ci interessa, nel caso, è quella dedicata all’uso storicamente deteriorato della persuasione demagogica, diffusosi in precisa accezione nel contesto del parlamentarismo tradizionale quale strumento di conquista del consenso, ed allungatosi ed irrigiditosi, poi, nell’impianto ideologico-politico delle esperienze del ‘cesarismo’ – ‘bonapartismo’. Scrive Gramsci:

 

Demagogia vuol dire parecchie cose: nel senso deteriore significa servirsi delle masse popolari, delle loro passioni sapientemente eccitate e nutrite, per i propri fini particolari, per le proprie piccole ambizioni (il parlamentarismo e l’elezionismo offrono un terreno propizio per quella forma particolare di demagogia, che culmina nel cesarismo e nel bonapartismo coi suoi regimi plebiscitari). Ma se il capo non considera le masse umane come uno strumento servile, buono per raggiungere i propri scopi e poi buttar via, ma tende a raggiungere fini politici organici di cui queste masse sono il necessario protagonista storico, se il capo svolge opera ‘costituente’ costruttiva, allora si ha una ’demagogia’ superiore; le masse non possono non essere aiutate a elevarsi attraverso l’elevarsi di singoli individui e di interi strati ‘culturali’. Il ‘demagogo’ deteriore pone se stesso come insostituibile, crea il deserto intorno a sé, sistematicamente schiaccia ed elimina i possibili concorrenti, vuole entrare in rapporto con le masse direttamente (plebiscito, ecc., grande oratoria, colpi di scena, apparato coreografico fantasmagorico: si tratta di ciò che il Michels ha chiamato ‘capo carismatico’). Il capo politico dalla grande ambizione invece tende a suscitare possibili ‘concorrenti’ ed eguali, ad elevare il livello di capacità delle masse, a creare elementi che possano sostituirlo nella funzione di capo […] se il capo è di origine ‘carismatica’, deve rinnegare la sua origine e lavorare a rendere organica la funzione della direzione, organica e coi caratteri della permanenza e continuità[85].

Il paragrafo in questione risale, con tutta probabilità, al 1931. Si tratta, dunque, di un ulteriore passaggio di quell’approfondimento del tema della leadership, dei significati ideologici di cui si trovò investito e delle relative implicazioni, che Gramsci intraprese dal biennio precedente, in corrispondenza all’indagine genetica di un determinato fenomeno storico (il fascismo), che venne sviluppato, poi, ben oltre, secondo un criterio di irrobustimento ed affinamento analitico applicato nel confronto con le mutazioni in corso, traccianti un certo scarto qualitativo alla ‘svolta’ degli anni trenta. Il problema che nella nota viene affrontato è, infatti, quello del rapporto  fra direzione apicale (l’attivazione del ruolo del ‘capo’), costruzione del consenso di massa e fisionomia del soggetto politico-partito. In congruenza con quanto fin ad ora osservato, bisogna sottolineare che il profilo del ‘capo’-‘demagogo deteriore’ si inserisce e cresce nei limiti costitutivi del parlamentarismo classico-liberale, sino a proiettarsi, poi, per impulso dei germi vocati alla crisi di esso ed a fronte dell’acquisizione di inusitato peso delle masse, verso soluzioni di centralizzazione arbitrale-autoritaria di loro irretimento. Risulta, cioè, confermata l’immagine del modello michelsiano come anacronistica e volta alla conservazione delle passività,  perché basata su una concezione del leader in quanto depositario di saperi e tecniche precluse alle masse ed orientato alla preservazione della esclusione attraverso la suggestione intuitiva in grado di veicolare gli aspetti ideologici  preminenti di un determinato assetto di dominio.

Gramsci raccoglie e sintetizza siffatta  forma determinata  di mantenimento del dominio  nella formula delle «piccole ambizioni» e nella riduzione ad esse dell’impegno politico. A loro contrapposto si pone la «grande ambizione» in qualità di esplicazione della piena  ‘politicizzazione’ delle masse, dotata di largo respiro. La complessità degli elementi  scaturenti siffatto articolarsi e svilupparsi è ben chiara a Gramsci. Egli, cioè, grazie al ‘filtro-Michels’ (malgrado sia ipotizzabile che in proposito, oltre allo specifico riferimento a Parlamento e governo, si debba contemplare pure l’ipotesi per cui,  nel corso del soggiorno a Vienna tra il novembre del ’23 ed il maggio del ’24, abbia potuto leggere direttamente la celebre conferenza monachese del gennaio del 1919 su La politica come professione), riconosce criticamente la centralità degli aspetti essenziali per l’analisi della contemporaneità sollevati dal problema weberiano della ‘carismaticità’[86], anche in senso costruttivo. La principale ‘posta in gioco’ consta, per Gramsci,  nel fare della  «grande ambizione» del «capo politico», del concorso del suo stesso ruolo  di direzione,  lo strumento per mezzo di cui dilatarla a livello delle masse, attivandole; conferendo a tale ruolo una dimensione collettiva e «i caratteri della permanenza e della continuità».

