Forza materiale e inaddomesticata. La “funzione guerriera” nel pensiero femminista di Angela Putino1
di Tristana Dini

1. Inaddomesticato; 2. Polemizzare tra donne; 3. Agire impersonale; 4. Orizzonti biopolitici

Solo come guerriera Pentesilea esprime l’irriducibile del suo essere donna e solo questo non la fa entrare nella schematicità di un’identità sessuale già composta nella scacchiera di un campo. L’essere guerriera dà velocità al suo essere donna e la memoria di una storia di donne dà a questo essere guerriera una provenienza irriducibile2.

È il 1987 e Angela Putino scrive Androgina/Amazzone a quattro mani con Lina Mangiacapre per un convegno ad Udine al quale intervengono insieme. Da questo momento il tema della funzione guerriera, derivato dalla lettura di Dumezil e Deleuze-Guattari3, viene da Putino continuamente ripreso e risignificato in un’originale chiave femminista. “Funzione guerriera” è innanzitutto un “metodo” che Putino apprende da Weil: «cominciai a lavorare sulla questione guerriera – scrive in un’intervista a Conni Capobianco del 1990 - proprio sugli scritti della Weil, come si muoveva in una condizione di metodo»4 5. Un metodo per stare nel pensiero e attraversare il linguaggio senza rinunciare all’irriducibilità dell’essere donne. Un metodo per l’azione politica che tenga conto del nesso inscindibile tra libertà e necessità. La funzione guerriera è arte del taglio, del separare, recidere legami previsti, aprire campi nuovi, arte che deve essere applicata con precisione e, sempre orientata all’efficacia, deve operare nel presente per avviarne una trasformazione. Funzione guerriera è un metodo per trovare una propria misura, per rompere con le radici date e trovare radici proprie, come le Amazzoni che attraversano il campo che divide Greci e Troiani, rimandando ad una misura altra, ad un fuori che non è il “fuori di un dentro”, il rovescio di un ordine, ma un fuori che apre a piani differenti.
1. Inaddomesticato
Il problema per una donna è, infatti, la sua posizione nel linguaggio, nel pensiero, nell’ordine simbolico patriarcale. Problema che attraversa tutta la produzione di Putino, dai primi scritti, fino all’ultimo volume su Weil, in cui nel capitolo Sulla differenza sessuale Putino combina il pensiero weiliano sul mahleur, la lettura lacaniana del desiderio femminile e i transfiniti cantoriani per proporre una visione originale di come le donne, poste fuori dal “conto per uno”, possano attraversare la miseria e l’abiezione per accedere ad un “postsimbolico” - che non è né un nuovo ordine simbolico femminile, né un ordine presimbolico (sul modello del “semiotico” di Kristeva) – «dove il contabile non è logorato all’interno per un’eccedenza, ma viene esaurito in un cambio di partenza»6. Un cambio di partenza. Ecco quello che Putino trova nelle pratiche e teorie femministe orientate alla funzione guerriera.
Se il potere si intreccia a pratiche da lui distanti per ricomprenderle ogni volta, per riperimetrare il proprio campo in base alle azioni che lo contrastano e riassorbirle, lo “stare in guardia” rispetto alle colonizzazioni da parte del potere finisce col risultare paralizzante. Il primo passo per prendere l’iniziativa, allora, per avviare un cambio di partenza, è per Putino, recidere le colonizzazioni, essere straniere. Decisivo in questo senso è l’oblio come «condizione attiva trasmutante che recide nel pensiero e nella lingua i legami di comodo e di rispettabilità che conferiscono al parlante il potere di parlare»7. Per non essere obbligate a dire, per «non addomesticarsi alla confessione» è necessario che una donna lotti nella «lingua, usandola come punto da colpire e come arma, per far risaltare ciò che, rispetto al linguaggio, non si addomestica: se stessa»8. L’irriducibile essere donna, Angela lo chiama sin dagli scritti della seconda metà degli anni ’80, l’“inaddomesticato”, una forza, di cui la donna sente la vibrazione, in quanto è vicino alla sua più intima essenza.
