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Giornale Critico di Storia delle Idee
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Nelle pagine dell’Inizio congetturale della storia degli uomini (1786), fra gli elementi decisivi della genealogia della ragione umana, ovvero che consentono di ipotizzare un principio della storia dell’uomo, Kant conferisce un particolare risalto alla «consapevole attesa del futuro (die überlegte Erwartung des Künftigen)». C'è un rimpianto che non guarda all'indietro, diceva Ernst Bloch, ma ha a che fare con il futuro: con quel futuro delle promesse non mantenute che ogni passato lascia in eredità a tutte le generazioni a venire. Il futuro perduto sta sempre alla radice dei futuri possibili, o piuttosto delle future realtà. Si potrebbe guardare all’intera età moderna come all’immane tentativo di colonizzare il futuro, assunto come la dimensione temporale privilegiata di quel progetto continuo a cui pare destinarsi l’animale non stabilizzato che chiama se stesso “uomo”. In questa prospettiva la modernità sembra essere, allora, un altro modo per dire il luogo del perfezionamento e della realizzazione dei disegni più ambiziosi ed eterogenei, tutti accomunati dallo scarto qualitativo tracciato tra l’oggi e il domani. Progresso, rivoluzione, riforma, emancipazione, liberazione, ecc., tutte le principali parole del lessico civile moderno mostrano una costitutiva apertura sulla dimensione dell’avvenire, una tensione verso quel “non ancora” che illumina l’orizzonte del presente come un’alba sempre troppo a lungo attesa. Che cosa resta, oggi, di questa sporgenza sul futuro che ha accompagnato il tragitto dell’uomo moderno, tra alti e bassi, tra sogni realizzati e – molto più spesso – utopie capovolte, tra incontestabili progressi e tragedie non superabili nemmeno con i dispositivi delle filosofie della storia più ottimiste? Che ne è del progetto futuro-centrico della modernità per noi che, seduti sulle macerie e sulle rovine di quel mondo, assistiamo al tramonto delle sue grandi narrazioni, poco importa se con la struggente nostalgia di Habermas o con l’euforia postmoderna di Vattimo e di Lyotard? Oggi, il futuro perduto sembra essere futuro negato. L’epoca, che pure si inebria con la retorica della continua novità, è, in realtà, schiacciata sul deserto di un eterno presente. L’uomo, grazie alla tecnica che, al contrario di ciò che appare all’autocomprensione di superficie, lo naturalizza, sta trasformandosi in un animale stabilizzato. Gli uomini postmetafisici e postmoderni sembrano come quei bambini che vogliono sempre il nuovo, a patto che sia previsto e rassicurante, alla stregua di una storia già ascoltata mille volte o di un giocattolo, conosciuto e familiare, del quale si possiede tutta la collezione. E, nell’attesa, sempre più spesso, la speranza diviene paura. Si alza lo sguardo verso l’orizzonte a cui andiamo incontro solo per annunciare una possibile catastrofe: ecologica, economica, demografica, culturale – persino siderale, stando a sentire gli astronomi che studiano le orbite prossime di meteore ed asteroidi. Ma un altro futuro è, forse, realizzabile. Anzi, altri futuri saranno forse realtà, prima e dopo la modernità del futuro perduto e l’epoca attuale del futuro negato. All’eterotopia desta della storia critica delle idee il compito di tracciarne la mappa e di indicarne le coordinate. Di affermarne comunque la necessità.
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