Essenziale diviene, allora, delineare la funzione storico-egemonica di nuovo tipo di una soggettività volta alla rappresentanza dei «gruppi progressivi» e capace di sollecitare strategicamente un simile processo. Si è già accennato ad alcune delle direttrici su cui Gramsci ne costruisce  il compito, le finalità sociali e i decisivi termini di intervento. Esse si attestano tutte sul piano del conseguimento di un preciso ruolo  storico incardinato su un tipo di lettura autonoma della vicenda razionale. Il guadagno di questo decisivo aspetto viene adempiuto, nei Quaderni, proprio in polemica ed in netta discriminazione, ancora una volta, dalla prospettiva politologia michelsiana, dalla cognizione dei partiti e del sistema politico che ne deriva. Basti guardare all’importante § 33 del Q. 13, titolato proprio Sul concetto di partito politico. Al suo interno tale funzione  si trova esibita come misura in ordine alla quale adempiere ad una adeguata ricognizione dei soggetti politici. Vi leggiamo:

 

Quando si vuol scrivere la storia di un partito politico – esordisce  Gramsci – in realtà occorre affrontare tutta una serie di problemi molto meno semplici di quanto creda, per es., Roberto Michels che pure è ritenuto uno specialista in materia. Cosa sarà la storia di un partito? Sarà la mera narrazione della vita interna di una organizzazione politica? come essa nasce, i primi gruppi che la costituiscono, le polemiche ideologiche attraverso cui si forma il suo programma e la sua concezione del mondo e della vita?  Si tratterebbe in tal caso, della storia di ristretti gruppi intellettuali e talvolta della biografia politica di una singola individualità. La cornice del quadro dovrà, adunque, essere più vasta e comprensiva. Si dovrà fare la storia di una determinata massa di uomini che avrà seguito i promotori, li avrà seguiti con la sua fiducia, con la sua lealtà, con la sua disciplina o li avrà criticati ‘realisticamente’ disperdendosi o rimanendo passiva di fronte a talune iniziative. Ma questa massa sarà costituita solo dagli aderenti al partito? Sarà sufficiente seguire i congressi, le votazioni, ecc., cioè tutto l’insieme di attività e di modi di esistenza con cui una massa di partito manifesta la sua volontà? Evidentemente occorrerà tener conto del gruppo sociale di cui il partito dato è espressione e parte più avanzata […] Solo dal complesso quadro di tutto l’insieme sociale e statale (e spesso anche con interferenze internazionali) risulterà la storia di un determinato partito, per cui si può dire che scrivere la storia di un partito significa niente altro che scrivere la storia di un paese da un punto di vista monografico […] Un partito avrà avuto maggiore e minore significato e peso, nella misura appunto in cui la sua particolare attività avrà pesato più o meno nella determinazione della storia di un paese[87].

La nota che stiamo considerando risale, con tutta probabilità, al ’33 ed è tematicamente attigua  a testi come il § 27 e 30 del medesimo quaderno, in cui vengono approfonditi alcuni aspetti centrali della nostra ricerca. Dalla concezione della democrazia alla critica della riduzione della vita politica al meccanismo oligarchico, all’esame della fenomenologia storica della condizione di ‘primitivismo’ (l’enucleazione  compiuta della nozione di  ‘cesarismo’), si tratta di argomenti tutti rinvianti alla originale formulazione di una perspicua teoria dei soggetti storico-politici. La centrale definizione  dell’esercizio del ruolo nazionale quale terreno di verifica della capacità egemonica dei partiti si inserisce nel quadro di estrema maturità nella riflessione ove la penetrazione del significato della ‘rivoluzione passiva’ raggiunge il culmine, e, con essa, la chiarificazione di modi di direzione propulsivi del coinvolgimento attivo delle masse.

Continuare a riflettere in merito potrà risultare utile, crediamo, per approfondire il significato delle relazioni fra società di massa e contrazione autoritaria (a partire  dalla  variante fascista, ma non solo) nel quadro analitico gramsciano.

 

 

 

 

 



[1] Sul tema del rapporto di Gramsci con la teoria élitistica vanno segnalati, fra gli altri, gli studi di A. Pizzorno, Sul metodo di Gramsci: dalla storiografia alla scienza politica, e di C. Galli, Gramsci e la teoria dell’‘élites’ ambedue ricompresi in Gramsci e la cultura contemporanea – Atti del convegno internazionale di studi gramsciani tenutosi a Cagliari il 23-27 aprile 1967, Editori Riuniti, Roma, 1975, pp. 109-129 e 201-217; di D. Sochr, Antonio Gramsci e la questione delle élites politiche, in “Praxis”, n. 3, 1967, pp. 340.345; di D. Cofrancesco, Appunti su Gramsci e la teoria delle élites, raccolto in Id., Appunti sull’ideologia. Marxismo e libertà, Marzorati, Milano, 1968; i contributi raccolti nel volume a cura di M. Paci, Gramsci e i classici della sociologia, Istituto Gramsci delle Marche, Ancona, 1992; e, in senso più generale, quelli di O. Massari, Il ‘moderno principe’ nella politica-storia di Gramsci (considerazioni sulla problematica del partito moderno), e di P.P. Portinaro, Intellettuali e partito da Sorel a Gramsci, raccolti in Politica e storia in Gramsci – Atti del Convegno internazionale, Firenze 9-11 dicembre 1977, Editori Riuniti, Roma, 1977, pp. 450-472 e 556-578; di N. Bobbio, Gramsci e la teoria politica, raccolto in Ripensare Gramsci, Bollati Boringhieri, Torino, 1984, di D. Fisichella, R. Michels, il partito di massa e il problema della democrazia, raccolto in Il partito politico nella belle époque, a cura di G. Quagliariello, Giuffrè, 1990, pp. 743-752, di G. Sola, Scienza politica e analisi del partito in Gramsci, raccolto in Gramsci: il partito politico nei “Quaderni”, a cura di S. Mastellone e G. Sola, Centro editoriale Toscano, 2001, pp. 27-50; L. Canfora, Gramsci e élitismo italiano, in Novecento italiano – Studi in ricordo di F. De Felice, a cura di S. Pons, Carocci, Roma, 2000, pp. 171-174. Sul tema specifico del rapporto Gramsci-Michels cfr. F. Bettoni, Gramsci e Michels: un itinerario critico, raccolto in R. Michels tra politica e sociologia, a cura di G.B. Furiozzi, Centro editoriale Toscano, 1984, pp. 195-251; J. Hetscher, Die Kritik Michels’ duruch Antonio Gramsci, raccolto in Die Herausbildung der modernem politischen Soziologie im Kontext von Herausforderung und Defizit der Arbietesbewegung, N. Pahl – Rugenstein, Bonn, 1993; L. Medici, La metafora di Macchiavelli: Mosca, Pareto, Michels, Le Bon, Gramsci, Mucchi, Modena, 1990; e C. Malandrino, Gramsci e la “Sociologia del partito politico” di Michels, raccolto in Gramsci: il partito politico nei “Quaderni”, cit., pp. 115-141.