L’inaddomesticato è il proprio punto di partenza, di leva, il partire da sé, in una donna è la «non tenuta rispetto a delle cose, una condizione prima di estraneità e poi di essere straniera»9. Ma si tratta di un punto di partenza paradossale, perché in qualche modo vi si arriva, non è un’origine pura da cui partire, cui attingere, cui richiamarsi, ma una condizione da raggiungere con esercizio. Occorre innanzitutto rescindere i legami che attribuiscono alle donne una determinata posizione nel simbolico, tutti i legami. Tagliare con la domesticità, che Putino vede nel piegarsi agli ordini discorsivi, primo tra tutti quello che istituisce la “specie umana” sulla base di partizioni e logiche binarie. Non a caso la prima figura dell’inaddomesticato di Putino richiama la singolarità ed è la “solitaria”. Per essere solitarie, spiega Putino, occorre guardare a sé come a un bene superiore che non può essere barattato con nulla, significa arrestare ogni coinvolgimento nel sociale, rinvia ad un essere fuori che non contraddice le regole, ma punta ad altro, ha una traiettoria diversa. La traiettoria disegnata dalla solitaria è infatti asimmetrica: «va a dire, non va a negare, va a far vuoto non va a colpire». La singolarità della solitaria tocca l’individualità, ma rimanda ad altro: «c’è qualcosa di individuale che non è individuo e un aspetto più ampio che la trascende ma che non riposa in un’ampiezza di collettivo. E’ una voce singolare che si staglia già quasi come plurale»10.
Si tratta di un primo accenno all’idea di “impersonale della politica” che attraverserà i testi di Putino, fino all’ultimo, scritto per il Grande Seminario della comunità Diotima di Verona, dal titolo Impersonale della politica in cui le soggettività si lasciano attraversare dall’impersonale, da una giustizia impersonale, estranea a qualunque logica di parte, basata sull’enunciato «egualitario in un modo particolare» che «ogni donna pensa»11.
Per «trovare radici occorre sradicarsi»12. Putino individua una doppia genealogia femminile, una «genealogia di discendenza» dalla propria madre, e una «genealogia di appartenenza» che rappresenta invece la scoperta delle proprie radici ideali. Ideali, specifica Putino non significa non concrete, ma solo non localizzate in quel «punto puntuale che è l’essere figlie della propria madre»13. La genealogia di appartenenza taglia questo filo per mostrare, attraverso un salto, l’altro filo: quello del passaggio di domanda di conoscenza di sapere da una donna all’altra.
L’inaddomesticato è un taglio che svela, che porta in superficie quello che non era percepibile rimanendo nelle regole assegnate in un ordine già costituito. Ma Putino non propone dell’inaddomesticato una condizione designativa, ma piuttosto un inizio che sia “nel mezzo” e permetta accesso da molti livelli. Questa è una costante del pensiero di Putino: non considerare mai la differenza femminile un punto di origine mitica, ma sempre come «libertà possibile di un divenire molteplice che non scaturisce da un’interiorità – germe – ma da una diversificazione attivata: differenza come scambio prodotto in una zona di movimento tra esterno e interno»14.
Terra di mezzo, corpi di mezzo, luoghi terzi, luoghi altri rispetto ad un campo già tracciato sulla base delle regole dell’inclusione e dell’esclusione. Anche l’addomesticato e l’inaddomesticato costituiscono modalità di percorrimento che si svolgono nei tempi dell’azione, non fanno mai riferimento a un dato puro che li scandisca in assolutezza: «Non ci viene incontro un luogo limpido, essenziale, che abbracci e contenga ciò che è irriducibilmente di segno femminile. Noi andiamo nel mescolato, nell’ibrido»15.
Putino, qui come altrove, prende le distanze dal sogno femminile della purezza: di fronte alle contiguità col potere non bisogna bloccarsi coltivando un luogo ideale non concreto. Piuttosto, in quanto guerriere, occorrerà attraversare questa contiguità, muoversi in questo luogo ibrido, per trasformarlo nel proprio segno. Si tratta di un «movimento nomadico»: punto di partenza per la libertà di una donna è il poter considerare il suo essere staccandolo da alcuni qualità femminili, escludendone le determinazioni naturali e familiari. Sciogliere i legami significa per la donna legarsi a sé, riaffermare ciò che è proprio, trovare memoria della differenza cancellata:

questo abitare con sé e con altre non nasce da uno stanziarsi, da un trovar posto, ma da un assetto nomadico: dislocarsi da certi parametri per avere territorio, depistare per trovar tracce … questa azione continua, questa mobilità è quanto consente radici.16

