Traduzione

Tradurre è una di quelle prassi che ancora fatica a trovare la sua teoria. Di fatto si sono seguite due strade opposte, affascinanti ma vane. Da una parte, la costatazione dell’eterogeneità delle lingue umane (più di 6000, a sentire gli etnologi) ha indotto taluni a sancire a priori l’assoluta intraducibilità; dall’altra, il dato di fatto che gli uomini, da secoli se non da millenni (grazie a mercanti, spie, ambasciatori), traducono ha spinto alla ricerca di una lingua originaria, vale a dire una struttura linguistica comune che funga da modello e prototipo di ogni lingua realmente parlata. Insomma, insuperabile incomunicabilità o sogno di una comunicazione perfetta: questa, sommariamente, l’aporia prodotta dalla constatazione che le lingue sono di fatto diverse, benché universamente umana sia la competenza linguistica. Ben si comprendono le conseguenze pratiche di questa impasse: dal sogno illuminista di un cosmopolitismo linguistico (e, di conseguenza, di una razionalità perfettamente emancipata dalle “scorie culturali”) alla ghettizzazione del diverso, consegnato alla “barbarie” della sua provenienza o generosamente invitato a “integrarsi” nella comunità linguistica ospitante. Rifiutando questa paralizzante alternativa, Ricoeur ha parlato di “ospitalità linguistica” come modello pratico-teorico di convivenza tra culture, e della traduzione come attività mai perfetta (ma una cattiva traduzione si corregge solo con una traduzione migliore, non con la teorizzazione di un modello ideale) ma capace di arricchire le comunità linguistiche, altrimenti consegnate a un idiotismo mono-linguistico, che pure oggi sembra il modello imperante.

 

Termine ultimo di consegna: 31 Dicembre 2018
Contatti: enrico.cerasi@libero.it.

 

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Translation

Translation is one of those praxis for whom it is hard to elaborate a convincing theory. Two fascinating but vane strategies have been followed so far. On the one hand, the acknowledgement of the variety of human languages (more then 6000, ethnologists tell us) has convinced some scholars that languages are a priori untranslatable. On the other, the very fact that human kind has been translating for centuries, if not millenniums (thanks to merchants, spies, and ambassadors), has fostered the research of an original language, of a common linguistic structure offering the model and prototype of every language spoken in actuality. A stark alternative between utter incommunicabilty and the dream of total communication: this is the paradox generated by the simultaneous recognition that languages are different while human linguistic competence is universal. The practical consequences of this situation can be easily detected: from the Enlightenment ideal of linguistic cosmopolitism (together with the resulting idea of a rationality totally freed from cultural dregs) to the ghettoization of the other, either left to the barbarity of his origin or magnanimously asked to 'integrate' in the hosting linguistic community. Rejecting such a crippling alternative, Ricoeur talked about “linguistic hospitality” as a practical and theoretical model for coexistence among cultures, and for translation as an activity which, although never perfect (but a bad translation can be corrected only by a better one, instead of the theorization of a ideal model), is capable to enrich linguistic communities. Without translation, linguistic communities would be doomed to the mono-linguistic idiotism that nowadays seems the prevailing model.

 

Deadline: 31 December 2018
Contacts: enrico.cerasi@libero.it.