[2] Cfr. in proposito, fra gli altri, gli studi di F. De Felice, Rivoluzione passiva, fascismo, americanismo in Gramsci, raccolto in Politica e storia in Gramsci, I, cit., pp. 161-221; di L. Mangoni, Il problema del fascismo nei “Quaderni del carcere”, raccolto in Ivi, pp. 391-429; e di M. Montanari, Analisi del fascismo e storia di Italia, raccolto in Id., Studi su Gramsci, Pensa Multimedia, Lecce, 2002, pp. 137-159.

[3] Cfr. sul tema, fra i molti altri, gli studi di G. Vacca, Gramsci e Togliatti, Editori Riuniti, Roma, 1991, pp. 45-57; Id., Appuntamenti con Gramsci – Introduzione allo studio dei “Quaderni del carcere”, Carocci, Roma, 1999, pp. 229-250; e di M. Montanari, La finalità etico-sociale del partito politico, raccolto in Studi su Gramsci, cit., pp. 185-215.

[4] A. Gramsci, Il capintesta, in “Avanti!”, 20 gennaio 1916, raccolto in Id., Cronache torinesi 1913-1917, Einaudi, Torino, 1980, pp. 86-87.

[5]  Cfr. in proposito le osservazioni di L. Paggi in A. Gramsci e il moderno principe, Editori Riuniti, Roma, 1970, pp. 104-137. Sul nesso Michels-Sorel cfr. fra gli altri, M. Gervasoni, G. Sorel – Una biografia intellettuale, Unicopli, Milano, 1997, pp. 382-396.

[6]  I luoghi sono il §45 del Q.2 (A. Gramsci, Quaderni del carcere, Torino, Einaudi, 1975, I, p. 199); il §75 del Q.2 (pp. 230-239); il § 93 del Q.2 (p. 250); il §59 del Q.3 (p. 339); il § 97 del Q.6 (p. 772); il §12 del Q.7 (p. 862); il § 64 del Q.7 (p. 902); il §148 del Q.8 (p. 1031); il §142 del Q.9 (p. 1203); il §25 del Q.11 (p. 1430); il § 26 del Q.11 (p. 1433); il §66 del Q.11 (p. 1496); il § 29 del Q.13 (p. 1624); il §3 del Q.13 (p. 1629).

[7]  Questa si basava sulla prima edizione tedesca del volume, cioè la seguente: Zur Soziologie des Parteiwesens in der modernen Demokratie. Untersuchungen über die oligarchischen Tendenzen des Gruppenlebens, Leipzig, Dr. Werner Klinkhardt, Philophisch-soziologische Bücherei, Band XII, 1911.

[8]   Si trattava della edizione del ’19, uscita per Flemarion.

[9] Nella missiva del 26 agosto Gramsci segnala il precedente possedimento del volume «nella versione francese di prima della guerra» (nel caso l’indicazione temporale risulta errata) «e nella nuova edizione italiana del ’24 molto aumentata ed arricchita» (A. Gramsci, Lettere dal carcere 1926-1935, a cura di A. Natoli e C. Danieli, Einaudi, Torino, 1997).

[10] Si tratta della missiva a Tania del 25 marzo 1929.

[11] Nelle lettera del 9 gennaio del ’28 a Tania, Gramsci scriveva in proposito: «Il Corso di sociologia del Michels mi interessa specialmente, perché deve essere la riproduzione del primo corso di lezioni tenute all’Università di Roma della Cattedra di Scienze politiche recentemente fondata e inaugurata proprio da Michels: ho già letto l’altro corso sulla scienza dell’amministrazione che era però non molto interessante» (A. Gramsci, Lettere dal carcere, cit., p. 170).