L’inaddomesticato produce radici nomadiche, è il ritmo della trasformazione, la sua forza non ha niente a che vedere con il dominio, frutto della staticità, ma con “addestramento e selezione”17. Il “contro” dell’inaddomesticato è riferito ad un’irriducibilità che non è simmetrica al potere: ha un preciso valore solo nel proprio territorio che è atopico rispetto all’altro e da questo non localizzabile. È “dicibile solo in una misura di differenza”, il contro è il luogo dove sperimentare l’invalicabile, ciò che è inaddomesticato rispetto alle opinioni e alle strutture correnti. Pentesilea usa altra misura, proviene da un luogo estraneo alle partizioni statali, segmenta in maniera imprevista il campo di battaglia inserendo tempi e ritmi che gli sono estranei, percorre, tra gli schieramenti contrapposti dei Greci e dei Troiani, una sua guerra con una mobilità che disorienta gli eserciti e che risulta irragionevole, ma pericolosa per la ragion di stato. La regina delle Amazzoni non rispetta le segnature, inventa manovre inafferrabili, «introduce un’azione di guerra spiccatamente femminile, estranea alla logica dei domini, che spiazza la meccanica delle guerre»18.
L’inaddomesticato è una forza, ma non la forza weiliana che non conosce misura e che, illimitata, fa strage degli umani nei campi di battaglia servendosi del narcisismo e del senso di onnipotenza dell’io. L’inaddomesticato è una forza che segna una direzionalità nella memoria, quando viene intercettata è diretta al futuro, diviene capacità della donna di agire nel suo progetto. Questa forza è perciò esercizio e addestramento, non sforzo volontaristico. La forza è «attività, risalto, capacità di staccarsi o piegare o allontanare altre forze, addestrarsi è fare in modo che queste a lei connesse che la attaccano, possano essere agite»19. Non è la forza inclusa nelle forze sociali, ma opera comunque nei contesti. Putino rifugge ogni idea di una fuga illusoria dal reale, che va attraversato, però, secondo parametri altri.
2. Polemizzare tra donne
L’inaddomesticato potrebbe apparire come una forza individuale o personalistica, ma Putino precisa che singolarità e inaddomesticato sono simultaneamente con la relazione, non si danno fuori della relazione. Nella relazione tra donne si sperimenta il «lavoro corpo-linguaggio e ciò che fa memoria è ciò che significa questa relazione». Questo piano segna il profilo della «terra di mezzo»:

il corpo, moneta antipatrimoniale, incontrollabile dal sistema dello spirito, estraneo ai dati che pretendono di descrivere e dar valore all’esistenza umana, distante dall’ideale organismo assorbito e assimilato dalle parole, libero dai criteri che forgiano l’universalità, proclama accesso all’universalità essendo lui solo l’unica necessità universale…si diviene corpo parlante e non sognante, con contorni ampi e imprecisi, solo sotto lo sguardo e la parola di un’altra.20

La relazione è decisiva perché il rapporto con un’altra riduce l’eccesso di personalismo a volte presente nelle teorizzazioni e «fa accedere ad una singolarità senza la caduta nei personalismi». La singolarità «non significa scalzare il rapporto con l’altra donna, significa mettere il massimo della propria attenzione a capire, a voler sapere per riportarsi nel discorso con l’altra». Ma la funzione guerriera è essenzialmente alleanza,

l’alleanza non è la fazione, è una virtù come movimento del proprio desiderio, la propria necessità che si forgia…l’amicizia di cui parlo è il saper valorizzare la virtù di un’altra. La virtù è affiancata dal complotto; ognuna ha un complotto dentro di sé smuove, in altri momenti il complotto può essere nell’aver terreno21

Il complotto non è sempre nomade, anche il nomadismo non è un assoluto, a volte deve farsi stanziale per non farsi trovare. Una condizione di alleanza è andare verso una persona che dia forza a questo complotto. Putino non è interessata a parlare genericamente di relazione tra donne, ma di «relazione con alcune donne che portano forza, che permettono di pensare e di portare a termine il proprio complotto»22. Nelle alleanze la funzione guerriera è presente reciprocamente tra le donne, si tratta di «fare cosmo», «fare razza». Essere guerriere non significa avere nemici o nemiche, ma «sapersi raccogliere, indirizzare. La funzione guerriera è soprattutto un’arte di alleanze»23. La condizione polemica tra donne necessita di grande precisione:

scuola di guerra è un incontro di due persone che vanno in lotta, si potrà dire qui sono caduta, qui voglio pensarci, lasciami tempo, ed è relativo il vincere dell’una o dell’altra è importante come si affina il proprio movimento, è la ricerca del proprio stile l’altra te lo può spostare, tu stessa lo capisci meglio24

Si tratta di un’arte di guerra che è arte di danza, è un’esperienza del modificare fuori della tracotanza della dismisura. L’attenzione sorveglia la dismisura. Nel testo Arte del polemizzare tra donne del 1987 Putino spiega di quali accortenze necessita questo tipo assai speciale di combattimento. Il polemizzare tra donne per essere arte deve innanzitutto basarsi sul profondo senso della dignità propria e dell’altra. Inoltre, poiché la guerra per una donna è nel linguaggio, bisogna fare in modo che questo non si chiuda nei codici, occorre interromperlo, scompaginarlo. Ancora, la guerra tra donne non è guerra alla straniera: «dovremmo saper esser tra noi straniere senza distanze, senza indifferenze e vicine senza identificazioni. Spesso tra donne si vive una fusione senza separazione: una sorta di indiviso»25.
Questa la principale preoccupazione di Putino, quasi un’ossessione: scongiurare, nelle relazioni tra donne, la fusionalità, la simbiosi, l’attaccamento isterico alla madre. Decisivo è tracciare le modalità di una relazione non fusionale, basata sulla lacerazione e la separazione che garantiscono di mantenere la giusta distanza. Questo l’intento di Putino in Amiche mie isteriche, così come nel volume su Weil in cui legge il tema dell’amicizia nella chiave di «un’intima estraneità». Il taglio guerriero separa, dà misura alla relazione tra donne in modo che questa non diventi una forma di annullamento reciproco, quanto di potenziamento reciproco.
La parola tra donne afferma la relazione stessa e chiama il mondo a partire da questa misura. Putino parla di «condiviso tra donne» come unica tensione necessaria che dà dignità ad una guerra tra loro. La guerra è, in questo quadro, comunicazione del condiviso. Perciò è mossa «di guerra ogni taglio, ogni spacco operato nei saperi, ogni cambio di tono, per far risaltare la parola e i modi in cui la relazione si dà». Diversa dalla guerriera è la donna di esercito che combatte senza avere nelle sue mani la ragione del suo lottare, che non lega il suo destino “alla necessità di un condiviso”, non appartiene alla parola dell'incontro, si muove tenuta da altri fili.
Le guerriere devono saper fare un passo indietro, non stare immobili dove lo schema le situa, non fermarsi ai punti scontati e prevedibili del loro scontro. Fare un passo indietro significa dare spazio al movimento, ritirarsi dall’io, dai propri codici, dall’immagine di sé. Occorre partire dalla propria vulnerabilità, riconoscere le proprie ferite. Putino distingue tra le ferite narcisistiche dell’io, che ci riportano nel perimetro egoico, e quelle che interrompono le significazioni dominanti, hanno una valenza ex-statica, ti tirano fuori da te, «sei come trasferita, tratta fuori, ma sei presente a te, nella prossimità di te», fino a scoprire un ritmo che ti è più appropriato. E’ guerra e danza tra corpi.
3. Agire impersonale
Le ricerche di Putino sulla funzione guerriera si avvalgono chiaramente delle riflessioni di Weil sull’“azione non agente”, per disegnare i contorni di un’azione capace di portare il nuovo, di rispondere a un cambio di partenza, ma nella concretezza del presente, senza obbedire alle logiche del piccolo io. La forza per Putino è sempre materiale, se la si scorge nel pensiero è perché questo stesso è indirizzato ad una materialità: sposta, sottrae, progetta, guarda all’efficacia o al lasciare inefficaci altre forze. «La materialità è la cavità fertile in cui si modella l’azione»26 che avviene nel mondo, in questo mondo.
La libertà apportatrice di nuovo dell’azione guerriera risulta sempre accompagnata da un’estraneità, si tratta di un’azione impersonale e un’azione è impersonale quando nell’agire non si è legati a nulla, neppure all’azione. Putino cita Herringel, Lo zen e il tiro con l’arco (così come il guerriero Arjuna nella Bhagavad Gita che cerca la forma pura dell’azione) che mostra come non ci si serve dell’arco per colpire, sforzandosi e legandosi alla volontà e all’intenzione consapevole. Si entra nella sfera dell’arco quando questo si sostituisce all’io e la necessità materiale dell’arma prende il posto di tutte le immaginazioni del soggetto. Il «si impersonale che compare a questo punto sposta via la volontà, l’io è sostituito da un evento impersonale che lo calamita». Assistiamo ad un divenire arco dell’arciere. «In una zona prossima al vuoto si va dalla parte sorgiva dell’azione, dove essa si inserisce nell’accadere»27.
Ma l’estraneità del guerriero non è totale, egli non vive in un mondo senza vincoli, pur attingendo da un luogo irriducibile alle costrizioni sociali, è impensabile al di fuori di queste. Non esiste un luogo altro che venga prima ed escluda sistemi organizzativi. L’organismo degli apparati coesiste con l’invenzione guerriera e tra l’uno e l’altro avviene continuamente una messa in opera di «modalità di scambio, di fuga, di riduzioni»28.
Putino mette in luce come la funzione guerriera presenti una forma originaria declinata al femminile, dimostrata dalla strana circolazione dei guerrieri maschi con il femminile (il peplo di Eracle, gli ornamenti di Arjuna…). Putino distingue sotto quest’aspetto guerriero e soldato: il soldato della città non muove a nessun transito con l’altro genere, ad ognuno dei due sessi un ruolo inamovibile, sistema binario cittadino: agli uomini la guerra negli eserciti, alle donne i figli nel matrimonio. Invece il guerriero