[12] «Il Michels» - scrive Gramsci nella lettera a Berti - «crede, perché è nato nella Prussia renana, zona di confluenza tra romanesimo e germanesimo, di essere destinato a cementare l’alleanza tra tedeschi e neolatini, unendo in sé i peggiori caratteri dell’una e dell’altra cultura; la mutria del filisteo teutonico e la fatuità sciagurata del meridionalismo».

[13] Cfr. in proposito G. Francioni, L’officina gramsciana, Bibliolopolis, Napoli, 1984.

[14]  Cfr. C. Malandrino, Gramsci e la “Sociologia del partito politico” di Michels, cit., pp. 120-122.

[15] Malandrino ha segnalato come in merito all’edizione francese vi sia «un piccolo mistero» (Ivi, p. 121). Gli è che mentre Gramsci sostenne, sempre nel carteggio, di aver posseduto l’edizione precedente il ’14 (di cui non è stata accusata ricevuta da parte di questi alla cognata), secondo le annotazioni della edizione critica dei Quaderni (in specie: la nota n. 3 al § 75 del Q. 2), sarebbe stata, poi, rinvenuta una copia della francese del ’19. La ricostruzione svolta da Malandrino giovandosi di una indagine supplementare alla Fondazione Gramsci di Roma ha riscontrato come tale volume, all’interno del fondo gramsciano, appartenga al primo blocco di libri censiti in Russia e spedito all’Istituto Gramsci nel 1950. Esso non presenta né annotazioni manoscritte né contrassegni carcerari. Si evidenziano solo alcune sottolineature a matita probabilmente non attribuibili a Gramsci, ma ad appunti dovuti alla consultazione successiva. Dunque, non si ha conferma del fatto che Gramsci abbia ricevuto in carcere l’edizione francese della Sociologia nella ristampa del ’19, ma si può invece asserire che egli pensava alla edizione del ’14 quando ebbe a scrivere di possederla a Roma (cfr. Ivi, pp. 121-122).

[16]  A. Gramsci, Lettere 1926-1933, cit., p. 333.

[17] Gli altri volumi erano, infatti, quelli di Croce, L’Europa politica nel secolo XIX; Elementi di politica; Breviario di estetica; Saggio sullo Hegel; il Mazzini di Salvemini, del ’20; e L’origine del “Programma per l’opinione nazionale italiana” del 1847-1848 di R. Ciasca, del ’16.

[18]  A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 230.

[19]  I passi weberiani resi oggetto dell’approfondimento gramsciano cui Michels fa riferimento nel suo articolo (pp. 513-514) sono tratti dalla 2° edizione di Wirtschaft und Gesellschaft, uscita a Tübingen nel 1925, ed appartengono al III volume (p. 167, 140 e 639). L’indicazione si riferisce – secondo l’edizione in questione – al III capitolo (I tipi del potere) della I parte (Teoria delle categorie sociologiche) in cui la questione del ‘carisma’ viene tratta, prevalentemente, al § IV (Il potere carismatico), ma anche al § V (Le trasformazioni del carisma in pratica quotidiana), VI (Il feudalesimo), VII (La trasformazione del carisma in senso extrautoritario), VIII (La collegialità e la divisione dei poteri) e – badare bene –  IX (I partiti). 

[20]  A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit. p. 230.

[21]  Michels, si avvale dello scritto di F. Naumann, Die politischen Partei, “Die Hilfe”, 1919, p. 3.

[22] Cfr. la IV parte (Analisi sociale della leadership) de La Sociologia del partito politico (in particolare, nella edizione del Il Mulino del 1966, a cura di J.J. Linz, le pp. 335-347).

[23] A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 231.

[24] «Forse» - scrive Gramsci - «c’è analogia tra partiti politici e le sette religiose e gli ordini monastici; Yves Guyot ha notato che l’individuo appartenente al partito moderno opera come i frati del Medio Evo, che presero il nome da S. Domenico, S. Benedetto, Agostino, Francesco» (Ivi). L’opera di Guyot, La Comédie socialiste, era già stata evocata nel paragrafo precedente in quanto avente il medesimo titolo del «libercolo» di Ottavio Cima (pseudonimo di Tito Canovai) del ’14.

[25] La nota si trova a p. 515 di Les partis politiques et le contraite sociale, “Mercure de France”, maggio 1928.

[26]  A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit. p. 231.

[27]  Cfr. in proposito le importanti osservazioni di C. Malandrino in Gramsci e la “Sociologia del partito politico” di Michels, cit., p. 131.

[28] Cfr. in proposito L. Mangoni, Il problema del fascismo nei “Quaderni del carcere”, cit., pp. 402-403.

[29]  Il riferimento a tale testo si trova compiuto al § 119 del Q. 3 e al successivo § 1 del Q. 12.

[30] Cfr. nella Sociologia michelsiana il IV capitolo della II parte dedicata all’Effettivo carattere della supremazia dei dirigenti (Burocrazia e centralizzazione nel partito), ed il II (L’ideologia bonapartistica) e il III Talentificazione di partito e leader (“Le parti, c’est moi”) della IV parte dedicata alla Analisi sociale della leadership (nella edizione Il Mulino, a cura di Linz, pp. 189-233 e 293-307).

[31] A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 231.

[32] R. Michels, Sociologia del partito politico, cit., p.73. Al di là della Sociologia, per comprendere la posizione critica michelsiana  verso la forma-partito socialdemocratica e le sue conseguenze è assai utile la lettura dei testi compresi nella antologia Potere e oligarchie (1900-1910), a cura di E. A. Albertoni, Giuffré, Milano, 1989.