è per sua natura, per il compito che ha, estraneo al sistema binario. Lui che può essere afferrato da un divenire arco, che ha dalla sua parte tutte le molteplicità delle raffigurazioni animali, non può funzionare secondo quelle designazioni del divenire che sono gli statuti impressi nella identità del proprio sesso. Il problema è appunto quello di una forma duale e non binaria della differenza tra i sessi: una non comparabilità, una non riducibilità, una radicalità che non indichi l’Altro, ma un altro divenire, un’altra invenzione, un altro destino29

Se solo una forma duale e non binaria della differenza dei sessi può rendere conto dell’irriducibilità dell’essere donna, l’originaria forma della funzione guerriera deve essere accostata alla donna prima che sia entrata nella logica binaria: è la donna adolescente che incrocia il guerriero, è la giovane donna il segmento vivente che mette in moto l’eroe. E’ sulla ragazza che i diversi gruppi sociali esercitano la loro pressione imbrigliandone il divenire in un organismo atto a designare un polo in un sistema binario di differenze.
Insomma per Putino dove è un guerriero è un Amazzone, e un legame strettissimo lega l’adolescente, i suoi desideri e la funzione guerriera. L’azione guerriera è inventiva, porta il nuovo: è il luogo delle risorse e delle capacità, delle virtù femminili che non compaiono perché il sociale ne fa a meno, ma che costituiscono una sorgente profonda. Per ritrovare sia la funzione guerriera che le Amazzoni occorrerà spostarsi in un “fuori” che è tale non per contrapposizione ad un dentro, ma in quanto «svuota i centri, elude gli inizi e comincia dal mezzo»30.
Allo stesso modo la originaria forma femminile della funzione guerriera non è fondamento, ma concatenamento, precipitazione di elementi eterogenei di intensità che muovendo dalla donna adolescente ed investono il guerriero. Pentesilea sconvolge la linea di combattimento, non accetta i canali sensati dell’ovvio di una guerra, le scelte già costituite, i procedimenti calcolati che offrono nella scelta il binario della dicotomia. Pentesilea e le amazzoni sanno di un’altra differenza irriducibile che muove dal loro desiderio.
Alla base dell’azione imprevista fuori dalle scelte già disposte non c’è il piano della reazione ma velocità-desiderio-azione-concatenamenti. Questo sbilanciamento, questa esteriorità al codificato sono possibili solo da parte guerriera, da quella parte che mostrando altra origine inventa un movimento creativo, fa irruzione, si pone come potenza di metamorfosi. Stacca, scioglie, recide i legami degli spazi codificati, degli apparati. La funzione guerriera è legata al presente, sa che tutto ciò che si pone per necessità e libertà proviene dal momento presente.
4. Orizzonti biopolitici
Il nostro presente è per Putino contrassegnato dalla biopolitica, cui dedica numerosi saggi a partire dalla seconda metà degli anni ’9031. La biopolitica, foucaultianamente, viene da lei letta come governo del vivente e come governo della specie. Il tempo è insidioso per le pratiche femministe, come per ogni forma di soggettività politica. La razionalità neoliberale, l’homo oeconomicus della biopolitica, delinea un orizzonte in cui gli individui sono tutti presi dal governo, «i contorni, i resti, l’estraneità terminano»32. L’orizzonte è quello della selezione della specie e dei meccanismi adattivi che sembrano annullare ogni possibilità di altri avvii. Anatomo-politica degli individui e bio-politica della specie assediano la soggettività in una presa totalizzante. In questo quadro le guerre valgono come «una delle tante procedure volte a tenere la specie umana in un quadro di evoluzione, insieme programmata ed insaputa»33.
La domesticità, per Putino, è la specie umana:

la specie umana è in un parametro di staticità…la specie umana è la domesticità. Domesticità significa che propone regole dell’inclusione e dell’esclusione nel discorso, a partire da un unico polo che determinando ciò che è incluso marca col negativo o col segno della mancanza ciò che è escluso. La condizione della solitaria non è l’elevazione di potenza ma la sottrazione di qualcosa: meno specie umana. Sottraggo la specie umana.34

Come sottrarre oggi specie umana? Cos’è oggi inaddomesticato nei tempi del governo della domesticità della specie umana? Putino accenna risposte, nomina sempre meno la funzione guerriera che, però, resta sottintesa. Non si dà per lei inaddomesticato nella cura propria dell’orizzonte materno che dispone invece sulla stessa traiettoria della biopolitica, ponendosi come una forma di potere spoliticizzante, volta alla tutela, alla protezione e al controllo dell’ “inerme” in contrapposizione al paradigma sovrano che sul potere di vita o di morte sull’inerme si struttura. Non si dà inaddomesticato in una soggettività assorbita nell’imprenditoria di sé e nemmeno nelle relazioni tra donne, anche queste prese nel regime dell’oikonomia quando non vengono sottoposte al vaglio del conflitto e della funzione guerriera.
In questo quadro il taglio può avvenire grazie alla materialità di corpi sessuati, alle lacerazioni e scissioni che l’intervallo inconscio, ancora, produce:

corpi sessuati che nulla di più ampio possa coprire o rivestire (nessuna idea di umanità per esempio) e da cui solo può iniziare un nuovo incontro con il fuori, con l’impensato: più vuoto che pieno, e forse, in questo nuova comunità. Nuova zona che si dispiega in un taglio: un impensato rifluisce all’interno e lo fa, così come il movimento di una vela è l’interno fatto da un esterno.35

Putino lascia aperto il compito di pensare l’inaddomesticato al tempo della biopolitica, ma ci consegna anche un meraviglioso metodo, la «funzione guerriera», che richiede però pratica, esercizio, addestramento.

Note:

1 Questo contributo costituisce l’anticipazione di una ricerca ancora in corso condotta insieme a Stefania Tarantino dal titolo Funzione guerriera e biopolitica. Angela Putino interprete di Simone Weil e Michel Foucault.
2 Il testo presentato al convegno di DARS, «Donne e Guerra nel mito e nella storia», Udine, 6-7 dicembre 1987 venne poi pubblicato sulla rivista del gruppo femminista napoletano delle Nemesiache. Lina Mangiacapre e Angela Putino, Androgina / Amazzone, in «Manifesta. Il diverso della scrittura», n. 1, anno I, ottobre 1988, pp. 1-3, ora anche in http://www.adateoriafemminista.it/wp-content/uploads/2013/11/5.pentesileastef.pdf. Lina Mangiacapre continuerà a lavorare sul tema fino alla pubblicazione di Pentesilea, Le Tre Ghinee-Nemesiache, Napoli 1996. L’avvicinamento di Putino al gruppo delle Nemesiache era avvenuto nella seconda metà degli anni ’80 intorno alla questione del “mito”: è il periodo in cui Angela – oltre a far parte in periodi diversi a gruppi femministi napoletani come Transizoni, Lo specchio di Alice, la rivista Madrigale - aveva cominciato a frequentare anche la comunità filosofica Diotima di Verona, a collaborare con la rivista romana Dwf.
3 All’influsso della tripartizione delle funzioni nelle società indoeuropee di George Dumezil e alla lettura dalla macchina da guerra nomade di Millepiani di Deleuze-Guattari, Putino fa più riferimenti, uno per tutti: Amiche mie isteriche, Cronopio, Napoli 1998, pp. 39-40.
4 Conni Capobianco, Interpreti e protagoniste del movimento femminista napoletano 1970-1990, Le Tre ghinee- Nemesiache, Napoli, 1994, p. 121, ora anche in http://www.adateoriafemminista.it/wp-content/uploads/2013/11/1.ramiangela.pdf. Nell’intervista Putino fa riferimento ad un’altra, precedente, presentazione del tema, al convegno delle stelline. 5 Conni Capobianco, Interpreti e protagoniste del movimento femminista napoletano, cit. p. 121. 6 Simone Weil, Un’intima estraneità, Città aperta, Roma 2006, p. 106
7 Cosmo, AAVV, Quattro giornate e un venerdì per la filosofia, in “Via Dogana”, Milano, 1988 Naturalmente il rimando nietzscheano è qui evidente, seppure non esplicitato, sarà esplicitato invece nel titolo del saggio del 1987, Una spinta, che proviene da una citazione dello Zarathustra.
8 Cosmo, cit.
9 Conni Capobianco, Interpreti e protagoniste del movimento femminista napoletano, cit. p. 118
10 Funzione guerriera e inaddomesticato in AAVV, Imparare dalle donne, ed. Centro culturale V. Woolf-Università delle donne, Terni 1992, p. 7
11 L’impersonale della politica, in Stefania Tarantino, Govanna Borrello, (a cura di), Esercizi di composizione per Angela Putino. Filosofia, differenza sessuale e politica, Liguori, Napoli 2010, pp. 108-111
12 Cosmo, cit.
13 Funzione guerriera e inaddomesticato cit., pp. 2-3.
14 Amiche mie isteriche, Cronopio, Napoli 1998, p. 20.
15 Funzione guerriera e inaddomesticato, cit., p. 16
16 Donna guerriera, DWF, 7, 1988, p. 10
17 In questo senso Putino organizzò in collaborazione con altre ad inzio anni ’90 degli incontri intitolati Esercizi spirituali per giovani guerriere, in cui i momenti di riflessione collettiva si intrecciavano con la meditazione e gli esercizi di tiro con l’arco.
18 Donna guerriera, cit., p.14
19 Donna guerriera, cit. p. 11
20 La terra di mezzo, vie di comunicazione, misura e moneta, DWF, pp. 61-62
21 Conni Capobianco, Interpreti e protagoniste del movimento femminista napoletano cit. p. 118-119
22 Funzione guerriera e inaddomesticato, cit p. 17
23 Funzione guerriera e inaddomesticato, cit. p. 15
24 Conni Capobianco, Interpreti e protagoniste del movimento femminista napoletano cit., 124
25 Arte del polemizzare tra donne, “Sottosopra”, giugno 1987, pp. 120-121
26 Quale forza?, Madrigale n. 3, 1989, p. 10
27 La funzione guerriera e la sua originaria forma femminile, in M. Forcina, Prontera, Vergine (a cura di), Filosofia donne filosofe, Ed. Milella, Lecce 1994, p. 184
28 Ibidem
29 La funzione guerriera e la sua originaria forma femminile, cit., p. 185
30 La funzione guerriera e la sua originaria forma femminile, cit., p. 190
31 I corpi di mezzo Biopolitica, differenza tra i sessi e governo della specie, ombrecorte, Verona 2011
32 L’homo oeconomicus della biopolitica, in I corpi di mezzo, cit. p. 24
33 Una nota sulla biopolitica, in “l’espressione”, 2003, p. 113
34 Funzione guerriera e inaddomesticato, cit. p. 5
35 La cura di sé, in I corpi di mezzo, cit., p. 120