[33] Cfr. sul tema – anche per quanto riguarda il confronto con Weber –, fra gli altri, le osservazioni di G. Sola in Organizzazione, partito, classe politica e legge ferrea dell’oligarchia in R. Michels, ECIG, Genova, 1975, pp. 39-70.

[34] Scrive Gramsci: «Jaurès e Bebel sono due tipi di capi charismatici. Bebel, orfano di un sottufficiale  di Pomerania, parlava altezzosamente ed era imperativo. [...] Jaurès, oratore straordinario, senza uguali; infiammato, romantico e insieme realista, che cercava di sormontare ‘seriando’  i problemi, per abbatterli a misura che si presentavano (Cfr.  Rappoport, Jean Jaurès. L’homme. Le Penseur. Le socialiste, 2ª ed., Parigi, 1916, p. 366). I due grandi capi, amici e nemici, avevano in comune una fede indomita tanto nell’efficacia della loro azione, che nei destini delle legioni delle quali erano i portabandiera. Furono ambedue deificati: Bebel ancor vivo, Jaurès da morto» (Quaderni del carcere, cit., p. 232).

[35] Ivi, pp. 232-233.

[36] Ivi, p. 233.

[37]  Id., Corso di sociologia politica – Lezioni tenute nel maggio del 1926 per incarico della Facoltà di Scienze Politiche della R. Università di Roma, Istituto Editoriale Scientifico, Milano, 1927, pp. 95-96.

[38]  Cfr. in proposito F. Tuccari, I dilemmi della democrazia moderna – M. Weber e R. Michels, Laterza, Bari, 1993, p. 333.

[39]  R. Michels, Corso di sociologia politica, cit., p. 97.

[40]  Per le osservazioni formulate siamo ancora debitori nei confronti di F. Tuccari, I dilemmi della democrazia moderna, cit., p. 333-337.

[41] Ecco come Michels, nel Corso, restituisce la identificazione di Mussolini con il «moderno capo carismatico»: «Si direbbe che i tempi tempestosi trovino sempre gli uomini, loro esponenti, che fedelmente li esprimono, e che l’Italia trovò nel Capitano Nuovo, sotto molti aspetti almeno, la propria viva incarnazione. E così sembrò essere davvero allorquando, come è stato detto, il Capo del Governo parla e traduce in forma nuda, lineare e lampante codesta sua nuova consapevolezza, contenente i propositi della moltitudine, mentre questa stessa freneticamente acclama, rispondendo alla voce profonda della propria coscienza, o perlomeno, diremo noi, di quella, anche più profonda, della propria subcoscienza» (Corso di sociologia politica, cit., p. 99).

[42] Nel testo il riferimento và alla vicenda del telegramma successivo all’attentato di Zamboni a Mussolini, nel ’26, cui seguì la introduzione delle ‘leggi fascistissime’.

[43] Cfr. in proposito alcune osservazioni di S. Colarizzi in Gramsci e il fascismo, in Gramsci nel suo tempo, cit., p. 353. Sugli aspetti di mobilitazione ‘religiosa’ della vita del regime fascista occorre rinviare ai testi di E. Gentile, Il mito dello Stato Nuovo,Laterza, Bari-Roma, 1982, p. 248; Il culto del littorio – La sacralizzazione della politica nell’Italia fascista, Laterza, Bari-Roma, 1993; e Le religioni della politica – Fra democrazia e totalitarismo, Laterza, Roma-Bari, 2000.

[44] A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., pp. 232-233.

[45] Ivi, pp. 234-235 (corsivo nostro).

[46] Ivi, p. 235. All’interno del passo, in proposito alla tipologia dei partiti nazionali – distinta da quelli ‘nazionalisti’ – Gramsci, per esemplificarne l’impianto ideologico, richiama le teorie di «P.S. Mancini» (Ibidem).

[47] A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 1940.

[48]  Cfr. in proposito, fra gli altri, M. Montanari, La finalità etico-sociale del partito politico, in Id., Studi su Gramsci, cit., pp. 185-215.

[49]  A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 1602.

[50] «Una politica totalitaria» - scrive al suo interno Gramsci – «tende [...]: 1) a ottenere che i membri di un determinato partito trovino in questo solo partito tutte le soddisfazioni che prima trovavano in una molteplicità di organizzazioni, cioè a rompere tutti i fili che legano questi membri ad organismi culturali estranei; 2) a distruggere tutte le altre organizzazioni o incorporarle in un sistema di cui il partito sia il solo regolatore» (Ivi, p. 800).

[51] Scrive al suo interno Gramsci: «nei paesi dove esiste un partito unico e totalitario di governo [...] tale partito non ha più funzioni schiettamente politiche ma solo tecniche di propaganda, di polizia, di influsso morale e culturale. La funzione politica è indiretta: perché se non esistono altri partiti legali, esistono sempre altri partiti di fatto o tendenze incoercibili legalmente, contro i quali si polemizza e si lotta come in una partita di mosca cieca» (Ivi, p. 1939).

[52] Ivi, p. 1621.

[53] Cfr. in proposito, fra gli altri, le osservazioni di M. Montanari, in Crisi dello Stato e crisi della modernità, raccolto in Studi su Gramsci, cit., pp. 84-86.

[54]  Nella nota leggiamo, appunto, considerazioni in forma contratta che si ritrovano al § 23 del Q. 13, tra cui le seguenti: «La crisi è pericolosa quando essa si diffonde in tutti i partiti, in tutte le classi, quando cioè non avviene, in forma acceleratissima, il passaggio dalle truppe di uno a vari partiti in un partito che meglio riassume gli interessi generali. Questo è un fenomeno organico [e normale], anche se il suo ritmo di avveramento sia rapidissimo in confronto ai periodi normali: rappresenta la fusione di una classe sotto una sola direzione per risolvere un problema dominante ed essenziale. Quando la crisi non trova questa sua soluzione organica, ma quella dell’uomo provvidenziale, significa che esiste un equilibrio statico, che nessuna classe, né la conservatrice né la progressiva hanno la forza di vincere, ma anche la classe conservatrice ha bisogno di un padrone» (A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 513).

[55] Ivi, p. 862.

[56] La recensione al volume di Fülöp-Miller, uscito nel medesimo anno in Italia, per Bompiani, con prefazione di C. Malaparte, apparve sul numero del 31 agosto.

[57] A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 862.

[58]  R. Michels, Sociologia, cit., p. 62; e su questo tema cfr., fra gli altri, G. Sola, Organizzazione, partito, classe politica e legge ferrea dell’‘oligarchia’ in Robert Michels, cit., pp. 286-295.

[59] Cfr. in proposito G. Francioni, L’Officina gramsciana, cit., p. 126; ma ci permettiamo di rinviare anche al nostro Filosofia della prassi e americanismo – Spunti e appunti per una discussione su Gramsci, in “Intersezioni”, n. 1, 2010, pp. 123-133.

[60] Sulla ‘legge ferrea dell’oligarchia’ in Michels, oltre alla già menzionata monografia di Sola del ’75, cfr. P. Selznich, An Approach to a Theory of Bureaucracy, in “American Sociological Review”, VIII, 1943, pp. 47-54; C.W. Cassinelli, The Law of Oligarchy, in “American Political Science Review”, XLVII, 1953, pp. 773-784; A.W. Gouldner, Metaphysical Pathos and the Theory of Bureaucracy, in “American Political Science Review”, XLIX, 1955, pp. 496-507; G. Sartori, Democrazia, burocrazia e oligarchia nei partiti, in “Rassegna Italiana di Sociologia”, I, 1960, pp. 119-136; J. May, Democracy Organization, Michels, in “American Political Science Review”, LIX, 1965, pp. 417-429; F. Pfletsch, Robert Michels als Elitentheoretiker in “Politische Vierteljahschrift”, VII, 1966, pp. 208-227; P.J. Cook, Robert Michel’s “Political Parties” in Perspective, in “Journal of Politics”, XXXIII, 1971, pp. 773-796; M. Fedele, La sociologia politica di R. Michels, in “Critica sociologica”, XXIX, 1972, pp. 152-178; A. Mitzman, Sociology and Estrangement. Three Sociologists of Imperial Germany, New York, Knopf, 1973, pp. 267-344; P.P. Portinaro, Roberto Michels e Vilfredo Pareto, in “Annali della Fondazione Luigi Einaudi”, XI, 1977, pp. 99-143; D. Beetham, From Socialism to Fascim: the Relation Between Theory and Practice in the Work of Roberto Michels, in “Political Studies”, XXV, 1977, pp. 3-24, 161-181; D. Beetham, Michels and His Critics, in “Archives européennes de sociologie”, XXII, 1981, pp. 81-99; S. Segre, La sociologia dell’organizzazione del partito da Weber a Michels (1905-1913), in “Rassegna Italiana di Sociologia”, XXX, 1989, pp. 347-372; R.J. Bennett, The Elite Theory as Fascist Ideology, in “Political Studies”, XXVI, 1978, pp. 474-488; B.E. Shafer, Roberto Michels, Vilfredo Pareto and Henry John Ford: Classical Insights and the Structure of Contemporary American Politics, in “International Political Science Review”, XII, 1991, pp. 185-218.

[61] A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., pp. 235-236.

[62] Sul rapporto Gramsci-Mosca, cfr., fra gli altri i contributi di M.A. Finocchiaro, Gramsci e la teoria dell’élitismo democratico, in Identità come progetto, a cura di E. Orrù, Tema, Cagliari, 1998, p. 29; ma anche Id., Gramsci e Mosca, in Gramsci e l’Italia, a cura di R. Giacobini, D. Losurdo, M. Martelli, La Città del Sole, Napoli, 1994, pp. 111-163; e Beyond Right and Left – Democratic elitism in Mosca and Gramsci, Yale University Press, New Have – London, 1999. 

[63] Su questo  aspetto cfr. F. Tuccari, I dilemmi della democrazia moderna, cit., p. 233.

[64]  Sono esemplificativi, a tal proposito, i due saggi L’oligarchia costituzionale,  del 1907, e La democrazia e la legge ferrea dell’oligarchia, pubblicato in Italia nel 1910, ma apparso precedentemente in versione tedesca nel 1909. Cfr. in proposito F. Tuccari, I dilemmi della democrazia moderna, pp. 245-247.

[65] Cfr. in proposito le importanti osservazioni di F. De Felice in, Rivoluzione passiva, fascismo, americanismo in Gramsci, cit., pp. 190-191.

[66]  Sull’analisi gramsciana della crisi del ‘29 cfr., fra gli altri, A. Rossi, G. Vacca, Gramsci tra Mussolini e Stalin, pp. 131-135.

[67] Cfr. in proposito le importanti considerazioni di F. De Felice in Rivoluzione passiva, fascismo, americanismo in Gramsci, cit., pp. 191-193.

[68]  A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 236.

[69] Accenna al tema, anche se con accentuazioni che non possiamo condividere, F. Tuccari in I dilemmi della democrazia moderna, cit., p. 258.

[70] A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 1632; cfr. sul tema F. Papa, Idee per una ‘costituente’ nei “Quaderni”, cit., pp. 175-176.

[71] Cfr. su questo argomento G. Vacca, L’analisi dell’URSS staliniana, raccolto in Appuntamenti con Gramsci, cit., pp. 207.223.

[72] Cfr. si questa tematica le osservazioni di S. Mastellone nella sua  Introduzione – Una lettera diacronica dei “Quaderni del carcere”, a  Gramsci: i “Quaderni del carcere”, cit., p. XVIII.

[73] Cfr. in proposito le osservazioni di G. Vacca, Gramsci e Togliatti, cit., pp. 45-55.

[74] A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 1429.

[75] Ivi, pp. 1429-30.

[76] Ivi, p. 1480 (corsivo nostro).

[77] Il paragrafo muove dalla discussione di una valutazione di  Bucharin ed è, infatti, titolato Il “Saggio popolare” e la sociologia.

[78]  In proposito il riferimento và, anzitutto, a L. Mangoni, Il problema del fascismo nei “Quaderni del carcere”, cit..

[79]  Più precisamente, si tratta del § 12 del Q. 11, compreso al di sotto della titolatura Appunti per una introduzione e un avviamento allo studio della filosofia e della storia della cultura.

[80] Id., Quaderni del carcere, cit., p. 1387. Cfr. in proposito le importanti osservazioni di C. Carini in Il partito: una riflessione tra scienza politica e realtà storica, raccolto in Gramsci il partito politico nei “Quaderni”, cit., pp. 229-230.

[81] In particolare, è assai esplicativo il modo in cui Gramsci stigmatizza i criteri di ricerca che presiedono all'analisi di Michels: «Le idee di Michels sui partiti politici sono abbastanza confuse e schematiche, ma sono interessati come raccolta di materiale grezzo e di osservazioni empiriche e disparate. Anche gli errori di fatto non sono pochi (il partito bolscevico sarebbe nato dalle idee minoritarie di Blanqui e dalle concezioni, più severe e più diversificate, del movimento sindacalista francese, ispirate da G. Sorel). La bibliografia degli scritti del Michels si può sempre ricostruire dai suoi stessi scritti, perché egli si cita abbondantemente. La ricerca può incominciare dai libri che ho già. Un'osservazione interessante per il modo di lavorare e di pensare del Michels: le sue scritture sono zeppe di citazioni bibliografiche, in buona parte oziose e ingombranti. Egli appoggia anche i più banali truismi con l'autorità degli scrittori più disparati. Si ha spesso l'impressione che non è il corso del pensiero che determina le citazioni, ma il mucchio di citazioni già pronte che determina il corso del pensiero, dandogli un che di saltellante e improvvisato. Il Michels deve aver costruito un immenso schedario, ma da dilettante, da auto-didatta. Può avere una certa importanza sapere chi ha fatto per la prima volta una certa osservazione, tanto più se questa osservazione ha dato uno stimolo a una ricerca o ha fatto progredire in qualsiasi modo una scienza. Ma annotare che il tale o il tal altro ha detto che due e due fanno quattro è per lo meno inetto. Altre volte le citazioni sono molto addomesticate. Il giudizio settario, o, nel caso migliore, epigrammatico, di un polemista, viene assunto come fatto storico o come documento di fatto storico. Quando a p. 514 di questo articolo sul “Mercure de France”, egli dice che in Francia la corrente socialista era divisa in Broussisti, Allemanisti, Blanquisti, Guesdisti e Jauressisti per trarne l'osservazione che nei partiti moderni avviene come negli ordini monastici medioevali (benedettini, francescani, ecc.), con la citazione della Comédie socialiste di Yves Guyot, da cui deve aver preso lo spunto, egli non dice che quelle non erano le denominazioni ufficiali dei partiti, ma denominazioni di ‘comodo’ nate dalle polemiche interne, anzi quasi sempre contenevano implicitamente una critica e un rimprovero di deviazione personalistica, critica e rimprovero scambievoli che si irrigidivano poi nell'effettivo uso della denominazione personalistica (per la stessa ragione “corporativa” e “settaria” per cui il “Gueux” si chiamarono anch'essi così). Per questa ragione tutte le considerazioni epigrammatiche del Michels cadono nel superficialismo da salotto reazionario». (Quaderni del carcere, cit., pp. 237-238). Cfr. in proposito alcune osservazioni presenti in F. Bettoni, Gramsci e Michels: un itinerario critico, cit., pp. 218-233.

[82]  A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 238.

[83]  Sul rapporto Gramsci – Sorel cfr., fra gli altri, F.F. Bracco, Il giovane Gramsci e Sorel, in George Sorel – Studi e ricerche, a cura di V.I. Comparato, Olschki, Firenze, 1974, pp. 117-195; N. Badaloni, Il marxismo di Gramsci,  Einaudi, Torino, 1975; e gli studi di M. Gervasoni, Georges Sorel – Una biografia intellettuale, cit., p. 403; Antonio Gramsci e la Francia. Dal mito della modernità alla ‘scienza della politica’; Mito politico e morale dei produttori: il confronto con Georges Sorel, raccolto in Gramsci nel mio tempo, a cura di F. Giasi, Carocci, Roma, 2008, pp. 707-725.

[84] «Rapporti tra Michels e Sorel: lettera di Sorel a Croce in cui accenna alla superficialità di Michels e tentativo meschino del Michels per togliersi di dosso il giudizio del Sorel. Nella lettera al Croce del 30 maggio 1916 (“Critica”, 20 settembre 1929, p. 357) il Sorel scrive: «Je viens de recevoir une brochure de R. Michels, tirée de Scientia, mai 1916: "La débacle de L'Internationale ouvrière et l'avenir". Je vous prie d'y jeter les yeux; elle me semble prouver que l'auteur n'a jamais rien compris à ce qui est important dans le marxisme. Il nous présente Garibaldi, L. Blanc, Benoit Malon (!!) comme les vrais maîtres de la pensée socialiste...». (L'impressione del Sorel deve essere esatta - io non ho letto questo scritto del Michels - perché essa colpisce in modo più evidente nel libro del Michels sul movimento socialista italiano, […]) – in proposito il riferimento và al volume Storia critica del movimento socialista italiano dagli inizi fino al 1911, La Voce, Firenze, 1926 - «Nei “Nuovi studi di Diritto, Economia e Politica” del settembre-ottobre 1929, il Michels pubblica cinque letterine inviategli dal Sorel (1a nel 1905, 2a nel 1912, 3a nel 1917, 4a nel '17, 5a nel '17)» - edite col titolo Lettere di Georges Sorel a Robert Michels (sul rapporto fra i due autori cfr., fra gli altri, M. Gervasoni, Georges Sorel, cit., pp. 382-386) -  «di carattere tutt’altro che confidenziale, ma piuttosto di corretta e fredda convenienza, e in una nota […] scrive a proposito del su citato giudizio: “Il Sorel evidentemente non aveva compreso (!) il senso più diretto dell'articolo incriminato, in cui io avevo accusato (!) il marxismo di lasciarsi sfuggire (!) il lato etico del socialismo mazziniano ed altro, e di aver, esagerando il lato meramente economico, portato il socialismo alla rovina. D'altronde, come risulta dalle lettere già pubblicate (quali lettere? quelle pubblicate dal Michels, queste cinque in parola? esse non dicono nulla), lo scatto (in corsivo dal Michels, ma si tratta di ben altro che scatto; per il Sorel si tratta, pare, di conferma di un giudizio già fatto da un pezzo) del Sorel nulla tolse ai buoni rapporti (!) coll'autore di queste righe”. In queste note nei “Nuovi Studi”, il Michels mi pare tendere ad alcuni fini discretamente interessanti e ambigui: a gettare un certo discredito sul Sorel come uomo e come 'amico' dell'Italia e a far apparire se stesso come patriota italiano di vecchia data. Ritorna questo motivo molto equivoco nel Michels (credo di aver notato altrove la sua situazione allo scoppio della guerra). È interessante la letterina di Sorel a Michels del 10 luglio 1912: “Je lis le numéro de la Vallée d'Aoste che vous avez bien voulu m'envoyer. J'y ai remarqué que vous affirmez un droit au séparatisme qui est bien de nature à rendre suspect aux Italiens le maintien de la langue française dans la Vallée d'Aoste”. Michels nota che si tratta di un numero unico: “La Vallée d'Aoste pour sa langue française”, pubblicato nel maggio 1912 ad Aosta dalla tipografia Margherittaz, sotto gli auspici di un Comitato locale valdostano per la protezione della lingua francese (collaboratori, Michels, Croce, Prezzolini, Graf, ecc.). “Inutile dire che nessuno di questi autori aveva fatta sua, come con soverchia licenza poetica si esprime il Sorel, una qualsiasi tesi separatista”. Il Sorel accenna solo al Michels ed io sono portato a credere che egli abbia veramente per lo meno accennato al diritto al separatismo (bisognerebbe controllare nel caso di una presentazione del Michels che sarà necessaria un giorno).» (A. Gramsci, Quaderni dal carcere, cit., pp. 238-239).

[85] A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit. p. 772 (corsivo nostro)

[86] Insiste su questo aspetto M. Ciliberto in Democrazia dispotica, La Terza, Bari, 2012, pp. 124-125, anche ravvisando, assai opportunamente, nel § 97 del Q. 6 e in altri luoghi del confronto gramsciano con Michels e Weber, i segni di quel ‘lessico della vita’ cui  tale interprete ha dedicato peculiare attenzione (cfr.  Gramsci e il linguaggio  della ‘vita’, raccolto in Id., Figure  in chiaroscuro – Filosofia e storiografia nel novecento, Edizioni di Storia  e Letteratura, Roma, 2001, pp. 297-325).

[87] A. Gramsci,  Quaderni del carcere, cit., pp. 1629-1630 (corsivo nostro)